Confinare la memoria di Giorgio Antonucci al San Salvi – Eugen Galasso
Condivido in pieno quanto scrive la dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo, psicologa, responsabile del “Centro di relazioni umane”. Per chi, come Giorgio Antonucci, voleva negare e superare dialetticamente (lo dico da marxista e ci tengo come tale, ma forse Giorgio non sarebbe stato d’accordo con il lemma, come forse anche la dottoressa citata), a limitarne la portata. Confinare la teoria-pratica e proposta antonucciana nello spazio di San Salvi non contribuisce a farla risaltare, a evidenziarla come invece si dovrebbe fare. Direi anzi che ne limita la portata, relegandola in uno spazio limitato. E ciò mi sembra, francamente, un limite, un errore. Eugen Galasso

Pubblicato il 22 June, 2026
Categoria: Notizie
Il recinto della memoria: perché archiviare Antonucci a San Salvi è un errore politico
La proposta avanzata dal consigliere Alessandro Emanuele Draghi di promuovere l’intitolazione di un parco alla memoria di Giorgio Antonucci all’interno del complesso di San Salvi, espressa in occasione della mostra “Psichiatria e diritti umani” promossa dal CCDU ODV, impone una riflessione radicale sul significato della memoria storica. L’auspicio di sancire un legame indissolubile tra l’ex area manicomiale e chi ha speso la vita per i diritti delle persone viene infatti formulato attraverso un linguaggio che tradisce la natura stessa di quella lotta.

Antonucci non ha cercato di “umanizzare” l’istituzione o di proteggere i “fragili” descritti dalla terminologia psichiatrica: ha scardinato il presupposto stesso della diagnosi e della sottomissione giuridica dell’individuo. Ipotizzare un riconoscimento a suo nome a San Salvi – oggi uno spazio ampiamente dismesso dalle funzioni cliniche e riconvertito ad usi civili e culturali – rischia di ridursi a una rassicurante storicizzazione a costo zero, utile solo a concedere una patente di sensibilità democratica alla politica locale.
La prassi scientifica di Antonucci, culminata nello smantellamento millimetrico dei dispositivi d’internamento attraverso la liberazione, prima, delle donne agitate del Reparto 14, poi degli uomini del reparto 7 all’Osservanza di Imola e la direzione del Reparto Autogestito al Lolli, non può essere addomesticata dal protocollo burocratico. Per questa ragione, la memoria di Antonucci non trova il suo senso nell’ombra, sia pur storica, delle istituzioni totali. Se l’obiettivo è sottrarre la sua figura alla retorica della sottomissione, la riflessione deve guardare oltre i recinti istituzionali: il pensiero di Giorgio Antonucci trova la sua naturale collocazione negli spazi vivi, aperti e conflittuali della città.
La lezione di Antonucci è uno strumento critico che appartiene ai luoghi dell’incontro, della ricreazione e della socialità delle nuove generazioni, non alla mummificazione museale del dolore passato. È precisamente nei contesti della crescita giovanile che il suo rifiuto del paradigma psichiatrico diventa urgente oggi, laddove si consumano le nuove forme di controllo dell’infanzia e dell’adolescenza attraverso la medicalizzazione scolastica e la diffusione di screening precoci dei comportamenti.
Finché la memoria rimarrà confinata nel perimetro di San Salvi, l’operazione si scontrerà frontalmente con la realtà della psichiatria fiorentina attuale. Non si può celebrare la liberazione dei corpi dal manicomio di ieri se, contemporaneamente, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) dislocati negli ospedali della città, continuano a essere applicati i Trattamenti Sanitari Obbligatori, la contenzione chimico-meccanica e la privazione della capacità giuridica tramite le amministrazioni di sostegno. Al di fuori di una reale pretesa per l’adeguamento dei servizi locali all’Articolo 12 della CRPD, qualunque giardino celebrativo a San Salvi rimarrà un ossimoro politico distante dalla reale sostanza, dalla prassi e dalla lotta di Giorgio Antonucci.
Pubblicato il 21 June, 2026
Categoria: Notizie
Dal “phreneticus” di Seneca alla diagnosi moderna – Eugen Galasso
Per dimostrare come nel mondo antico le presunte “malattie mentali” non trovassero spazio, ossia non venissero considerate tali, se non qualcosa di “molesto”, basterebbe citare il seguente passo di Seneca, nel quale si ricordano comportamenti considerati assurdi, come quello di un presunto “sapiens” (saggio) che si dichiara offeso da un’ingiuria, invece di considerarla inesistente, non dando a chi provoca la soddisfazione di reagire.. “Quis enim phrenetico medicus irasciitur?” (“Quale medico infatti, si arrabbia con un pazzo?”) (Seneca, De constantia sapientis” (la saggezza del saggio). Non si nega che esitano comportamenti “frenetici”, ma non si ritiene necessario “curarli” e tanto meno “punirli”. Pensiamo invece all’oggi, con tanto di attentatore, forse un “islamico radicalizzato”, che a Modena qualche tempo fa, ha voluto compiere un’azione criminale, facendosi passare per “pazzo” onde evitare la pena carceraria. La reazione di moltissimi? Prenderlo per un “povero pazzo”, in definitiva denigrandolo, considerandolo senz’altro “incapace di intendere e di volere”. Non solo. si e’ parlato di problemi psichiatrici oggi trascurati, con l’intento (non espresso in questo modo, ma sotto traccia l’argomento e”quello”) di tornare a “curare le malattie mentali” (si dice”psichiatriche”, ma il senso e’ lo stesso, anzi con un’aggravante notevole), forse per schivare il pericolo del terrorismo di origine religiosa (“In Italia non abbiamo questi problemi” e simili), si torna massicciamente a criminalizzare chi si comporta in modo “antisociale”, risparmiandogli (magari) la pena, per infliggergliene una molto peggiore…. Eugen Galasso

Pubblicato il 4 June, 2026
Categoria: Testi
Oltre le Etichette: Quando l’Ascolto Diventa Libertà
Nel nuovo appuntamento del Centro di Relazioni Umane per la rubrica Disabili, Diritti, Libertà (DDL), Maurizio Cocchi ospita nuovamente la Dott.ssa Maria D’Oronzo, psicologa di fiducia del canale.
Insieme ci guidano in un viaggio profondo, e a tratti ironico, attraverso i meccanismi con cui la società e l’ideologia medica tentano troppo spesso di catalogare, etichettare e controllare l’essere umano, riducendo i comportamenti a rigidi schemi predefiniti.
L’eredità di Giorgio Antonucci: comprendere le risposte umane, senza preconcetti
Il punto di partenza di questa riflessione è l’eredità e il pensiero rivoluzionario di Giorgio Antonucci, il medico e psicanalista che, a partire dal 1973, avviò lo smantellamento dei reparti manicomiali a Imola, un lungo percorso di liberazione conclusosi con la nascita del Reparto Autogestito. Riprendendo il suo approccio, la Dott.ssa D’Oronzo ci ricorda una verità fondamentale: la sofferenza e i disagi non nascono da un “guasto biologico” o da una classificazione astratta. Al contrario, si tratta di comportamenti, conflitti dinamici e linguaggi simbolici con cui la persona risponde a contesti difficili ed esprime un vissuto profondo che non trova altre vie d’uscita nelle relazioni quotidiane.
Tre storie per smantellare i dogmi della psichiatria
Attraverso l’analisi di tre casi emblematici, l’incontro mette a nudo e smantella i dogmi della psichiatria e della psicanalisi tradizionale, dimostrando come l’approccio orientato alla categorizzazione rischi di schiacciare l’essere umano e i suoi vissuti:
Il corpo che parla: Il caso di un uomo intrappolato in una relazione complicata. La sua insonnia e l’improvvisa perdita della parola sono svanite non appena è emersa la reale consapevolezza del suo conflitto interiore. Il corpo, semplicemente, dava espressione a ciò che non poteva essere tollerato.
Il ricatto morale dell’educazione: Un uomo di 60 anni, rimasto letteralmente paralizzato dal senso di colpa a causa di un’ingiunzione paterna: “non devi litigare”. Una regola disumana che impone la sottomissione totale e un comportamento forzato in nome della quiete pubblica e del quieto vivere.
Il “lavaggio del cervello” ermeneutico: La drammatica esperienza di una giovane donna, quasi spinta al suicidio da un analista dogmatico che interpretava l’affetto verso la madre come “odio rimosso”. A salvarla è stato l’approccio simmetrico, orizzontale e profondamente umano di Antonucci, basato sulla comprensione e non sul giudizio preconcetto.
Ascoltare la storia, restituire la libertà
“Escludere la componente organica è un dovere medico, ma dimenticare l’ascolto e la storia della persona significa negare la sua libertà.”
Le camicie di forza moderne non sono sempre fatte di stoffa e cinghie; oggi si nascondono spesso dietro le convenzioni, le definizioni affrettate e i condizionamenti ambientali o psicologici che pretendono di normalizzare e uniformare ogni comportamento. Restituire centralità alla storia del singolo e rispettare i suoi modi di esprimersi e di relazionarsi è l’unico modo per abbattere queste barriere invisibili.
Guarda la puntata completa e unisciti alla discussione:https://www.youtube.com/watch?v=a2WCkHFuEoU
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Per approfondire la storia del lavoro svolto a Imola e i metodi non-coercitivi introdotti, puoi guardare l’intervista Umanizzare i luoghi della psichiatria, in cui la stessa Dott.ssa Maria D’Oronzo racconta le dinamiche e gli eventi culturali che animavano il reparto autogestito.
Pubblicato il 4 June, 2026
Categoria: Notizie