Milano, 19 maggio: la memoria di Antonucci scuote la psichiatria coercitiva

Il 19 maggio 2026, a Milano, l’inaugurazione della mostra documentario-fotografica “Psichiatria e Diritti Umani”, organizzata dal CCDU in Via Novi 5, ha smesso di essere una semplice retrospettiva storica per trasformarsi in un atto di denuncia politica contro il presente. Quattro secoli di orrori psichiatrici, esposti attraverso immagini e documenti dal 1600 a oggi, dimostrano una verità scomoda: il manicomio non è morto con la legge 180, ha solo cambiato forma, modernizzando i suoi strumenti di contenzione meccanica e sedazione chimica.
L’apertura dell’evento ha visto la partecipazione dei familiari delle vittime degli abusi istituzionali. La presenza della sorella di Andrea Soldi, soffocato a Torino undici anni fa durante un Trattamento Sanitario Obbligatorio, e del fratello di un’altra vittima della violenza psichiatrica hanno tolto ogni parvenza teorica al dibattito. Il TSO e la contenzione non sono atti medici, ma misure di sottomissione fisica e farmacologica che violano l’articolo 32 della Costituzione e i più elementari diritti umani.
La testimonianza del CRU: smantellare il dispositivo medico
L’intervento di Maria D’Oronzo, psicologa e fondatrice del Centro di Relazioni Umane, ha riportato al centro della scena l’unica alternativa radicale che la psichiatria del controllo tenta da sempre di censurare o burocratizzare: il lavoro e il pensiero di Giorgio Antonucci.
Questa statura etica e scientifica ha d’altronde un riconoscimento internazionale indiscutibile; Antonucci è stato infatti premiato con il prestigioso Thomas Szasz Award, un riconoscimento che ha sancito a livello globale il valore della sua lotta per la libertà personale e contro i totalitarismi terapeutici.
Riprendendo l’esperienza concreta del Reparto Autogestito dell’ospedale Lolli di Imola, il CRU ha ribadito i cardini di una prassi che non scende a compromessi con il potere medico. Antonucci ha rifiutato categoricamente la diagnosi, intesa come il primo atto di annullamento giuridico ed esistenziale della persona. Non ha mai firmato un TSO né compilato una cartella clinica, poiché sosteneva che i problemi emotivi e le sofferenze della vita non avessero nulla a che fare con la medicina; al posto dei registri di controllo, preferiva infatti scrivere poesie.
Nel reparto Autogestito la priorità era la restituzione dei diritti reali: gli ospiti non erano pazienti da sorvegliare, ma cittadini che possedevano le chiavi delle loro stanze, entravano e uscivano a piacimento, e disponevano liberamente del proprio denaro. Soprattutto, questa liberazione è avvenuta attraverso l’abolizione totale del farmaco come camicia di forza chimica, rifiutando l’uso di pillole o sedativi per ridurre al silenzio il dissenso o il dolore.
Ascoltare e credere: la radice della lotta
A conclusione dell’intervento, la lettura della poesia di Antonucci “Se mi ascolti e mi credi” ha tracciato il confine netto tra la psichiatria difensiva e la liberazione dell’essere umano.
Il nodo centrale della critica che il Centro di Relazioni Umane porta avanti fin dalla sua fondazione risiede proprio in queste due azioni: ascoltare e credere. Si tratta di due risposte umane e politiche che il sistema istituzionale nega sistematicamente a chiunque venga catalogato come malato mentale.
La battaglia non si vince riformando la contenzione o regolamentando le dosi di neurolettici, ma distruggendo il pregiudizio medico che legittima la violenza. Se il diritto interno e le istituzioni sanitarie continuano a difendere l’operato dei reparti coercitivi, la strada rimane quella della resistenza legale e della denuncia, portando la violazione dei diritti fondamentali fino alla Corte Europea dei Diritti Umani. Il CRU continua a testimoniare che liberare le persone senza l’uso della forza non è un’utopia teorica, ma una realtà storica già dimostrata.
Pubblicato il 23 May, 2026
Categoria: Notizie