Il recinto della memoria: perché archiviare Antonucci a San Salvi è un errore politico
La proposta avanzata dal consigliere Alessandro Emanuele Draghi di promuovere l’intitolazione di un parco alla memoria di Giorgio Antonucci all’interno del complesso di San Salvi, espressa in occasione della mostra “Psichiatria e diritti umani” promossa dal CCDU ODV, impone una riflessione radicale sul significato della memoria storica. L’auspicio di sancire un legame indissolubile tra l’ex area manicomiale e chi ha speso la vita per i diritti delle persone viene infatti formulato attraverso un linguaggio che tradisce la natura stessa di quella lotta.

Antonucci non ha cercato di “umanizzare” l’istituzione o di proteggere i “fragili” descritti dalla terminologia psichiatrica: ha scardinato il presupposto stesso della diagnosi e della sottomissione giuridica dell’individuo. Ipotizzare un riconoscimento a suo nome a San Salvi – oggi uno spazio ampiamente dismesso dalle funzioni cliniche e riconvertito ad usi civili e culturali – rischia di ridursi a una rassicurante storicizzazione a costo zero, utile solo a concedere una patente di sensibilità democratica alla politica locale.
La prassi scientifica di Antonucci, culminata nello smantellamento millimetrico dei dispositivi d’internamento attraverso la liberazione, prima, delle donne agitate del Reparto 14, poi degli uomini del reparto 7 all’Osservanza di Imola e la direzione del Reparto Autogestito al Lolli, non può essere addomesticata dal protocollo burocratico. Per questa ragione, la memoria di Antonucci non trova il suo senso nell’ombra, sia pur storica, delle istituzioni totali. Se l’obiettivo è sottrarre la sua figura alla retorica della sottomissione, la riflessione deve guardare oltre i recinti istituzionali: il pensiero di Giorgio Antonucci trova la sua naturale collocazione negli spazi vivi, aperti e conflittuali della città.
La lezione di Antonucci è uno strumento critico che appartiene ai luoghi dell’incontro, della ricreazione e della socialità delle nuove generazioni, non alla mummificazione museale del dolore passato. È precisamente nei contesti della crescita giovanile che il suo rifiuto del paradigma psichiatrico diventa urgente oggi, laddove si consumano le nuove forme di controllo dell’infanzia e dell’adolescenza attraverso la medicalizzazione scolastica e la diffusione di screening precoci dei comportamenti.
Finché la memoria rimarrà confinata nel perimetro di San Salvi, l’operazione si scontrerà frontalmente con la realtà della psichiatria fiorentina attuale. Non si può celebrare la liberazione dei corpi dal manicomio di ieri se, contemporaneamente, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) dislocati negli ospedali della città, continuano a essere applicati i Trattamenti Sanitari Obbligatori, la contenzione chimico-meccanica e la privazione della capacità giuridica tramite le amministrazioni di sostegno. Al di fuori di una reale pretesa per l’adeguamento dei servizi locali all’Articolo 12 della CRPD, qualunque giardino celebrativo a San Salvi rimarrà un ossimoro politico distante dalla reale sostanza, dalla prassi e dalla lotta di Giorgio Antonucci.
Pubblicato il: 21 June, 2026
Categoria: Notizie