Archive for ottobre, 2011

Guy de Maupassant “pazzo” – Eugen Galasso



La vita di Guy de Maupassant (1850-1893) si può considerare terribile: cresciuto tra un padre violento e scioccamente libertino (libertinismo non dichiarato, ma imposto alle donne, in particolare alla moglie come regola di vita maschile intangibile) e una madre vittima, un fratello vittima della psichiatria meccanicistica del tempo, lo scrittore descrive le condizioni liminali dell’esistenza (paura estrema, che poi certa psichiatria e psicologia chiameranno fobia,  terrore, angoscia, la deprivazione di ogni pulsione vitale) in alcuni racconti che per comodità chiamiamo “fantastici”, “de l’étrange”, “grotteschi”, senza che alcuna di queste approssimazioni raggiunga in qualche modo l’obiettivo. Nulla a che vedere con Hoffmann, Poe, Stevenson (solo alcuni nomi di autori grosso modo coevi) , dove l’”Altro” è dichiarato come tale:  se in Stevenson  “The strange case of the dr.Jekyll and Mr. Hyde” lo “sdoppiamento di personalità” e comunque attribuito alla ricerca, al filtro-intruglio dello scienziato, quindi causato dall’esterno, dalla “droga”, comunque da un tramite, se in “WIlliam Wilson” di Poe e in Hoffmann vale l’elemento ancora metafisico del “doppio”, del “Doppelgaenger” (in parte, volendo, il duende spagnolo), in Maupassant è interna, la scossa, anzi meglio il dissidio tra l’io-l’altro. A parte il più famoso “L’Horlà”, conviene esaminare “La nuit”(1)(1)cito dalla raccolta “Apparition”, Paris, Gallimard, 2009, pp.89-97, in cui il protagonista-io narrante che dichiara programmaticamente all’inizio “J’aime la nuit avec passion”, ma anche “Le jour me fatigue et m’ennuie”(2)(2) op.cit, p.89 (“Il giorno m’affatica e annoia”), si trova ad attraversare Parigi (?) di notte, dove però la notte sarà più che altro simbolica… Lungi dallo happy end, “La nuit” propone uno scenario terribile, da deprivazione sensoriale atroce, “spaventoso”, con l’assenza di luce, il freddo (il lemma”froid”è ripetuto molte volte, insistentemente), per cui alla fine l’io narrante dice:”Et je sentais bien que je n’aurais plus jamais la force de remonter… et que j’allais mourir là… moi aussi, de faim- de fatigue-et de froid”(3)(3)op.cit., p.97.(“E sentivo chiaramente che non avrei mai più avuto la forza di risalire.. e che sarei morto là…anch’io, di fame, stanchezza, e freddo”). Con il consueto stile, contratto, paratattico, improntato alla brevitas, in una parola modernissimo, Maupassant ci descrive l’emozione più atavica, cioè la paura, portata all’estremo (“fobia”, l’ho detto e lo ripeto, è lemma che serve agli psichiatri per “sorvegliare e punire” o, se volete, per aiutare a farlo), in una condizione liminale, da “altro stato” (uso l’espressione con prudenza, anche perché quando essa viene usata molto frequentemente – Musil – siamo già negli anni Trenta del 1900, quindi comunque parecchio dopo Maupassant e in una “temperie culturale” del tutto diversa, indicando altro, oltre a tutto) quello che danno le febbri e (o) l’eccesso di alcol o, in determinate condizioni, le droghe…   Ho scelto di analizzare questo racconto, perché trascurato dalle analisi più diffuse. Certo, anche “L’endormeuse” (l’addormentatrice”), dà ragione dell’interesse e del “senso” di questo intervento:  in questo  racconto, del 1889, quindi di due anni dopo quello prima analizzato, Maupassant immagine un’organizzazione, segreta ma “ufficiale”, dove si aiutano gli aspiranti suicidi a compiere il loro proposito, se ciò viene richiesto seriamente, con convinzione. Che ciò sia attribuito a una sorta di cauchemar-nightmare-Incubo, non toglie la “gravità” del tema e del suo svolgimento. Una prospettiva che anticipa prese di posizione ulteriori, da quelle di Jean Amery, scrittore tedesco del Novecento, che parlerà di “Freitod”, “libera morte”, come anche le importanti riflessioni di Giorgio Antonucci sul suicidio, ma l’orizzonte storico-critico di Maupassant è rivolto ai romantici, spesso tentati dal suicidio e autori di tentativi di suicidio (Schumann, in particolare) o direttamente suicidi (Nerval). L’atteggiamento di Maupassant è oltremodo rispettoso verso la “tentazione suicidiaria” romantica, pur se l’orizzonte di pensiero e azione romantica è lontanissimo dal suo. Non contemplo qui le riflessioni di Emile Durkheimn (“Essai sur le suicide”), perché lontanissime da quelle maupassantiane ab imo.   Anche il problematismo che è in un racconto come “Magnétisme” (1882) è degno di nota: ovvio che Maupassant si riferisca alle teorie psichiatriche dell’epoca (Charcot, in primis, su cui si forma Freud), ma non le assolutizza mai. Come quando commemora il mistico-rivoluzionario italiano (il “profeta dell’Amiata”) David Lazzaretti, morto ucciso sul Monte Labaro nel 1878, Maupassant non ricorre alle argomentazioni “castranti” cui invece ricorse nello studio dello stesso Lazzaretti,  Cesare Lombroso, che non sapeva far a meno di applicare rigidamente le sue categorie tassonomiche.

Eugen Galasso

Pubblicato il 30 ottobre, 2011
Categoria: Testi

“DISAGI MENTALI IN SCENA DA COSTANZO”- Pazienti ed ex pazienti, con Giorgio Antonucci, a “Costanzo show”


20 luglio 1996 —   pagina 34   sezione: SPETTACOLI E TV

ROMA – Giovedì sera la puntata del Maurizio Costanzo show è stata davvero speciale. Su Canale 5, dalle 23 in poi (per più di due ore) sul palcoscenico del Teatro Parioli non c’ erano i soliti ospiti, ma solo degenti ed ex degenti di ospedali psichiatrici (sei in tutto), accompagnati dal professor Giorgio Antonucci, direttore del reparto autogestito dell’ Istituto ‘ Lolli’ di Imola. E’ la prima volta che questo accade in un talk show. Un fatto che farà sicuramente discutere, ma di cui Maurizio Costanzo va particolarmente fiero. Costanzo, ci spiega come è nata questa puntata? Per parlare di ‘ disagi mentali’ era proprio necessaria questa provocazione? “Io sono sempre stato contro l’ etichetta della diversità. Mettere i normali da una parte, gli anormali dall’ altra. Perciò, due mesi fa, parlando con il professor Antonucci, primario dell’ ospedale di Imola, ho cominciato a pensare ad una puntata da dedicare a chi ha o ha avuto dei ‘ disagi mentali’ : offrendo l’ intero palcoscenico a loro disposizione. Ma lo sapete che, per legge, il 31 dicembre di quest’ anno in 33 mila dovrebbero lasciare gli ospedali psichiatrici italiani? Bene, io allora ho voluto fare un tentativo: quello di dimostrare che non esiste la diversità, o almeno che è molto difficile stabilire quali sono i limiti”. I telespettatori avranno capito il suo messaggio? Come ha reagito il pubblico del teatro Parioli? “E’ andata benissimo: ci hanno seguito 1 milione e 400 mila telespettatori di media. Abbiamo avuto il 22 per cento di share. Ma anche il 15 per cento sarebbe stato un buon risultato. Io conosco il pubblico del Parioli: vi posso garantire che erano rapiti. Alcuni di loro, che ho sentito dopo la registrazione, mi hanno detto di aver trovato la trasmissione molto interessante. Sono contento, con questa puntata ho coronato un sogno, è l’ appagamento di un desiderio: bisogna creare la cultura della non diversità”. Tutto è filato liscio. Ma con questi ospiti, se ci fossero stati dei problemi, l’ avrebbero accusata di fare una speculazione televisiva… “Sì, sapevo di giocare una carta molto delicata. Ma con il mio show corro dei rischi tutte le sere, e non mi interessa più quello che dicono certi critici. Nessuna scaletta per questi ospiti: assieme al professor Antonucci, e agli psichiatri Rosaria Iacoponelli ed Ettore Pasculli, abbiamo cercato solo di farli sentire a loro agio. Ho fatto apposta a non mettere altri ospiti nella puntata: avrei detestato qualsiasi parola di ‘ comprensione’ nei confronti di chi vive il disagio mentale. Un momento difficile? Quello dei due fidanzati, Mariella e Giorgio: lei ha espresso il desiderio di lasciarlo, lui soffriva, io ho lasciato che finisse di parlare mentre mi allontanavo”. Questa puntata è un preludio al tanto annunciato ‘ nuovo corso’ del Maurizio Costanzo show del prossimo autunno? “E’ un test molto importante”, dice Costanzo, mentre Alberto Silvestri, autore dello show, ci legge soddisfatto il testo di un fax di approvazione. A Costanzo lo ha inviato Anna, da Pistoia, e dice: “Una settimana fa le ho scritto perché mi aveva offeso la presenza di Sabani nel suo show. Avevo detto che avrebbe perduto una fedele telespettatrice. Ma oggi le chiedo scusa, e mi complimento per la straordinaria puntata”. – di LEANDRO PALESTINI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/07/20/disagi-mentali-in-scena-da-costanzo.html

Pubblicato il 28 ottobre, 2011
Categoria: Notizie

Su Enzo Mazzi – teologia della liberazione – Eugen Galasso


Enzo Mazzi, uomo, “cristiano ribelle”, il parroco “altro” (da non confondere con il quasi omonimo Antonio, onnipresente in TV, dicono), che nel quartiere più povero ed emarginato di Firenze, l’”Isolotto”, di emigrati dal Sud Italia un tempo, oggi, però, da ogni parte del mondo(“extra-comunitari”, con tutte le zeppe razziste che i pregiudizi portano con sé), aveva saputo creare una comunità viva, fuori dai “sacri tempi” e “sacri luoghi” (cito da Walther Kern, teologo cattolico neppure “radicale”) e dai sacri recinti, portando una visione a-clericale nel cristianesimo. Da quando il cardinale Florit lo sospese a divinis (su ciò cfr. anche in Pio Baldelli, “Informazione controinformazione”, Milano, Mazzotta, 1976) si dedicò con intelligenza anche alla teoria, dedicando due preziosi volumi a Giordano Bruno e a Gerolamo Savonarola (entrambi Roma, Manifesto Libri), intervenendo con intelligenza su tante questioni spinose del nostro tempo, dalle questioni di bioetica e biopolitica a quelle del carattere storicamente condizionato dei Vangeli. Vero grande Fiorentino (partecipe totale alla vita della città) non sempre ricambiato, ci ricordava sempre che la città internazionale che vive di turismo ha in sé dolore, miseria, sofferenza, lo voglio però ricordare, per il sito del “Centro”, soprattutto come vero partecipante “empatico”, qualcosa che molti noi, che svolgono professioni d’aiuto, dovremmo imparare sempre (parlo per me, che spesso forse empatico non lo sono abbastanza, ma “freddo”, come una volta m’ha detto una coreografa messicana, ma in contesto extra-lavorativo). Un’empatia, la sua, cioè la capacità di entrare veramente in contatto con l’altro, senza interferire, senza arrivare a piangere con lui/lei.  Nel 1988 l’avevo conosciuto e frequentato, con grande profitto, devo dire, non parlo quindi “per sentito dire” o per mero studio e “sapienza appresa”. Una politicità la sua, come quella di tutta la teologia della liberazione, mai assemblata a un partito o irreggimentato nello stesso.  Oggi, sulle sue orme, don Santoro e speriamo che… la posizione del cardinale Piovanelli, rispetto a quella del Florit di cui narrano cronache e storie (si veda anche nel citato libro di BaldellI) sembra relativamente aperta, ma “mai fidarsi di un prete” come, credo nel 1968, disse a Giorgio Antonucci in Sicilia, quando erano entrambi impegnati nel volontariato dopo un terremoto. Enzo aveva involontariamente schiacciato gli occhiali di Giorgio, come il nostro carissimo mi raccontava. Ma ora vorrei che proseguisse il mio caro amico…

Eugen Galasso

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Giorgio Antonucci

Castelvetrano di Sicilia nel Gennaio del 1968.

Una giovane madre, con il bambino appena nato, voleva sapere se era meglio dormire in casa con il pericolo del crollo per terremoto o fuori della casa con il pericolo del freddo.
In tali circostanze ho conosciuto Don Enzo Mazzi che veniva col “Servizio Civile di Firenze” con me e
con altri volontari tra cui Alberto L’Abate pacifista.

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Giorgio ricorda, con esattezza, l’evento e la circostanza, dove ricorda anche Alberto L’Abate, sensibile nonviolento e teorico della nonviolenza, dove la nonviolenza è anche pratica importante di accettazione dell’altro, non giudicandolo, non”dannandolo”, anche quando qualcosa di lei/lui può disturbarci, molestarci, risultarci poco piacevole.  Ciò che anch’io, modestamente, come reflector, cerco di fare o almeno ci provo.  
Eugen Galasso

Pubblicato il 25 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Riflessioni sulla manifestazione degli “Indignati”, Roma 15-10-2011



Ascanio Celestini sulla manifestazione e sui Black Bloc?

http://www.youtube.com/watch?v=1cjrnuz4FAE&feature=player_embedded

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http://www.go-bari.it/notizie/cronaca/4481-ecco-come-e-andata-a-piazza-san-giovanni.html

domenica, 16 ottobre 2011 ore 13:44

Ecco come è andata a Piazza San Giovanni

La testimonianza di Leo Palmisano, sociologo e scrittore barese

Per me e per tanti come me, Piazza San Giovanni rappresenterà molto di più di Genova. Noi non eravamo lì per incendiare Suv e Bmw, né per lanciare bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine, ma per dire chiaro e tondo che non ce la facciamo più. Per questo la nostra indignazione è salita quando la Polizia e la Guardia di Finanza, con tre camionette e due idranti, hanno cominciato a bersagliarci e ad aizzarci con stupidi caroselli e pericolose serpentine, accelerando la corsa tra la gente costringendoci ad arretrare e ad avanzare, ma soprattutto a difenderci da quell’umiliante gioco da piccoli criminali di borgata che loro, e non noi, hanno inscenato all’ingresso della piazza.
Cinque cariche iniziate in via Cavour hanno spezzato un corteo di almeno duecentomila Indignati lasciando fuori della piazza i tre quarti del pacifico serpentone. Evidentemente si era pianificato in alto lo sgombero di un luogo che avremmo riempito più di qualunque altra manifestazione recente della sinistra italiana. Noi eravamo davvero tanti a screditare il moribondo Berlusconi e questo il mondo non doveva saperlo. Allora ecco che arrivano alla carica le camionette, con ridicoli girotondi e gli idranti che bersagliano chiunque, perfino la spianata, il prato della basilica, noncuranti di chi – come un uomo in carrozzella – era lì per aderire all’indignazione che coinvolge l’intero mondo occidentale.
Siamo stati costretti a bendarci, a coprirci come guerriglieri perché i loro lacrimogeni, lanciati a grappolo o ad altezza d’uomo – chi scrive porta i segni di un colpo all’addome ricevuto per aver schermato un diversamente abile – ci hanno impedito di respirare, di parlarci, di dirci quanto fosse folle e diabolico quello che loro ci stavano facendo. Per cinque volte nel fango, per cinque volte poi abbiamo ripreso la piazza. Abbiamo applaudito a noi stessi, e non a loro, perché nessuna organizzazione sindacale e nessun partito è venuto in nostro soccorso.
Abbiamo applaudito perché era evidente l’intenzione delle forze dell’ordine di cercare il ferito, se non il morto, per screditare centinaia di migliaia di brave persone che erano lì indignate dalla destra e dalla sinistra, da tutte quelle organizzazioni di parolai e buffoncelli. Ci si guardava stupiti, ieri pomeriggio, la basilica alle spalle, perché stretti in un imbuto dal quale non saremmo usciti se non salvati in extremis dall’apertura della cancellata della pontificia università lateranense. I giornali non riportano la solidarietà di preti, monache, frati che ci hanno versato acqua sugli occhi, ci hanno dato limoni per aspergerci i bulbi arrossati dai lacrimogeni e dalle lacrime della rabbia. Ricorderò per sempre la voce rassicurante di una monaca che mi ha detto con accento straniero ‘è tutto finito’. E invece non era finito niente, perché Maroni è riuscito a svuotare la piazza dove erano ancora asserragliati molti, troppi indignati.

Come giustificare un assalto a ventimila giovani manifestanti senza bandiera di partito o di sindacato? Tutti black blok? A differenza di Genova, ieri in piazza c’eravamo soltanto noi che non abbiamo più certezze: giovani giornalisti, ricercatori, laureati, diplomati, insegnanti, operai, studenti, disoccupati, pacifisti. Intellettuali e braccia forti. Cervelli e cuori che non cercano mai la morte ma sempre la vita. Il futuro del paese, il bel paese era lì sotto la grandine dei lacrimogeni di Berlusconi, rispondendo con una gragnola di sassi e bottiglie perché almeno la vita, quella, non ce la siamo fatta sgomberare.

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Preciso che, quanto alla questione di Roma (15.10.2011), con l’irruzione dei black bloc, sono comunque contrario all’uso della violenza, che, sic stantibus rebus, è sempre un regalo ai poteri costituiti, che se ne servono per ritorcere contro i governati quanto questi avrebbero fatto.   Il terrorismo di stato, ci insegna Laurent Dispot, è forte e attivo sempre, non aspetta altro che queste “provocazioni”. Sono tuttavia, ancora una volta,  d’accordo con Giorgio Antonucci, quando dice: “I conformisti chiamano violenza ogni protesta e non dicono nulla contro i bombardamenti”. Scontri di piazza, anche violenti, rivolte etc., nascono comunque da indignazione (al di là della sigla “indignados” o altro), mentre dei black-bloc, dei quali  non sappiamo neppure chi siano: “sia persone di estrema sinistra, sia di estrema destra, sia provocatori da curva sud degli stadi”, spiegava un esperto giorni fa, poco dopo gli scontri-ora, anche a destra ci sono teste pensanti, dei provocatori da stadio è lecito diffidare, ma forse anche in loro c’è qualche scontento, però, che magari si focalizza, a mio parere scioccamente (ma è un parere, non un giudizio a priori) sul calcio, quando invece potrebbe concentrarsi su altro, su cose più importanti o considerate tali, anche da chi scrive.  Più realisticamente, c’è una situazione di povertà, di esclusione sociale, di miseria, che crea disagio o sofferenza, che talora portano (e qui ribadisco un giudizio negativo) ad atti violenti, che però sono molto meno “violenti” di quanto non lo siano le guerre, come ancora una volta rileva Giorgio Antonucci. In definitiva, una vetrina (pur se ribadisco che sono favorevole alla punizione di chi compie atti simili) si ripara, magari (anzi no, quasi sempre) il negoziante è assicurato, in caso  di sua distruzione, di danno, di effrazione e quant’altro, la vita umana, in specie se sacrificata scioccamente per obbedire a Nazione, Patria, Stato o come accidenti si chiami.  Il simbolo religioso, poi: una madonnina molto “kitsch”, senza neppure raggiungere il livello paradossale del kitsch conclamato, quello teorizzato da Gillo Dorfles, per es., per non dire del fatto che è tale solo per qualcuno (ci sono cattolici oltremodo scettici rispetto alla mariologia, per es.).

Eugen Galasso

Pubblicato il 25 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Paul Féval – Eugen Galasso



Come sempre, le sciocchezze a proposito di “follia” non mancano mai, anzi. A fianco di chi cerca, legittimamente, di delegittimare il pregiudizio per cui si vuole che la malattia mentale esista, c’è chi invece rimane ancora all’ “old shit” (vecchia cacca, l’espressione è di Marx). Così per esempio il direttore del TG 4 Emilio Fede, il giorno 27.06.20111, quando ha intravisto il solito disturbatore dei TG (non ricordo il nome, ma non ha molta importanza) dietro la giornalista che riferiva sulla manovra economica, allora in fieri, ha inveito, lui in genere “controllato”, sbraitando e sostenendo che “I matti vanno in manicomio!”.  A parte che non vogliamo “matti”, creazione socio-culturale, rimane il fatto che i manicomi, caro Fede, almeno teoricamente non ci sono più e in pratica vogliamo levarli tutti.  Ma anche a livello “alto”, commentando il romanzo dell’Ottocento “La ville-vampire” (La citta-vampiro) di Paul Féval, Ornella Volta e Valerio Riva, scrivono che”invecchiando, Paul Féval provò l’inopinato bisogno di una conversione religiosa e si mise in testa di levare dalle sue opere ogni dettaglio che avrebbe contraddetto  il suo nuovo fervore spirituale. L’impresa, come anche, contemporaneamente, alcuni infortuni  finanziari, lo condussero alla follia” (“Histoires des Vampires”, Paris, R. Laffont, 1961, p.310). Non voglio entrare in polemica con i curatori, di cui Valerio Riva è scomparso nel 2004, come apprendo da internet, ma sottolineare il fatto che  parlare di “follia” per un comportamento e atteggiamento diverso , “inopinato”, appare assurdo. Legittimo parlare  criticamente di “conversione”, anche se poi su ciò si hanno molte polemiche: la conversione porta alla “follia”? Il non credente Jung credeva il contrario, per fare solo un esempio, ma poi, che cosa s’intende per “follia”?  Qualcosa di diverso, di “inopinato”? Allora è l’irruzione del “Perturbante” e quindi dovremmo salutare ciò che si definisce come tale, che ci toglie dal consueto, dall’ovvio. Quanto poi alla volontà degli scrittori, grandi e minori, di cambiare le proprie opere quando arrivano alla fine o quasi, ciò è mal comune: almeno da Virgilio in poi, di cui si dice che volesse bruciare le proprie opere a Kafka, che voleva distruggerle (le salvò l’amico e curatore delle opere, Max Brod, come lui Ebreo e Cèco), qualcosa di simile si sviluppa, in letteratura e non solo. Una “metànoia” (non solo=”conversione”, ma anche “mutamento radicale di atteggiamento”, che può sconcertare chi, in modo almeno “dozzinale”, scomoda “follia” et similia.   Del resto, senza voler entrare troppo in merito, il romanzo di Féval è, se non un capolavoro (direi decisamente di no), un’opera di  grande intelligenza, che satireggia il genere “vampiresco”-fantastico (di mira è la scrittrice Ann Radcliffe, di cui si citano “I Misteri di Rudolpho”, ma si arriva anche a metterla in scena…), de-costruendolo e ri-costruendolo… Gioco a scatole cinesi, fantasie molto francese , con tante variazioni sul tema… Opera d’intelligenza, non certo di f…(follia?… “Dettagliare, prego!”, vien da dire). I Francesi che si burlano dello scomodo vicino/rivale inglese: da Jeanne d’Arc in poi, anzi da quando i Normanni non riuscirono a imporre il francese come lingua nazionale in Great Britain. Tutto nei clichés e nei parametri, come anche l’opposizione Inglesi/Irlandesi (che purtroppo nel tempo ha fatto scorrere tanto sangue), come altro ancora, le divagazioni su Italia, Olandesi etc.    Un libro, eventualmente, da rileggere, dunque, non da buttare e stigmatizzare; che poi Féval si sia “stufato” di un genere, che abbia voluto canalizzarsi su altro, va bene, ma…  

Eugen Galasso

Pubblicato il 24 ottobre, 2011
Categoria: Testi

“Sono un ribelle, mamma!”(Freak/Roberto Antoni/Skiantos) – Quadafi “Gheddafi” – Eugen Galasso



 
Quando sento e vedo sciocchezze brutali e brutalità idiote come quelle del presunto assassino(ma dell’assassinio) di Quadafi (forma più corretta di traslitterazione della fin troppo invalsa Gheddafi), la reazione è dura, durissima. Ri-auspico Jean Genet e L.F.Céline, che non sono politicamente corretti, al caso (?) piacendo. Sia stato uno sciocco ragazzotto (quasi a dar ragione a Quadafi, quando parlava di “ratti”) oppure la NATO, mandante con qualche sicario prezzolato(lo stesso ragazzotto? Forse, forse no), il fatto è vomitevole, a dimostrazione ancora una volta di un declino dell’Occidente e delle sue false democrazie (borghesi? Sì, ma non hanno la dignità neppure di essere ciò). E’ che Quadafi, tra luci (sì, anche quelle) e ombre (certo non poche) getta ombra sulle pseudodemocrazie, sui loro inganni, sul loro vergognoso culto del’ “Occidente cristiano”, dove il cristianesimo= cattolicesimo del’ inquisizione, quello che Ratzinger (io dico Natzinger) restaurerebbe subito, se potesse… mentre l’Occidente, concetto anche geograficamente decisamente vago, è quello di Novalis (ahi noi Novalis-Friedrich von Hardenberg, che cavolata hai inventato, tu uno dei pochissimi romantici tedeschi a credere alla Madonna, perché ti ricordava la tua amata! Non è, comunque, colpa tua, se dopo hanno creato questi aborti…). L’Occidente cristiano è quello di Francisco Franco y Bahamonde, di Augusto Pinochet, di Viola e Videla, dei colonnelli greci (troppo orientali? No, non in quel caso), sempre che questo mito infausto esista; ma esiste, rinascendo dalle ceneri quale Araba Fenice. Nella nuova Libya ci saranno più fanatici islamici, meno tirannelli con tanto colore, come Muàmnar Abu Al Quadafi. E, per scandalizzare ancora di più (mai stato politically correct, né mai vorrei esserlo) dirò che per me, in quel tipo di realtà, Libya, divisa non solo tra Cirenaica e Tripolitania, ma tra Arabi, Beduini (lo era anche il Colonnello), Quadafi non era un vero “dittatore”, anche perché di democrazia non credo si avverta molto il bisogno, in una realtà quale quella… Il pastore/uomo del deserto Quadafi, spiegavano alcuni antropologi culturali, tra cui il compianto Gavino Musio, era il contrario del contadino: lui sfidava natura e uomini, il contadino invece aspetta il bene della Natura, magari delle Provvidenza… Due modelli socio-culturali diversi, anzi meglio: opposti.  A chi cantava le “magnifiche sorti e progressive” ho sempre replicato, con cortese maleducazione (ossimoro schizo? Forse, va bene così) che forse si sarebbe attuato il detto: “Pèso el tacòn che l’buso” (Peggio la toppa del buco). E, se l’albero si vede dai frutti (Vangeli, non encicliche papali-papiste) iniziamo proprio molto male… Se qualcuno mi dà del “pazzo”, per questo testo, mi va benissimo.   
 
Eugen Galasso

Pubblicato il 21 ottobre, 2011
Categoria: Testi

L’ impegno a incasellare- Fritz Leiber – Eugen Galasso



Fritz Leiber, scrittore USA del fantastico e non solo, scomparso nel 1992,  studioso di Shakespeare (era figlio di due attori shakespeariani, tra l’altro),  è esempio di intelligente ironia, di cultura, sorta di pendant di Isaac Asimov e  non a caso in “The Spider”(1962), racconto intelligente e “non facile” (che cosa lo è, però?) si burla di uno psichiatra (dove negli States il ruolo dello psichiatra tende spesso a inglobare anche quello dello psicoanalista…) che, per spiegare la presenza di un ragno nelle “fantasie” di un suo “paziente” occasionale (paziente ne era stata la moglie, un tempo), tira fuori la teoria del “mandala” compensatore, per cui il ragno sarebbe un “Mandala” pronto ad emergere quando la persona è in crisi, sorta di salva-vita, di valvola di compensazione, ma poi si spaventa quanto il ragno c’è davvero e gli capita sottomano…Peccato che poi, però, in un saggio intelligente come quello sui “Mostri” (Monster and Monster Lovers, 1962, quindi coevo al racconto anzidetto) riferendo di come, in tempo di guerra e di calamità la paura reale schiacci quella surrogatoria, per cui le “brame di mostri” si riducono, venga poi invece a dire: “Gli psichiatri che si trovavano in Europa durante il terrore nazista osservarono che le nevrosi erano praticamente scomparse, benché le psicosi infuriassero come sempre” (in trad. italiana, in “Spazio, tempo e mistero”, Milano, Mondadori, 1987, p.33. , mentre in op. cit., pp.18-21 si trova la tradz. del racconto di cui si diceva sopra). Partizione di comodo, come senz’altro Leiber sapeva, magari non ammettendolo “ad extra”, fatta ad usum delphini o meglio di psichiatri impegnati a incasellare. Ma allora, sapendo che si tratta, perché perpetuare una partizione che serve solo a perpetuare (o eternare?) la volontà classificatoria di chi ha bisogno di nosografie per inquadrare, ma poi anche punire ”disturbi”, anzi “malattie” (dicono gli psichiatri) e persone…  ?    

Eugen Galasso

Pubblicato il 21 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Disegno onirico del 15/16 ottobre – Restituzione -Eugen Galasso



Ulteriore proposta di disegno onirico,  con persone già esperte, perché avevano già frequentato tale tecnica, che vorrebbe essere anche altro. L’espressione grafica della creatività, spesso tabuizzata o troppo canalizzata a scuola, all’università, con distinzioni troppo nette di tipo critico-valutativo, per cui se ti rivolgi a certe forme espressive rischi l’ukase (“quella non è arte”etc.), risponde in realtà a un bisogno fondamentale, che risale agli stadi precorticali del nostro cervello, ossia alle esigenze meramente emotive, sentimentali e passionali, ma poi coinvolge anche l’area dell’inconscio, meglio di ciò che per comodità definiamo ancora come tale, della creatività, della “fantasia”, di tutte le connessioni che si muovono oltre ed extra quanto definiamo ”logica deduttiva”. Peraltro oggi sappiamo che anche le partizioni troppo rigide (emisfero destro del cervello=creatività, emisfero sinistro=logica deduttiva) sono da rivedere, comunque non valgono più in modo apodittico, come la “rivoluzione”gardneriana sui tipi di intelligenza e la concezione di Goleman sull’intelligenza emotiva ribaltano molte false certezze acquisite, come anche altro. Schemi troppo fallaci, dicotomie accettate spesso per mera comodità vengono senz’altro rimesse in discussione e le scoperte dei prossimi anni e decenni porteranno ad ulteriori “rivoluzioni” (nell’accezione letterale, quella copernicana, della “revolutio” ), dove bisogna aggiungere che l’ambito  delle neuroscienze, oltre ad essere revedibile e modificabile in ogni momento, si ferma ad un livello: il cervello non è=mente, la mente non è tout court= pensiero, come anche nella concezione anti-meccanicistica di Giorgio Antonucci.   Tornando però al contesto che si è creato, la possibilità di essenzializzare l’attività relativa al disegno e la riflessione, legata all’interpretazione dei disegni, ha consentito  di lavorare con maggiore consapevolezza, accentuando lo scambio di giudizi sulla sinergia colore-forma che dà luogo alla produzione grafica. Non è venuto mai meno il divertimento(nell’accezione letterale, ancora una volta, cioè il di-strarsi rispetto alle attività consuete, di impronta o meramente esecutiva o logico-deduttiva), il piacere di confrontarsi, di stare assieme con e per un obiettivo comune. Gli incontri successivi, che speriamo si svolgano  ancora con regolarità almeno relativa, produrranno, speriamo, sempre nella condivisione, ulteriori scambi di opinioni, dove l’immissione di nuovi partecipanti, prontamente aiutati da chi ha già dimestichezza con il metodo e la prassi, favorirà altro e altro ancora…   Nel frattempo, ancora ringraziando chi ha “sacrificato un week-end” (vedo diversamente le cose, ma anche questa è una lettura possibile), invitiamo a intervenire anche via e-mail con domande, prese di posizione, richiesta etc.

Eugen Galasso

Pubblicato il 21 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Lutero e lo stigma del “pazzo” – Eugen Galasso



Lutero, alla Wartburg, dove Ferdinand III di Sassonia lo proteggeva dall’arroganza cattolica espressa nel potere temporale di Don Carlos (Carlo V°), tradusse la Bibbia, tra il 1522 e il 1537, dai testi greci e non dalla “Vulgata” latina di Girolamo. Si dice (sarà anche leggenda, ma è avallata da (Heinrich) Harry Heine, tra i tanti, poeta ebreo-tedesco dell’Ottocento e grande studioso di queste cose), sentendosi osservato-perseguitato dal demonio. Vero/non vero (senz’altro non vero, per chi scrive, ma prescindiamo dall’affermazione singola), il fatto è che Lutero non si sentiva all’altezza del compito eppure svolse una traduzione splendida, poeticamente e linguisticamente (esempio di tedesco moderno eccelso) indiscutibile, pur se, certo, la filologia biblica moderna nel 1500 non era nota… Eppure,  oggi, non allora, per alcuni/e persone, Lutero sarebbe un folle o addirittura, togliendoli l’alibi culturale, un volgare “pazzo”.  Un aneddoto – diciamo così, provvisoriamente, sul quale conviene meditare…

Eugen Galasso

Pubblicato il 20 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Malatesta e la “follia pericolosa” – Eugen Galasso

Peccato che Errico Malatesta, pensatore e agitatore anarchico di indubbio spessore, pur se “discutibile” (cioè da discutere, come peraltro chiunque) fosse favorevole, comunque tutt’altro che contrario ai manicomi. Curioso, per chi non voleva in alcun modo le prigioni, ma…  Lo sapevo, avevo letto alcuni brani nei quali ciò veniva teorizzato, ma ora ritrovo un passo inequivocabile; anzi meglio, l’avevo trovato leggendo e poi recensendo il primo volune delle opere complete (a cura di Davide Turcato, saggio introduttivo di Davide Turcato, MIlano-Ragusa, Zero in condotta-La Fiaccola, 2011). a p.71, ne “L’Agitatore Socialista Anarchico” del 25 aprile 1897, Malatesta scrive: Così, per esempio, potrebbe, non lo neghiamo, esservi un vantaggio tecnico ad avere un corpo di specialisti incaricato di diagnosticare la follia pericolosa (?) e di portare i matti al manicomio; ma, che volete? noi abbiam paura che quei signori dottori e infermieri giudicherebbeto matti tutti quelli che non pensano come loro. Lombroso (che considerava matti comunque gli anarchici tutti. e..g.), che ci rinchiuderebbe tutti, Merlino compreso!”. Il testo prosegue con alcune considerazioni sulla polizia, ma il fulcro della cosa è detto: come si vede, dubbi Malatesta ne ha, relativizza il giudizio, ma rimane l’incipit del ragionamento, la considerazione sulla “follia pericolosa” etc. Certo, non si vede perché chi fa della sua bandiera la libertà voglia condannare (questo è il manicomio, questo è il TSO) chi pensa diversamente o chi si comporta in modo considerato “strano”.

Eugen Galasso

Pubblicato il 20 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo