Intervista a Giorgio Antonucci – Antipsichiatria – Clarissa Brigidi – IV Parte


La solitudine della persona internata in manicomio è senza paragoni. “Non è solo celle, spioncini e cortili. E nemmeno soltanto psicofarmaci e elettroshock. È’ invece isolamento assoluto di chi, al contrario di tutti gli altri internati di carcere o di lager, è considerato, sia pure arbitrariamente, senza pensiero, o, che è lo stesso, privo di un pensiero razionale o, come si dice, con un pensiero malato”. Giorgio Antonucci

“Fatto sta che all’ospedale di Imola, ci sono dei reparti chiusi dove i ricoverati girano in tondo con tranquilla disperazione e dei reparti aperti (una minoranza) dove uomini e donne che sono stati legati a letti per anni e considerati irrecuperabili ora girano pacifici, liberi di entrare e uscire. Hanno smesso di essere violenti e irresponsabili nel momento in cui si è smesso di trattarli con violenza, come degli irresponsabili”. Dacia Maraini, Paese sera,6/7/1980

C. B.: La popolazione di Imola, invece, come ha reagito?
G. A.: Molti cittadini di Imola non furono d’accordo con quello che stavo facendo nel manicomio della loro città. Via, via, si sono abituati perché videro che, anche se le persone andavano in giro fuori dal manicomio, nelle loro vite non cambiava assolutamente niente. La mia intenzione, però, era anche quella di portare la popolazione esterna all’interno del manicomio. Per questo ho fatto molta fatica, tanto che ho organizzato a volte concerti con pianisti, violoncellisti, violinisti, e chiamai perfino Baccini, un cantante italiano. Volevo attirare le persone di Imola e facevo queste iniziative in reparto per tutta la città. Ma era certamente più facile lasciare uscire le persone fuori dal manicomio che vedere le persone della città venire dentro il reparto. All’autogestito “Lolli”, sempre ad Imola, venne addirittura un corpo di danza del Giappone che stava facendo spettacoli in Europa, ma in Italia fece l’unica data all’autogestito. Io cercavo di stare il più possibile in contatto con artisti per trovare sempre nuove occasioni da portare all’interno del manicomio perché mi interessava che gli internati avessero la vita che avevano tutti gli altri. Per esempio, andare con loro dal Papa significava che le persone rifiutate da tutti venivano ricevute perfino dal Pontefice che non riceve proprio chiunque. Oppure andare al Parlamento Europeo significava esprimere il fatto che gli internati sono cittadini, con i loro diritti civili e politici. Tutti i viaggi che abbiamo fatto sono stati un modo per restituire alla vita civile persone per le quali qualcuno aveva deciso che alla vita civile non avrebbero partecipato mai più.( Foto di Massimo Golfieri dei reparti di Giorgio Antonucci)
C. B.: Lei sostiene che la malattia mentale non esiste in quanto non si tratta di una malattia fisica e perciò distingue le malattie organiche dai problemi psicologici. Vuole aggiungere qualcosa a questo proposito.
G. A.: Potrei dire una cosa molto semplice, di cui parla anche Szasz, e cioè che il concetto medico di malattia ha un contenuto preciso. Per esempio, supponiamo che tu vada da un medico e dica di avere il diabete. Da un altro medico affermerai invece di non avere il diabete. Cosa succede? Vengono fatti degli esami che serviranno a diagnosticare o meno il tuo diabete e cioè attraverso questi esami risulterà, in maniera oggettiva, se tu sarai affetta o meno da questa patologia. Qualunque malattia, che sia del fegato o del cervello, ha dei riferimenti oggettivi. Se un individuo ha il morbo di Alzheimer attraverso l’esame delle cellule cerebrali, si vede che queste stanno degenerando. Una malattia ha un riferimento biologico preciso: nel caso della psichiatria si tratta di interpretazioni di comportamenti. Comportarsi “bene” o “male” non è un problema medico, ma un problema etico: dire che una persona che si comporta bene è sana e che quella che si comporta male è malata non ha senso. Il cervello, essendo un organo, può ammalarsi: è la neurologia a occuparsi di queste patologie e non la psichiatria. Szasz dice che una indagine scientifica o una teoria scientifica non può rivolgersi su entità non materiali come amore o odio, angelo e diavolo, spirito e mente. Questo non significa affermare che queste cose non esistono. Esistono ma non fanno parte del mondo materiale, dello studio dei fatti e quindi della scienza. Eppure eminenti medici, scienziati, pubblicazioni prestigiose, quando si riferiscono al concetto di malattia, di regola ignorano, trascurano, e oscurano il fatto che usiamo il concetto di malattia sia come termine scientifico neutro, senza implicazioni di valore per descrivere e spiegare aspetti del mondo materiale, sia come termine etico, carico di valore, per identificare, scusare, condannare e giustificare aspirazioni, leggi e usanze umane, non materiali. Il fatto che l’omosessuale, il suicida, lo stupratore siano considerati malati non è affatto considerare le cose da un punto di vista scientifico. Non c’è nessun motivo per  considerare sani comportamenti buoni e malati comportamenti cattivi. Qui si entra nel campo dell’etica secondo la quale certe azioni sono accettabili e altre meno: siamo, però, su un altro piano da quello medico. Quando mi occupo di problemi psicologici non uso i termini di malattia e di cura, perché seguo un altro percorso; si ascolta una persona che racconta le vicende della propria vita e chiede un aiuto, un consiglio, o che semplicemente ha bisogno di raccontare tali vicende, perché il fatto stesso di comunicarle è un sollievo, un uscire dalla solitudine.
C. B: Lei ha lavorato tanto con le donne. Mi può dire se effettivamente le donne internate sono le testimoni “privilegiate” di come la psichiatria sia essenzialmente una pratica di conservazione dei costumi etici predominanti?
G. A.: Da un punto di vista storico si può fare riferimento alle vicende narrate da Freud sul suo maestro Charcot, che era il neurologo più famoso dell’epoca e dirigeva la Salpêtrière con cinquemila donne ricoverate. A lezione Charcot mostrava queste donne ai suoi studenti e affermava che erano state internate perché avevano delle lesioni nervose. Però lo stesso Charcot, con i suoi studenti preferiti, tra i quali c’era anche Freud, si incontrava fuori dall’università per continuare a discutere e a dialogare e in uno di questi incontri affermò che, secondo lui, il problema di quelle donne era legato alla questione sessuale. Egli disse che la maggior parte di donne internate erano vittime dei pregiudizi sessuali: Freud in seguito ha fondato la psicanalisi su questo discorso e ad un certo punto, arrivò ad affermare esplicitamente che aveva smesso di fare il neurologo quando si occupava di problemi psicologici, ed aveva incominciato a fare il biografo. Nel 1858, il patologo tedesco Rudolf Virchow pubblicò la sua tesi intorno alla patologia cellulare basata sull’istologia fisiologica e patologica. Da allora, la lesione nel corpo, identificabile oggettivamente con l’osservazione o la misurazione anatomica, fisiologica o di natura fisiochimica, fu la misura scientifica standard. La medicina stabilisce se un individuo abbia o meno una lesione e se questa provoca nell’organismo degli squilibri fisici. La psichiatria, al contrario, non trova delle lesioni in un organismo, ma tratta dei comportamenti non accettati moralmente come se fossero delle patologie. Ma è evidente, per esempio, che l’omosessualità non ha nulla a che vedere con la malattia: è una scelta che fino a non troppo tempo fa (e forse da alcuni ancora oggi) non veniva accettata; era moralmente sbagliato avere gusti sessuali differenti da ciò che stabiliva la norma sociale dominante. Nella società vittoriana, per esempio, faceva comodo scomunicare le donne che provavano piacere perché era la coppia procreatrice a rappresentare il modello dell’unica sessualità possibile. Per concludere, una studiosa di Roma fece tempo fa uno studio che rivelò che le donne sono vittime della psichiatria prevalentemente per problemi sessuali e gli uomini per problemi di lavoro.

I Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2008/08/05/intervista-a-giorgio-antonucci-su-lantipsichiatria-tesi-di-laurea-di-clarissa-brigidi-in-filosofia-della-storia/

II Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iiparte/

III Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iii-parte/

Pubblicato il: 28 novembre, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo