Archivio della Categoria: ‘Notizie’

Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) e Taser versus libertà – Maria D’Oronzo









Rare volte, rarissime, la Corte di Cassazione si è pronunciata contro gli psichiatri e il loro operato. La sentenza più significativa è arrivata il 20 giugno 2018, sentenza n° 50497, che riguarda la morte di Francesco Mastrogiovanni, anarchico, insegnante, morto in Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) il 4 agosto 2009.
La Cassazione afferma che: “la contenzione dev’essere redatta chiaramente con puntualità e diligenza, nel rispetto della buona pratica clinica, oltre ogni dato obiettivo relativo al decorso della patologia, tutte le attività diagnostico terapeutico ed assistenziali praticate”.
Chi non si attiene a queste regole commette reato di sequestro di persona.
Sono stati condannati 6 medici e 11 infermieri, quest’ultimi hanno l’obbligo di “proteggere” il paziente e di “attivarsi per far cessare la coercizione” e di segnalare all’autorità competente i maltrattamenti o privazione della libertà personale.
Sono stata informata da Sabatino Catapano, la stessa mattina del 29 luglio 2009 della cattura di Francesco Mastrogiovanni. Dopo poche ore ero in contatto telefonico con gli amici di famiglia Mastrogiovanni, Peppe Tarallo e Giuseppe Galzerano.
Sono partita da Bologna per raggiungere il Cilento, durante gli anni della durata del processo, varie volte.
Diverse sono state le associazioni che si sono attivate insieme a Sabatino e alla ospitale famiglia di Mastrogiovanni in questa triste storia.
Una storia triste, non solo perché un uomo è morto in un luogo deputato alla cura come appunto dovrebbe essere inteso un reparto d’ospedale, ma anche perché il nostro ordinamento riconosce il sequestro di persona, in una pratica di T.S.O, solo nel caso la contenzione non sia annotata in cartella clinica, mentre, invece, non viene riconosciuta la necessità di introdurre nell’ordinamento penale italiano, il reato di tortura come conseguenza logica del T.S.O. 
La convergenza fra l’atto sanitario e l’obbligatorietà dello stesso ha permesso, contemporaneamente, il pronunciamento della Cassazione che stabilisce la contenzione sotto stretti parametri e l’uso della pistola elettrica Taser nei reparti psichiatrici “sulla base dei fatti oggettivamente riscontrati”.

Giorgio Antonucci, che anche a Gorizia, nel gruppo scelto da Basaglia, ha dimostrato che i problemi psicologici non devono essere trattati dalla medicina, ha sostenuto, concretamente, che i ricoveri coatti non sono trattamenti sanitari e che l’elettrochoc è puro esercizio di violenza, e ancora la relazione deve essere paritaria e il rispetto reciproco, nella sua 40ennale pratica in ambito psichiatrico ha liberato centinaia di pazienti psichiatrici considerati, dagli altri, irrecuperabili, restituendoli alla pienezza della vita psico-sociale.

Pubblicato il 15 giugno, 2019
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane di Bologna. Al lavoro di Giorgio Antonucci – VIDEO





Né psichiatria né antipsichiatria.
La lezione di Giorgio Antonucci e il Centro di Relazioni Umane di Bologna. L’immenso lavoro di Giorgio Antonucci non può essere descritto in pochi righi, ma il Centro di Relazioni Umane di Bologna vuole rinnovare con ogni mezzo e in ogni occasione l’unico medico al mondo che concretamente ha praticato la sola rivoluzione umana nel campo della sofferenza interiore. “Il manicomio è la base per il sostegno della violenza nella società, per questo deve sparire” Giorgio Antonucci.


https://www.youtube.com/watch?v=BYwQdRz0Xe8

Pubblicato il 2 giugno, 2019
Categoria: Notizie, Video

La critica alla psichiatria di Giorgio Antonucci – La registrazione





La registrazione dell’incontro del 10 maggio al Vag61 di Bologna.
Abbiamo voluto illustrare la pratica del Centro di relazioni umane di Bologna, parlare del lavoro di Giorgio Antonucci, su i temi della lotta alla psichiatria per l’eliminazione della coercizione e della disumanizzazione della persona


https://www.youtube.com/watch?v=2DMC1JDSTio&t=191s&fbclid=IwAR2VUvfb5rTBdjnkhqB-seKeLgJ5ySE3mfpLnJC5UzBN2ZeF_dD7LbDK57U


Organizza il Centro di relazioni umane di Bologna e il Centro ducumentazione dei movimenti “Lorusso-Giuliani”.
Massimo Golfieri: Racconto fotografico dei reparti di Giorgio Antonucci a Imola; 00:00
Maria Amato: La costruzione giuridica del malato di mente; 32:36
Maria D’Oronzo: l’esperienza all’Autogestito e la critica psichiatrica antonucciana; 51:04
Assad Marhaba: ‘Quale psicoterapia? ha senso di parlare di terapia per le difficoltà esistenziali?’01:10:36
Andrea Mele: ‘Testimonianza di un sopravvissuto psichiatrico’. 01:50:21

Riprese e montaggio a cura di Emanuela D’Antonio


Per approfondimenti sul lavoro di Massimo Golfieri : https://vimeo.com/58130458

Pubblicato il 20 maggio, 2019
Categoria: Eventi, Notizie

Conversacion entre Guillermo Vera y Massimo Paolini – Espacio e ideas – Prospectivas anomales



“La posición del manicomio en mi trabajo se inscribe en el análisis de los lugares de la ciudad y la búsqueda de los fundamentos que legitiman su existencia, llegando a la raíz, a las razones de su nacimiento, y cuestionando su legitimidad. El manicomio, así como otros lugares de aniquilación —el campo de concentración, argumento de mi último artículo, el matadero, tema de futuros artículos— permite entender la violencia de nuestra época: invisible, disfrazada, anestesiada.”





“GV: . ¿Cuál es el contexto que elimina hoy en día la psiquiatría? ¿Qué interés hay en eliminar el contexto?”
“…El conocimiento es la mano que agarra la máscara, que aparta la cortina. Por eso considero importante el trabajo de Antonucci, así como el de Ivan Illich, otro humanista radical. Hasta que no se alcance un cambio profundo en la educación —que no significa reformar la escuela— no sólo no se podrá arrancar las máscaras del poder, sino que ni se podrá verlas. Eliminar la psiquiatría significa, como dice Antonucci, enfrentarse a la verdad.”

…”GV: Apuntas también que . ¿De qué manera? ¿Nos afecta a todas y a todos por igual? ¿Cómo influye la clase social?”
…MP: El manicomio no es un edificio, es un criterio, como siempre repetía Antonucci. Hoy en día el manicomio ha cambiado de nombre, diluyéndose en otros espacios cuya naturaleza es exactamente la misma. El criterio sigue siendo el mismo, es decir la coerción bajo la forma de la hospitalización forzosa. En palabras de Antonucci, «hasta que no se elimine el juicio psiquiátrico, la realidad de la segregación seguirá desarrollándose dentro y fuera del manicomio».”


GV: ¿Ha habido continuación del pensamiento y la práctica no-psiquiátricos en la línea de Antonucci? ¿Qué es hoy el Centro di Relazioni Umane?

MP: Hasta donde yo sé la única continuación de la práctica no-psiquiátrica antonucciana es la de Maria Rosaria d’Oronzo, psicóloga y colaboradora de Antonucci, quien compartió con él los últimos años de la experiencia de los pabellones abiertos de dos hospitales psiquiátricos de Imola, que Antonucci había desmantelado en los años setenta. En 2005 Maria Rosaria d’Oronzo fundó en Bolonia —con la colaboración de Antonucci— el Centro di Relazioni Umane, cuyo nombre es un homenaje al pabellón del hospital civil de Cividale del Friuli, del que se habla en el libro, que Edelweiss Cotti creó en 1968 como alternativa a los internamientos en manicomio, cerrado por la policía por su carácter subversivo. El centro de Bolonia se ocupa de liberar a las personas de la psiquiatría. La finalidad del proyecto editorial es precisamente difundir el trabajo de Antonucci para que nuevas generaciones de otros países sigan su camino hacia la eliminación de la psiquiatría y la creación de una cultura nueva. ”


L’intervista completa
https://www.perspectivasanomalas.org/2019/05/14/conversacion-entre-guillermo-vera-y-massimo-paolini-%c2%b7-espacio-e-ideas/?fbclid=IwAR3KG03Ju3RcLsa4jIk4QFWd_GTJG6lqKzLSlR-vG52uoO1CVow_baP6y8I

Pubblicato il 14 maggio, 2019
Categoria: Notizie

La critica alla psichiatria di Giorgio Antonucci – Incontro al Vag61, Bologna





Organizza: il Centro di Relazioni Umane di Bologna e il Centro di Documentazione dei movimenti “Lorusso-Giuliani” ed il Vag61
venerdì 10/5 dalle ore 18 c/o il Centro Sociale Vag61 via Paolo Fabbri 110, zona San Donato, Bologna
Un approfondimento su la critica psichiatrica di Giorgio Antonucci
 

La parola a Giorgio Antonucci:
proiezione del docufilm, di Laura Mileto e Alberto Cavallini, Rai Storia, “Se mi ascolti e mi credi. Giorgio Antonucci, un medico senza camice “ sulla vita lavorativa del dottor Antonucci, scomparso a novembre 2017;

http://www.raistoria.rai.it/articoli/se-mi-ascolti-mi-credi/38025/default.aspx

 

interverranno:
Massimo Golfieri, fotografo e collaboratore di Antonucci, con un racconto fotografico della pratica di Antonucci negli ospedali psichiatrici di Imola
Sadi Marhaba, docente universitario di Psicologia: “ Quale psicoterapia? ha senso parlare di terapia per le le difficolta’ esistenziali ? ”
Maria Amato, magistrato: “ La costruzione, dal punto di vista della giurisprudenza, della figura del malato di mente “
Valerio Monteventi che con il periodico “ Mongolfiera “ per anni ha seguito il lavoro e le difficolta’ nell’attuarlo, a causa anche della resistenza delle istituzioni,  del dottore
Maria D’Oronzo, psicologa, collaraboratrice di Antonucci dai primi anni ’90; fondatrice del Centro di Relazioni Umane di Bologna
Andrea Mele, utente della psichiatria liberato da Antonucci e D’Oronzo
 

 
Durante la serata sara’ possibile cenare al Vag61.
 

Per conoscere l’opera del dott. Giorgio Antonucci:  
http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/ 
https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Antonucci

www.giorgioantonucci.org




Pubblicato il 8 maggio, 2019
Categoria: Notizie

Ricordo di Gino Stefani






Gino Stefani e Stefania Guerra Lisi hanno fondato il metodo Globalità dei Linguaggi in MusicArTerapia, di cui Giorgio Antonucci era orgoglioso di far parte del comitato scientifico. Giorgio Antonucci ha dato testimonianza a Stefania Guerra Lisi e al metodo Globalità dei Linguaggi con il “Premio Giorgio Antonucci, per i difensori dei diritti umani”.


Ciao Gino





Anni fa ebbi l’opportunità di incontrarlo, purtroppo non di conoscerlo, durante la festa conclusiva del master di MusicArTerapia a Roma, specializzazione conseguita da mia figlia. Nel suo corso lui insisteva su due figure preminenti del novecento musicale: Luciano Berio, di cui fu amico per tutta la vita, e John Coltrane. Fatto questo che lo portava con curiosità e simpatia ad indagare sul motivo (religioso o musicale ?) del nome (Naima) di mia figlia.


Oggi solo Il Giornale della Musica lo ricorda con le parole di Jacopo Tomatis:

Era entrato in coma qualche giorno fa, Gino Stefani, ed è morto ieri (7 aprile) a 89 anni, a Roma.


Musicista (era diplomato in composizione, polifonia vocale e clarinetto) e musicologo, semiologo della musica e tra i fondatori della disciplina in Italia, Stefani è stato un protagonista – spesso in disparte – del secondo Novecento musicale italiano; un modello di intellettuale civile, impegnato ma allo stesso tempo lontano dal “mainstream” politico (e, in fondo, anche musicologico).


Nato nel 1929, dopo la guerra Stefani comincia presto a suonare il clarinetto in numerosi complessi, e nel 1948 è a fianco di Giorgio Gaslini, con cui incide alcuni dischi pionieristici per gli sviluppi del jazz italiano. Negli anni successivi diventa anche autore di canzoni (per esempio per Nicola Arigliano e Joe Sentieri).


Nel 1977 Stefani entra al DAMS di Bologna, dove rimane fino al 2001. La sua disciplina è la semiologia della musica, che lui stesso contribuisce ad affermare, soprattutto in Italia. Il suo modello della «competenza musicale», delineato nei primi anni ottanta, rimane ancora oggi grandemente efficace e influente, e contribuisce a fare di Stefani anche uno dei pionieri dei popular music studies in Italia.


Si dedica in seguito anche alla musicoterapia, e dal 2002 è Roma, dove coordina il Master in MusicArTerapia a Tor Vergata, collaborando soprattutto con Stefania Guerra Lisi (sua compagna).


Il suo magistero – per i molti suoi allievi – rimane un modello di impegno civile e apertura mentale, per la comprensione del mondo in cui viviamo, attraverso il suono.


Link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Stefani


https://www.giornaledellamusica.it/news/addio-gino-stefani


https://traccedijazz.com/2019/04/08/ciao-gino/?fbclid=IwAR0KRl0JNfvINGbM2KbBcpMj1M2gDzSHJDaPl5wKj4XQF-fW_8FxrKjAfh8

Pubblicato il 12 aprile, 2019
Categoria: Notizie

Dacia Maraini – “La grande festa” – racconta l’incontro e il lavoro di Giorgio Antonucci




…Sono corsa all’ospedale psichiatrico e l’ho trovata lì, legata mani e piedi, su un lettuccio di ferro. Tremava, aveva gli occhi spenti e mi guardava senza riconoscermi.
“Che t’hanno fatto?”
Ma non rispondeva.
Sono andata alla direzione. Ho contrattato la sua uscita. Se mi prendevo tutte le responsabilità, si poteva fare. Ho firmato.
“Ma ancora per tre giorni deve rimanere in osservazione”.
Per tre giorni sono andata a trovarla mattina e sera. Riprendeva a mangiare, anche se assomigliava più a uno zombi che a una persona. Doveva nutrirsi con le posate di plastica perché non si fidavano.
“Dobbiamo cautelarci, potrebbe ritentare il suicidio.” Capivo che era il metodo peggiore, ma non potevo mettermi contro l’ospedale intero.

Anni dopo avrei trascorso ore e ore all’ospedale di salute mentale di Imola, dove ero andata per seguire il lavoro di uno psichiatra fiorentino durante una inchiesta sugli ospedali italiani. In quell’occasione ho conosciuto Giorgio Antonucci, un uomo coraggioso che ha slegato i “matti” considerati irrecuperabili e li ha riportati alla vita comunitaria.
Succedeva ai tempi in cui Basaglia, cominciava a preparare la sua proposta di legge, quando ancora i manicomi erano delle pregioni, con sbarre di ferro alle finestre, e chiavistelli a tutte le porte.
Nel manicomio di Imola c’era un reparto di cosiddetti “irrecurapibili” tenuti nudi legati ai letti. Quando un infermiere si avvicinava, loro sputavano, mordevano, a qualsiasi ora se la facevano addosso e per questo stavano incatenati a quei letti con un buco nel materasso e un secchio che raccoglieva le loro feci e l’orina. Rifiutavano di mangiare e per fare loro ingollare un poco di cibo spesso gli infermieri erano costretti ad aprire i denti con un arnese di ferro che li spezzava. Tutti temevano “i pazzi furiosi” e non li lasciavano mai liberi perchè “se li slacci ti sbranano, sono inferociti”.
“Per forza!” diceva Antonucci serafico “sono arrabbiati per il trattamento che subiscono, e hanno tutte le ragioni”.


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Pubblicato il 26 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi, Testimonianze

Elettrochoc: Antonucci “Stop alle costrizioni” – Cassano “Non è uno strumento di tortura”


Elettrochoc: dibattito: Giorgio Antonucci, contrario – Gian Battista Cassano, favorevole.


Quotidiano “La Nazione”, “Il resto del Carlino”, “Il Giorno”.
Domenica 24 febbraio 2008









Pubblicato il 16 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi

Elettrochoc – Dibattito nel Regno Unito -Traduzione di Erveda Sansi

Traduzione Erveda Sansi

Ecco la registrazione del dibattito: Radio (MIA)

tratto da: https://www.madintheuk.com/

in relazione a: – Il ritorno oscuro dell’elettroshock
Il manifesto





Questa settimana su Radio MIA rivolgiamo la nostra attenzione alla Terapia Elettroconvulsivante (TEC) o Electroshock, nome con cui è conosciuto negli Stati Uniti. Mercoledì 19 settembre [2018], questo intervento toccante e controverso è stato discusso durante il 57° dibattito dedicato a Henry Maudsley, tenutosi al Kings College di Londra.


E’ stata proposta la mozione: “Questa Assemblea crede che la TEC non abbia posto nella medicina moderna”.


A sostenere la mozione c’erano il Professor John Read, che ha svolto diverse indagini scientifiche sulla letteratura che sostiene l’uso della TEC, e la Dottoressa Sue Cunliffe. La dottoressa Cunliffe era stata pediatra fino a quando lei stessa non fu sottoposta alla TEC. A questo seguì un deterioramento cognitivo, e quindi non riuscì più a lavorare. Ora promuove campagne affinché i rischi della TEC vengano resi più espliciti, e per affrontare direttamente la negazione professionale del danno che la TEC può causare. Contro la mozione si è espresso il Professor Declan McLoughlin e il Dr. Sameer Jauhar.


Sia John che Sue hanno avuto il tempo di parlare del dibattito e dei numerosi problemi relativi alla TEC.


Il Professor Read ha gentilmente condiviso le sue note di dibattito, che di seguito forniamo:


“Ringrazio l’Istituto per averci riuniti tutti qui.

Ricordiamoci innanzitutto che la storia è disseminata da procedure in cui si credeva con la stessa fermezza con cui alcuni psichiatri credono, oggi, nelle scariche elettriche fatte passare nel cervello delle persone con che causano attacchi epilettici, ma che risultarono inefficaci o dannose. L’elenco comprende: sedie rotanti, bagni a sorpresa, far stare le persone in piedi accanto ai cannoni e, più recentemente, le lobotomie.


80 anni fa, nel 1938, Ugo Cerletti amministrò a Roma la prima TEC a un senzatetto. Dopo il prima scarica l’uomo urlò: “Basta, un altro mi ucciderà”.


La teoria di allora era che le persone con epilessia non avevano la schizofrenia, quindi la cura per la schizofrenia era causare l’epilessia. Quindi Cerletti era guidato dalla convinzione genuina che causare convulsioni con scariche elettriche nel cervello, potesse davvero aiutare le persone, con la genuina speranza, che alla fine avremmo potuto trovare un trattamento efficace.


Tuttavia la storia della TEC illustra, ancora una volta, cosa succede quando le nostre convinzioni e buone intenzioni non sono avvalorate dalla buona scienza.

La TEC si è rapidamente diffusa da Roma, attraverso l’Europa e l’America. Finalmente un trattamento efficace! Le persone a cui veniva somministrato venivano dimesse prima… dai medici che lo utilizzavano. Ma non c’erano studi da 13 anni, e in questo periodo tutti credevano che funzionasse, e la loro convinzione potrebbe essere stata molto utile per alcuni pazienti. Il primo studio sulla depressione (che divenne l’obiettivo principale per la TEC), nel 1951, evidenziò che quelli a cui era stato somministrata la TEC, stavano peggio che quelli che non l’avevano ricevuta. Non ha fatto la differenza.

Sono stato coautore di quattro revisioni della ricerca sulla TEC, l’ultima volta l’anno scorso. Esistono solo dieci studi sulla depressione, che confrontano la TEC con il placebo; il placebo nel senso che è stata data l’anestesia generale, ma non l’elettroshock. In cinque di questi dieci studi non sono state riscontrate differenze tra i due gruppi. Gli altri cinque hanno rilevato, rispetto al placebo, un temporaneo aumento dell’umore durante il periodo di trattamento, in circa un terzo dei pazienti. Uno di questi cinque studi ha messo in rilievo che questo miglioramento temporaneo era percepito solo dagli psichiatri, ma non dalle infermiere o dai pazienti.


La maggior parte delle recensioni e delle meta-analisi affermano, sulla base di questi miglioramenti temporanei in una minoranza di pazienti, che la “TEC È EFFICACE”

Ma nessuno di loro non ha mai identificato un singolo studio che ha riscontrato alcuna differenza tra la TEC e il placebo, dopo la fine del periodo di trattamento. Dopo 80 anni di ricerca non ci sono prove a supporto della convinzione che la TEC abbia benefici duraturi


Allo stesso modo, non ci sono studi di placebo per supportare un’altra credenza: che l’ECT previene il suicidio.


Non c’è niente di sbagliato in trattamenti la cui guarigione dipende da speranze e aspettative. Ma passare 150 volt attraverso le cellule cerebrali, concepite per una piccola frazione di un volt, provoca danni al cervello. In effetti, le autopsie hanno rapidamente portato a una nuova teoria su come funziona la TEC. In un articolo del 1941 intitolato “Terapie dannose per il cervello”, l’uomo che ha introdotto la TEC negli Stati Uniti, ha scritto “Forse i malati di mente possono pensare in modo più chiaro con meno cervello nell’effettivo funzionamento”.


Nel 1974 il capo della Neuropsicologia di Stanford scrisse: “Preferirei avere una piccola lobotomia piuttosto che una serie di ECT …. So come diventa il cervello dopo una serie di shock”.


Tutti quelli che ricevono la TEC incontrano alcune difficoltà nell’individuare nuovi ricordi e nel ricordare eventi passati. Ciò che viene contestato è il numero di disfunzioni della memoria a lungo termine o permanente, che potrebbero ragionevolmente essere chiamati danni cerebrali.

I risultati vanno da uno su otto, a poco più della metà. Una revisione degli studi che hanno effettivamente chiesto ai pazienti, condotta qui all’Istituto, ha rilevato una “perdita di memoria persistente o permanente” dal 29 al 55%”.


C’è anche un’altra convinzione, cioè che in passato la TEC causasse di solito danni cerebrali, ma ora non più. Ma uno studio recente ha messo in rilievo che in uno su otto vi fosse una perdita di memoria “marcata e persistente” … e ha anche riscontrato tassi molto più alti tra i due gruppi che lo ricevono più spesso, donne e anziani.

Lo stesso studio ha anche riscontrato che la perdita di memoria non era correlata alla gravità della depressione. Questo è importante, perché un’altra convinzione riguardo alla TEC è che la perdita di memoria sia causata dalla depressione, non dall’elettricità.


Le istituzioni psichiatriche nel Regno Unito e negli Stati Uniti sono convinti della loro dichiarazione che solo “uno su 10.000″ muore a causa della TEC, senza che abbiano prodotto un singolo studio per sostenere tale convinzione. Le nostre ricerche documentano studi su larga scala con tassi di mortalità compresi tra 1 su 1400 e 1 su 700, diverse volte superiori rispetto alle dichiarazioni ufficiali, che di solito-prevedibilmente- comporta l’insufficienza cardiovascolare.



La TEC in Inghilterra è diminuita, da 50.000 all’anno negli anni ’70 a circa 2.500. Il numero di psichiatri che ancora ci credono nonostante tutte le prove, sta diminuendo rapidamente.


Potrebbe essere comprensibile che gli psichiatri degli anni ’40 credessero che la TEC funzionasse e fosse sicura. Non conoscevano nulla di meglio.

Ma se la psichiatria vuole essere una disciplina basata sull’evidenza, per far parte della medicina moderna, deve riconoscere quello che, nonostante tutte le sue intenzioni onorevoli, ha ottenuto; come ad esempio la lobotomia, del tutto sbagliata.

Grazie.




Sue Cunliffe:
14 anni fa, 21 shock elettrici sono passati attraverso il mio cervello. Non posso usare la parola terapia perché hanno causato danni al mio cervello che hanno cambiato la mia vita.

Stasera, decidi tu: è un trattamento intrinsecamente pericoloso o una negligenza e una copertura istituzionalizzata?


La perdita di memoria è un danno cerebrale.


Il danno al cervello provoca una riduzione della capacità di una persona di funzionare.

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Pubblicato il 10 febbraio, 2019
Categoria: Notizie

I GIOVANI PRIME VITTIME DELLA PSICHIATRIA – di Piero Colacicchi – il Giorno della Memoria

Inviato a Elisabetta Armiato da Piero Colacicchi:
 


Io credo ( o, piuttosto: spero) che in un tempo futuro, ma forse non troppo lontano da oggi, verrà istituito il Giorno Mondiale della Memoria in commemorazione delle vittime della Psichiatria e, se ciò dovesse davvero accadere, la data giusta sarebbe il 23 di novembre.

Il Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto è stata indetta in ricordo del 27 gennaio 1945 quando le truppe russe entrarono ad Auschwitz e il mondo fu messo di fronte alle conseguenze del pensiero razzista. Il 23 novembre del 1971 avvenne la prima delle ‘Calate’, cioè la prima delle cinque visite popolari spontanee di controllo all’Ospedale Psichiatrico Statale San Lazzaro di Reggio Emilia. La visita era nata in seguito al lavoro svolto dal Dott. Giorgio Antonucci durante l’anno precedente nella provincia di Reggio per tenere in libertà coloro che erano in pericolo di ricovero obbligato in quell’ospedale. Parteciparono una sessantina di persone venute dai paesi della montagna reggiana ed alcune, io compreso, chiamate da Antonucci da altre città. Questa fu, per quanto ne so, la prima volta nella storia che un gruppo numeroso di cittadini sia entrato insieme, improvvisamente e senza preavviso, in un’istituzione chiusa come un ospedale psichiatrico con la dichiarata intenzione di vedere quello che veramente succedeva. Tutti i giornali locali ed alcuni tra quelli nazionali ne discussero per mesi. Ne parlarono anche all’estero. Ed è appunto perciò che il 23 novembre sarebbe la data giusta per ricordare gli orrori di cui è responsabile la psichiatria: la svalutazione totale e definitiva del pensiero di migliaia di persone e la lenta e metodica distruzione dei corpi.
Un resoconto di quella visita lo feci già anni fa nel capitolo che Antonucci mi chiese di scrivere per il suo libro “Critica al Giudizio Psichiatrico” edito da Sensibile alle Foglie nel 1993 (1), ma voglio qui riprendere la parte che descrive il momento in cui entrammo nel reparto ‘De Sanctis’, cioè nel reparto in cui erano rinchiusi le persone più giovani, tra cui anche bambini.
Eravamo passati da vari reparti per adulti, alcuni dei quali erano lì da venti, trenta e più anni, trovandoci di fronte a scene terribili come stanze con donne mezze nude legate ai letti e perfino alle inferriate delle finestre e uomini, coperti dei loro escrementi, messi in tutta fretta sotto violenti spruzzi d’acqua appena si era sparsa la voce che noi giravamo l’ospedale, ed avevamo i nervi a fior di pelle, ma non immagginavamo di poterci trovare di fronte a scene ancora più sconvolgenti.

Nel capitolo “Le calate di Reggio Emilia” del libro scrivevo:
Alla fine della mattinata ci dirigemmo verso l’edificio più lontano ed isolato, il reparto De Sanctis, dove vivevano rinchiusi i bambini.
Prima di entrare dovemmo sostenere un’animata discussione con le infermiere ed entrammo solo quando si furono assicurate che avevamo il consenso del direttore < consenso alla visita dell’Ospedale che era stato concesso di malavoglia, dopo molti tentativi di mandarci via con le buone, e soltanto perchè richiesto in modo sempre più pressante da gente determinata e convinta che il diniego nascondesse cose che nessuno doveva vedere >. Ancora un grande stanzone con panche lungo le pareti vuote, ma questa volte vedemmo ragazzi e bambini, alcuni dell’età di cinque o sei anni, di cui alcuni legati che piangevano e chiedevano di essere liberati. Ordinammo alle infermiere di scioglierli, ma loro si rifiutarono. Rimanemmo lì un pò di tempo e cercammo di parlare con i bambini, ma fu difficile, specialmente per l’atteggiamento chiuso e minaccioso delle infermiere che si intromettevano protestando ogni volta che si provava ad avvicinarsi.
Dopo un pò, mentre giravo per un corridoio, sentii qualcuno piangere disperatamente, ma non vidi nessuno. Mi sembrò che i lamenti provenissero da dietro una piccola porta metallica.

Pubblicato il 17 gennaio, 2019
Categoria: Notizie, Video

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo