Critica al giudizio psichiatrico – Presentazione per l’editore tedesco – di Giorgio Antonucci






Questo libro nasce, come gli altri che ho scritto, da concrete esperienze di lavoro, in rapporto con persone implicate in problemi che di regola vengono giudicati di pertinenza psichiatrica.
I primi anni come medico e psicanalista (avevo frequentato la scuola di Roberto Assagioli) ho lavorato a Firenze e nell’hinterland fiorentino con l’intento particolare di evitare in ogni caso l’intervento autoritario e l’internamento in manicomio o in altri istituti specializzati sia pubblici sia privati, tutti luoghi di distruzione.
Ho operato per evitare i ricoveri anche in situazioni di emergenza come l’alluvione del’66 a Firenze e i terremoti in Sicilia nel’68 e in Irpinia nell’80.
Anzi direi che il filo conduttore della mia attività e del mio pensiero si trovano fin dall’inizio nella radicale opposizione a qualunque internamento comunque motivato o giustificato.
Nei tempi fiorentini dal’63 al’67 ho molte storie in cui ho difeso con successo il diritto di vivere libere di molte persone coinvolte in crisi esistenziali con propositi e tentativi di suicidio.
La tesi del libro è che non vi sono uomini saggi e non saggi, ma esistono individui soggetti e protagonisti di scelte con molte diverse possibilità di esperienza.
Così di fatto il giudizio psichiatrico è del tutto convenzionale e arbitrario è privo di autentico significato conoscitivo, però è tragicamente dannoso come svalutazione sociale e demolizione psicologica di chi si trova costretto a subirlo, trovandosi non capito nelle sue esperienze e motivazioni, e inquadrato come un individuo di scarto.
Il libro si divide in due parti essenziali: una riguarda il mio lavoro e il pensiero critico che ne deriva e che lo sostiene, l’altra si riferisce alle iniziative culturali che gli sono sorte dintorno, in Italia in diverse città da Roma a Firenze a Bologna a Imola a Milano.
Il commento fotografico di Massimo Golfieri segue due linee complementari: da una parte si vedono le strutture carcerarie degli istituti psichiatrici; dall’altra si seguono le vicende della vita sociale e le solitudini della vita metropolitana da cui gli psichiatri, al servizio dell’ordine apparente, selezionano e prelevano le vittime.
Piero Colacicchi e Ivano Prandi nel settimo capitolo forniscono la loro testimonianza sul periodo importante di Reggio Emilia, in cui la popolazione intervenne direttamente impostando il discorso politico della difesa dei diritti del cittadino contro gli arbìtri degli psichiatri – anni 1970-71-72.
Questo aspetto – ancora nel settimo capitolo – è testimoniato pure dal documento del Comitato popolare di Ramiseto dal titolo espressivo ‘Ancora sulle visite al San Lazzaro’ che ricorda gli interventi popolari in manicomio.
Il libro è completato anche da esperienze dirette di persone che sono vissute rinchiuse in istituti per gran parte della loro vita come Giorgio Baldi, o fino alla fine come Mino Balducci, morto suicida in manicomio (capitolo ottavo).
Nell’ultima parte vi sono i documenti di iniziative pratiche come ‘Telefono Viola’ di Roma (ora anche a Bologna e in preparazione pare a Milano) che si occupa di informare i cittadini che lo desiderano sui problemi della psichiatria e sui rischi che si corrono in rapporto alla organizzazione sanitaria italiana; e ‘Spartaco’ di Imola e Bologna, comitato di cittadini attivi per la difesa della salute di fronte alle minacce della medicina ufficiale.
Vi si trattano anche le contraddizioni tra alcune iniziative della magistratura e le regole della legge psichiatrica italiana del maggio 1978 comunemente conosciuta come legge 180.
Si racconta il processo da me subito con l’accusa di ‘abbandono di incapace’ per cui è intervenuto in mia difesa con uno specifico memoriale Thomas Szasz, autore della prefazione del libro.
Il mio lavoro, in tempi successivi, come si narra nei primi sette capitoli del libro, si è svolto – sempre contro corrente – in tutti gli ambiti in cui si ritrova l’attività degli psichiatri con ogni tipo di esperienze, istituzionali e territoriali.
Sono intervenuto anche nelle carceri e nei manicomi giudiziari e ho aiutato ex-internati in carcere a evitare i rischi e i danni dei trattamenti e delle classificazioni psichiatriche.
La proposta del libro è una nuova psicologia che si preoccupi dello studio e dela conoscenza delle differenti e molteplici qualità della nostra specie senza la dizione artificiale e arbitraria tra uomini saggi e uomini folli.


Giorgio Antonucci


Firenze, 23 ottobre 1993

Pubblicato il 28 novembre, 2015
Categoria: Notizie

LA SCELTA – di Giorgio Antonucci


“Vengo dal fiume e porto tutta roba che splende.”
Anacreonte.



La cultura è anche curiosità e spesso, per fortuna, un piacevole divertimento, oltre che uno spasso per oziosi.
Cesare Lombroso trovava che anche le piante carnivore sono un po’ delinquenziali e pazzoidi, tanto che ne trattava accuratamente negli appunti di medicina legale.
Per non parlare degli animali di cui il NOSTRO scrive che il delitto si ritrova “ nelle api, fra le quali vi sono alcune beone e ladre che rubano il miele alle altre e le eccitano a non lavorare; nei cavalli, dei quali alcuni rubano il fieno e non vogliono lavorare; nei cani, prendendo alcuni di essi le abitudini ladre e feroci del lupo”.
Ma gli esempi più importanti sembra che li diano le formiche. Anche loro con problemi di voglia o non voglia di lavorare.
I Greci e i Romani come gli Egizi o i Cinesi per mantenersi gli schiavi sembra avessero bisogno del terrore: per avere persone da sfruttare bisogna usare la frusta e tenere pronta la spada.
Ma la borghesia moderna, di cui i socialisti sovietici sono una variante, ha inventato anche la buona coscienza, quella del brav’uomo laborioso e rispettoso delle autorità, che si sottomette a qualsiasi angheria, pur che venga dall’alto, ed è onesto o assassino a seconda delle direttive di Stato.
Ai tempi di Lombroso l’anarchico era un uomo col cranio deforme, nei prossimi anni avrà un test genetico difettoso, tutto questo per merito della scienza, i cui progressi appaiono senza sosta, per fortuna del genere umano, che è la specie più perfetta.
Come dimostra il principio antropico di cui parlano gli scienziati più di moda.
Ma non è solo il problema di guardarsi dai libertari divenuti ormai più rari degli uccelli del paradiso.
I test genetici serviranno a assicurare i datori di lavoro dalla presenza degli incapaci e degli svogliati.
Il resto deve venire dall’esempio dei migliori, le teste geneticamente ben conformate come Enrico Fermi che è diventato accademico con Mussolini, e che ha costruito la bomba con gli americani, sempre raccomandando ai suoi discepoli di non interessarsi di politica, che è roba da lasciare agli specialisti, perché sanno loro quello che devono fare.
Oppure da Martin Heidegger che appoggiava la politica di Hitler e non ha difeso dalle persecuzioni di Stato il suo maestro Edmund Husserl.
Oppure da Truman la cui coscienza cristiana gli impediva di avere problemi a proposito del doppio genocidio di cui era responsabile.
Andrej Sacharov racconta che in Unione Sovietica nel 1962 fu fucilato un vecchietto per aver fabbricato alcune monete false che aveva seppellito in cortile.
Tutto nel rispetto della legge e nel grembo dello Stato.


“Dove c’è ancora popolo – scriveva Nietzsche in Zarathustra – esso non capisce lo Stato e lo odia come malocchio e peccato contro i costumi e diritto.
Questo segno vi do: ogni popolo parla la sua lingua del bene e del male: il vicino non lo capisce. Si inventò la sua lingua in costumi e diritto.
Ma lo Stato mente in tutte le lingue del bene e del male.”


Per questo io mi permetto di dire, con rispetto parlando, che noi, individui da nulla, geneticamente non controllati, abbiamo la malvagia pretesa di ragionare e di scegliere con la nostra testa da poco, senza rispetto alcuno per la politica dei governi, e per la moralità dei potenti.
Fintanto che non arriverà l’ultimo uomo “che saltella sopra la terra come una pulce”.



Firenze, luglio 1992

Pubblicato il 22 novembre, 2015
Categoria: Notizie

Né psichiatria né anti-psichiatria – di Giorgio Antonucci


Articolo per RIVISTA STOP – Milano






La condizione reale degli ex-internati in manicomio è uno dei delitti dell’epoca che viviamo.
Parliamo dunque dell’opera degli esperti o di quelli che tali vengono considerati, ovvero dei responsabili effettivi di questa storia.
Che succede agli ex-ricoverati?
Dopo averli squalificati e arbitrariamente rinchiusi per anni ora li sbattono fuori senza mezzi per vivere, e li buttano allo sbaraglio, con il pretesto ipocrita di superare il manicomio.
Così nelle strade delle metropoli ci sono, tra gli altri, anche questi sbandati.
E li abbandonano a se stessi, salvo riportarli in clinica appena disturbano qualcuno per finire di annientarli, rimettendoli in strada ormai vuoti e indifesi.
Intanto i Centri di Diagnosi e Cura stanno preparando per il futuro altri smarriti isolati dal mondo.
Il nocciolo dell’equivoco è la distinzione arbitraria tra saggezza e follia, che degrada a malattie di mente i problemi pratici e i problemi psicologici delle persone, invece che affrontarli e risolverli per quello che sono.
Vediamo un esempio concreto.
Una persona che tenta il suicidio per problemi affettivi o problemi economici o familiari o di altra natura, non è un malato da curare, magari con difetti genetici, come pensa la scienza ufficiale, ma è un uomo che ha perso fiducia nella vita e nel suo significato, e ha bisogno di aiuto, di solidarietà, e di grande apporto culturale per ridiscutere tutte le questioni fondamentali.
Invece viene preso per matto e rinchiuso e maltrattato.
E nessuno discute con lui i suoi problemi, che sono anche i problemi nostri e della cultura e della società di cui siamo parte.
Così dopo ha un motivo di più per pensare di uccidersi.
La vera scienza è capire i problemi dell’uomo in tutta la loro complessità e comprendere l’individuo nella sua ricchezza creativa e in tutte le sue contraddizioni, e non considerare alienato chi ha esperienze apparentemente diverse.
Ora quelli che per lungo tempo hanno vissuto rinchiusi e maltrattati nei manicomi hanno bisogno di un efficace aiuto sociale per poter vivere tra gli altri con mezzi pratici sufficienti e con pari diritti e dignità, come del resto previsto dalla Costituzione della Repubblica.
Non possono ne debbono vivere di elemosine o di tolleranza.
Dunque la legge 180 deve essere integrata da adeguati aiuti sociali ai reduci del manicomio, che hanno diritto all’attenzione della società, come ne hanno diritto i reduci di guerra.
In concreto hanno bisogno di soldi per vivere indipendenti, di case da abitare, di centri sociali e culturali come punti di riferimento, e da parte dei cittadini hanno bisogno di stima e di rispetto, come ne ha bisogno ognuno di noi, anche senza aver passato guai così grossi.
Si tratta finalmente di mettersi d’impegno per affrontare questa importante emergenza a vantaggio di tutti i cittadini, e a favore di una cultura più profonda.


Giorgio Antonucci – Primario del Reparto Autogestito dell’ex-Istituto Psichiatrico “Lolli” di Imola


Firenze, 15 marzo 1993

Pubblicato il 19 novembre, 2015
Categoria: Notizie

Il computer e il futuro – di Giorgio Antonucci



Rapsodia.
“Vi sono poche idee per cui mi farei uccidere.
Non ce ne sono per cui io ucciderei”.
Montaigne.






Mari
Aperti

Con vele
Nere

Su
L’orizzonte.


Un tempo si diceva, e molti tra di noi l’hanno sentito, che il vero significato è – la specie – e poco importa se, in guerra o in altre aggressioni, spariscono individui a migliaia, piccoli e grandi, giovani e vecchi: la natura si rinnova ed è ricca e procede per abbondanza.
La natura conosce i suoi scopi e li persegue con sicurezza.
Così noi saremo come i virus o gli spermatozoi o le lumache, come i moscerini dell’aria e i microbi dell’acqua.
Provvisori e insignificanti.
Sicuri strumenti per fini superiori.
Con questa scusa si esaltava la guerra e si giustificavano i potenti – ognuno credeva di poter bagnare col sangue le proprie particolari superstizioni: la religione il partito la scienza la patria l’impero la filosofia il popolo il proletariato la storia.
Gli uccisi non contavano – specie quando erano gli altri.
Si parlava di natura come se fosse immortale.
E si parlava di natura come se fosse un concetto definito, invece che una pura astrazione senza contenuto.
Il vuoto delle parole appoggiava il conformismo e preparava la rinuncia e l’inquadramento.
Il parlare a vuoto era spesso virtù politica e serviva da seduzione.
I sofisti lo avevano capito per primi.
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Si diceva cosi una volta, oppure si dice ancora?
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Ma quel che riferiscono adesso dalla Russia potrebbe funzionare da rivoluzione di pensiero, essere di stimolo ai più maliziosi, e cambiare le idee dei più esperti.
Raccontano interessati i giornali che esiste un robot intelligente, (quasi come il cervello d’un uomo), orgoglio degli ingegneri e vanto dei costruttori, che, appena gli esperti americani avranno atomizzato l’oriente, risponderà a puntino con la distruzione completa di quel che rimane, funzionando da solo con rigoroso metodo scientifico, frutto maturo di elaborazioni di genio.
Ed ecco finalmente la terra quietamente pacificata in modo definitivo, nitida e silenziosa come la luna.
Ecco finalmente arrivato il trionfo dello spirito assoluto dopo secoli di ammirevoli tentativi inefficaci.
Avverato il sogno di Hegel.
Non c’era riuscito nemmeno Hitler.
Per riuscire nell’intento occorrevano i mezzi, e solo la scienza sperimentale avrebbe potuto procurarli.
Questi miracoli della tecnologia.
Non potevano bastare né le utopie dei filosofi né le fantasie dei poeti.

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Ora la luna, ancora più silenziosa che ai tempi di Leopardi, si affaccia perplessa su questo deserto.


Giorgio Antonucci - 1993

Pubblicato il 17 novembre, 2015
Categoria: Notizie

“Janas” di Rocco Lombardi – Storie di donne: intelligenza cultura e conflitti con il potere – di Maria D’Oronzo

Blugallery
Inaugura Sabato 14 Novembre alle ore 18.00
JANAS
mostra personale di
ROCCO LOMBARDI
14 Novembre 2015 – 21 Gennaio 2016
Da Martedì a Sabato ore 16-19

Testo critico di Maria Rosaria D’Oronzo
Serigrafie a cura di Stranedizioni
Inaugurazione convivio e intervento musicale con AKASHA

JANAS
“SONO LA PRIMA E L’ULTIMA.
SONO L’ONORATA E LA DISPREZZATA.
SONO LA PROSTITUTA E LA SANTA.
SONO LA SPOSA E LA VERGINE.
SONO LA MADRE E LA FIGLIA.
SONO SPUDORATA,SONO VERGOGNOSA SONO INSENSATA E SONO
SAGGIA.
SONO SENZA DIO E SONO UNA IL CUI DIO E’ GRANDE.”

Uno sguardo sul femminino tra psiche, mito e storia: sei scintille, sei lavori stampati in serigrafia artigianale su grande formato in tessuto.
Le grandi serigrafie stampate su tessuto a tiratura limitata presenti in mostra, saranno anticipate dall’esposizione delle sei opere originali realizzate con la tecnica dello scratchboard su acetato.
Rocco Lombardi è nato a Formia, nel 1973. Fumettista e illustratore, i
suoi lavori sono comparsi in numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, su copertine di dischi e poster per gruppi della scena indipendente. Con Simone Lucciola nel 2002 fonda Lamette Comics, etichetta di fumetto underground con cui pubblica la raccolta di storie brevi L’albero sfregiato (2006) e l’albo illustrato Non senza mano cattiva (2011). Nel 2009 per Nicola Pesce Editore esce Annetta. È tra gli autori della rivista Giuda e
nel 2012 per Giuda Edizioni realizza a quattro mani con Lucciola
Campana. Ancora per Giuda edizioni nel 2013 esce Alberico.
Dal 2014 collabora con la BluGallery di Bologna per cui produce il progetto FieraNera.
Gira l’Italia insieme a Marina Girardi con Nomadisegni: un
progetto in divenire fatto di laboratori itineranti, storie e disegni ispirati al paesaggio.


Protagoniste della cultura

STORIE DI DONNE: INTELLIGENZA CULTURA E CONFLITTI CON IL POTERE
Saffo, nasce a Ereso, Lesbo nel 630 a.C circa muore a Leucade, Lesbo, nel 570 a.C circa.
Poetessa. Nasce nell’isola di Lesbo ma presto si trasferì, con la famiglia, in Sicilia, per le lotte politiche tra i tiranni che c’erano a Lesbo. Tornata a Lesbo, fondò un tiaso, un’associazione di carattere religioso legato al culto di Afrodite, la dea dell’amore, della bellezza, della fertilità. Curò l’educazione di giovani donne all’amore, alla delicatezza, alla poesia, alla grazia, alla danza, al canto, all’eleganza, alla seduzione, alla musica. Nella biblioteca di Alessandria la sua opera comprendeva otto o forse nove libri.
Ipazia, nasce ad Alessandria d’Egitto 355/370 muore ad Alessandria d’Egitto 450 circa.
Matematica, astronoma, filosofa. Venne istruita alla matematica dal padre Teone, e divenne ella stessa maestra di molti scienziati e filosofi. Dal 393 fu a capo della Scuola Alessandrina. Le fonti antiche sottolineano il pubblico insegnamento di Ipazia verso chiunque volesse ascoltarla. Ipazia, fu capo della Scuola Alessandrina quando vennero demoliti i templi per ordine del vescovo Teofilo, fu risparmiato il tempio di Dioniso perché trasformato in chiesa. La scienziata fu uccisa da parte di una folla di cristiani. Il prestigio di Ipazia ha una natura principalmente culturale, ma la sua grande cultura è la condizione di un potere anche politico. La libertà di parola e di azione che venivano dalla sua cultura le permisero di essere ricercata dagli amministratori delle questioni pubbliche. Il vescovo cristiano Cirillo “veduta la grande quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione” ( Damascio, filosofo).

Artemisia Gentileschi nasce a Roma 8 luglio 1593 muore a Napoli 1653
Pittrice, scuola caravaggesca. Le sue opere si trovano nei musei in tutto il mondo. Figlia di Orazio Gentileschi e Prudenza Mantone. Artemisia a 16 anni aveva dimostrato il suo talento nel disegno nella bottega del padre dove, insieme ai suoi fratelli, imparò il modo di dare lucentezza ai dipinti e a impastare i colori, a Roma. Venne stuprata nel 1611 dal pittore Agostino Tassi. Al processo, Artemisia accettò di deporre le accuse sotto tortura: lo schiacciamento dei pollici. Ebbe successo a Firenze, presso i medici, a Roma presso il papa Urbano VIII, a Venezia, Bologna, Londra. Napoli fu la città che preferì e dove raggiunse la sua indipendenza come donna, mentre il suo successo di pittrice era solido da decenni.

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Pubblicato il 16 novembre, 2015
Categoria: Notizie

Il pensiero e la legge – di Giorgio Antonucci



Riflessioni sulla repressione psichiatrica.




Articolo per ANARRES


Naturalmente nel decreto legge presentato di recente dal governo c’è scritto che il ricovero obbligatorio per motivi psichiatrici è previsto nell’interesse specifico del paziente.
Col passaggio di questo decreto a livello esecutivo il ricovero coatto, come più schiettamente si chiamava una volta, diventa perfino più facile che ai tempi della giurisdizione antica del 1904.
Siccome la persona non sarebbe in grado di capire il proprio tornaconto a renderle giustizia e a prepararle felicità ci penserebbero il medico e la polizia con le delizie del sequestro e dell’internamento.
Ogni garanzia sarebbe rimandata a dopo il ricovero realizzato con una rapidissima classificazione squalificante.
Il medico, come il centravanti di una squadra di calcio, calcia il paziente in rete come fosse un pallone.
I grandi saggi vegliano amorosamente su di noi e ci permettono di riposare tranquilli.
Come si sa le cliniche psichiatriche lavorano per la salute la gioia e la libertà dei cittadini, e per la serenità delle famiglie.
Se la domanda è: “Come fa un uomo depresso a essere padrone di se stesso e della propria vita troppo complicata?” – la risposta può essere: “Dopo aver dimenticato i suoi guai con l’elettrochoc o l’insulinacoma, più leggero, liberato dal peso dei ricordi, più svanito, ma più disponibile a sopportare, più incline a sottomettersi e più socievole”.
La legge del maggio 1978, la cosiddetta 180, fu varata frettolosamente per evitare un imprevedibile e preoccupante referendum contro i manicomi indetto dai radicali, e venne avanti anche contro il parere di Basaglia, come mi ha detto personalmente Pannella, parlando con me del problema in un nostro incontro a un congresso del partito radicale.
Questo spiega bene perché è una legge così ambigua e contraddittoria tanto da poter essere fonte dei provvedimenti e delle pratiche più opposte.
D’altra parte in tutti questi anni, in pratica dal ’60 in poi, la critica della situazione si è concentrata molto sugli effetti della psichiatria, senza arrivare ai principi e ai postulati, su cui senza dubbio si regge da almeno tre secoli una intera cultura psicologica e giuridica, che è stata e continua a essere la base sostanziale dell’intolleranza dei costumi, e della solidità delle istituzioni segreganti.
Visti i delitti universali della psichiatria che ha seminato morti ovunque è arrivata, sia morti fisiche, sia morti civili, sarebbe stato logico pensare che, accanto alla critica delle istituzioni, si sarebbe sviluppata, in una epoca di crisi di tutte le scienze e di tutte le ideologie individuali e sociali, una polemica serrata contro i principi che ne sostengono le metodologie e la legittimità.
Invece ha prevalso il conformismo, e continuano a prevalere l’ipocrisia e la sordità, come se la licenza di sequestrare su motivazioni arbitrarie, apparisse un’intoccabile necessità dei sistemi sociali di cui ci troviamo a far parte.
Un vero tabù.
Quando si parla di critica alla legittimità scientifica del giudizio psichiatrico, dintorno si fa uno strano silenzio, simile a quello che circonda il sequestrato in clinica dopo il ricovero coatto.
Discutere la legittimità degli psichiatri risulta la pazzia più grande.
Invece noi è proprio questa legittimità che intendiamo discutere per uscire, come avrebbe detto Marx, dalla preistoria dell’uomo.
In ogni modo nella legge 180 c’è una contraddizione istruttiva che i nuovi decreti vorrebbero togliere, ma che per noi è estremamente interessante, se non altro come abbozzo di una cultura differente.
Vi si dice che il TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO dovrebbe essere eseguito con il consenso e la partecipazione dell’interessato.
Al di là della contraddizione in termini, il legislatore si lascia sfuggire il concetto che la persona oggetto di attenzione psichiatriche è capace di consenso e di partecipazione, dunque è capace di intendere e di volere, dunque non è malata di mente.
Allora perché ricoverarla con la forza?
Allora perché continuare a ragionare in modo mitologico, come se esistessero la verità e la saggezza, come patrimonio e come proprietà di alcuni, a scapito o a rischio di tutti gli altri?
Comunque la proposta che i medici e gli psichiatri siano facilitati il più possibile nel loro arbitrario potere di internamento è parte integrante della generale politica di repressione e di terrore che i governi successivi stanno gradatamente attuando per la mancanza totale di opposizioni qualificate e credibili, e per l’inerzia della maggioranza dei cittadini, ormai rassegnati e disponibili a tutto.

Giorgio Antonucci


Firenze 8 maggio 1993

Pubblicato il 16 novembre, 2015
Categoria: Notizie

IL GIUOCO DELLE PARTI – di Giorgio Antonucci



Articolo per “Senza Confine”





Il suo capo
Solca
La galassia
Dell’assurdo.
(Renè Char)


Si potrebbero concepire divertenti commedie o satire brillanti, specialmente in campagna elettorale, tra tutte queste macchiette, tra stupidi che vogliono fare i furbi, e furbi che fingono di essere tonti, e sarebbe bello rappresentarle in piazza, coi burattini, come ancora di recente, ho visto a volte, nel mezzo del caos di Roma o di Napoli, ricordi di intrichi paesani nel rumore delle metropoli.
Si legge ne ‘La Repubblica’ del 19 marzo scorso ( 1992) a pagina 17 nella rubrica ‘verso le elezioni’ che due candidati di parti differenti, si sarebbero insultati con violenza, com’è logico per vivace passione democratica, come avveniva in antico a Catone o a Cesare o a Catilina, tutti consapevoli dell’alto livello del gioco, e delle relative consacrate responsabilità del cittadino nelle sue pubbliche funzioni.
Ma non sapevano che la magistratura in un paese civile è sempre all’erta, e niente sfugge all’occhio del giudice, sempre attento al bene comune sostenuto dal diritto.
Così si trova scritto solennemente che è reato dire le parolacce anche nelle tenzoni politiche, come ha stabilito la Corte di Cassazione con una apposita sentenza.
“Non può in nessun caso essere tollerato – sostengono i giudici – che le espressioni degenerino in frasi pesantemente e platealmente sconvenienti e volgari, trasmodando in incivile denigrazione, non giustificabile neppure nella vis polemica invalsa nelle tenzoni politiche.”
Ma che cos’è che si son detti quei due da rischiare, nonostante le loro posizione di vantaggio nei riguardi, ad esempio, degli immigrati o dei mendicanti, di essere perbacco arrestati sul posto per violazione flagrante dei costumi?
Si son dati l’un l’altro di ‘coglione’ e di ‘malato di mente’: ecco che cosa è successo.
Così appare chiaro che hanno ragione i tutori dell’ordine, quell’ordine prezioso che ci appartiene e che ci proponiamo ogni giorno di difendere sempre di più con tutte le nostre forze e senza risparmio di mezzi.
Quel tipo di denigrazione e di insulto, così leggermente adottato dai due candidati in questione, è linguaggio scientifico, è roba da specialisti, e può essere usato legittimamente e con proprietà solo da psichiatri o da psicologi, che hanno studiato all’università per molti anni appunto per questo.
Ognuno deve stare al suo posto, come diceva Confucio, ogni cielo ha i suoi dei.


Firenze, 28 marzo 1992

Pubblicato il 8 novembre, 2015
Categoria: Notizie

Per Frigidaire – LA SCELTA – Giorgio Antonucci






Un solo
Momento

Mi aveva
Distratto:

- Il sollievo
Di pensare
Alla morte.



E’ proprio quando difetta la speranza che arrivano i ciarlatani, e vendono al mercato le loro magìe, come prodotto di scienza e guida alla salute.
Arrivano allegri con le pillole della gioia.
Sono i signori del piacere.
Vengono sicuri e presuntuosi come profeti.
Aprite loro le porte e sarete alla fine al sicuro, al riparo da ogni turbamento.
Ora per moltissimi il mondo collettivo è sordo ai desideri, povero di prospettive, e ricco di paure come un mare notturno senza luna.
Altri, in apparenza più privilegiati, sentono, nonostante tutto, di essere solo strumenti fuggevoli di strutture indifferenti.
Così non tutti sono felici di esistere.
Allora tra poco tempo i depressi, così come li chiamano genericamente, rischieranno proprio di essere la maggioranza.
Aumenta sempre più la tristezza e spesso la voglia di morire.
Mentre l’individuo è ogni volta più isolato si moltiplicano le seduzioni illusorie e le risorse ingannevoli.
Nascono e vivono le semplificazioni.
Nei campi di concentramento di Hitler alcuni internati per trovare sollievo si sfracellavano a terra nel fondo della cava di pietra.
Hitler è passato ma non i suoi metodi.
E nemmeno le sue istituzioni.
Anche ora il terrore sociale è così forte e così grande la paura delle autorità e così poca la sicurezza di se stessi che è accaduto non di rado che giovani studenti si sono uccisi per insuccessi scolastici o fanciulli hanno cercato la morte per senso di colpa o altre forme di disperazione.
Che il nostro cervello sia un sistema chimico complesso, come ciascun organo vivente, è una idea che tutti abbiamo, da Rita Levi Montalcini al portinaio della Casa di Riposo, per cui è perdita di tempo ritornarvi sopra, come fosse un argomento a favore o contro l’esistenza degli psichiatri e delle loro prodezze, oppure a vantaggio o svantaggio delle teorie psicoanalitiche e della psicoterapia.
Sappiamo anche tutti che le funzioni del sistema nervoso centrale possono essere momentaneamente influenzate o modificate da composti chimici di vario tipo detti per questo dagli specialisti neurotropi, come neurotropi sono certi virus che hanno affinità particolari per il cervello.
Così sono sostanze neurotrope le droghe come gli psicofarmaci.
Chi è angosciato o triste o depresso può allentare la tensione sia con un bicchierino, sia con una pera, sia con una pillola comprata dal farmacista.
E forse anche con un po’ di chiacchiere.
Ma questo non vuol dire affatto che la depressione è una malattia o un difetto del cervello o una eredità genetica e che sono salute solo l’allegria, la spensieratezza e l’incoscienza.
Né che è fisiologico solo il comportamento prescritto dai costumi.
La grande costellazione chimica del cervello dell’uomo, complicata più del cielo stellato, è costruita sia per la gioia sia per il dolore e per molte scelte differenti che vanno molto al di là dei costumi limitati di una singola cultura.
Il nostro pensiero ha costruito molte culture e molte ne costruirà ancora finché saremo al mondo.
Il cervello non è una macchinetta a gettone.
E può scegliere sia la vita che la morte.
Tuttavia il compito degli psichiatri non è quello di diminuire il dolore o aumentare la gioia o ravvivare il significato di un’esistenza incerta o dubbia o in pericolo, ma è più precisamente quello di controllare con le buone o con le cattive (pratiche) gli umori il comportamento e il pensiero dei cittadini perché rientrino negli schemi dell’ordine costituito come unico ordine possibile e unica misura di saggezza.
Per questo se non stai buono ti bruciano il cervello con gli psicofarmaci o con l’elettrochoc o ti spaventano con i ricatti.
Con loro la vita diventa meno attraente e minore la voglia di lottare per ritornare alla speranza.
Più difficile essere se stessi e padroni del proprio mondo.
Più frequente la voglia di farla finita.
Senza di loro si comincerebbe a discutere di vita e di morte al di là dei pregiudizi con la libertà di pensiero necessaria ad affrontare ogni tipo di problema.
Avrebbe principio una psicologia degna di questo nome, fondata finalmente sull’intelligenza.


Firenze, 13 settembre 1993

Pubblicato il 31 ottobre, 2015
Categoria: Testi

Il Patibolo – Giorgio Antonucci




Joan Mirò – La Danzatrice -


“Uomo, tu sei qui solo, sei solo nel mezzo della gente: solo sei nato, e solo devi lasciare il mondo”.
Veikko Koskenniemi


- Ora l’immagine è più importante del fatto – : si discute di pena capitale nascosta in prigione o in diretta televisiva invece che inorridire perché lo Stato si permette di disporre della nostra vita.
Nel Medio Evo e nel Rinascimento il supplizio comminato ai sudditi dai potenti era spettacolo di popolo in piazza.
L’episodio più grande della storia della Toscana è l’aver abolito per prima la pena di morte.
Ma la burocrazia di Stato continua il suo corso.
La maggior parte delle nazioni del mondo conserva la pena capitale anche per reati senza danno diretto alle persone.
La schiera degli schiavi deve vivere nel terrore, tutti devono, non solo sapere, ma anche vedere coi loro occhi di carne, che la trasgressione è mortale, sia nel’azione sia nel pensiero.
La virtù del popolo è la sottomissione, e questo deve essere frequentemente ribadito col sangue.
La morale dei sudditi nasce e si mantiene con il terrore, mentre la concezione etica del mondo è ancora un’utopia, perché il potere è maestro di sopraffazione.
Il potere è male in sé, come scrive Burckardt.
Ma Mosè disse “Tu non ucciderai” oppure disse “L’omicidio va bene solo quando è legale”?
S’io dovessi scegliere tra omicidio e omicidio troverei più umano il delitto del singolo come effetto di passione, che quello al servizio dello Stato, come effetto di ordini ricevuti.
Si può uccidere per amore o per odio, ma squallido è l’omicidio a freddo di carattere burocratico, sia nella pena capitale, sia nel bombardamento di guerra.
Preferisco Otello ad Eichmann, anche se a scuola ci insegnano il contrario.
E così il singolo, lacerato dalla morale di Stato, e dalle altre morali autoritarie, vive in tradimento della sua sensibilità, e si consuma nei sensi di colpa, che spesso sono motivi di suicidio.

Ho imparato

-scrisse la giovinetta-

a desiderare con paura

e ogni mia
gioia


mi pareva
un peccato

Così mi sono
Uccisa
Per punirmi

-che non nascano più
sotto il sole e la luna
queste amare apparenze-

Così pregavo
Prima di morire
Il mio Dio.



Firenze, febbraio 1991

Pubblicato il 25 ottobre, 2015
Categoria: Testi

All’Organizzazione Mondiale delle Nazioni Unite e ai Capi degli Stati implicati nel conflitto.



“L’errore – scrive Gandhi – non diventa verità perché si diffonde e si moltiplica facilmente, la verità non diventa errore perché nessuno la vede”.
Noi non vorremmo la guerra nemmeno se fosse senza morte, perché noi rifiutiamo la logica del diritto del più forte e riteniamo che ogni singolo uomo debba essere considerato uno scopo e non uno strumento. Questo è il messaggio fondamentale che ci arriva da tutta la nostra cultura sia religiosa che laica, a partire da Isaia e da Cristo, per giungere a Voltaire e Kant, a Beccaria e Manzoni, a Russel e Einstein, a Schweitzer e La Pira.
Il fatto che la Costituzione della Repubblica Italiana rifiuti la guerra così come rifiuta la pena di morte non è un dettaglio casuale e contingente, ma è il frutto di una cultura precisa che noi difendiamo; e non è solo un patrimonio nazionale o locale, ma l’attuazione di principi universali, ormai indispensabili sia alla libertà degli individui, sia allo sviluppo dei popoli, sia alla sopravvivenza della specie.
Per questo chiediamo la sospensione immediata di tutte le ostilità e l’inizio del dialogo.
Non resterà a nessuno, altrimenti, – come dice Omar Khayyam – questo vecchio mondo.


Comunicato per la pace di un gruppo di cittadini.

Pubblicato il 25 ottobre, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo