“Sanity” di F. Leiber – Eugen Galasso



Tra gli scrittori (e non occorre definirli con un riferimento determinato al genere, ma si parlerebbe, comunque, di “anticipazione”, futurologia, SF, come si voglia) che si sono maggiormente occupati, nel 1900,  di “pazzia”, oltre ai casi più noti ed espliciti, c’è certamente Fritz Leiber, di Chicago, vissuto dal 1910 al 1992: ne parla in varie sue opere (racconti e romanzi), ma è nel racconto”Sanity” (1944, “Sanità mentale”nella traduzione italiana) che la trattazione si condensa ed esplicita maggiormente:  “Sono certo che capirai. Il problema centrale è quello della sanità mentale. Cos’è la sanità mentale…oggi, o nel Ventesimo secolo, o in qualunque altro periodo storico? L’aderenza a una norma. La conformità alle norme basilari della condotta umana. Nella nostra epoca l’allontanamento dalla norma è diventato la norma. L’incapacità di adattarsi è diventata lo standard. E’chiaro, no?… Per un lungo periodo di anni tu hai voluto a ogni costo aderire a una norma, conformarti a certe convenzioni di base. Non sei mai riuscito a adattarti alla società che avevi attorno. Potevi solo fingere…” (trad.it., in F.Leiber, “Il libro dello spazio”, p.32, Milano, Mondadori, 2015). Come si vede, il discrimine tra “sanità” e “malattia” mentale è solamente nell’adattamento o meno ai canoni di una certa società e cultura, dunque discrezionale dal punto di vista dei poteri dominanti; può essere dato dai “padroni del potere”, anche “mentale” e dunque, fatalmente “dannare” chi non raccoglie certe indicazioni, chi, già precedentemente era/ è inviso/a ai poteri di cui sopra. Considerazioni del tutto in sintonia con le tesi esposte da famosi a-psichiatri e anti-psichiatri come Thomas Szasz e Giorgio Antonucci, tra gli altri.  
Eugen Galasso  

Pubblicato il 6 luglio, 2015
Categoria: Testi

Libertà di scelta, fulcro di ogni… medicina – conversazione con Giorgio Antonucci


Conversazione con Giorgio Antonucci
‘I Gazetin, maggio-giugno 2015-07-04



Paul Klee

Riprendiamo il filo… Tempo fa un gruppetto di amici decide di andare a Firenze per incontrare il Dr. Giorgio Antonucci, intrattenendo con lui una conversazione ‘a ruota libera’, come si suol dire. Il giornale già ne ha riportato stralci, in due parti ( G. Antonucci, “L’importanza di Dante“, giugno-luglio 2014 e “Si fa presto a dire follia“, novembre 2014) e, prima che cessi la pubblicazione non intende mancare di proporne la conclusione. Qui di seguito trovate la terza puntata – incentrata su libertà di scelta, aiuto e auto-aiuto – mentre nella prossima edizione troverete l’ultima, che si soffermerà, sempre in questa formula colloquiale, su figura e ruolo del Dr Antonucci nell’ambito della critica alla psichiatria.


Quand’è che bisogna iniziare ad aiutare? Cioè, una persona che si trova completamente focalizzata su una piccola porzione della sua coscienza potrebbe dimenticare di mangiare, di pulirsi, non riuscire più a dormire…

Primo punto: se una persona ha bisogno di aiuto lo chiede lei e non deve esservi costretta. Il nocciolo della psichiatria, da cui nascono i manicomi, è il fatto di obbligare una persona a sottoporsi a dei trattamenti. Ma poi io non capisco, ci sono tanti modi di vivere. C’è chi sceglie, o si trova nella condizione di scegliere di trascurarsi, di mangiar poco; c’è chi sceglie di mangiar troppo. Ci sono tante possibilità, ma non c’entra nulla la malattia mentale. Se uno vuole aiuto lo chiede, e allora uno che ha l’insonnia può andare da un medico e chiedergli qualcosa che serva per dormire. Questo non è psichiatria e non c’ una malattia di mente da curare.


Ok, ma possono rompersi una gamba, o la testa…

Eh bé, me la sono rotta anch’io: bisogna che vada dal chirurgo, se no muoio; ma non c’entra nulla la psichiatria. La psichiatria è un giudizio sul comportamento. La neurologia, le malattie del cervello del cervello sono come le malattie delle gambe. Non a caso si chiama il neurologo, non lo psichiatra. Il neurologo si occupa delle malattie del cervello e se io ho un’emorragia alla testa, come m’è capitato, si vede l’emorragia, con la TAC; ma se io invece decido di fare l’eremita e qualcuno dice che non mi funziona la testa, questo è un arbitrio.

Uso di nuovo la parola schizofrenia, perché nel corso degli anni ’50 c’è stato l’avvio di una terapia utilizzata per una categoria di schizofrenia.


Susa, ma schizofrenia non corrisponde niente in testa. Io avevo un’emorragia, e questo è un disturbo neurologico, un altro ha l’Alzaheimer e le cellule del cervello sono in distruziione, queste sono malattie del cervello, e nessuno mette in discussione le malattie del cervello. Quello che si mette in discussione è la psichiatria.

E la psicosi? Il fatto che non c’è più nessun controllo sui neurotrasmettitori…


Psicosi non vuol dir nulla. Psicosi è un termine inventato dai tedeschi che vorrebbe dire degenerazione della psiche. La psiche non è un organo e non degenera, per cui non vuol dire niente. Ma comunque è così semplice! Io sono un medico, perbacco! Lo so che ci son le malattie del cervello, ma che c’entrano le malattie del cervello con l’omosessualità? Che c’entrano le malattie del cervello con l’isterismo della donna che soffre, perché ha una vita sessuale sbagliata? Questo non lo dico io , lo ha detto Charcot, all’inizio del secolo. Quando Freud è andato a Parigi per studiare con Charcot, il più grande neurologo d’Europa, Charcot aveva cinquemila donne ricoverate in manicomio ed era anche professore alla Sorbona in anatomia patologica. Prendeva queste donne dal manicomio e le portava lì, davanti ai suoi studenti, e diceva, siccome era fine: “Probabilmente hanno dei disturbi nei nervi”. Poi a Freud, che era uno dei suoi allievi prediletti, e agli altri che andavano con lui all’osteria o a casa sua a discutere, diceva che non hanno nulla i nervi, il problema è la repressione sessuale. Freud ha fondato la psicanalisi su questo fatto e, all’inizio del ‘900, ha detto che non è una malattia. Noi non abbiamo fatto altro che riprendere il suo discorso, la malattia è una lesione biologica, ma essere omosessuale non è una lesione biologia; essere religiosi fino a vedere gli angeli non è una lesione biologica, per cui questi sono comportamenti e pensieri. I comportamenti e i pensieri non c’entrano nulla con la malattia. La malattia è un fatto biologico che si vede. Se io ho un tumore al fegato, si vede. Si osservano le cellule e si vede che c’è il tumore, se ho un tumore alla testa si vede, se ho una meningite si vede, se ho l’epilessia si vede, ma essere in un modo invece che in un altro è una questione morale. Ai tempi di Freud dicevano che le donne che fanno all’amore con molti uomini sono malate. Malattia mentale è come dire malattia dell’anima. O c’è una malattia del cervello o non c’è nulla. Ma la malattia mentale non vuol dire nulla, è una metafora, perché la mente non è un organo.



Io abito in Spagna. In Spagna c’è una Società Spagnola di Psichiatria e una Società di Psichiatria Biologica. La mia domanda è: dato che esistono la psichiatria e la neurologia, qual è lo spazio attribuito a qualcosa che si chiama Psichiatria Organicista? Se non c’è malattia della mente, la psichiatria può essere considerata parte della medicina?


No. La medicina si occupa delle malattie degli organi, delle malattie reali. La malattia è un processo biologico che prende le cellule del cervello, del fegato, dei muscoli, delle ossa, quello che volete, della milza, del sangue, che si modificano, e se il processo va avanti senza essere fermato porta a un progressivo squilibrio dell’organismo e alla morte. Oppure porta alla guarigione se si ferma questo processo biologico. La psichiatria biologica è una bischerata, lo dico alla fiorentina, nel senso che non c’è niente di biologico nell’essere eterosessuali, omosessuali, poligami, o monogami. Ma vi rendete conto che in America hanno detto che sono malati di mente i neri che scappavano dai campi per non fare più gli schiavi? Allora, i comportamenti non sono sani o malati.

Ancora due domande. Che cosa hai fatto durante questi anni come dottore? E che ruolo dobbiamo avere noi come volontari ex-utenti, nella nostra organizzazione di utenti della psichiatria?


Io ho incominciato a fare il medico in un ospedale e il medico condotto, cioè il medico generale. Poi dopo anche a Imola, in un grande manicomio, facevo il medico perché, a prescindere da fatto che le persone erano rinchiuse lì per i loro problemi di pensiero, avevano i reumatismi, il fegato che non funzionava, poi tanti guai perché erano stati rinchiusi e immobilizzati per anni interi. Per cui ho fatto il medico e come medico so distinguere una malattia quando c’è o quando non c’è. Ho curato le malattie di tutti gli organi, come fa un medico. Ho fatto il medico anche durante il terremoto, in Irpinia e in Sicilia, o anche in condizione di emergenza. Questo per dire della mia esperienza di medico. Per la seconda domanda, prima di tutto: voi siete utenti perché qualcuno vi ha fatto una diagnosi psichiatrica, se no che utenti siete?


Io sono scappato via dalla psichiatria, ho dovuto farlo da solo, ma sapevo che avevo bisogno di aiuto. Sono scappato via perché loro, i dottori, avevano un’idea su cui non ero d’accordo. Potevo scappare, intendo legalmente, e infatti ho attuato un modo mio per guarire. Penso però che qualcuno possa aver bisogno di aiuto in certi momenti.

Sì, sì, in ogni modo il problema è questo; infatti il nocciolo del mio discorso è: non accetto che le persone siano obbligate. Perché se io ho u tumore alla prostata che mi porta al cimitero in una settimana e il medico mi dice che va operato e io gli dico che non mi opero e muoio, sono libero di farlo. Tutto il mio lavoro è stato contro: nei manicomi per tirar fuori quelli che vi erano stati obbligati; fuori per evitare che vi fossero obbligati. Per cui, poi, il problema dell’aiuto mi interessa secondariamente. Io ho le mie idee, ma se uno vuole andare dallo psichiatra volontariamente, non ho niente in contrario. Il punto è che lo psichiatra non debba avere il potere di obbligare.


Qual è il ruolo delle organizzazioni degli utenti?

E’ difendere la loro libertà di scelta. Ognuno ha il diritto di chiedere aiuto a chi gli pare. La domanda è se si è obbligati ad andare da qualcuno. Cioè il mio problema è la libertà: deve essere la persona a scegliere dove andare e anche che cosa fare. Eventualmente lo psicanalista o il medico danno consigli, non direttive.


Questo è chiaro per me, infatti ho l’impressione che la depressione, per esempio, così come il trauma, non siano veramente biologici.

Se noi due parliamo è un fatto biologico: siamo due esseri viventi; le scimmie parlano tra di loro, questi sono fatti biologici; non siamo mica anime. Il problema è che si dice “patologico” solo quando c’è un processo patologico nell’organismo. Punto e basta.


La depressione è o non è una malattia, allora?

La depressione non è una malattia, perché non c’è niente di biologico; è una condizione umana. Uno può essere felice o infelice, sentirsi entusiasta o non avere più voglia di vivere.
Di solito l’unica risposta che gli viene offerta è quella psichiatrica.
Una risposta che poi non serve a niente. Tu puoi anche scegliere la pastiglietta, ma non ti aiuta a risolvere il problema. Per capire che cosa significa bisogna ragionarci sopra insieme, non che io dico:; quello lì è depresso, va curato. Si ragiona insieme per vedere cosa ci rende meno tristi. Se a una persona gli si nega la scelta, la libertà, altro che depressione!


Infine lo stigma… Come evitare lo stigma sociale?


Lo stigma deriva dal fatto che se si prende una persona con la forza e la si costringe ai trattamenti, si comunica agli altri che questa persona non è capace di decidere da sé. E’ questo lo stigma. Perche se tu dici: “sono depresso”, posso dirti: “lo sono anch’io; vediamo un po’ cosa si può fare per uscire dai guai, per essere meno tormentati; alla pari, eccetera”. Ma se io penso che devo decidere per te e ti squalifico davanti a tutti, questo è lo stigma. Lo stigma è che quella persona, e questo è ufficiale, viene presa con la forza, dunque non è capace di decidere da sola, non è più un cittadino.

Pubblicato il 5 luglio, 2015
Categoria: Testi

Giorgio Antonucci – La testa fra i ceppi – Poesia

Francisco Goya



La testa fra i ceppi

li hanno modellati
per i pazzi

a forma
concava

sul modello del cranio

Certamente non possono
essere precisi

Ce ne vorrebbero
troppi

Ce ne vorrebbero
troppi

Ce ne vorrebbero
a molte dimensioni

Bisognerebbe tagliarli
con curvature
diverse

Non so se mi intendi
il nostro
lavoro
è un pò complicato

Però io non c’entro
sono
un semplice
sorvegliante

io faccio il mio mestiere

faccio il mio mestiere
e basta!

Ma anch’io ho una testa
per riflettere!

Anch’io
ho un’esperienza

Sono qui da vent’anni
e so
molte cose

Bisognerebbe tagliarli
con curvature
diverse

Non so se mi intendi
il nostro
lavoro
è un pò complicato

Si tratta
di matti!

La testa
capisci?

La povera
testa
malata!

Mi parlava
con aria competente
con atteggiamento da lunga esperienza
con qualche
sguardo
malizioso
con occhiate
d’intesa

La testa
capisci?

La povera
testa
malata!

Se vieni
ti porto
a vedere

ti porto
a vedere
Vincenza

“la nostra
bimbetta”

La chiamiamo così
in tono affettuoso
perchè ci fa pena

perchè l’abbiamo
accolta
qui
da bambina

aveva quattro anni

Ebbene è malata
è molto malata

ti porto a vedere
vedrai la sua cella

vedrai che è legata

La testa fra i ceppi
a capo del letto

E poi se la sleghi
(ci abbiamo provato!
ci abbiamo provato!)

ti guarda impaurita
(lo sai non capisce)

e cade per terra

e batte la fronte

e grida

e non parla

Mi ha detto il dottore
(un grande scienzato
un grande scienzato
che sa quasi tutto)

tenetela ferma!

perchè la slegate?

Ha male qui dentro
Ha male alla mente
Ha male al cervello

tenetela ferma
tenetela fissa!

Guardate il suo sguardo

Lo sguardo è smarrito

Ha male qui dentro
Ha male alla mente
Ha male al cervello

tenetela ferma
tenetela fissa!

La testa fra i ceppi.


http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2009/08/22/trattamento-sanitario-obbligatorio-francesco-mastrogiovanni-muore-legato-a-letto/

Pubblicato il 28 maggio, 2015
Categoria: Testi

La devianza come malattia – A-rivista anarchica n°398 – Recensione “Fra diagnosi e peccato” di Chiara Gazzola – Estratto

 

 

…”L’autrice di formazione antropologica,dimostra attraverso un approccio storico, sociologico, antrpologico come la diversità sia considerata indice di irrazionalità e insensatezza, una minaccia al corretto funzionamento dell’ordine morale e sociale. Sottolinea il carattere ambiguo, soprattutto nell’ambito della classificazione delle malattie mentali in psichiatria: l’anomalia, come antitesi di normalità, è irretita di attributi morali. L’ambito psichiatrico contribuisce ad alimentare il nostro pregiudizio rispetto a ciò che per noi è alienazione mentale, follia. Per altre culture, invece, rappresenta l’esternazione di uno spirito che porta ad agire al di sopra della volontà delle persone, l’anomalia sociale è interpretata in funzione del bene della collettività e inserita in un contesto di credenze condivise”….


…”Per un approccio alla terapia, la fiducia è indispensabile all’efficacia della cura stessa. Nella voce corale delle testimonianze raccolte, ricorre la richiesta di ascolto, conforto alla sofferenza. Si chiede Gazzola: “Quando la relazione tra individui è disturbata da burocrati, agenti di controllo e giudici o si attua all’interno di progetti nei quali il poter fare si basa su poteri di forza, può avviarsi un rapporto di reciprocità?” Le ingiustizie evitabili generano un dolore spesso impossibile da accettare.”


…”C’è una sottile e discriminatoria linea di confine fra prendersi cura e gestire l’aiuto, come ben dimostra l’analisi su etnopsichiatria e flussi migratori……L’assistenzialismo è il volto buono delle istituziioni totali. L’esclusione viene attuata ogni volta in cui si crea una categoria o una situazione che susciti scandalo, un risentimento sociale al quale si abbina una giustificazione “scientifica”. Le aree di studio dell’etnopsichiatria pongono attenzione ai fattori ambientali e sociologici, ma giustificano una cura farmacologica chiamando ogni conflitto con il nome di una patologia. Pertanto si esclude una soluzione attraverso un approccio culturale e relazional.”


…”Nelle coversazioni riportate a conclusione del saggio – pregevole quella con Giorgio AntonucciMichela Zucca, antropologa, commenta: “La condivisione, la solidarietà, la spinta ideale collettiva aiutano a superare le sofferenze individuali. Se una persona è coinvolta e impegnata in un progetto riuscirà più facilmente a non cadere nel malessere: in questo senso la lotta è terapeutica”.


Giorgio Antonucci, medico, in Diario dal manicomio (qui) scrive: “Non è detto che una persona debba attenersi per forza alla vita empirica invece che essere fantasiosa, specialmente se il sognare a occhi aperti le è utile per vivere, e non è detto che debba rispettare i pregiudizi e le convenzioni della società quando queste le divengono intollerabili.)


L’articolo completo di Chiara Piccinelli, su Arivista anarchica, 398, maggio 2015


Fra diagnosi e peccato. La discriminazione secolare nella psichiatria e nella religione.Chiara Gazzola (qui)

 

Pubblicato il 25 maggio, 2015
Categoria: Notizie

Lobotomia, testimonianza di E. Jenny – Eugen Galasso

In un libro di un urologo e politico socialista austriaco, cui, però , inizialmente si era consigliato di specializzarsi in psichiatria (E.Jenny, Bekenntnis zum Fortschritt,  Raetia 2007) trovo e traduco la seguente afffermazione: “(era stato assegnato, da allora giovane medico, a Vienna,  al reparto detto “craniale” o “cranico”-sic): “Il mio compito consisteva in ciò, di scrivere storie dei malati; nelle operazioni, che allora venivano ancora eseguite in anestesia locale, dovevo osservare , stando sotto il tavolo operatorio, ossia in posizione molto scomodo, le reazioni dei pazienti. Mi meravigliavo, di come si potesse trattare il cervello umano con tanta leggerezza. All’epoca (fine anni Quaranta del 1900, e.g) in reparto i pazienti schizofrenici venivano sottoposti a lobotomia, il che vuol dire a interruzione chirurgica della parte anteriore del cervello, un metodo, questo, che a causa della sua inefficacia e per i suoi effetti collaterali presto non fu più applicato. Il reparto cranico aveva un’alta percentuale di mortalità e io dovevo recarmi costantemente nel reparto di patologia, per le autopsie, sorbendomi le osservazioni, spesso sprezzanti e ironiche, dei colleghi” (op.cit., p. 123)”.  Al testo non si può chiedere particolare approfondimento, in quanto si tratta di un libro autobiografico-politico, da parte di un medico poi rivoltosi a tutt’altro settore medico (e chirurgico), ma alcuni elementi sono da notare:  A)Il meccanicismo psichiatrico, in auge allora in maniera totale, ora in maniera “dimezzata” (ma oggi con maggiore ipocrisia), non è venuta meno, in Austria (e nella “regione contesa” tra Austria e Italia, Alto Adige/Suedtirol) l’uso dell’elettroshock e in certi casi della lobotomia;  B)Significative le notazioni di Jenny sulla sofferenza dei pazienti, di cui i medici si burlano.  Vale per la medicina, ma anche per la psichiatria (che non è medicina, come ribadisce sempre il dott.Giorgio Antonucci), dove si aggiungono pregiudizi moralistico-religiosi-sociali tramdanti da secoli, che “laicamente” si traducono nelle famose “barzellette sui matti”.
Eugen Galasso

Pubblicato il 22 maggio, 2015
Categoria: Testi

Lettera da un istituto psichiatrico – Giorgio Antonucci -

“Pablo Picasso”


I miei giorni sono passati via più leggermente che la spola del tessitore e sono venuti meno senza speranza.
Dal libro di Giobbe


Il ghetto di Dachau era più pulito, all’esterno aveva un aspetto perfino piacevole a vedersi, poteva sembrare una serra dove si coltivano i fiori più rari che vengono da paesi lontani, certamente non stonava tra i boschi profondi di quell’antica regione della Germania: si trattava di una criminalità di stato amministrata con responsabilità e con discrezione secondo i criteri aziendali più moderni.
A Dachau le vittime sparivano in silenzio, “il cammino della storia ha bisogno di uomini donne e bambini che rinunciano”, ma tutto ciò deve avvenire senza clamore: i dirigenti lavoratori dell’ordine nuovo, gli uomini sani onesti buoni fedeli devono procedere sicuri, senza nessun turbamento.
Ma la mia storia non finisce a Dachau: fui liberato dopo dieci anni di detenzione, ero un prigioniero politico con una condanna a scadenza: nel ’43 il conflitto era nel momento più critico e più violento, la Germania di Hitler cominciava a prevedere la sua fine.
Io ormai non avevo più nessuno, a trentatré anni mi trovavo completamente solo in un mondo che secondo me, in mezzo alle sue disgustose violenze e ai suoi avvenimenti insensati, non aveva nessuna prospettiva, nessun futuro.
Non parlo della Germania di Hitler, né dei disastri e delle ingiustizie della mia vita personale, piuttosto queste esperienze disperate mi avevano convinto che quello era soltanto l’inizio di un mondo che avrebbe fatto dell’eccidio e della discriminazione la sua caratteristica più rilevante, anzi la sua regola e il suo significato, se di significato si può parlare–questo dunque era quel “mondo dei fini”, di cui mi aveva parlato mio padre, studioso di Kant, prima che l’uccidessero mediante impiccagione perché politicamente sospetto.
Anzi, i miei primi anni erano stati felici in un ambiente culturale effimero (e ora mi rendo conto falso) ma apparentemente ricco di valori, tra la solida saggezza di Goethe e la profondità riflessiva delle Cantate chiarissime e belle (anche se un po’ misteriose) di Giovanni Sebastiano Bach, quasi il nume tutelare della nostra famiglia, come di molte famiglie di ingenui e forse un po’ ipocriti piccoli borghesi della Germania.
Non vale trastullarsi con la grandezza dei poeti e con la dialettica dei filosofi quando il crimine e il sopruso continuano a essere padroni del mondo.

Ma tornando alla mia storia più recente, quando uscii da Dachau fui mandato nelle truppe di punta operanti in Italia come soldato specialista, nel pericoloso settore dei guastatori. Ne ero quasi contento, speravo di morire, speravo di essere annullato, non volevo niente, ma quello che volevo meno di tutto era il ritorno a casa, non avevo paura delle mine, né dei mitra, né delle esecuzioni sommarie, né dei carri armati che passavano diritti sulla carne viva dei miei compagni di violenza e di morte, quello che più mi faceva paura, quello che trovavo insopportabile, quello che trovavo intollerabile e disgustoso era il ritorno, il ritorno a quella che sarebbe stata ipocritamente definita una nuova vita normale. Ma nonostante le azioni più audaci, nonostante i momenti più pericolosi (molti come me facevano di tutto per essere uccisi), nonostante il furore che avevo dentro di me per dileguarmi e sparire, nonostante tutto ti dico caddi prigioniero e la mia vita fu salva: e quanti ne ho visti che volevano vivere e cadevano subito alla prima azione nei modi più assurdi e ridicoli, magari sparati alle spalle per errore dai loro compagni di squadra o uccisi da un tiro corto della nostra artiglieria!
Ma queste sono inezie, t’assicuro sono inezie nella vita d’un uomo!
L’essenziale è da un’altra parte, magari nelle pagine ingiallite di un trattato di filosofia, di un libro di Hegel gelosamente custodito in una preziosa biblioteca di Heidelberg!

Ho cominciato col dirti che il ghetto di Dachau era più pulito e se vuoi era anche più logico, più pulito e più logico dell’insensato cortile di cemento dove sono ormai segregato e dimenticato da più di vent’anni.
Qui nessuno dei miei compagni parla se non da solo, qui molti si salvano seguendo le vie innumerevoli e meravigliose dell’immaginazione (i nostri guardiani ci chiamano deliranti), qui chi non crea continuamente mondi immaginari come i poeti più fantasiosi, prima o dopo cerca di sfuggire ai guardiani per raggiungere i binari della ferrovia, per spezzettarsi sotto il treno, unica via di scampo.
A Dachau era possibile uccidersi o farsi ammazzare, qui riesce di rado.
Qui non sei più nessuno, qui non puoi decidere più nulla. Qui dentro nella tua ultima ricerca disperata di un significato sia pure illusorio della tua indescrivibile condizione umana sei considerato senza cervello e ti sorvegliano di continuo anche al gabinetto, e se parli ridono e ti sputano addosso con un disprezzo e con una ottusità che anche noi che abbiamo provato tutto stentiamo a sopportare.
Purtroppo durante la prigionia in un campo americano nelle vicinanze di Napoli, io avevo tentato di sparire, ma il colpo di pistola di cui mi ero servito mi attraversò la bocca e il collo senza uccidermi.
Così sono qui dentro e ci resto, ho passato anni interi immobile in cella o in un angolo del cortile, ho ripercorso tutta la mia vita passata, ho udito di nuovo le promesse di felicità di Goethe e di Bach, ho riascoltato la voce chiara e serena di mio padre acceso di entusiasmo per il ragionare pacato e penetrante di Immanuel Kant e degli Illuministi, ho rivissuto sussultando la violenza dei Lager e dei campi di battaglia, ho sognato spesso i boschi profondi e i larghi fiumi della mia terra d’origine, ho parlato e mi sono agitato da solo perché ormai nessuno mi si rivolgeva più se non per insultarmi, ma tutto questo ti assicuro non vale niente, non serve a nessuno, e se mi offrissero di uscire mi rifiuterei, non tornerei per nessuna ragione in un mondo che sopravvive soltanto per nascondersi la sua disumanità e il suo non senso, preferisco restare qui più vero più genuino più autentico perché ormai inchiodato nella mia lucidità e nella mia immutabile disperazione.
Dicono che sono dissociato perché non mi associo più all’ipocrisia del mondo – non vedo il vestito dell’Imperatore anche se non c’è -, dicono che sono un delirio di disastro perché una volta ho gridato che Hitler non era nessuno se non un modesto precursore, dicono che c’è un’ombra inspiegabile che d’improvviso si è impadronita della mia mente.
Sembrano molto compassati e tranquilli – sono i custodi dell’ordine, sono i custodi e i guardiani della verità e della saggezza – ma diventano feroci e spaventosamente agitati ogni volta che qualcuno di noi tenta ancora di dire qualcosa, di parlare, di spiegarsi, di mescolarsi con loro.
Una volta sono stato in camicia di forza per un mese di seguito, non me la toglievano neanche per i pasti, e mangiavo per terra acchiappando il cibo con la bocca e strisciando nel cortile come una biscia–e tutto questo perché avevo avuto l’imprudenza di dire a una suora sorvegliante che la croce di Cristo è una truffa e che gli Apostoli forse avevano capito che la morte di Gesù non era servita a niente.
Ricordi Federico Nietzsche, ricordi gli Apostoli che si domandano davanti al corpo torturato e ucciso del Maestro `’Chi era costui? Che cos’era costui? Cosa voleva?”.
Forse te ne ricordi, forse no. Ma non importa. Piuttosto sai dirmi tu che cos’è questa saggezza che per sopravvivere ha bisogno di asservire o di uccidere milioni di persone? Piuttosto sai dare una risposta a questa vita normale che ha attraversato Auschwitz e Treblinka, e che è passata su Stalingrado, su Dresda, su Hiroshima, su Nagasaki?
Non ascoltare le mie domande, dimenticami, dimenticami, dimenticami presto e continua a seguire la via della saggezza, ch’è più sicura, che è più serena, forse è falsa come dico io, forse mi sbaglio, ma sicuramente in quella direzione potrai illuderti di vivere, magari di una vita artificiale, magari di un’esistenza finta come quella dei burattini che saltano sotto i fili nei piccoli teatri di periferia delle grandi e delle piccole città di quel mondo che io ho rifiutato e che per non mettersi in discussione mi ha confinato dietro le mura gialle sporche e assolate di questo squallido istituto di pena 47.


Note: 47) Pubblicato in: IL PONTE n.12 dicembre 1970
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Brano tratto da “I PREGIUDIZI E LA CONOSCENZA CRITICA ALLA PSICHIATRIA” di Giorgio Antonucci, ed Apache

Pubblicato il 12 maggio, 2015
Categoria: Testi

Van Gogh – Il conformismo e la diversità – Giorgio Antonucci





“Pablo Picasso”


(Auvers-sur-Oise, 27-7-1890)


Mio caro fratello,


grazie della tua cara lettera e del biglietto di 50 fr. che conteneva. Vorrei scriverti a proposito di tante cose, ma ne sento l’inutilità. Spero che avrai trovato quei signori ben disposti nei tuoi riguardi.
Che tu mi rassicuri sulla tranquillità della tua vita familiare non valeva la pena; credo di aver visto il lato buono come il suo rovescio–e del resto sono d’accordo che tirar su un marmocchio in un appartamento al quarto piano è una grossa schiavitù sia per te che per Jo. Poiché va tutto bene, che è ciò che conta, perché dovrei insistere su cose di minima importanza? In fede mia, prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente più serena passerà molto tempo. Ecco l’unica cosa che in questo momento ti posso dire, e questo da parte mia l’ho constatato con un certo spavento e non l’ho ancora superato. Ma per ora non c’è altro. Gli altri pittori checché ne pensino, si tengono istintivamente lontani dalle discussioni sul commercio attuale.
E poi è vero, noi possiamo far parlare solo i nostri quadri.


Eppure, mio caro fratello, c’è questo che ti ho sempre detto e che ti ripeto ancora una volta con tutta la serietà che può provenire DA UN PENSIERO COSTANTEMENTE TESO A CERCARE DI FARE IL MEGLIO POSSIBILE, te lo ripeto ancora che ti ho sempre considerato qualcosa di più di un semplice mercante di Corot,


e che tu per mezzo mio hai partecipato alla produzione stessa di alcuni quadri, che, pur nel fallimento totale conservano la loro serenità. Perché siamo a questo punto, e questo è tutto o per lo meno la cosa principale che io possa dirti in un momento di crisi relativa. In un momento in cui le cose fra i mercanti di quadri di artisti morti e di artisti vivi sono molto tese.
Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà – e va bene – ma tu non sei fra i mercanti di uomini, per quanto ne sappia, e puoi prendere la tua decisione, mi sembra, comportandoti realmente con umanità. Ma che cosa vuoi mai?.


Si racconta che Kafka, prima di morire per la sua tubercolosi polmonare, disse al medico invitandolo ad affrettare la sua morte: “Mi uccida, altrimenti è un assassino”.


Van Gogh aveva affrontato con piena partecipazione personale i problemi dell’uomo del nostro tempo e, per riprendere le sue parole, la sua ragione vi si era consumata per metà.
Poiché, com’è logico, i suoi costumi uscivano fuori continuamente dalle regole del conformismo e della mediocrità, già il padre dell’artista nel 1882, e ottanta cittadini di Arles in una petizione al sindaco nel 1889, chiedevano il suo internamento in manicomio.
Però se non desta meraviglia che dei piccoli borghesi conservatori si scandalizzassero di fronte alla personalità di Van Gogh, più problematico e più discutibile appare il giudizio di un uomo come Jaspers.
Scrive il filosofo:
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Pubblicato il 8 maggio, 2015
Categoria: Testi

A Piero – FuoriBinarioLibri – Di suo pugno… scritti di Piero Colacicchi

L’11 agosto 2014 è morto Piero Colacicchi.

 

Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici. Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra “noi”), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli. Là, negli ospedali psichiatrici, avevo visto la pretesa da parte degli psichiatri di curare persone giudicate, anche in questo caso da loro, incapaci di vivere tra la gente, internandole magari per anni; e mi è stato mostrato come questo non avesse niente a che fare con la realtà in cui erano vissuti e che volevano vivere i ricoverati. Nell’uno e nell’altro caso alcune autorità pretendevano di fare gli interessi di altri e di curarne i diritti, mentre i diretti interessati chiedevano, in un modo o in un altro, cose del tutto diverse: e per prima cosa la libertà di scelta. Venivano a cozzare così due concezioni del tutto opposte del concetto di diritto: un ‘diritto’ difeso autoritariamente da alcuni, che si dichiaravano esperti e affermavano l’incapacità di quegli altri di difendersi, ed un diritto dai diretti interessati ed appoggiato da persone che traevano le loro convinzioni e le loro conclusioni dalla volontà di quegli stessi che gli esperti consideravano incapaci a vivere secondo le loro idee. Nè nel campo della psichiatria nè in quello dei Rom il dibattito è chiuso, tolto il fatto che i Rom stessi cercano il modo di disfarsi degli esperti e di prendere in mano le redini del loro destino. Gli oggetti delle attenzioni degli psichiatri, invece, quelli che vengono definiti ‘malati mentali’, sono ancora costretti a subire la volontà di coloro che li trattengono nei loro ‘ospedali’ non essendo essi ancora riusciti a imporre – cosa, del resto, realisticamente quasi impossibile – o non avendo ancora ottenuto da chi li appoggia – cosa anch’essa ad oggi solo in pochi casi possibile per il rapporto di forze contrario – la loro libertà.
Perché è così difficile per i ‘ricoverati mentali’ (oggi vittime più di prigioni chimiche che architettoniche) ottenere la libertà di decidere il loro destino? Proprio perché sono definiti malati e perché la psichiatria, a differenza di quelle pseudo – antropologie che hanno tentato di imporre la loro idea dei Rom, vive all’interno di un comparto il cui potere, anche storico, è enorme e non è, nel suo insieme, criticabile: la medicina. I Rom invece possono definirsi apertamente razzista chi voglia opprimerli e il razzismo, per quanto oggi ancora – anzi sempre di più – diffuso è, dopo la scoperta degli orrori dei lager della Germania e dei ghetti del Sudafrica oggetto di dibattito e di condanne a livello mondiale.
Un libro uscito recentemente riapre però il dibattito – in realtà mai chiuso, come si diceva, se pur costretto in limiti ristrettissimi – sul rapporto tra psichiatria e medicina, tra cura e danno e tra diritti reali e ‘diritti’ imposti. “Sorvegliato mentale: Effetti collaterali degli Psicofarmaci” di Maria Rosaria D’Oronzo e Paola Minelli, ed Nautilus, Torino, è un manuale ragionato dei farmaci usati dagli psichiatri per ‘curare’, cioè rinchiudere chimicamente, i loro pazienti e degli effetti ‘collaterali’ (ma che dovremmo chiamare reali in opposizione a quelli pretesi) che questi farmaci hanno sulla salute: su quella vera, quella fisica. Effetti sempre negativi, a volte tremendi, che vanno dalle convulsioni a danni definitivi ed irreparabili. Per curare che? Opinioni. Opinioni di singoli, contrarie al sentire comune e giudicate quindi segno di malattia. Oppure per eliminare brutalmente contraddizioni interne, sempre di singole persone già di per sé impossibilitate a difendersi: quelle contraddizioni in cui ciascuno di noi potrebbe trovarsi e che spesso generano drammatiche, paralizzanti, incertezze. Da capire. Da affrontare con il rispetto che le stesse autrici del libro mettono giornalmente in pratica nel loro lavoro. Per gli psichiatri, invece, malattia, schizofrenia: da estirpare, con ogni mezzo.
In un bel saggio del 1939 su alcune peculiari fisime di Jonathan Swift, Aldous Huxley (l’autore di Bravo Mondo Nuovo, romanzo/manifesto sulla possibilità di asservire persone per mezzo di sostanze chimiche e sul tipo di regime assoluto che ne deriverebbe) scriveva: “Le nostre menti, come i nostri corpi, sono colonie di vite separate che convivono in una condizione di simbiosi cronicamente ostile; l’anima è in realtà un grande conglomerato di anime e il nostro comportamento è, in qualunque dato istante, il prodotto di questa loro guerra infinita.” In quello stesso anno 1939 gli psichiatri Cerletti, Bini (italiani) e Kalinowski (tedesco) perfezionavano l’elettroshock, cioè l’uso di violente scariche elettriche per curare la malattia delle contraddizioni, la schizofrenia. L’idea di usare l’elettroshock su persone partiva, com’è noto, dall’osservazione del metodo usato nel macello di Roma per anestetizzare i maiali prima dell’uccisione.

Pubblicato il 21 aprile, 2015
Categoria: Testi

Seminario Disegno Onirico – 18/19 aprile 2015



Centro di Relazioni Umane di Bologna organizza:

“Il disegno onirico consente di esprimersi, senza alcun vincolo di giudizio estetico(“bello” versus “brutto”), di narrarsi ed esprimersi pienamente, con l’accompagnamento di musiche generalmente gradevoli, ma non “invasive”. Tuttavia non solo disegno onirico: la persona può esprimersi anche con la scrittura (diari, racconti, poesie, altre forme espressive e altri generi letterari), con scene teatrali (in questo caso, visto tempi e spazi, solo brevi scene espressive, senza scenografia, oggetti di scena etc., ovviamente), con la musica e il canto (chi vuole, ma ciò vale per la domenica pomeriggio, può portare il proprio strumento “d’affezione”, purché ovviamente piccolo o esprimersi cantando). In altri termini, il disegno onirico diviene prodromico, ossia introduce ad altri linguaggi, altre forme di comunicazione, che dicono di sé e degli altri, dato che si lavora in gruppo. Come sempre vale la consegna di fondo: “Cercare di rispettare le consegne, ma sfruttare tutti i molti spazi di libertà consentiti” e anche “Nulla di quanto si dice o fa nel gruppo può essere comunicato ad extra”. Il disegno onirico (consegne) vale sabato e all’inizio di domenica (fino alle 11 circa), mentre poi c’è spazio libero per quanto la creatività dei/delle partecipanti esprime.

Saremo ospiti da MercanZia Loredana Vitale, Piazza della Mercanzia 2 Bologna.

Pubblicato il 13 aprile, 2015
Categoria: Eventi

Poemito – Eugen Galasso



Ancora una volta in rima, per dindirindina


Dolce governo del niente
Todo se cierra de repente
Tendenze assurde della “sorte”
tutte nel segno della morte
Giorni passati nel dolor
Il ny’a pas de fées d’or
Dolce forse il comeback
I dont sing “Get back”


(Eugen Galasso, 23/03/2015)

Pubblicato il 7 aprile, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo