Paola Cooper, 16 anni, aspettava l’esecuzione della condanna a morte. – Piero Colacicchi
di: Piero Colacicchi
Tra i tanti oggetti che inzeppano la mia stanza c’è un piccolo cucchiaio di legno il cui manico è malamente attaccato al fondo, il cui fondo stesso è spaccato in due, è mal incollato ed è mancante della parte davanti: malgrado ciò mi è particolarmente caro perché mi ricorda un episodio importante della mia collaborazione con Giorgio Antonucci. Il cucchiaio è intagliato a mano in legno di “òcchiule”, (come lo chiamano in Basilicata ) un legno duro, compatto e piuttosto pesante. Potrebbe esser stato fatto in Aspromonte o a Senise, in Basilicata, dai pastori. In realtà so soltanto che proviene dalla Calabria.
Mi fu regalato da Noris Antonucci parecchi anni fa con un commento scherzoso: ” Tienilo te: tanto, tra tutte la roba che hai, una cosa in più non ti fa differenza. Io non lo voglio, ma non voglio neppure buttarlo via. Sai, apparteneva ad una zia a cui ero molto affezionata, quella che per le feste mi mandava sempre i salamini piccanti e le altre golosità calabresi che anche a te piacevano tanto.” Lo accettai sorridendo. Noris mi prende sempre in giro per tutte le cose che tengo in casa, lei che invece non sopporta di aver roba tra i piedi e che – scherzo io – uno di questi giorni butterà nella spazzatura anche il marito!
In quel periodo passavo più spesso del solito da casa di Giorgio e di Noris, e mi fermavo anche a mangiare. Eravamo, come ai vecchi tempi, continuamente in contatto perché seguivamo una questione importante in cui c’eravamo imbarcati e che ci teneva con i nervi tesi.
Era cominciata così. Una mattina – per l’esattezza sabato 13 dicembre del 1986, verso le undici – me ne stavo a casa mia a ciondolare in pigiama quando Giorgio Antonucci mi telefonò e mi lesse una lettera appena pubblicata su La Nazione, a firma di Maria Luigia Guaita. Non conoscevo personalmente la Guaita, ma ne avevo molto sentito parlare, anche in casa. Era stata partigiana, aveva partecipato a varie attività (durante le quali aveva conosciuto anche i miei genitori), era stata amica di Enzo Enriquez Agnoletti (l’ex vice sindaco e direttore della rivista Il Ponte su cui anche noi scrivevamo ) e ora dirigeva una scuola d’incisione molto nota a Firenze, il Bisonte.
La lettera della Guaita, pubblicata col titolo “Per non far morire Paula” nella rubrica ” Parliamone insieme” tenuta da Laura Griffo, diceva: << In questi giorni che sanno già di Natale [ …] vorrei richiamare il ricordo della gente buona, ma forse distratta, su Paula Cooper. E’ una ragazzina nera che oggi ha sedici anni e che, in una cella della morte del carcere di Indianapolis, sta aspettando di salire sulla sedia elettrica. Ha commesso un delitto orribile: riconosciuta mentre tentava un furto nell’abitazione della insegnante di catechismo, Ruth Pelke, l’ha assassinata con un coltello. L’opinione pubblica locale, emozionata e indignata, ha plaudito la pena di morte a cui è stata condannata. […] Figlia di alcoolizzati, violentata la prima volta dal padre davanti alla madre indifferente, cresciuta in un clima di violenza e di abiezione […] è fuggita più volte dall’inferno della famiglia e puntualmente restituita a casa dalla solerte polizia locale […] Dopo qualche negativa esperienza in orfanotrofio[…] quando la madre e il padre si allontanano, […] resta affidata alle cure della sorella, maggiore di lei di soli tre anni.
< [ …] A pregare per lei oggi c’è solo la sorellina disperata. A battersi per lei solo l’avvocato difensore, che spera nella grazia. Che potrà essere ottenuta solo se l’opinione pubblica europea si organizzerà in ” movimento per la vita di Paula ” e chiederà per lei il perdono del popolo americano.[…] A te, Laura, chiedo di sollecitare una raccolta di firme a favore di un mutamento di pena e umana solidarietà verso questa ragazzina disperata e sola davanti alla morte che ormai si è già insediata, quasi entità palpabile in attesa paziente, nella sua cella .[ …] Si può scrivere al governatore Robert Orr, State house, Indianapolis 46204 USA. >>
Commentava Laura Griffo: << Raccolgo l’appello di Maria Luigia Guaita con emozione.[..] A Firenze, nel 1786,il Granduca Pietro Leopoldo, sovrano illuminato, abolì la pena di morte ritenendola iniqua. Giusto, quindi, che da Firenze parta una iniziativa di solidarietà con Paula Cooper, che ha solo sedici anni e che dovrà morire fra poche settimane[…] Invitiamo Firenze a scriverci per intervenire in nome della sua tradizione civile: gli amministratori […] gli studenti […] e anche gli altri; il movimento per la vita […] i radicali[…]; chiunque voglia, per Natale, in uno slancio di altruismo, farsi il regalo della vita di Paula>>.
Giorgio, al telefono, mi proponeva di scrivere anche noi una lettera al governatore Orr. Dissi che era una buona idea e che bisognava studiare bene il testo. Decidemmo che ci saremmo risentiti più tardi, in giornata.
Riattaccata la cornetta mi misi a pensare alla questione: che glie ne interessava al governatore Orr se gli arrivavano alcune lettere dall’Italia? Niente! Tempo sprecato, o quasi. Meglio provare a pensare a qualcosa di più forte. Ma che cosa?
Pubblicato il 25 May, 2011
Categoria: Testi, Testimonianze
Shabbetày Tzevì, etichettato cosidetto “bipolare” – Eugen Galasso
Shabbetày Tzevì, fondatore del sabbatianesimo, che riprende in modo originale la Qabbalà, che è già un movimento “gnostico” (esoterico ed “altro” rispetto all'”ortodossia” che però propriamente non si dà, nell’ebraismo), Ebreo di Smirne (vi nasce nel 1626, i suoi genitori forse provenivano dalla Grecia), proponeva a sé e ai suoi seguaci digiuni, immersioni rituali nell’acqua anche in inverno inoltrato, dopo qualche incertezza si propone come il nuovo Messia, non senza incontrare vivaci resistenze e anche pesanti boicottaggi da parte di autorità civili(islamiche), come anche da parte della sinagoga. “Eccentrico” nei comportamenti(ma anche qui andrebbe detto che la cultura, occidentale e nonorientale-turcomanna, nella fattispecie di Costantinopoli etc., prescrive norme che vanno rispettate e anche nel presunto “libertarismo” degli anni Duemila un’imposizione di norme e comportamenti si dà, escludendo chi non si “conforma” e non acconsente). Sposato varie volte senza aver “consumato” il matrimonio, in varie occasioni, al suo terzo matrimonio Shabbetày sposa Sarah, ragazza passata attraverso differenti esperienze di vita e di fede (un tempo, segnatamente nel 1600 vita e fede tendevano ad identificarsi o quasi), quasi una sorta di evocazione di Elena, sposa di Simone, uno dei grandi esponenti storici esponenti della gnosi, detto Simone Mago dalla chiesa cattolica per condannarlo, ma anche della storia del profeta Osea, che sposa una prostituta “salvandola”. Questo sarà un matrimonio fecondo (cosa importante, in quella fase e condizione in specie nell’ebraismo della diaspora), ma poi Shabbetày lascerà e “riprenderà” Sarah, staccandosene poi, per un quarto matrimonio, invero solo “teorico”(cfr.sopra). Nel frattempo SHabbetày era divenuto apostata, convertendosi all’Islam, dopo esser stato costretto a tale passo con la violenza. Dopo un ulteriore fidanzamento, non pervenuto a matrimonio per la morte della ragazza, Shabbetày si sposa una quinta volta.
Pubblicato il 24 May, 2011
Categoria: Testi
“ECT” di Paolo di Giosia e vari – Eugen Galasso
In relazione all’intervento precedente, in cui richiamavo le parole di Giorgio Antonucci sulla necessità di parlare di persone, delle loro sofferenze, di reclusi o “ospiti” di istituzioni totali quali cliniche psichiatriche, manicomi criminali (OPG, anzi, pardon, Ospedali Psichiatrici Giudiziari) etc. Ora, consultando non solo il bel volume di Paolo di Giosia, operatore tecnico nell’ Ospedale di Teramo, fotografo, “poeta” (certamente, in senso ampio), “Solitudini“, ma anche solo il volumetto “ECT”, ossia Electro Convulsive Treatment, troviamo proprio questo: corpi e cuori non tanto “messi a nudo” (andrebbe anche bene, fosse fatto nell’accezione baudelairiana), ma martirizzati, vittima di quel sacrificio che René Girard, con tutte le critiche che possiamo rivolgergli, soprattutto in quest’ultima fase, di “maturità estrema”, vede nel bouc emissaire, cioé nel capro espiatorio: in ogni società , dice Girard, i persecutori identificano gli “individui nocivi”, i “cattivi”, i “reprobi”, fino a farne dei capri espiatori. Il problema, semmai, è nel fatto che Girard vede gli “agnelli sacrificali” quasi esclusivamente nell’ “agnus Dei”, nell’ “agnello di Dio” e nei suoi seguaci, senza considerare , per es., che un grande drammaturgo e poeta cattolico quali Giovanni Testori identifica tale “agnello sacrificale” anche nell’omosessuale, drogato, malato di AIDS (in “In exitu”, per es, testo teatrale ormai non più rappresentato, in quanto non “commerciale”, ma senz’altro leggibile, anche perché Testori scrive benissimo anche per la pagina, non solo per la scena), ma suggestioni simili le troviamo anche in Pier Paolo Pasolini, “ateo” e “materialista storico” (forse sedicente tale). Cioè: per essere agnelli sacrificali non occorre essere nella “sequela Christi”, basta essere scomodi, per i motivi più vari, ai poteri dominanti in una certa epoca. Lo saranno rasta, neo-e post- hippies, harekrishna, come lo erano e sono omosessuali, dissidenti politici (di ogni orientamento), “pazienti” (perché poi, dico ancora con Giorgio Antonucci, continuano ad esserlo?), negri, Ebrei, non-cristiani o cristiani, sinti, rom, ma anche semplicemente chi “non si rassegna a portar le catene” (“Il fannullone”, antica canzone di Fabrizio De André, testo di Paolo Villaggio). La donna sola dell’ex-manicomio del volume e del volumetto di Paolo, realizzato con tanti collaboratori, tutti giustamente elencati, da Alessandra Lisciani a Vito Bianchini, a tanti altri/tante altre. Da vedere, guardare, leggere, per “compatire” (da “cum-pati”, soffrire ma anche “sentire” insieme con), un sentimento tra i più nobili, che io credo profondamente essere presente, in forme diverse, anche in tante specie animali (ma siamo “animali” anche noi, attenzione!), certo in maniera diversa. Lo si evince da molti studi recenti, in specie made in USA, ma anche da quel “rudere politico” che critico ma ammiro, Petr Kropotkin, che era anche uno straordinario naturalista.
Eugen Galasso
Pubblicato il 22 May, 2011
Categoria: Testi
“Solitudini” di Paolo di Giosia – Eugen Galasso
In questo bel volume “Solitudini” di Paolo di Giosia, troviamo, con i testi importanti del compianto filosofo dell’educazione Antonio Valleriani e di altri, una documentazione ricca su come ci sia emarginazione, anzi meglio, di come l’emarginazione venga creata. Concezione dicotomica del mondo, nata con e da (almeno, personalmente credo anche da prima) Parmenide e Platone, con il mito cui tutti/e (compreso chi scrive, ma oggi con riserve) indugiamo di “Hellàs”, della filosofia greca dove “il pensiero vede finalmente terra” (G.W.F.Hegel), dove c’è la “ragione” e la “sragione”, la verità e la sua negazione e…tertium non datur. Concezione poi confermata da Descartes, Kant, da Hegel, che pure ci pone di fronte alla complessità, da una concezione miope ed escludente del marxismo (di cui Marx ed Engels non furono in alcun modo né colpevoli né correi), dalla grande parte del pensiero dell’Occidente, magari “cristiano” (definizione coniata da Novalis, poeta romantica che ingenuamente rincorreva il Medioevo, poi statuito in ogni fascismo, in quello spagnolo “In nome dell’Occidente cristiano fucilateli”, in quello greco dei colonnelli e di Pattakòs, in quello cileno di Pinochet o salvadoregno di D’Aubisson, in quello in salsa argentina di Viola e Videla, nella superiorità del WASP (White Anglo- Saxon Protestant) à la Ku-Kux-Clan, nel razzismo di Piek Botha in Sudafrica etc.. Ma anche nel razionalismo “democratico”, “tollerante” (aggettivo che già dovrebbe far riflettere, infuriare chi lo legge!) le sacche di “emarginazione” vanno represse, se c’è bisogno, anche “a ferro e fuoco”… Idem con tanti altri, tante altre manifestazioni orribili, dove il “matto”, l’ “extracomunitario”, il “deviante”, chi parla altre lingue o ha altre culture (in accezione antropologica, cioè usi, costumi, abitudini, modi di pensare) viene ripreso/represso/disperso, “emarginato” e…scegliete voi quale termine sia più adatto, a seconda delle situazioni e dei contesti. “Follia”, dunque, miseria, diversità, da vedere in queste foto e da leggere in questi testi, dove, con riferimenti a Ricoeur, a Lévinas, a Maria Zambrano, a Galimberti (filosofo e psicoanalista, sia detto inter cetera), a Cambi etc., si documenta e si riflette sul “Monde comment ça va”, come diceva Franòois Marie Arouet, id est Voltaire e cioè, per dirla solo con un avverbio: “male”, finché il rispetto non la vincerà sulla pelosa “tolleranza”, la giustizia sociale non avrà la meglio sulla pelosa “carità”etc.
Eugen Galasso
– DENTRO FUORI: “Teresa B.” – Roberta Giacometti e intervista a Giorgio Antonucci su Teresa B. –
“Dentro Fuori. Testimonianze di ex-infermieri degli ospedali psichiatrici di Imola” di Roberta Giacometti, ed Bacchilega editore, 2009.
“Il dottor Antonucci era stato l’unico medico, che io abbia visto, che entrasse nel suo camerino senza camice, la toccasse, le rivolgesse la parola, stesse seduto accanto a lei sul letto a parlare senza timore. Lei lo aspettava con trepidazione e mi diceva che anche lui aveva delle belle mani.”
TERESA B.
La storia di Teresa è incredibile, per questo la scrivo a parte, per farne un quadro più preciso.
Mi raccontano di lei le infermiere Giuseppina Pelliconi, Anna Piancastelli e Ileana Mingotti.
“Teresa era la donna con la museruola. Aveva subito una depressione post-parto, quindo poco dopo i vent’anni arrivò da noi. Aveva una bellissima voce, era un usignolo, quando spuntava il sole cantava le canzoni romagnole. Stava nel primo camerino al pian terreno del reparto 14. Giorno e notte teneva le braccia incrociate bloccate davanti e il corpetto allacciato dietro. Aveva cinque fascie di contenzione e i “zamparelli” di cuoio alle caviglie. Aveva un gran forza e faceva del male anche a sé: si metteva le mani “dentro” e tentava di tirarsi fuori l’utero. Prima che la tenessero legata per l’intero giorno, menava le altre malate: una volta rientrò dal cortile con le mani insanguinate e volle che la mettessi subito a letto legandola ben bene. “Cosa hai fatto?” le chiesi. Andai fuori e vidi una malata con la faccia pesta di sangue: le aveva quasi cavato un occhio. Da quel giorno fu legata.
Quando arrivava sera, e io stringevo le fasce per la notte, lei mi diceva: “tira, tira più forte.”. Io tiravo più che potevo, aiutandomi con i piedi appoggiati al letto. La tenevamo legata stretta perchè non muovesse neppure la testa, perchè mordeva il lenzuolo, la coperta, il materasso. Faceva così tutto il giorno, se la slegavi, il tempo che ti voltavi, un attimo, lei mordeva qualsiasi cosa. Non si sa come facesse, non ce lo siamo mai spiegate. La slegavamo solo per lavarla e stavamo accanto a lei sempre in due o tre, perchè mollava dei bei ceffoni. E poi sputava, bisognava stare attenti. Ma andava alzata, non poteva restare così, stava facendo le piaghe da decubito e allora in sartoria idearono per lei un vestito imbottito che, come un albero di Natale, stava in piedi da solo. Ma lo ruppe lo stesso, dove passava “sbragava”. Allora i medici decisero di far eseguire dal calzolaio dell’ospedale una maschera in cuoio con un telaio di tubolare di ferro, che noi allacciavamo dietro con cinghie di cuoio, affinchè non arrivasse a mordere nulla e non ci sputasse addosso, e le prime volte la portammo fuori così……Ricordo che il dottore non poteva vedere Teresa in quel modo, si guardava sempre le scarpe, erano comunque pochi i medici che guardavano i malati in faccia, specie se erano messi male. E così quando c’era la visita dovevamo metterla a letto, legarla e toglierle la maschera. E pensare che era lui che l’aveva ordinato….Poi misero un’infermiera che si prese cura di lei, gentile e paziente, con lo scpo di portarla fuori. Poco alla volta ci è riuscita”.
Ileana è la giovane infermiera di cui parla Anna. E’ lei che continua la storia di Teresa, con la quale ha passato quasi otto mesi nel tentativo di recuperare in lei un pò di dignità. Quando nel ’71 venne affidata a Ileana, Teresa era rinchiusa in manicomio da tanti anni e abbandonata nel suo camerino perchè, dopo tanti tentativi, tutti erano scoraggiati dal suo comportamento. Era considerata la paziente donna più pericolosa, un’irriducibile, forse l’unica che non si sia mai rassegnata alla sua condizione.
“Prova, mi aveva detto la capa. Io non sapevo nulla di Teresa. Mi fece entrare nel suo camerino e mi chiuse dentro. Il camerino era circa 3 metri per 4, con il letto al centro fissato a terra e un finestrone alto dal quale neppure io vedevo fuori, solo la cima degli alberi. Il pavimento di cemento aveva un avvallamento sotto il letto nel quale si concentravano i bisogni della malata. La puzza era pungente, perchè il cemento aveva assorbito negli anni la pipì. Le quattro pareti della stanza erano pieni di sputi, non c’era un centimentro libero; erano macchie rosate in quanto, in mezzo alla saliva, c’era del sangue, perchè Teresa si mordeva le guance. Teresa era legata al letto, strettissima, e aveva imparato a sputare anche attraverso la maschera. Leggi l’articolo completo »
Pubblicato il 15 May, 2011
Categoria: Libri, Testi, Testimonianze
Psichiatria e antipsichiatria – Eugen Galasso
Parliamo delle persone, diceva Giorgio Antonucci, in videoconferenza con Tolè, sabato scorso, non di psichiatria o antipsichiatria. Sacrosanto, quando invece gli psichiatri parlano di “casi”. Di un “borderline”, di uno “schizofrenico”, di un’ “isterica” (sì, persino questa diagnosi, sempre contra mulieres, vale ancora, per taluni “strizzacervelli”), di un paranoico etc. Casi, da risolvere(neanche fossero Sherlock Holmes, questi men and women), per incasellare-inquadrare-classificare. Senza i loro schemini non sanno far nulla. Talora verrebbe da rimpiangere epoche più crudeli (?) nelle quali almeno si usava la violenza senza troppa pre-meditazione. Ora, trovano la signora o ragazza che è scomoda per lasciarle l’eredità, il tipo che è troppo artista per assumersi “la responsabilità” e allora avanti, badabing-beng-bong (è in una canzone, anche bella, francese, non preoccupatevi… ); lo sbattiamo in “RP” (Reparto psichiatrico) con un bel “TSO” per “scioglierlo”/”liberarlo”/sollevarlo dagli impegni-impacci del “quotidiano”… Psichiatria d’assalto, altro che storie… Se volete, trovate parole e frasi più adatte, per “travestire”, metaforizzare etc., ma in realtà il succo della cosa è questo… Un ginepraio, se vogliamo, anche di leggi e cavilli giuridici, dove invece sarebbe molto meglio “en sortir”, con un’abolizione di tutto quanto limita la libertà. Un conto è il delinquente che uccide, che va recluso (esprimo al maschile solo per comodità, non è disprezzo della par condicio), per evitare che ricada nel delitto, ma chi è ingiustamente “accusato” (vale quanto detto prima) di “pazzia” sia libero, oltre e contro i pregiudizi degli sciocchi.
Eugen Galasso
Pubblicato il 14 May, 2011
Categoria: Testi
Philip Dick, FBI e psichiatria – Eugen Galasso
Philip Kindred Dick (1928-1982), grande scrittore di Chicago, autore di testi “profetici” (“Il mondo come Ubik lo creò”, “La trilogia divina”, “L’occhio della sibilla”, “Gli androidi sognano montoni elettrici”, che diviene poi il film “Blade Runner” di Ridley Scott), è uno di quegli autori che, tra critiche e riduzionismi “eterni”, ha attraversato fasi di scoperta-riscoperta, di valutazioni oscillanti, di sottolineatura polemica, tanto che qualcuno lo aveva definito “schizofrenico”….sic! In realtà la vita difficile di Philip (detto Phil da tutti, con la “mania” yankee di ridurre all’osso i nomi-noto il fatto che Ronald Reagan tutti i cittadini lo chiamavano Ronnie, che Clinton, che in Francia nei libri e nei giornali sentirete sempre chiamare William, era sempre Bill in patria), tra la morte della sorella gemella poche settimane dopo la nascita, il divorzio dei genitori quando aveva appena quattro anni, restando solo con una mamma autoritaria, “buttato” dalla facoltà filosofica di Berkeley per filo-comunismo (era l’epoca maccartista, la contestazione studentesca era ancora lontana), passando per sperimentazioni con droghe varie (LSD in primis, arriva Tim Leary, lo psichiatra e antropologo che studia e sperimenta ogni ambito della psichedelia), lo porta a quello che i “piccoli borghesi”, timorosi pur anco della propria ombra, chiamano “depressione”. Dick (le cronache lo accertano) era stato perseguitato dall’FBI, era finito in clinica psichiatrica… Nel corso degli anni non ho mai potuto leggere sistematicamente le opere di Dick (cosa che invece ho fatto, per es. con Ray Bradbury), ma vari romanzi e racconti “fantastici” li ho letti, tra cui anche questi testi giovanili, recentemente ripubblicati in francese(Paris, Gallimard-Folio) come “Colazione al crepuscolo” (“Breakfast at twilight”), “Small Town” (“Una piccola città”) e “Dove c’è igiene…” (“The Cromium Fence”), racconti scritti a metà anni Cinquanta. In tutti questi testi quale la chiave? La bellezza dell’arte, della creatività, che si scontra contro la bruttezza del mondo (un tratto gnostico, certo), ma anche la teoria delle realtà parallele, che dopo la teoria della relatività di Einstein si impone. Ma si nota anche, senza dover far neppure tanta attenzione, la polemica contro la psichiatria che riduce quanto non sa spiegare a “follia” o peggio “pazzia”. Leggendo Phil Dick capirete ancora di più la colossale (e quasi sempre letale) truffa della psichiatria e di coloro (tra gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti e altri) che vi si accodano… Eugen Galasso
Pubblicato il 8 May, 2011
Categoria: Testi
La pedagogia clinica e A.D.H.D. – Eugen Galasso
La pedagogia clinica: disciplina e prassi nata almeno 37 anni fa, con Guido Pesci e Sergio Gaiffi. E’ormai una realtà vivo e importante, tanto che sia il congresso nazionale di fine ottobre 2010, sia il recente, importante, convegno di Orvieto (16 aprile 2011) su “Multidisciplinarietà come trama educativa. Professioni, Scuola, Famiglia, Istituzioni”, organizzato ad opera dei pedagogisti clinici dell’Umbria, con un’importante lectio magistralis del presidente-fondatore Guido Pesci, hanno segnato una partecipazione importante, appunto pluridisciplinare, con tanti apporti di sociologi, psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti, logopedisti, operatori vari, educatori etc.. Rimane però una questione insoluta: quella del rapporto psichiatria/antipsichiatria, mai esplicitamente tematizzata ufficialmente. Peccato, perché grava sulla categoria un’affaire insoluto che pesa come un macigno: certo, si può dire che la pedagogia clinica non è quella speciale, che questioni come quella della psichiatria non afferiscono all’ambito specifico (“noi facciamo opera educativa”), eppure la questione rimane. Al convegno di Orvieto, dove non sono intervenuto direttamente, con relazioni o altro, ho sentito parole alte e importanti, probabilmente le più importanti degli ultimi dieci anni o poco più, ma la querelle rimane: resta quando si parla di ADHD (una “sindrome” inventata di recente, che categorizza bambini/e ragazzi/e “iperattivi”e”disattenti”…ovviamente trattandoli farmacologicamente).
Pubblicato il 3 May, 2011
Categoria: Testi
Reflecting:il silenzio – Eugen Galasso
Ogni volta che mi capita di parlare in pubblico di reflecting mi accorgo che il tema e il metodo (ma in realtà è di più; potrebbe essere, se realmente praticato, una concezione di vita) coinvolgono tutte le persone che partecipano a questi incontri. Cerco di riassumere quanto mi pare emerga da due incontri bolognesi, svolti in periodi differenti, a distanza di quasi mezzo anno (novembre 2010-metà aprile 2011), oltre che dagli incontri fiorentini e da quelli svolti altrove, in circostanze e periodi differenti: A) il reflecting non dà risposte, pone domande formulate insieme (cioè tra reflector e persona coinvolta), quindi , per chi vorrebbe “soluzioni rapide”, queste certamente non le dà; Leggi l’articolo completo »
Pubblicato il 3 May, 2011
Categoria: Testi
Del suicidio – Eugen Galasso
Sappiamo come gli psichiatri, sempre in cerca di tassonomie atte a giustificare le loro “condanne”, che si traducono in “terapie” quasi sempre coattive (TSO et similia), come il TSO si “affannano” (invero non troppo) attorno a “sindrome suicidaria” o a “pulsioni suicidarie”, dove comunque una curiosa sintesi tra creatività e pressapochismo (si fa per dire, perché rispetto a un “dogma psichiatrico” comunque instabile, fluttuante) non si sa come classificarla, oscillando la stessa tra un pietismo di maniera (“eh certo, nella sua condizione, poveretto/a, c’è il rischio che…”) e una tendenza curiosa, decisamente tendente alla condanna già prima dell’ “evento” (“In quelle condizioni, sa, può fare delle sciocchezze. E poi…”), quasi la scelta “de vita aut de morte” fosse prerogativa dello psichiatra (a proposito, per chi condanna a priori, “sorvegliando e punendo”: quanti psichiatri suicidi? Non pochi, ma…sarebbe interessante avere in mano una statistica attendibile, pur con tutte le riserve anche di chi scrive questa nota, verso tale strumento d’indagine quantitativa). Le religioni e le chiese, poi: quella cattolica, che condanna di più (la vita appartiene e pertiene a Dio) delle altre la teoria e prassi del suicidio pratica una teoria e prassi della doppia verità: condanna a livello di dogma, ma nella pratica i funerali religiosi si celebrano, sempre omettendo di dire il motivo del decesso(ciò è particolarmente ipocrita quando il motivo è noto o almeno intuibile, quando il parente del suicida è magari il prete officiante il rito etc.). Si legga (?Si fa per dire, certo) dal”Catechismo della Chiesa cattolica”: E’ lui (Dio che l’ha donata, sottinteso) che ne (della vita, sottinteso) il Sovrano Padrone…Non ne disponiamo” (1)(1) Catechismo…, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1992, p.561, paragrafo 2280. E ancora: “Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente”(2)(2, ibidem, paragrafo 2281). Solo in fondo alla breve trattazione del tema (è il Catechismo, non è uno studio specifico) si dice, molto ipocritamente, che “La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita”(3)(3, ibidem, par.2283).
Pubblicato il 25 April, 2011
Categoria: Testi