Archivio della Categoria: ‘Testi’

A GIORGIO ANTONUCCI – Poesia – Daniele Ruta








A GIORGIO ANTONUCCI




Ti avevo scritto una volta


Giorgio


Che gli uomini come te


Non dovrebbero morire mai


La penna mi tradiva?


O mi confondeva?


In questo tempo…


Di coincidenze


Appuntamenti mancati


Conoscenze


Arrivate troppo tardi


La mia penna avrebbe voluto


Condannarti


All’immortalità


Dunque


Alla cosa peggiore


Per te


Che avresti potuto


Da condannato


Dare la tua conoscenza


per sempre


All’umanità


Che


Senza libertà


Si sarebbe liberata


Che


Senza umanità


Si sarebbe umanizzata


Che


Senza strumenti


Avrebbe potuto dare agli uomini


Il potere di salvare….


Gli uomini


E l’ignoranza


Sarebbe stata salutata


Dunque cos’è la morte?


Se l’umanità migliore ti sta cercando?


E ti condanna


A trasformare…


Il coraggio e la fatica della tua vita


In un soffio di vento


In una carezza


In un brivido di libertà


Per un pensiero che resta


Dentro un corpo liberato


Dante ti accoglie


E lancia la tua città


In tutti i posti del mondo


E tra gli eletti


Nel tuo cammino


Circondato….


Da quelli che furono…


I privilegiati


Saprai..


Ancora una volta


Farli sentire


Come tutti gli altri


- Daniele Ruta –

Pubblicato il 26 novembre, 2018
Categoria: Testi

Poemito – Giorgio Antonucci – Eugen Galasso



E li chiaman”pazzi”
Condannati senz’altro in primo grado
Pas d’air, pas de chant
Only the torture
La sombra social se sube
Retaggi nuove inquisizioni

(Eugen,  17.02.108)

Pubblicato il 18 novembre, 2018
Categoria: Testi

Il funzionamento psichiatrico – Eugen Galasso


Sempre di più, nei testi di psichiatria ma spesso anche di psicologia si parla di “funzionamento”: ora si può parlare di “funzionamento” per una macchina, per una catena di servizi, per un sistema. Per una persona (o un individuo, soggetto, come volete dire) vuol dire apparentare la persona a una macchina e la cosa sarebbe, in realtà, offensiva anche se riferita a un animale. Al limite si potrebbe parlare di “funzionamento della psiche”, ma se ci si limitasse alla mera fenomenologia (descrizione), senza passare alle valutazioni: dire, cioè, che una psiche funzione “bene” o “male”, come vorrebbero-anzi vogliono-fare gli psichiatri, è inferenza indebita e mistificante. Come rilevato da Foucault, Szasz, Giorgio Antonucci e , con modalità diverse, da tutti gli antipsichatri e non “psichiatri”, ciò è da rifiutare, arrivando al boicottaggio, ove ciò sia possibile.  Un mondo “funzionante” è solo quello dispotico (dunque oppressivo, castrante, follemente orientato alla mera produttività),  descritto da “Orwell” in 1984, da Ray Bradbruy in “Fahrenheit 451″ e in varie altre opere…. Eugen Galasso

Pubblicato il 13 novembre, 2018
Categoria: Testi

Cancrini: no elettrochoc – Eugen Galasso





In un volume di 22 anni fa, concepito in forma di “libro-intervista” dal titolo “Date parole al dolore”, edito da Frassinelli,  curato da Stefania Rossini nel 1996, Luigi Cancrini, psichiatra e psicanalista, un’autorità nella lotta contro le dipendenze, in specie da droga, un esponente – a suo tempo – della cultura di sinistra, segnatamente del PCI (Partito Comunista Italiano), quando questo esisteva. Incentrato sul tema della depressione, pur se non in modo esclusivo, Cancrini ne parla come di “quel gran mare di situazioni che oggi molti vogliono chiamare “depressione” (op.cit, pp.110-111), dove comunque Cancrini, a differenza della prospettiva “rivoluzionaria” (purché si intenda bene il termine) di Giorgio Antonucci, riconosce l’esistenza della “malattie psichiche” (non diremo, comunque, “mentali”) ma ne relativizza la porta, riconducendole, senza orientarsi dogmaticamente verso un indirizzo psicanalitico o psicoterapeutico (non potremmo classificarlo come “freudiano”, “adleriano”, “junghiano”, seguace del cognitivismo, della teorie sistemica o altro) determinato. Molto interessante la parte nella quale (capitolo sesto del volume) nega validità all’elettrochoc (o shock, all’inglese), “per ragione terapeutiche, non per ragioni di principio” (ibidem, p.92): “L’elettrochoc , come l’eroina, è uno strumento al servizio dei meccanismi di difesa basati sulla negazione…L’episodio depressivo può anche essere momentaneamente interrotto dalla scossa elettrica, ma (è una prima possibilità) tornerà presto, sarà più grave e sarà vissuto dal paziente come una maledizione , perché sarà diminuita la consapevolezza di sé e delle proprie esperienze. Oppure darà luogo (seconda possibilità) a un deterioramento progressivo della personalità”(cit., p.93). Cancrini ricorda inoltre la morte neuronale indotta da questa barbara pratica, tuttora in vigore soprattutto(ma non solo) nelle cliniche private, da un certo numero di anni anche nelle strutture pubbliche della sanità italiana, ma purtroppo ancora regolarmente praticata in paesi arretrati, su questo piano, quali Gran Bretagna e Austria oltre a i paesi, ovviamente, a struttura politica autoritaria o totalitaria. Un libro forse non attualissimo, da leggere con le avvertenze del caso anticipate in apertura di testo, ma estremamente critico anche verso gli psicofarmaci. Peccato che quanto rimane della “sinistra istituzionale” (PD ma anche “Liberi  e Uguali”) si disinteressi del tema e comunque oggi accolga il peggio dell’esistente…   Eugen Galasso 

Pubblicato il 30 luglio, 2018
Categoria: Presentazione, Testi

Aaron Esterson: un precursore di Giorgio Antonucci – Eugen Galasso





Tra gli antesignani delle teorie di Giorgio Antonucci ricordiamo abitualmente, a ragione, Michel Foucault a livello storico-epistemologico e gli antipsichiatri Ronald Laing e David Cooper, britannici  e naturalmente Thomas Szasz, statunitense, di origini ungheresi-ebraiche, senz’altro l’antesignano più diretto, anche perché in stretto legame con Antonucci.  Ma, in realtà, dovremmo fare anche un altro nome:  Aaron Esterson, britannico di origini ebraiche, vicinissimo a Laing e Cooper, ma ingiustamente meno famoso dei due autori citati. Eppure Esterson, in “The Leaves of Spring. A Study in the Dialectics of Madness” (1970), reso in italiano come “Foglie di primavera”(Torino, Einaudi, 1973), contrapponendo un approccio dialettico-esistenziale a uno meramente analitico, a partire dall’analisi, dialetticamente “smontata” della presunta schizofrenia di Sara Danzig, ragazza di famiglia borghese considerata prima “pigra” poi “matta” dai familiari, mostra come siano solo le proiezioni dei familiari ad etichettarla come tale. Ecco alcune proposizioni significative del testo: “Il semplice modo positivista di vedere le persone e di rapportarsi ad esse viene inculcato o rafforzato  nello psichiatra durante la sua preparazione. Gli si insegna a scoprire -a “diagnosticare”- le persone i cui pensieri e le cui azioni non si conformano alla norma istituzionale quasi allo stesso modo in cui una volta si insegnava ai preti a smascherare le streghe e ai nazisti e ai sudafricani a scoprire gli appartenenti a una razza inferiore” (op.cit, in traduzione, p.274). ”Fantasie non verificate”, dunque, quelle degli psichiatri, cui però Esterson qui riconosce ancora il fatto che “credono di avere a cuore il bene della persona loro affidata” (ibidem).  Ma Esterson, quasi come clausola prudenziale, aggiunge che “la mia non è, naturalmente, un’argomentazione contro il fatto che ci siano delle persone folli” (cit., p.275), pur se dalla sua argomentazione complessiva sembra emergere che non ve ne siano – per cui ho parlato di “clausola prudenziale” almeno probabile. Chi però, con Szasz ma indipendentemente dalla riflessione dell’autore del “Mito della malattia mentale” sgombra completamente il campo dall’esistenza di malattie mentali è proprio Giorgio Antonucci, che, da medico con formazione psicoanalitica, dimostra la non scientificità della psichiatria in modo totale.   Eugen Galasso

Pubblicato il 19 marzo, 2018
Categoria: Testi

Pavlov e le emozioni – Eugen Galasso




-Gustave Coubert-


Ivan Petrovic Pavlov (1849-1936), come studioso-pioniere e fondatore del “behaviorismo”, pur se avrebbe aborrito il termine, poi messo in auge da Watson e Thorndike e al di là di come si valuti poi il metodo, che è anche un orientamento , una “scuola” psicologica, fondata sullo schema (per dirla schematicamente) stimolo-risposta-rinforzo, si è cimentato, in un tardo scritto, “Il riflesso condizionato” (1935-cito dall’edizione italiana ne “I riflessi condizionati”, 2006, Roma, Newton Compton), nella tematica che aveva generalmente non affrontato, da fisiologo e neurofisiologo qual era (non psicologo), quella della psiche umana. A parte il fatto che parla della psicologia come “particolare branca della scienza”, condotta a suo parere “per migliaia di anni” (op.cit., p.232), quando invece bisognerebbe chiarire che: A)La psicologia quale scienza a sé stante nasce nell’Ottocento (Franz Gall, Wilhelm Wundt,  Pierre Janet, Jean-Martin Charcot,  Cesare Lombroso, e l’enumerazione è fatalmente limitata e riduttiva), al massimo troviamo singole intuizioni in autori del 1700 come John Locke, quando distingue, per es., tra qualità primarie (inerenti realmente alla realtà esterna) e secondarie (ossia dipendenti dall’individualità percettiva umana, come il caldo e il freddo, la percezione visiva e auditiva); B) Se parliamo di “psicologia” a colpi di intuizioni asistematiche e “rapsodiche”, ne è disseminata ogni fase delle creazioni culturali umane, scritte e non, dove allora varrebbe la considerazione pavloviana dei “millenni”; C) Pavlov è sostanzialmente convinto che la fisiologia (neurofisiologia, più correttamente) possa porsi come “clavis universalis” della psicologia, cioè risolverne i problemi. Una tendenza “meccanicistica” (Luciano Mecacci , curatore delle opere pavloviane, non sarebbe d’accordo, ma in sostanza si può dire così), che ri-vive oggi, con una strumentazione scientifica e  tecnologica ben diversa, negli studi di neuroscienze: una parte dei neuroscienziati è cauta, riconoscendo che molto è ancora da fare-scoprire, altri ritengono che tutto o quasi possa essere spiegato… Per dare solo un’idea del procedimento di Pavlov nello scritto citato, per non dilungare troppo l’argomentazione, egli, distinguendo tra “nevrosi ossessiva” e “paranoia”, afferma che nella seconda: “i gruppi di cellule colpiti saranno quelli preposti alle ricezione delle sensazioni e all’elaborazione dei concetti”, mentre per “stereotipia, perseverazione e iterazione esistono a causa di un’inerzia patologica dei processi eccitatori a livello delle cellule motorie”(cit., p.254). In altri termini: A 1) le definizioni della patologia psichiatrica per Pavlov sono intoccabili, valgono quali postulati  a priori, quando da decenni nonpsichiatria , apsichiatria, antipsichiatria (eventualmente con i trattini, se vogliamo e volete…); B1 ) Tutto sarebbe spiegabile in termini meramente biochimici e “organicistici”, pur se…forse, sentimenti e emozioni hanno un loro “specifico” che non è da ricondurre tout court a queste spiegazioni…   Certo, Pavlov scriveva quasi un secolo fa, pur se da pioniere, era imbevuto di una cultura e di uno “spirito del tempo” (espressione di cui abuso, lo so, ma scuserete chi trova efficace l’espressione hegeliana per dire di una particolare fase della cultura), mentre chi ancora, come allora Pavlov (che, da non-medico, si limitava a proporre l’elemento chimico in questione quale risolutivo di  determinate “patologie”, bisogna precisarlo) cura “paranoia” e “nevrosi ossessiva”, con il bromuro, forse non ha riflettuto, al di là della teoria, neppure sulle conseguenze di certe diagnosi e soprattutto sulle loro implicazioni terapeutiche.      Eugen Galasso  

Pubblicato il 18 settembre, 2016
Categoria: Testi

Psichiatri critici sull’uso dei farmaci e perseveranti nelle diagnosi – Eugen Galasso



Su “Ideas”, supplemento domenicale di “EL Paìs”, giornale di prestigio della sinistra “radical chic” (è meglio dire le cose come stanno; idem vale per “Le Monde” e “Repubblica”, che chi scrive sappia, magari anche – con qualche distingue per la “Frenkfurter Allgemeine”, da tempo si è sviluppato un dibattito sulla psichiatria: se domenica 7 febbraio il giornalista USA Robert Whitaker aveva parlato di “crisi della psichiatria” stessa, negando l’origine biologica delle “crisi” che vengono definite come “malattie psichiatriche” e quindi l’efficacia degli psicofarmaci: ma Wihitaker, lungi comunque dal negare tout court la psichiatria, si riferisce alla situazione “gringa”, che separa, anzi dicotomizza il normale dall’anormale, attribuendo i “disturbi minori” agli psicoanalisti, i “gravi” (leggi “pazzi”) all’assistenza pubblica, dunque con bombardamenti di psicofarmaci; la domenica successiva interviene Miguel Gutiérrez Fraile, già Presidente della Società Spagnola e Psichiatria e docente di psichiatria nell’Università dei Paesi Baschi, ribadendo il valore comunque positivo della psichiatria (“Psiquiatrìa sì, naturalmente”, il titolo, affermando il valore positivo anche dell’esperienza USA, con la “psichiatria comunitaria” introdotta da Kennedy, ma poi, venendo in Europa (Spagna), afferma anche che “Finalmente il malato psichiatrico iniziò ad essere trattato come il resto dei pazienti” et similia. Non solo: ribadisce che “Abbiamo l’onore dubbio di essere l’unica specialità medica ad aver un movimento “anti” “. Due assunti-postulati indimostrabili qui: A)che la psichiatria sia effettivamente una scienza; B)che essa sia parte della medicina. Per Giorgio Antonucci, per es. (ma non solo, penso a Thomas Szasz) ciò non è vero. Più critico, poi, MIkel Munzarriz Ferrandis, presidente dell’Associazione Spagnola di Neuropsichiatria, che saluta l’apertura del dibattito e afferma che gli psicofarmaci sono utili come “coadiuvanti”, ma non sono la soluzione. Manuel Desviat, psichiatra ed ex-presidente della citata Associazione Spagnola di Neuropsichiatria, è ancora più critico verso gli psicofarmaci. Un dibattito certamente salutare, importante, ma i termini della questione non si spostano di molto (o per nulla?) se non si mettono in discussione i due postulati citati sopra. Ma forse non si vuole né può fare, vista la rilevanza e potenza degli interessi in campo…    Eugen Galasso 

Pubblicato il 7 marzo, 2016
Categoria: Testi

Psichiatria e politica. Una notizia da Imola – Piero Colacicchi

Estratto dal <IL PONTE>
N. 11 – Novembre 1973





Ho cercato la mia libertà
nella libertà di tutti
( Bartolomeo Vanzetti)


Il primo maggio il prof. Edelweiss Cotti diviene direttore incaricato dell’Istituto psichiatrico di Imola dove vengono ricoverati cittadini delle province di Ravenna e Forlì. I ricoverati sono più di 1200. L’istituzione ha tutti i caratteri tipici della violenza psichiatrica e manicomiale.
Cotti uno dei protagonisti della lotta di Cividale del Friuli (1) inizia una decisa ed efficace politica di dimissioni. In agosto viene assunto Giorgio Antonucci, un altro dei medici di Cividale e l’organizzatore delle visite popolari al Manicomio S. Lazzaro di Reggio Emilia (2).
Antonucci, d’accordo con Cotti, decide di iniziare il suo lavoro nel reparto 14 donne  “delle agitate”: è ritenuto dai medici dell’istituto il reparto più difficile e più pericoloso, con persone “irrecuperabili”. Il reparto si può definire senza esitazione un modello di ferocia psichiatrica. Le 41 detenute sono paralizzate da quantità grandissime di psicofarmaci di ogni tipo. Sono in gran numero legate ai letti con cinture di contenzione. Le porte sono tutte chiuse. Il personale passa il suo tempo esclusivamente in opera di sorveglianza. Comunque si vogliano considerare queste persone, ci sembra di poter dire che neanche i leoni sono mai stati trattati in questo modo.
Dopo venti giorni dall’arrivo di Antonucci gli psicofarmaci sono stati eliminati quasi del tutto, le donne legate ai letti sono state liberate e i mezzi di contenzione tolti dal reparto. Aperte finalmente le porte, oggi le pazienti sono libere di muoversi nel parco dell’ospedale che non ha mura di recinzione. Il medico e gli infermieri del corrispondente reparto uomini detto “degli agitati” decidono di seguire l’esempio di Antonucci.
L’Istituto psichiatrico , dal momento che sono stati aperti i reparti ritenuti finora i peggiori, sotto la nuova direzione di Cotti è in piena trasformazione.

Piero Colacicchi

1) Cfr. Roberto Vigevani, Assalto a Cividale, <Il Ponte>  n.9 , settembre 1968.
2) Cfr. G. Antonucci e P. Colacicchi, in <Il Ponte>, n.11, novembre 1970; Comitato popolare di Ramiseto, ib., n. 5-6, 1971: P. Colacicchi e A. Rosselli, ib., n.10, ottobre 1971

Foto: Massimo Golfieri

Pubblicato il 30 gennaio, 2016
Categoria: Testi

Theodor Reik: sono i poeti l’avanguardia della psicologia – Eugen Galasso



Secondo Theodor Reik (1888-1969), psicoanalista austriaco-americano di ovvie origini ebraiche, di formazione freudiana, ma “dissidente” rispetto a Freud o meglio rispetto a varie sue tesi,  in “Of love and Lust” (1957), sostiene che “Sono i poeti, non gli psichiatri né i medici l’avanguardia della psicologia del profondo. I poeti possiedono bacchette da rabdomante che mostrano loro dove son nascosti i più preziosi segreti dell’umana natura” (dalla trad. italiana, con il titolo scioccamente moralistico, “Amore e lussuria”, Milano, Longanesi, 1968, p. 177) Cita il “Faust” goethiano, Shakespeare, Delaleddin Rumi, grande poeta persiano, molti altri poeti (e idem nelle sue opere sul rito e la ritualità), lui, non di formazione medica, ma filosofico-letteraria (intervenne Freud per difenderlo da accuse “corporative” in merito) oltre naturalmente all’esperienza analitica. Credo sia, al di là delle tesi reikiane spesso criticabili (come lo è ogni teoria; a proposito di Reik mi permetto un’aggiunta: nulla a che vedere con Wilhelm Reich, le cui tesi riguardo a amore e sessualità sono,  diremmo, antitetiche rispetto a quelle di Reich ), un’affermazione di indubbio coraggio e di modestia non da poco: contro chi crede di avere la verità in tasca, estendendola a ogni ambito dello scibile e soprattutto della vita, Reik parte dall’esperienza, che però è quella detta “clinica” ma anche quella di chi, genialmente e spesso con il linguaggio in genere contratto, sintetico, paratattico, della poesia, ci dice sui sentimenti e sul “sentire” umano più di quanto non ci dicano (spesso) magari lunghissimi trattati di psicologia, per non dire di quell’ambito che si presume e anzi pretende “scientifico” che è la psichiatria, che pretende di giudicare e sanzionare, ossia punire, ogni comportamento umano giudicato non conforme a una presunta “norma”: i poeti, da Omero a Saffo, da Virgilio (sì, persino, il “pacato” Virgilio ci parla senza problema della naturale bisessualità umana) a Baudelaire, da Ariosto a Rimbaud a Campana, da Rumi ad Artaud come a Bigongiari, da Villon a Ginsberg a Pasolini, da Hoelderlin a Brecht, da Calderon de la Barca a Arrabal ci parlano di ogni esperienza umana, senza mai permettersi di “sanzionarla”.  Come non fanno per nulla neppure, come noto, Szasz e Antonucci, per fare solo due nomi cruciali…         Eugen Galasso

Pubblicato il 23 gennaio, 2016
Categoria: Testi

Il business della (falsa) malattia mentale – Eugen Galasso

Purtroppo non c’è più da stupirsi di nulla: uno dei migliori quotidiani europei, pur se schierato su posizioni quasi sempre neo-liberiste e “centiste”, “El Paìs” dell’edizione speciale domenicale del 15 novembre scorso, a p.18 (in “Negocios”, ossia nella sezione economica) ospita l’intervento di un notevole (per la considerazione di cui gode, beninteso) economista spagnolo, docente a Londra, Luis Garicano, dal titolo inequivocabile: “La salud mental, una inversiòn prioritaria”(La salute mentale, investimento prioritario). Anche rifacendosi agli studi di Lord Richard Layard, economista della “Lord School of Economics” (sorta di “Bocconi” inglese, più quotata ma altrettanto orientata in senso neo-liberista e conservatore), Garicano afferma, richiamandosi a uno studio del 2002 dell’OMS (Organizzazione mondiale della Salute, quella dell’ “apocalisse” sulle carni) che la “malattia mentale” (assunta a priori come tale, si noti!) comporterebbe da sola il 50% delle disabilità (diversabilità sarebbe meglio, come espressione) esistenti. Naturalmente qui si parla, da buoni economisti conservatori (Galicano, sia detto non sottovoce, si candida alle prossime elezioni parlamentari spagnole, con “Ciudadanos” (Cittadini), il pendant conservatore del progressista Podemos), di costi elevati, sempre assumendo come datità assoluta e indiscutibile che la malattia mentale esista. Poi, Garicano, che non riteniamo troppo competente in materia, reclamizza, assumendola come altro valore indiscusso, che la terapia cognitiva (cognitivista-behaviorista, volendo) sia superiore a quella psicoanalitica e ciò perché essa sarebbe più breve (costi ridotti per lo Stato, ma non minori per i”pazienti”, sia invece detto come critica a questo orientamento) ed è certamente molto più “direttiva”: la terapia cognitivista orienta, senza lasciare troppo spazio (anzi quasi nessuno) al dialogo, al dubbio, alla critica. E ciò sia detto tutt’altro che come apologia della psicoanalisi, ma come constatazione. Seguono dati iperbolici sulla depressione, cavallo di battaglia ancora attuale, assieme al disturbo bipolare, degli strenui assertori della psichiatria, depressione che sarebbe aumentata anche a causa della crisi economica mondiale, mentre naturalmente non si fa parola della miseria e povertà indotte…Chiaro che gli interessi economici forti e cruciali di case farmaceutiche, psichiatri e strutture collegate vadano sostenuti, da parte di chi è conservatore politicamente-economicamente e convinto assertore della psichiatria, dove l’endiadi (due concetti in uno, cioè) non è certo peregrina, come possiamo verificare sempre empiricamente: quasi sempre chi è conservatore in politica e in economia, dunque ama Milton Friedman e Von Mises (per citare solo due nomi “à la une”del liberismo), vi dirà che “I matti vanno messi in manicomio” o, se è più prudente, che “comunque le malattie mentali vanno curate”. Con diverse gradazioni, date dalla cultura e dall’atteggiamento della persona, potete starne quasi sempre sicuri… Eugen Galasso

Pubblicato il 14 dicembre, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo