Archivio della Categoria: ‘Testi’

Dacia Maraini – “La grande festa” – racconta l’incontro e il lavoro di Giorgio Antonucci




…Sono corsa all’ospedale psichiatrico e l’ho trovata lì, legata mani e piedi, su un lettuccio di ferro. Tremava, aveva gli occhi spenti e mi guardava senza riconoscermi.
“Che t’hanno fatto?”
Ma non rispondeva.
Sono andata alla direzione. Ho contrattato la sua uscita. Se mi prendevo tutte le responsabilità, si poteva fare. Ho firmato.
“Ma ancora per tre giorni deve rimanere in osservazione”.
Per tre giorni sono andata a trovarla mattina e sera. Riprendeva a mangiare, anche se assomigliava più a uno zombi che a una persona. Doveva nutrirsi con le posate di plastica perché non si fidavano.
“Dobbiamo cautelarci, potrebbe ritentare il suicidio.” Capivo che era il metodo peggiore, ma non potevo mettermi contro l’ospedale intero.

Anni dopo avrei trascorso ore e ore all’ospedale di salute mentale di Imola, dove ero andata per seguire il lavoro di uno psichiatra fiorentino durante una inchiesta sugli ospedali italiani. In quell’occasione ho conosciuto Giorgio Antonucci, un uomo coraggioso che ha slegato i “matti” considerati irrecuperabili e li ha riportati alla vita comunitaria.
Succedeva ai tempi in cui Basaglia, cominciava a preparare la sua proposta di legge, quando ancora i manicomi erano delle pregioni, con sbarre di ferro alle finestre, e chiavistelli a tutte le porte.
Nel manicomio di Imola c’era un reparto di cosiddetti “irrecurapibili” tenuti nudi legati ai letti. Quando un infermiere si avvicinava, loro sputavano, mordevano, a qualsiasi ora se la facevano addosso e per questo stavano incatenati a quei letti con un buco nel materasso e un secchio che raccoglieva le loro feci e l’orina. Rifiutavano di mangiare e per fare loro ingollare un poco di cibo spesso gli infermieri erano costretti ad aprire i denti con un arnese di ferro che li spezzava. Tutti temevano “i pazzi furiosi” e non li lasciavano mai liberi perchè “se li slacci ti sbranano, sono inferociti”.
“Per forza!” diceva Antonucci serafico “sono arrabbiati per il trattamento che subiscono, e hanno tutte le ragioni”.


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Pubblicato il 26 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi, Testimonianze

Piero Colacicchi ricorda l’incontro con Giorgio Antonucci. Conversazione con Piero Colacicchi, di Maria Rosaria D’Oronzo.

 




Opera di Piero Colacicchi : “Mangiavo strisciando nel cortile come una biscia”. Il titolo dell’opera è tratto da una poesia di Giorgio Antonucci
 


Domanda – Mi dicevi che il lavoro di Giorgio Antonucci è stato importante per te perché ti ha portato ad avvicinare la questione psichiatrica in modo del tutto nuovo. E’ vero?



Risposta – Certo. Giorgio l’ho conosciuto al San Salvi, il manicomio di Firenze, dove io ero stato invitato da un’assistente sociale, Vivian Benhaim, che avevo conosciuto in occasione di una mostra che avevo organizzato a Firenze, nel 1964, sul razzismo di cui erano vittime i neri negli Stati Uniti.
Io insieme a degli amici avevamo messo su questa mostra di pittura e di documenti che provenivano direttamente dal sud degli Stati Uniti, dove ancora c’era una segregazione molto forte… Ecco, io qui a Firenze, dove insegnavo italiano in una scuola americana, avevo conosciuto una ragazza che veniva dal Mississippi e ci aveva lavorato come parte di una associazione non governativa antirazzista nata in alcune università. Tre ragazzi che facevano parte della sua organizzazione e che lei conosceva erano stati presi dal Ku Klux Klan e ammazzati. Era la storia su cui è stato fatto il film, “Mississippi burning”. Dopo quell’esperienza lei era venuta a Firenze per studiare e durante le lezioni aveva raccontato questa sua storia. Allora, insieme ad un altro insegnante, decidemmo di fare qualcosa per dare una mano a questa gente che lavorava laggiù in condizioni di enorme pericolo e pensammo di tirar su dei soldi organizzando una mostra vendita di opere d’arte. La mostra avrebbe contenuto anche un’importante parte documentaria con cui volevamo far conoscere in Italia il razzismo esistente in America contro i neri. In Italia, a quell’epoca, quando si parlava di razzismo si intendeva più che altro antisemitismo, mentre il razzismo in termini più generali veniva affrontato da pochi e quello americano in particolare non si conosceva. Ripeto il razzismo come concetto generale e il razzismo nei confronti di neri americani non erano temi di cui si discutesse molto mentre quest’ultimo, secondo noi, era un tema importante sia perché permetteva di allargare la questione fuori dei limiti nazionali sia perché noi, in Italia, avevamo una visione piuttosto idealizzata dell’America per il fatto che gli americani ci avevano liberato.
Domanda – In Italia non c’è la percezione del razzismo neanche oggi però qui parliamo del 1964, un periodo in cui in Italia c’era una forte migrazione dal Sud verso Nord e il razzismo verso i meridionali, sia in Italia che in Svizzera, in Germania e in molte altre zone del nord, già si manifestava.


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Pubblicato il 17 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Testi, Testimonianze

Elettrochoc: Antonucci “Stop alle costrizioni” – Cassano “Non è uno strumento di tortura”


Elettrochoc: dibattito: Giorgio Antonucci, contrario – Gian Battista Cassano, favorevole.


Quotidiano “La Nazione”, “Il resto del Carlino”, “Il Giorno”.
Domenica 24 febbraio 2008









Pubblicato il 16 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi

L’eterno mito della malattia mentale – Eugen Galasso






L’abuso di espressioni come “pazzo”, “folle” etc. non ha più notizia: poco tempo fa, Jacopo Fo, in un dibattito TV (non si capisce chi lo abbia nominato opinionista politico fisso, in base a quali meriti -
forse familiari…) affermava che in fase di scelta per gli iscritti o i candidati alle elezioni per i “5 Stelle”.  Da marxista non ho simpatia per il movimento; ciò che mi preme rilevare è piuttosto l’ossessione, la fobia (mi si conceda…) per il termine “pazzo, pazzi” etc. Sembra proprio, ormai, che la condanna della cosiddetta “pazzia” sia nuovamente invalsa, come fosse un dato di fatto, come se fosse acquisita da tutti. Sembra che siano passati decenni se non secoli dalla scomparsa di un Thomas Szasz (scomparso l’8 settembre 2012) e di Giorgio  Antonucci (morto il 18 novembre 2017). Entrambi avevano autorevolmente combattuto il concetto (il “mito”, diceva Szasz) della malattia mentale, ma a molti fa invece comodo che tale mito venga prolungato, anzi magari anche “eternato”….   Eugen Galasso

Pubblicato il 22 febbraio, 2019
Categoria: Testi

A GIORGIO ANTONUCCI – Poesia – Daniele Ruta








A GIORGIO ANTONUCCI




Ti avevo scritto una volta


Giorgio


Che gli uomini come te


Non dovrebbero morire mai


La penna mi tradiva?


O mi confondeva?


In questo tempo…


Di coincidenze


Appuntamenti mancati


Conoscenze


Arrivate troppo tardi


La mia penna avrebbe voluto


Condannarti


All’immortalità


Dunque


Alla cosa peggiore


Per te


Che avresti potuto


Da condannato


Dare la tua conoscenza


per sempre


All’umanità


Che


Senza libertà


Si sarebbe liberata


Che


Senza umanità


Si sarebbe umanizzata


Che


Senza strumenti


Avrebbe potuto dare agli uomini


Il potere di salvare….


Gli uomini


E l’ignoranza


Sarebbe stata salutata


Dunque cos’è la morte?


Se l’umanità migliore ti sta cercando?


E ti condanna


A trasformare…


Il coraggio e la fatica della tua vita


In un soffio di vento


In una carezza


In un brivido di libertà


Per un pensiero che resta


Dentro un corpo liberato


Dante ti accoglie


E lancia la tua città


In tutti i posti del mondo


E tra gli eletti


Nel tuo cammino


Circondato….


Da quelli che furono…


I privilegiati


Saprai..


Ancora una volta


Farli sentire


Come tutti gli altri


- Daniele Ruta –

Pubblicato il 26 novembre, 2018
Categoria: Testi

Poemito – Giorgio Antonucci – Eugen Galasso



E li chiaman”pazzi”
Condannati senz’altro in primo grado
Pas d’air, pas de chant
Only the torture
La sombra social se sube
Retaggi nuove inquisizioni

(Eugen,  17.02.108)

Pubblicato il 18 novembre, 2018
Categoria: Testi

Il funzionamento psichiatrico – Eugen Galasso


Sempre di più, nei testi di psichiatria ma spesso anche di psicologia si parla di “funzionamento”: ora si può parlare di “funzionamento” per una macchina, per una catena di servizi, per un sistema. Per una persona (o un individuo, soggetto, come volete dire) vuol dire apparentare la persona a una macchina e la cosa sarebbe, in realtà, offensiva anche se riferita a un animale. Al limite si potrebbe parlare di “funzionamento della psiche”, ma se ci si limitasse alla mera fenomenologia (descrizione), senza passare alle valutazioni: dire, cioè, che una psiche funzione “bene” o “male”, come vorrebbero-anzi vogliono-fare gli psichiatri, è inferenza indebita e mistificante. Come rilevato da Foucault, Szasz, Giorgio Antonucci e , con modalità diverse, da tutti gli antipsichatri e non “psichiatri”, ciò è da rifiutare, arrivando al boicottaggio, ove ciò sia possibile.  Un mondo “funzionante” è solo quello dispotico (dunque oppressivo, castrante, follemente orientato alla mera produttività),  descritto da “Orwell” in 1984, da Ray Bradbruy in “Fahrenheit 451″ e in varie altre opere…. Eugen Galasso

Pubblicato il 13 novembre, 2018
Categoria: Testi

Cancrini: no elettrochoc – Eugen Galasso





In un volume di 22 anni fa, concepito in forma di “libro-intervista” dal titolo “Date parole al dolore”, edito da Frassinelli,  curato da Stefania Rossini nel 1996, Luigi Cancrini, psichiatra e psicanalista, un’autorità nella lotta contro le dipendenze, in specie da droga, un esponente – a suo tempo – della cultura di sinistra, segnatamente del PCI (Partito Comunista Italiano), quando questo esisteva. Incentrato sul tema della depressione, pur se non in modo esclusivo, Cancrini ne parla come di “quel gran mare di situazioni che oggi molti vogliono chiamare “depressione” (op.cit, pp.110-111), dove comunque Cancrini, a differenza della prospettiva “rivoluzionaria” (purché si intenda bene il termine) di Giorgio Antonucci, riconosce l’esistenza della “malattie psichiche” (non diremo, comunque, “mentali”) ma ne relativizza la porta, riconducendole, senza orientarsi dogmaticamente verso un indirizzo psicanalitico o psicoterapeutico (non potremmo classificarlo come “freudiano”, “adleriano”, “junghiano”, seguace del cognitivismo, della teorie sistemica o altro) determinato. Molto interessante la parte nella quale (capitolo sesto del volume) nega validità all’elettrochoc (o shock, all’inglese), “per ragione terapeutiche, non per ragioni di principio” (ibidem, p.92): “L’elettrochoc , come l’eroina, è uno strumento al servizio dei meccanismi di difesa basati sulla negazione…L’episodio depressivo può anche essere momentaneamente interrotto dalla scossa elettrica, ma (è una prima possibilità) tornerà presto, sarà più grave e sarà vissuto dal paziente come una maledizione , perché sarà diminuita la consapevolezza di sé e delle proprie esperienze. Oppure darà luogo (seconda possibilità) a un deterioramento progressivo della personalità”(cit., p.93). Cancrini ricorda inoltre la morte neuronale indotta da questa barbara pratica, tuttora in vigore soprattutto(ma non solo) nelle cliniche private, da un certo numero di anni anche nelle strutture pubbliche della sanità italiana, ma purtroppo ancora regolarmente praticata in paesi arretrati, su questo piano, quali Gran Bretagna e Austria oltre a i paesi, ovviamente, a struttura politica autoritaria o totalitaria. Un libro forse non attualissimo, da leggere con le avvertenze del caso anticipate in apertura di testo, ma estremamente critico anche verso gli psicofarmaci. Peccato che quanto rimane della “sinistra istituzionale” (PD ma anche “Liberi  e Uguali”) si disinteressi del tema e comunque oggi accolga il peggio dell’esistente…   Eugen Galasso 

Pubblicato il 30 luglio, 2018
Categoria: Presentazione, Testi

Aaron Esterson: un precursore di Giorgio Antonucci – Eugen Galasso





Tra gli antesignani delle teorie di Giorgio Antonucci ricordiamo abitualmente, a ragione, Michel Foucault a livello storico-epistemologico e gli antipsichiatri Ronald Laing e David Cooper, britannici  e naturalmente Thomas Szasz, statunitense, di origini ungheresi-ebraiche, senz’altro l’antesignano più diretto, anche perché in stretto legame con Antonucci.  Ma, in realtà, dovremmo fare anche un altro nome:  Aaron Esterson, britannico di origini ebraiche, vicinissimo a Laing e Cooper, ma ingiustamente meno famoso dei due autori citati. Eppure Esterson, in “The Leaves of Spring. A Study in the Dialectics of Madness” (1970), reso in italiano come “Foglie di primavera”(Torino, Einaudi, 1973), contrapponendo un approccio dialettico-esistenziale a uno meramente analitico, a partire dall’analisi, dialetticamente “smontata” della presunta schizofrenia di Sara Danzig, ragazza di famiglia borghese considerata prima “pigra” poi “matta” dai familiari, mostra come siano solo le proiezioni dei familiari ad etichettarla come tale. Ecco alcune proposizioni significative del testo: “Il semplice modo positivista di vedere le persone e di rapportarsi ad esse viene inculcato o rafforzato  nello psichiatra durante la sua preparazione. Gli si insegna a scoprire -a “diagnosticare”- le persone i cui pensieri e le cui azioni non si conformano alla norma istituzionale quasi allo stesso modo in cui una volta si insegnava ai preti a smascherare le streghe e ai nazisti e ai sudafricani a scoprire gli appartenenti a una razza inferiore” (op.cit, in traduzione, p.274). ”Fantasie non verificate”, dunque, quelle degli psichiatri, cui però Esterson qui riconosce ancora il fatto che “credono di avere a cuore il bene della persona loro affidata” (ibidem).  Ma Esterson, quasi come clausola prudenziale, aggiunge che “la mia non è, naturalmente, un’argomentazione contro il fatto che ci siano delle persone folli” (cit., p.275), pur se dalla sua argomentazione complessiva sembra emergere che non ve ne siano – per cui ho parlato di “clausola prudenziale” almeno probabile. Chi però, con Szasz ma indipendentemente dalla riflessione dell’autore del “Mito della malattia mentale” sgombra completamente il campo dall’esistenza di malattie mentali è proprio Giorgio Antonucci, che, da medico con formazione psicoanalitica, dimostra la non scientificità della psichiatria in modo totale.   Eugen Galasso

Pubblicato il 19 marzo, 2018
Categoria: Testi

DOSSIER IMOLA E LEGGE 180


Intervento di Dacia Maraini: https://www.youtube.com/watch?time_continue=335&v=S9HWr7IjKMc

Scritti di
Alberto Bonetti
Giuseppe Favati
Dacia Maraini
Gianni Tadolini

A cura di G. Favati
Idea Book

 

INDICE


Giuseppe Favati, Dossier. 180 e seguenti – Antonucci: una pratica che disturba 5
Alberto Bonetti, Lettera a Giovanni Berlinguer 19
Delibera degli amministratori dell’Ospedale “S. Maria della Scaletta” 27
Gianni Tadolini, Attenti ai passi indietro 35
Gianni Tadolini, Psichiatria: come volevasi dimostrare 41
Dacia Maraini, Altre grida disperate dal manicomio 45
Documento CGIL, CISL,UIL ospedalieri e Amopi 53
Documento degli amministratori 57
Gianni Tadolini, Dei manicommi. Lettera aperta a Mario Tobino 59
Dacia Maraini, Un’orchestra esegue Mozart all’ex ospedale psichiatrico 65
Dacia Maraini, Imola, festa al Padiglione n. 10 73

 

DOSSIER


180 e seguenti

 

Ed è già un anno dalla legge 180 sull’assistenza psichiatrica in Italia, anticipo della riforma e conseguente servizio sanitario nazionale (sic). Anticipo forse stimolato e anzi frettolosamente concesso per paura del referendum abrogativo dei manicomi, ma pur sempre legge che – è stato detto da amici, compagni, generici e primi attori – porta il segno del lavoro di tanti anni, nasce dalla pratica e dalla storia reale degli uomini, storifica lotte e sofferenze. Credo però che nessuno abbia richiamato subito – e oggi a un anno di distanza il riferimento sarà percepibile – il caso costituzione, la legge “suprema” dello stato democratico, che portava – porta – i segni della storia reale, di tanti morti e torture e sangue, parole riecheggianti voci vicine e lontane ( così Piero Calamandrei), e molto prometteva: una costituzione programmatica cui si è opposto una costituzione materiale , il fascio e il fascismo di norme ( e rapporti sociali) tuttora operanti, vigentissime, spolveratissime. Sempre Calamandrei commentava che, nel riflusso del dopoguerra, ci era stata data, appunto con la carta costituzionale, una promessa di mutamento in cambio del mutamento.
Idem con la legge 180. Senza il lavoro di molti uomini e donne, di tanti gruppi rimasti “sconosciuti”, e ai quali non spetta neppure un veloce rimando in nessuna storia, in nessun ripensamento delle esperienze di psichiatria alternativa o non-psichiatriche (anche nel movimento, anche nei vari anti perdura il processo della nominazione, dell’identificazione rassicurante, del protagonismo trasferito e trasferibile in tutti i luoghi deputati all’informazione, video libro di grande editore foglio culturale di sinistra extra), senza quel lavoro la legge 180 non sarebbe mai venuta. Oggi vi è la possibilità di dimensioni diverse, il no al manicomio ha un suo punto di riferimento formale, e da qui può scaturire una maggiore e più dinamica articolazione del nostro fare, da qui può riprendere una carica di esperienze per sfondamenti della realtà segregata e segregante.
La lotta si è fatta più aperta e al tempo stesso più insidiosa. Proprio perché vi è una estensione di scacchiere, uno spostamento di piani, di livelli, un abbassamento e un’alzata di tiro, accompagnati – se mi è consentita questa metafora – da un eccesso di “citazioni”. Intendo dire che il bersaglio istituzionale manicomio sembra affatto scomparso, e che ospedale generale, territorio, ambulatorio, domicilio diventano parole in abbondanza sulla bocca dei potenti, incitano ad asserzioni spericolate, alla “scoperta” di nuovi paradigmi dell’intervento (socio-sanitario) e del comportamento (umano). Questo accumulo di “citazioni” passa ancora sulle teste della gente, stupefatta. Il relatore della 180, l’on. Orsini, afferma, quagliesco, in Tv: “Tutti i malati devono essere curati a casa”. E’ sempre la promessa di mutamento in cambio del mutamento che non si dà e che non si vuole. Infatti l’Orsini difende, offeso, medici e psichiatri allorchè Basaglia brontola, arcigiustamente e fascinosamente, che i medici vogliono conservare il loro potere mentre il corpo è nostro. Se sono mutati o sono divenuti più sofisticati i quadri teorici entro i quali si muove la classe dominante, nell’immagine di mondo trasmessa dall’alto agli strati inferiori nulla è cambiato dalla formalmente sepolta legge 1904, e regolamenti e ritocchi susseguenti. Un assaggio: art. 60 del R.D. 16 agosto 1909, n. 615, ”Regolamento sui manicomi e sugli alienati”: “Nei manicomi debbono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in case private”.
A sua volta Basaglia, alla madre angosciata perché non sa dove battere il capo con il figlio “malato di mente”, nessuno ora le dà una mano ( e chi, e come gliela dava prima?) risponde semplicemente e un po’ misteriosamente per la vastissima platea televisiva: “ ora ha una voce suo figlio, ora lei ha una voce”. Parafrasando e correggendo il manicheismo di Hendy: buono, ma soprattutto meno buono. In alcuni manicomi i “malati” avevano conquistato già una voce, il diritto alle assemblee, a criticare l’istituzione, i medici, gli infermieri, ecc. Nell’ospedale generale no, nell’”ospizio” no, negli ambulatori no. Non si ha diritto mai a una parola. Hanno invece diritto loro, di ignorarti, di usarti, di umiliarti in cento e diecimilauno modi. E non è che questo accada con i vecchi e basta. Il potere medico bada all’età: cambiano solo i tipi di umiliazione del vecchio istituzionalizzato o della giovane donna ricoverata (ad es. certi ginecologi sono tra i maggiori maestri di questo genio criminale, troppo spesso direttamente proporzionale ai loro appelli intenti nella camomilla dello spiritualismo, in difesa usque ad mortem del sacro diritto alla vita).
Lo stesso Basaglia definisce efficacemente l’ospedale generale “un grande manicomio di per sé”. E d’altro canto il cosiddetto territorio è interamente da costruire con i suoi “servizi”, con le sue “unità”, funzioni e plessi di funzioni. Cosicchè tutto resterebbe affidato al fatto che “il sociale – sottolinea Basaglia e non solo lui – entra per la prima volta nell’ospedale generale, e quindi vi entra la contraddizione”. Ma, allo stato, nella dimensione interna e nella dimensione esterna, i figli e le madri possono restare provvisoriamente e paradossalmente con minor voce di prima.
Si tratta di provvisorietà in fondo ineliminabili nelle condizioni date. L’argomento – che sembra tagliare la testa a tutti i tori – “prima le strutture poi la legge” – è sostanzialmente fasullo. Per strappare una legge – e la migliore delle leggi non sfuggirà mai alle ambiguità volute – ci vuole fatica e sangue. Per tradurla nei fatti, ci vuole molta più fatica e sangue. Le “strutture” poi devono essere un risultato in continuo divenire, oppure diventano nuove e più sinistre trappole. Insomma, se per l’aborto in Italia, anziché approvare una pur discutibilissima legge, avessimo atteso la disponibilità delle “strutture” (ossia, in primo luogo, i comodi proprio dei ginecologi suddetti) sarebbe scoccato il duemila.
Allora, finalmente, dovrebbe essere agevole l’accordo su uno dei cuori del problema: posto che la legge 180 è assai meglio ci sia che non ci sia, nessuna illusione sulla persistente segregazione istituzionale e sulle spinte e sui rischi della “dilatazione” psichiatrica. L’ospedale accoglie e cura press’a poco come il manicomio. Certo, se il “malato” rifiuta le cure lo si deve mandare a casa, ma il ricovero obbligato “rimane” una misura di polizia; e se il “malato”, dimesso, continua a disturbare un reato almeno di oltraggio non glielo leva nessun santo; e cos’ via. Sullo sfondo il manicomio giudiziario intoccato e intoccabile anche nominalmente.
Ma la tendenza alla “dilatazione” è irreversibile. Non è questione di prendere atto di una tendenza che lo stesso movimento alternativo ha incoraggiato e doveva incoraggiare, nel senso dell’uscita allo scoperto, esponendosi ai colpi di un uso, e di usi più complessi della catalogazione, della schedatura, della manipolazione, della repressione. Il manicomio, edificio fatiscente ma pur sempre in piedi, rischia di moltiplicarsi negli ospedali e nel territorio, metamorfosandosi. Ciò comporta la necessità – pena la disfatta- di coinvolgere non solo il momento psichiatrico con quello sanitario, ma quelli con tutti gli altri nel contesto sociale. Meglio: di “sciogliere” i primi nei secondi.
E’ quest’ultimo un passo che molti contestatori dei criteri nosografici tradizionali e dei meccanismi della violenza, persone ad elevato grado di qualificazione professionale e di riflessione teorica, stentano a compiere o si rifiutano di compiere. “Forse” – avverte Pirella – “costoro finiscono con il rispondere più ai loro bisogni personali di sopravvivenza culturale, di gruppo, di competizione intellettuale, chiudendosi ad ogni verifica sul reale e producendo nuove ideologie di ricambio” (Il corsivo e mio). E ancora: “… certamente gli scritti di Jervis hanno contribuito a favorire questo ritorno di riflessioni separate dai problemi reali e a produrre esercitazioni su ideologie contrapposte e in concorrenza tra loro (ad es. nel recente Normalità e deviazione di Di Leo – Salvini, editore Mazzotta). Non mi sembra tuttavia che possa essere soltanto il problema di un uomo per quanto intelligente e sofisticato esso sia…”: c’è una propensione abbastanza diffusa a lavorare teoricamente senza confrontarsi con “certe esperienze di lotta”.
Viceversa c’è bisogno di pratiche, e ogni pratica ha un suo costo personale elevato cui l’essere nel mondo da intellettuale tradizionale perennemente si sottrae. Non c’è alcun bisogno di ideologie di ricambio, quali la stessa Antipsichiatria, pur suggestiva e meritoria, d’importazione anglosassone. Pirella dice bene che non interessa una conoscenza psichiatrica ulteriore per confermare il ruolo dello psichiatra, del terapeuta decifratore del senso; “noi non dobbiamo essere esperti della follia…”. I problemi delle persone che chiedono una casa, un lavoro, ecc. “non sono uno spazio per la follia (vedi Amati e altri) ma uno spazio per la vita, il diritto di sopravvivere e comunicare, la libertà di rivendicare e, al limite, di lottare. Noi siamo espropriati della libertà di lottare …” Dove si potrà sospettare qualche fraintendimento: ad esempio, è anche questione di spazio per la “follia”, perché mai no? Certo, senza consentire affatto su Follia=Verità, Cammino verso il Centro della Terra (con un rovesciamento “spiritualistico” somigliante a quello di chi pretende di superare “materialisticamente” gli schemi crociani e post assiomatizzando Poesia=Bellezza, Bellezza=Realtà cioè Lotta di classe). Quel punto però è una discriminante assoluta. Il rifiuto, diciamolo chiaro e tondo, dell’intervento sanitario repressivo a piccola verso grande macchia, dunque della medicina gerarchica e manipolatrice, l’adozione di una pluralità di pratiche non-psichiatriche dentro e fuori l’istituzione.

Antonucci: una pratica che disturba


Fra i più tenaci, estremi, e paganti in proprio, sostenitori di questa modalità di essere e rapportarsi al mondo della segregazione vi è Giorgio Antonucci. Già a Cividale del Friuli, poi a Reggio Emilia, quindi a Imola. Dal reparto in ospedale civile affidato a Edelweiss Cotti nel 1968, trascorsi appena sei mesi fu cacciato, lui e i suoi compagni di lavoro, dalla polizia in pieno assetto operativo. E il reparto chiuso. Da Reggio Emilia, Centro di igiene mentale, fu costretto a andarsene non tanto per intervento determinante del “potere” (anche se collezionò denunce, ma tutte archiviate), quanto di “altro” su cui amici stanno portando in concreto la loro riflessione, una riflessione che mi auguro consentirà chiavi di lettura diverse da quelle di recente offerte per le esperienze reggiane post-68.. All’Ospedale psichiatrico “Osservazione” di Imola dove venne chiamato da Cotti, divenutone direttore, nel 1973, il suo lavoro ha richiesto di nuovo quel costo elevato cui accennavo sopra, e che era ed è inevitabile per chiunque si ponga completamente al di fuori della visualità psichiatrica, vecchia o nuovissima o futuribile, dei meccanismi repressivi-espulsivi come delle teoriche autogratificanti.
La scelta di Imola fu in buona misura obbligata, e quindi non scelta, ma Antonucci, da quel provocatore che è sempre stato, chiese il reparto più duro, quello degli “irrecuperabili”, degli “agitati”. Che era il 14, donne. Successivamente vi si aggiunsero i reparti 10 e 17, donne e uomini. Ricominciò la sua sfida all’ambiente, ai codici diffusi, ecc. e anche a se stesso, non solo nel senso della solita contraddizione vissuta e coscienzializzata (un non-psichiatra in manicomio), ma soprattutto per la resistenza fisica duramente messa alla prova come mai prima. Poiché qui non si scrive una biografia, né si confezionano santini o mezzi busti, né d’altra parte si narrano “miracoli” (è termine che ricorre sulla bocca dei gestori della nostra salute irridenti alla categoria del “socio-politico”), basterà accennare al turno di guardia di un medico il quale aveva eliminato tutti i mezzi di contenzione e i massicci psicofarmaci e si ritrovava, per ventiquattr’ore filate, in conflitto insanabile con la situazione di violenza degli altri reparti dell’O.P. Mentre i colleghi medici, a loro volta, in quei turni di guardia dormivano il sonno del giusto. Quanto al personale di cui c’era bisogno, ci hanno pensato tutti i governi e nella fattispecie Stammati con il suo decreto vietante assunzioni, supponiamo in ragione dell’austerità necessaria alla salvezza del paese e comunque della moralità amministrativa. Ma a onor del vero Stammati non avrebbe impedito di affiancare ad Antonucci un altro aiuto medico.
Disgraziatamente, infatti, la pratica di Antonucci dava risultati eccezionali. Non poche testimonianze informazioni al riguardo si ritroveranno qui di seguito, a cominciare della lunga puntuale lettera di Alberto Bonetti a Giovanni Berlinguer, indispensabile per la comprensione di ciò che è cominciato ad accadere ed è infine precipitato a Imola dopo la legge 180.
“In presenza” dei risultati sono venute le insofferenze e le aggressioni morali contro Antonucci. Quel “dottorino” mostrava, con il contributo determinante degli infermieri e delle infermiere, liberatesi anch’essi da un passato di terrore nei confronti dei “pazzi”, che quei poveracci potevano, ma guarda, ancora parlare, comunicare, camminare, perfino gioire; e via via crescevano le irrisioni di corridoio, le denunce, gli articoli, addirittura i manifesti sui muri della città. Il dottor Antonucci era spesso assente per malattia! Informavano responsabilmente dei sindacalisti, che però non pubblicavano nessun volantino, non affiggevano nessun manifesto per chiarire statisticamente quanti secondi dedicavano gli altri psichiatri all’ospedale e quante ore nei propri studi a contatto ben fruttifero con pazienti privati. Il dottor Antonucci aveva aggredito un medico! Il dottor Antonucci aveva maltrattato una infermiera! Anime pie.
Riassumevano i concetti essenziali i sindacalisti della UIL-Uisao, sciarpa littorio dell’aggressione ad Antonucci: La mafia è forse giunta all’Ospedale “Osservanza”? “…Non ci è possibile tacere ulteriormente di fronte ad episodi che denotano il costante sfacelo in cui il nostro Ospedale è direttamente investito…” e “Il Nuovo Diario”, settimanale cattolico emanazione della Dc di Imola, che coniugava fascismo mafia e compagni. Con gli stessi metodi 50 anni fa si instaurò il fascismo. Anzi codesti compagni (Cotti e Antonucci) sono peggio perché dai fascisti “li distingue solo l’ipocrisia che gli altri – pur fra tante malvagità – non ebbero”. Concludeva a caratteri di scatola il foglio dc: …manca solo la lupara! Che non avrebbero dovuto tardare visto che il potere era ormai nelle mani di “compagni di ferro”, “con licenza di uccidere”
Ma il pianeta terra sarebbe troppo bello se tutto fosse colpa di questa benedetta Dc, e di quei fior di galantuomini che si firmavano Uil. Che facevano nel frattempo gli amministratori locali? Che pensavano e facevano il presidente (socialista) e il consiglio di amministrazione (a maggioranza assoluta di sinistra)? Nel complesso qualcosa di molto simile alla tolleranza meditabonda, anziché all’attiva solidarietà; e in almeno un caso richamavano l’Antonucci in termini disciplinari.
Finale provvisorio. Dopo l’approvazione della legge (ora ex) 180, il consiglio ridistribuiva incarichi e direzione dei padiglioni, con un provvedimento (passato poi all’esame, senza intoppi, del comitato regionale di controllo) che obiettivamente incoraggia i medici ostili durante tutti questi anni alle misure innovative e punisce Antonucci, al quale sottrae la responsabilità dei reparti 10, 14, 17.Significativamente è su “Il Forlivese”, settimanale del PCI del comprensorio di Forlì, che il compagno Gianni Tadolini denuncia il fatto. Senza conseguenze. Alla fine di luglio Dacia Maraini intervista Antonucci per la “La Stampa” e il colpo viene accusato. CGIL, CISL. UIL (ahinoi) ospedalieri e Amopi (nientemeno che l’associazione dei medici di ospedali psichiatrici) richiedono che sia ristabilita la verità contro le calunnie. Il consiglio di amministrazione emana un comunicato parapìm parapàm (più avanti tutti i documenti citati, in versione integrale).
Il problema ha investito ormai la capacità di far politica del PCI forlivese ( e non). Sul versante PSI, in compenso, tutto è silenzio, salvo errori e omissioni; forse si sveglieranno domattina accusando i comunisti di Forlì di essere aggrappati alla ciambella del leninismo.

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Pubblicato il 2 marzo, 2017
Categoria: Libri, Presentazione, Testi, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo