Né psichiatria né anti-psichiatria – di Giorgio Antonucci

 

Articolo per RIVISTA STOP – Milano





La condizione reale degli ex-internati in manicomio è uno dei delitti dell’epoca che viviamo.
Parliamo dunque dell’opera degli esperti o di quelli che tali vengono considerati, ovvero dei responsabili effettivi di questa storia.
Che succede agli ex-ricoverati?
Dopo averli squalificati e arbitrariamente rinchiusi per anni ora li sbattono fuori senza mezzi per vivere, e li buttano allo sbaraglio, con il pretesto ipocrita di superare il manicomio.
Così nelle strade delle metropoli ci sono, tra gli altri, anche questi sbandati.
E li abbandonano a se stessi, salvo riportarli in clinica appena disturbano qualcuno per finire di annientarli, rimettendoli in strada ormai vuoti e indifesi.
Intanto i Centri di Diagnosi e Cura stanno preparando per il futuro altri smarriti isolati dal mondo.
Il nocciolo dell’equivoco è la distinzione arbitraria tra saggezza e follia, che degrada a malattie di mente i problemi pratici e i problemi psicologici delle persone, invece che affrontarli e risolverli per quello che sono.
Vediamo un esempio concreto.
Una persona che tenta il suicidio per problemi affettivi o problemi economici o familiari o di altra natura, non è un malato da curare, magari con difetti genetici, come pensa la scienza ufficiale, ma è un uomo che ha perso fiducia nella vita e nel suo significato, e ha bisogno di aiuto, di solidarietà, e di grande apporto culturale per ridiscutere tutte le questioni fondamentali.
Invece viene preso per matto e rinchiuso e maltrattato.
E nessuno discute con lui i suoi problemi, che sono anche i problemi nostri e della cultura e della società di cui siamo parte.
Così dopo ha un motivo di più per pensare di uccidersi.
La vera scienza è capire i problemi dell’uomo in tutta la loro complessità e comprendere l’individuo nella sua ricchezza creativa e in tutte le sue contraddizioni, e non considerare alienato chi ha esperienze apparentemente diverse.
Ora quelli che per lungo tempo hanno vissuto rinchiusi e maltrattati nei manicomi hanno bisogno di un efficace aiuto sociale per poter vivere tra gli altri con mezzi pratici sufficienti e con pari diritti e dignità, come del resto previsto dalla Costituzione della Repubblica.
Non possono ne debbono vivere di elemosine o di tolleranza.
Dunque la legge 180 deve essere integrata da adeguati aiuti sociali ai reduci del manicomio, che hanno diritto all’attenzione della società, come ne hanno diritto i reduci di guerra.
In concreto hanno bisogno di soldi per vivere indipendenti, di case da abitare, di centri sociali e culturali come punti di riferimento, e da parte dei cittadini hanno bisogno di stima e di rispetto, come ne ha bisogno ognuno di noi, anche senza aver passato guai così grossi.
Si tratta finalmente di mettersi d’impegno per affrontare questa importante emergenza a vantaggio di tutti i cittadini, e a favore di una cultura più profonda.

Giorgio Antonucci – Primario del Reparto Autogestito dell’ex-Istituto Psichiatrico “Lolli” di Imola

Firenze, 15 marzo 1993


Video:

Giorgio Antonucci-Nè psichiatria nè antipsichiatria -Iparte

Giorgio Antonucci – Nè psichiatria nè antipsichiatria – IIparte

Pubblicato il 19 November, 2015
Categoria: Notizie

Il computer e il futuro – di Giorgio Antonucci



Rapsodia.
“Vi sono poche idee per cui mi farei uccidere.
Non ce ne sono per cui io ucciderei”.
Montaigne.






Mari
Aperti

Con vele
Nere

Su
L’orizzonte.


Un tempo si diceva, e molti tra di noi l’hanno sentito, che il vero significato è – la specie – e poco importa se, in guerra o in altre aggressioni, spariscono individui a migliaia, piccoli e grandi, giovani e vecchi: la natura si rinnova ed è ricca e procede per abbondanza.
La natura conosce i suoi scopi e li persegue con sicurezza.
Così noi saremo come i virus o gli spermatozoi o le lumache, come i moscerini dell’aria e i microbi dell’acqua.
Provvisori e insignificanti.
Sicuri strumenti per fini superiori.
Con questa scusa si esaltava la guerra e si giustificavano i potenti – ognuno credeva di poter bagnare col sangue le proprie particolari superstizioni: la religione il partito la scienza la patria l’impero la filosofia il popolo il proletariato la storia.
Gli uccisi non contavano – specie quando erano gli altri.
Si parlava di natura come se fosse immortale.
E si parlava di natura come se fosse un concetto definito, invece che una pura astrazione senza contenuto.
Il vuoto delle parole appoggiava il conformismo e preparava la rinuncia e l’inquadramento.
Il parlare a vuoto era spesso virtù politica e serviva da seduzione.
I sofisti lo avevano capito per primi.
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Si diceva cosi una volta, oppure si dice ancora?
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Ma quel che riferiscono adesso dalla Russia potrebbe funzionare da rivoluzione di pensiero, essere di stimolo ai più maliziosi, e cambiare le idee dei più esperti.
Raccontano interessati i giornali che esiste un robot intelligente, (quasi come il cervello d’un uomo), orgoglio degli ingegneri e vanto dei costruttori, che, appena gli esperti americani avranno atomizzato l’oriente, risponderà a puntino con la distruzione completa di quel che rimane, funzionando da solo con rigoroso metodo scientifico, frutto maturo di elaborazioni di genio.
Ed ecco finalmente la terra quietamente pacificata in modo definitivo, nitida e silenziosa come la luna.
Ecco finalmente arrivato il trionfo dello spirito assoluto dopo secoli di ammirevoli tentativi inefficaci.
Avverato il sogno di Hegel.
Non c’era riuscito nemmeno Hitler.
Per riuscire nell’intento occorrevano i mezzi, e solo la scienza sperimentale avrebbe potuto procurarli.
Questi miracoli della tecnologia.
Non potevano bastare né le utopie dei filosofi né le fantasie dei poeti.

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Ora la luna, ancora più silenziosa che ai tempi di Leopardi, si affaccia perplessa su questo deserto.


Giorgio Antonucci – 1993

Pubblicato il 17 November, 2015
Categoria: Notizie

IL GIUOCO DELLE PARTI – di Giorgio Antonucci



Articolo per “Senza Confine”





Il suo capo
Solca
La galassia
Dell’assurdo.
(Renè Char)


Si potrebbero concepire divertenti commedie o satire brillanti, specialmente in campagna elettorale, tra tutte queste macchiette, tra stupidi che vogliono fare i furbi, e furbi che fingono di essere tonti, e sarebbe bello rappresentarle in piazza, coi burattini, come ancora di recente, ho visto a volte, nel mezzo del caos di Roma o di Napoli, ricordi di intrichi paesani nel rumore delle metropoli.
Si legge ne ‘La Repubblica’ del 19 marzo scorso ( 1992) a pagina 17 nella rubrica ‘verso le elezioni’ che due candidati di parti differenti, si sarebbero insultati con violenza, com’è logico per vivace passione democratica, come avveniva in antico a Catone o a Cesare o a Catilina, tutti consapevoli dell’alto livello del gioco, e delle relative consacrate responsabilità del cittadino nelle sue pubbliche funzioni.
Ma non sapevano che la magistratura in un paese civile è sempre all’erta, e niente sfugge all’occhio del giudice, sempre attento al bene comune sostenuto dal diritto.
Così si trova scritto solennemente che è reato dire le parolacce anche nelle tenzoni politiche, come ha stabilito la Corte di Cassazione con una apposita sentenza.
“Non può in nessun caso essere tollerato – sostengono i giudici – che le espressioni degenerino in frasi pesantemente e platealmente sconvenienti e volgari, trasmodando in incivile denigrazione, non giustificabile neppure nella vis polemica invalsa nelle tenzoni politiche.”
Ma che cos’è che si son detti quei due da rischiare, nonostante le loro posizione di vantaggio nei riguardi, ad esempio, degli immigrati o dei mendicanti, di essere perbacco arrestati sul posto per violazione flagrante dei costumi?
Si son dati l’un l’altro di ‘coglione’ e di ‘malato di mente’: ecco che cosa è successo.
Così appare chiaro che hanno ragione i tutori dell’ordine, quell’ordine prezioso che ci appartiene e che ci proponiamo ogni giorno di difendere sempre di più con tutte le nostre forze e senza risparmio di mezzi.
Quel tipo di denigrazione e di insulto, così leggermente adottato dai due candidati in questione, è linguaggio scientifico, è roba da specialisti, e può essere usato legittimamente e con proprietà solo da psichiatri o da psicologi, che hanno studiato all’università per molti anni appunto per questo.
Ognuno deve stare al suo posto, come diceva Confucio, ogni cielo ha i suoi dei.


Firenze, 28 marzo 1992

Pubblicato il 8 November, 2015
Categoria: Notizie

Per Frigidaire – LA SCELTA – Giorgio Antonucci






Un solo
Momento

Mi aveva
Distratto:

– Il sollievo
Di pensare
Alla morte.



E’ proprio quando difetta la speranza che arrivano i ciarlatani, e vendono al mercato le loro magìe, come prodotto di scienza e guida alla salute.
Arrivano allegri con le pillole della gioia.
Sono i signori del piacere.
Vengono sicuri e presuntuosi come profeti.
Aprite loro le porte e sarete alla fine al sicuro, al riparo da ogni turbamento.
Ora per moltissimi il mondo collettivo è sordo ai desideri, povero di prospettive, e ricco di paure come un mare notturno senza luna.
Altri, in apparenza più privilegiati, sentono, nonostante tutto, di essere solo strumenti fuggevoli di strutture indifferenti.
Così non tutti sono felici di esistere.
Allora tra poco tempo i depressi, così come li chiamano genericamente, rischieranno proprio di essere la maggioranza.
Aumenta sempre più la tristezza e spesso la voglia di morire.
Mentre l’individuo è ogni volta più isolato si moltiplicano le seduzioni illusorie e le risorse ingannevoli.
Nascono e vivono le semplificazioni.
Nei campi di concentramento di Hitler alcuni internati per trovare sollievo si sfracellavano a terra nel fondo della cava di pietra.
Hitler è passato ma non i suoi metodi.
E nemmeno le sue istituzioni.
Anche ora il terrore sociale è così forte e così grande la paura delle autorità e così poca la sicurezza di se stessi che è accaduto non di rado che giovani studenti si sono uccisi per insuccessi scolastici o fanciulli hanno cercato la morte per senso di colpa o altre forme di disperazione.
Che il nostro cervello sia un sistema chimico complesso, come ciascun organo vivente, è una idea che tutti abbiamo, da Rita Levi Montalcini al portinaio della Casa di Riposo, per cui è perdita di tempo ritornarvi sopra, come fosse un argomento a favore o contro l’esistenza degli psichiatri e delle loro prodezze, oppure a vantaggio o svantaggio delle teorie psicoanalitiche e della psicoterapia.
Sappiamo anche tutti che le funzioni del sistema nervoso centrale possono essere momentaneamente influenzate o modificate da composti chimici di vario tipo detti per questo dagli specialisti neurotropi, come neurotropi sono certi virus che hanno affinità particolari per il cervello.
Così sono sostanze neurotrope le droghe come gli psicofarmaci.
Chi è angosciato o triste o depresso può allentare la tensione sia con un bicchierino, sia con una pera, sia con una pillola comprata dal farmacista.
E forse anche con un po’ di chiacchiere.
Ma questo non vuol dire affatto che la depressione è una malattia o un difetto del cervello o una eredità genetica e che sono salute solo l’allegria, la spensieratezza e l’incoscienza.
Né che è fisiologico solo il comportamento prescritto dai costumi.
La grande costellazione chimica del cervello dell’uomo, complicata più del cielo stellato, è costruita sia per la gioia sia per il dolore e per molte scelte differenti che vanno molto al di là dei costumi limitati di una singola cultura.
Il nostro pensiero ha costruito molte culture e molte ne costruirà ancora finché saremo al mondo.
Il cervello non è una macchinetta a gettone.
E può scegliere sia la vita che la morte.
Tuttavia il compito degli psichiatri non è quello di diminuire il dolore o aumentare la gioia o ravvivare il significato di un’esistenza incerta o dubbia o in pericolo, ma è più precisamente quello di controllare con le buone o con le cattive (pratiche) gli umori il comportamento e il pensiero dei cittadini perché rientrino negli schemi dell’ordine costituito come unico ordine possibile e unica misura di saggezza.
Per questo se non stai buono ti bruciano il cervello con gli psicofarmaci o con l’elettrochoc o ti spaventano con i ricatti.
Con loro la vita diventa meno attraente e minore la voglia di lottare per ritornare alla speranza.
Più difficile essere se stessi e padroni del proprio mondo.
Più frequente la voglia di farla finita.
Senza di loro si comincerebbe a discutere di vita e di morte al di là dei pregiudizi con la libertà di pensiero necessaria ad affrontare ogni tipo di problema.
Avrebbe principio una psicologia degna di questo nome, fondata finalmente sull’intelligenza.


Firenze, 13 settembre 1993

Pubblicato il 31 October, 2015
Categoria: Testi

Il pensiero – Giorgio Antonucci



Joan Miro

Maledetta sie tu antica lupa
Che più di tutte l’altre bestie hai preda
Con la tua sanza fine cupa.


Ci si consuma in dilemmi inutili. Così i pensieri di libertà sfumano come la rugiada dell’alba.
I pensieri inutili sono il labirinto dove ci perdiamo.
Ma dov’è Arianna con i suoi gomitoli d’oro?
Già durante la guerra del Golfo gli alleati, Italia compresa, erano passati con le bombe sui milioni di abitanti di Baghdad e dell’Irak e avevano colpito, tra l’indifferenza e il silenzio di tutti, il Museo Archeologico delle civiltà più antiche del mondo, con morti e annullamento di capolavori, proprio come gli autori dell’attentato di Firenze.
Cosa importa dei capolavori dei Sumeri e degli Assiri, cosa importano Leonardo e Filippino, che importa se i bambini muoiono di fame per l’embargo?
Che importano le donne di Sarajevo?
Che cosa ci dicono le vittime?
Piuttosto la difesa degli affari.
Business in business.
Di sicuro affari di Stato in tutti i casi.
Proprio gli Stati nel senso di Marx e di Engels come amministrazioni delle classi dominanti e delle loro ricchezze.
Però il dilemma di cui si parla è se sia più grave uccidere gli uomini o aggredire i capolavori.
Dilemma senza senso e privo di contenuto.
Domanda da filosofi del potere.
Come chiedersi se è meglio la sedia elettrica o la fucilazione i campi di sterminio dell’ovest o quelli dell’est.
O se è meglio mettere i dissidenti e i superflui in manicomio o in ospedale civile.
O se la depressione si cura con l’elettrochoc o con gli psicofarmaci.
O se la pace si difende con le alleanze o senza.
O se la letteratura dev’essere realistica o fantasiosa, e la musica tonale o dodecafonica, e la pittura figurativa o informale.
O se Pinocchio deve essere con la morale o senza.
O se è migliore il misticismo d’oriente o quello d’occidente.
Su questi sofismi si gioca l’apparenza della libertà e il mito della democrazia.
Domandiamoci piuttosto come mai nemmeno la fine della specie spaventa i pescicani dell’economia autori e padroni delle sorti del mondo.
E chiediamoci come si fa a sconfiggerli prima che sia troppo tardi.
Come possiamo fermarli.
Così gli intellettuali del controllo sociale diranno che siamo ideologici e qualcuno dirà nei salotti che dopo l’eventuale e probabile catastrofe la luce continuerà a correre negli spazi come se nulla fosse accaduto, e una specie inutile sarà scomparsa senza traccia insieme a tutte le altre forme di vita dell’unico pianeta abitato.
Una specie feroce con se stessa.
Il racconto suona in questi termini: – In antico cantavano senza stancarsi, poi si sono ridotti in silenzio in metropoli sconfinate senza voce, poi si sono estinti per mancanza di gioia -.


Che tutto l’ora che è sotto la luna
E che già fu, di queste anime stanche
Non potrebbero farne posar una.

Firenze 7 giugno 1993

Pubblicato il 23 August, 2015
Categoria: Testi

Le notti di Francoforte. Aneddoto filosofico di Giorgio Antonucci






Pablo Picasso


“La vita è cosa dubbia, voglio passare la mia a pensarci”.
Arturo Schopenhauer


Nessun viaggio
potrà
portarti
lontano


almeno
così
lontano


che tu
possa


fuggire
la paura.


– Anche se è opportuno essere aperti e tolleranti si deve dire che la pazienza non è nè può essere infinita e, come dice il proverbio, il troppo stroppia, e i nervi saltano anche ai più quieti.-
Così diceva dentro di sè, riflettendo sui fini ultimi, il filosofo dilettante di Francoforte Arturo Schopenhauer.
– Proprio perchè la vita umana non è del tutto da rifiutarsi fa dispiacere che sia tormentata ed effimera, e forse senza scopo e senza seguito.
Allora non è da gentiluomini permettersi di sostenere che questo è il migliore dei mondi possibili quando anche l’ultimo dei camerieri di osteria può immaginarne uno migliore, un pò più felice e più bello, e più che altro meno crudele.
Ma chi era questo autore tedesco, così bravo in matematica da fare invidia a Newton, ma così insufficiente in filosofia da far morire di bile ogni uomo ragionevole? Che voleva questo Leibniz?
Noi viviamo solo un giorno e non si vede il mare due volte e le stelle del cielo non ci guardano nemmeno, tanto poco si dura.-
Il filosofo dilettante camminava sul fiume a grandi passi.
Il crepuscolo avanzava impetuoso nei vicoli malinconici della città.
Alcuni mendicanti, consumati dal tempo, allungavano le mani con poca fiducia.
Dall’interno di una finestra illuminata arrivava attutito il suono di un pianoforte, come l’accompagnamento d’un canto d’amore.
– Appunto l’amore sessuale – continuava a pensare e mormorare il filosofo dilettante – questa astuzia ingenerosa della volontà del mondo per cui ciascuno merita piaceri del paradiso e miracoli del sentimento trovandosi dopo deluso e spossato come un toro della maremma, o freddo e incantato come un pesce della palude.
Petrarca se avesse consumato l’amore con Laura non avrebbe scritto neanche un verso, oppure si sarebbe rivolto ad altre fantasie.
Illusioni, solo illusioni.
E poi la morte che ci fa stare in sospeso come animali in un recinto chiuso, che aspettano le decisioni del macellaio.-
Nella birreria c’era un’aria raccolta e fumo e birra e qualche sussurro tra gli avventori.
Il filosofo si era seduto accanto a due uomini che bevevano in silenzio.
C’era un caminetto col fuoco e alla parete una vecchia stampa con una nave piegata sotto un cielo scuro, oltre al disegno della torre della cattedrale.
Schopenhauer continuava a pensare e a parlare con se stesso.
– E meno male che gli ha risposto Voltaire a quel matematico stravagante con quell’autentico capolavoro che è ‘Candido’. Così da un male può nascere un bene e dalla pazzia pericolosa la saggezza sapiente.
E Voltaire dice anche che ci si può pure uccidere se questo serve a salvare la dignità. Anzi dice che è un segno di maturità sapere anche tirarsi da parte al momento giusto, come facevano spesso gli antichi.
Non riesco di sicuro a dire se è logico.
Però ora tutti, grandi e piccolini, ci si attacca alla vita come polipi agli scogli.
Così mi sembra.
Si chiacchera e si vivacchia come fanno e consigliano i filosofi universitari, i ciarlatani di Stato, pensatori da stipendio.
Lo spirito assoluto avrebbe trovato proprio qui in Germania, con la roba che si mangia e il clima che abbiamo, il suo ambiente più appropriato.
Questi idealisti attuali sono ancora peggio del vecchio matematico.
Autorizzano i tedeschi ad ammazzare chiunque in nome dello Stato come fossero i delegati di Dio per attuare appunto “il migliore dei mondi possibili”.
Parlano dell’avvenire della nazione.
Niente di più stupido.
Ci aspettano tempi paurosi di barbarie rinnovata. Altro che progresso.
Eppure stanotte le stelle risplendevano nel cielo come lumini tremolanti e mi davano il senso inconfondibile di una natura beata.
Come quando si ascolta Beethoven o si legge una lirica di Goethe.
Sono momenti in cui la volontà del mondo si burla di noi e ci seduce in modo tendenzioso e ingannevole come fanno le donne di malaffare la sera nei vicoli o le fanciulle deliziose dal corpo esile e dagli occhi lucenti il giorno quando escono da scuola.-
– Ci incontriamo per pura combinazione – disse uno dei due uomini al tavolo guardando negli occhi Schopenhauer – Ci si vede e non si sa il motivo, mio caro signore, e si beve per consolarci.-
Era un lavoratore anziano col carnato bruno e le mani nodose.
– Proprio ieri si è rovesciata la barca ed è morto il mio compagno di pesca e io mi sono trovato sulla riva per caso. –
Una cosa terribile.
– Ma forse non è un caso – rispose Schopenhauer – forse c’è una legge al di là delle apparenze, una volontà. –
– Non lo credevo superstizioso, signore – disse l’uomo – per me ci sono solo le sventure, che non sono un’apparenza, anche se non significano nulla, e ci lasciano soli con le malinconie notturne e con la paura del futuro.
Schopenhauer tornò a casa con passo nervoso attraverso le strade buie bagnate dalla pioggia recente.
Considerò le statue della facciata del duomo.
Rifletteva sulla struttura della città antica con il centro circoscritto e i sobborghi e meditava con diffidenza sullo squallore dei nuovi quartieri industriali, apparentemente senza limiti.
Sul suo tavolo trovò due messaggi, uno dell’editore che rifiutava di pubblicare i suoi ultimi scritti, e l’altro dell’università di Heidelberg che respingeva la sua domanda di insegnamento.
Spinse da parte le buste. Accarezzò il cane.
Si mise a guardare la parete con aria assente.
Meno male che non aveva la televisione.
Bisogna dire che lui non aveva mai sperato nei beni della tecnologia come strumenti di felicità o di educazione.
Lui meditava sul nulla.


Firenze ottobre 1993

Pubblicato il 29 July, 2015
Categoria: Testi

Van Gogh – Il conformismo e la diversità – Giorgio Antonucci





“Pablo Picasso”


(Auvers-sur-Oise, 27-7-1890)


Mio caro fratello,


grazie della tua cara lettera e del biglietto di 50 fr. che conteneva. Vorrei scriverti a proposito di tante cose, ma ne sento l’inutilità. Spero che avrai trovato quei signori ben disposti nei tuoi riguardi.
Che tu mi rassicuri sulla tranquillità della tua vita familiare non valeva la pena; credo di aver visto il lato buono come il suo rovescio–e del resto sono d’accordo che tirar su un marmocchio in un appartamento al quarto piano è una grossa schiavitù sia per te che per Jo. Poiché va tutto bene, che è ciò che conta, perché dovrei insistere su cose di minima importanza? In fede mia, prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente più serena passerà molto tempo. Ecco l’unica cosa che in questo momento ti posso dire, e questo da parte mia l’ho constatato con un certo spavento e non l’ho ancora superato. Ma per ora non c’è altro. Gli altri pittori checché ne pensino, si tengono istintivamente lontani dalle discussioni sul commercio attuale.
E poi è vero, noi possiamo far parlare solo i nostri quadri.


Eppure, mio caro fratello, c’è questo che ti ho sempre detto e che ti ripeto ancora una volta con tutta la serietà che può provenire DA UN PENSIERO COSTANTEMENTE TESO A CERCARE DI FARE IL MEGLIO POSSIBILE, te lo ripeto ancora che ti ho sempre considerato qualcosa di più di un semplice mercante di Corot,


e che tu per mezzo mio hai partecipato alla produzione stessa di alcuni quadri, che, pur nel fallimento totale conservano la loro serenità. Perché siamo a questo punto, e questo è tutto o per lo meno la cosa principale che io possa dirti in un momento di crisi relativa. In un momento in cui le cose fra i mercanti di quadri di artisti morti e di artisti vivi sono molto tese.
Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà – e va bene – ma tu non sei fra i mercanti di uomini, per quanto ne sappia, e puoi prendere la tua decisione, mi sembra, comportandoti realmente con umanità. Ma che cosa vuoi mai?.


Si racconta che Kafka, prima di morire per la sua tubercolosi polmonare, disse al medico invitandolo ad affrettare la sua morte: “Mi uccida, altrimenti è un assassino”.


Van Gogh aveva affrontato con piena partecipazione personale i problemi dell’uomo del nostro tempo e, per riprendere le sue parole, la sua ragione vi si era consumata per metà.
Poiché, com’è logico, i suoi costumi uscivano fuori continuamente dalle regole del conformismo e della mediocrità, già il padre dell’artista nel 1882, e ottanta cittadini di Arles in una petizione al sindaco nel 1889, chiedevano il suo internamento in manicomio.
Però se non desta meraviglia che dei piccoli borghesi conservatori si scandalizzassero di fronte alla personalità di Van Gogh, più problematico e più discutibile appare il giudizio di un uomo come Jaspers.
Scrive il filosofo:
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Pubblicato il 8 May, 2015
Categoria: Testi

Psichiatria ieri e oggi – Giorgio Antonucci – ATLANTICA Enciclopedia universale 1991

PSICHIATRIA IERI E OGGI – Giorgio Antonucci

 

Atlantica – Grande Enciclopedia universale – Annuario Enciclopedico 1989 – European Book Milano

 

L’articolo è corredato di immagini fotografiche interne ed esterne dell’Ospedale Psichiatrico “Luigi Lolli” di Imola (Bologna). Foto: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/galleria/

 

 

“Colui che non rispetta la vita non la merita” Leonardo

Chi si pone il problema di capire le teorie e le pratiche della psichiatria, e cerca di studiarne la storia per comprenderne il significato, si trova subito di fronte a una contraddizione.

Da una parte appare costante e sempre rinnovata l’incertezza sulle conoscenze e sulla validità dei principi, dall’altra si rivelano superficiali e frettolosi gli interventi, così pericolosi per la libertà e l’integrità delle persone.

Scrive Thomas S. Szasz nella prefazione alla prima edizione della sua opera: The Myth Mental Illness. Foundation of a Theory of Personal Conduct (New York 1961): «L’insoddisfazione per la base medica e per la cornice concettuale della psichiatria non è di origine recente, e tuttavia ben poco è stato fatto per rendere esplicito il problema e ancor meno per porvi rimedio.

Negli ambienti psichiatrici è considerato pressappoco atto di indelicatezza chiedere: — Che cosa significa malattia mentale? — E negli ambienti dei profani la malattia mentale troppo spesso si ritiene essere tutto ciò che gli psichiatri dicono che sia. — Chi è malato di mente? — pertanto suona: — Chiunque sia rinchiuso in un ospedale psichiatrico o si rechi a consultare uno psichiatra nel suo ambulatorio privato — ».

Non molto meglio vanno le cose nella casa degli psicanalisti, che, a cominciare da Freud per finire a Lacan, si perdono sempre di più in genericità e astrazioni, senza nessun nesso con la vita reale, e non riescono mai a definire alcuna conoscenza che abbia significato.

Già negli anni ‘30 il filosofo e critico della scienza Bertrand Russell esprimeva con penetrante ironia i suoi ragionevoli dubbi sulla distinzione tra

sano e malato in psicologia, e aggiungeva argutamente di non credere che studiosi della psicanalisi avessero riflettuto molto profondamente sulla distinzione tra fantasia e realtà. In pratica — commentava — la fantasia che crede il paziente, la realtà è ciò che crede l’analista.


Ma un brano che può essere considerato un classico della critica intelligente al senso comune che sembra dare per scontata la problematica distinzione tra saggezza e follia lo si trova, sempre per mano di Russell,nell’opera The Scientific Outlook (1931,George Allen & Unwin Ltd, London), in italiano “La visione scientifica nel mondo” (Universale Laterza 1988). Il brano fa parte del capitolo “La tecnica nella psicologia”, e lo riporto qui per intero considerata la sua chiarezza e la sua importanza per il nostro discorso.

«Vi sono, tuttavia, un gran numero di opinioni che sono basate molto chiaramente sui desideri individuali di coloro che le mantengono, e non su di un terreno di respiro universale. Una volta fui visitato da uno che mostrò il desiderio di studiare la mia filosofia, ma confessò che nell’unico libro mio che aveva letto c’era una sola proposizione che gli riusciva di comprendere, e quella era una proposizione che non poteva accettare. Chiesi quale fosse, ed egli rispose: — Giulio Cesare è morto. — Io naturalmente gli chiesi perché non accettava tale proposizione. Si tirò su e rispose piuttosto rigidamente: — Perché Giulio Cesare sono io. — Trovandomi solo con lui nell’appartamento cercai di raggiungere la strada al più presto, poiché mi sembrava improbabile che la sua opinione derivasseda uno studio obbiettivo della realtà. Questo fatto illustra la differenza fra credenze sane e insane. Le credenze sane sono quelle ispirate da desideri che si accordano ai desideri degli altri; le credenze insane sono quelle ispirate da desideri che cozzano con quelli degli altri. A tutti piacerebbe essere

Giulio Cesare, ma sappiamo che se uno è Giulio Cesare, l’altro non può esserlo; perciò chi pensa di essere Giulio Cesare ci dà fastidio, e noi lo diciamo pazzo. A tutti piacerebbe essere immortali, ma l’immortalità di uno non contrasta con l’immortalità dell’altro, perciò chi si crede immortale non è pazzo. Le delusioni sono quelle opinioni che non riescono a compiere le necessarie modificazioni sociali, e lo scopo della psicanalisi è di compiere quelle modificazioni sociali che faranno abbandonare quelle opinioni. Il lettore, spero, avrà compreso che il suddetto ragguaglio è in qualche modo inadeguato. Per quanto si possa cercare, è difficile sfuggire alla concezione metafisica del fatto. Freud stesso, ad esempio quando per la prima volta espose la sua teoria della onnipervasività sessuale, fu considerato con quella specie di orrore che ispira un pazzo pericoloso. Se l’approvazione sociale è la prova della salute mentale, egli era pazzo, benché divenisse sano quando le sue teorie cominciarono ad essere abbastanza accettate da divenire una fonte di guadagno».

Parlando dell’incertezza dei principi su cui si fonda la psichiatria mi pare opportuno riprendere il racconto della singolare vicenda del cittadino francese indicato da Bruno Cassinelli col nome convenzionale di Lafoi, che nel luglio 1914, alle soglie della prima guerra mondiale, si ricoveri volontario nel manicomio di Parigi, per protestare a favore della pace.

Scrive appunto Cassinelli nel primo capitolo dell’opera “Storia della pazzia” (Dall’ Oglio editore, 30 settembre 1964): «Le nazioni entrano in guerra, l’una dopo l’altra, quasi incalzandosi. — E’ infame — pensa Lafoi. Per tre giorni non mangerà: bisognerà pure che almeno un uomo soffra per l’umanità impazzita. La sua follia sogna di ispirarsi a Cristo e all’amore in terra per gli uomini di buona e di non buona volontà, Lafoi è un pazzo che vuole ragionare più di tutti. La follia di questo infelice, che è stato riconosciuto pazzo dai più grandi psichiatri di Francia, può rincrudire o modificare la morfologia dei suoi accessi».

Risulta così che Lafoi, precorrendo moltissimi contestatori della nostra epoca tra cui Gandhi e lo stesso Russell, intensifica la sua azione e accentua le sue provocazioni al potere costituito promotore di delitti man mano che questi delitti divengono più gravi.

«Lentamente — scrive ancora Cassinelli— ma con sicurezza s’avvia all’ultimo padiglione, se vi entra non gli sarà più permesso di uscire dalle mura del manicomio. Lafoi si sacrifica per gli uomini».

Intanto gli psichiatri si domandano stupiti come possa funzionare questa forma di pazzia così pertinente agli avvenimenti.

E’ bene ricordare che ai tempi di Lafoi l’obbiezione di coscienza, che ora in alcuni Stati è riconosciuta come un diritto se adeguatamente motivata in termini religiosi o filosofici, era ritenuta da molti psichiatri un sintomo di schizofrenia.

Però alcuni dei lettori potrebbero domandarsi:— Ma chi era questo Lafoi? — Come il Don Abbondio manzoniano si chiedeva di Carneade.

Allora noi, per toglierli dal dubbio, ci proponiamo di continuare parlando di un personaggio sicuramente più famoso.

Riferisce Vittorio Messori nel suo libro “Ipotesi su Gesù” (Società editrice internazionale-trentaduesima edizione 1986) a pagina 134 nella nota n. 8 che il famoso psicologo Binet, professore di psicologia alla Sorbona, si mise tenacemente a scrivere quattro volumi con oltre duemila pagine «per classificare scientificamente il carattere di Gesù».

Lascio la parola direttamente a Messori: «Gesù che, per il professore francese, fu TEOMANE (maniaco religioso, cioè, per la degenerazione dell’affetto verso i genitori), SITOFOBO (detestava il cibo, come testimoniato dal digiuno di quaranta giorni), DROMOMANE (non poteva star fermo, come si vede dai continui spostamenti), IMPOTENTE (per le esortazioni al celibato), OMOSESSUALE (per la predilezione per Giovanni), INSONNE (per le notti di preghiera)… Il prof. J. Soury replica: — D’accordo che Gesù fosse “l’alienato tipico”. Ciò però non si deve, come pensa il collega Binet, all’alcolismo del padre aggravato dalla tubercolosi, ma alla meningo-encefalite sifilitica. La prova? I primi segni di follia li dà a dodici anni discutendo con i dottori nel tempio —. Altri professori replicano che in realtà il disordine mentale di Gesù è dovuto al trauma neuropsichico sofferto dalla madre durante il concepimento, per il timore di essere ripudiata dal fidanzato Giuseppe: ne è prova l’ altrimenti inspiegabile mutismo davanti a Pilato».

Molto stimolante, ci pare, questa discussione tra specialisti, non tanto sul fatto se Cristo fosse o non fosse pazzo, quanto su una corretta identificazione delle cause.

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Pubblicato il 22 February, 2015
Categoria: Immagini, Libri

Il Sogno di Bruna – Vincenzo Jannuzzi – Prefazione di Giorgio Antonucci



Il Sogno di Bruna
di Vincenzo Jannuzzi 2014


Prefazione

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è si cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu l’sai, chè non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran di sarà si chiara.

Dante Alighieri ­
Purgatorio I Canto





Nel fumetto c’è, come problema centrale, il problema del suicidio. Si parla del problema del suicidio. A proposito di questo prima di tutto voglio dire che quando lavoravo a Imola, nel Reparto 17 Uomini, il terzo reparto che avevo preso, dopo averne preso due di donne, quando lavoravo lì liberando tutte le persone, che erano state rinchiuse per anni, liberai anche una persona di parecchi anni, che era stata ricoverata molto tempo prima, dopo la guerra. Era un uomo che aveva fatto la guerra nell’esercito italiano, dopo aveva fatto il partigiano e infine, ritornando a casa, dopo questa lunga esperienza tragica, si trovava in condizioni anche economicamente difficili e non era stato capito quello che lui voleva dire, fu internato in manicomio e vi era stato per anni interi con tutte le condizioni del manicomio: dalla camicia di forza, alla cella, al cortile, a tutto quello che c’è in manicomio, e al silenzio di tutti intorno a lui. Quando arrivai insieme agli altri, io entrai in contatto con ognuno di loro per ristabilire la loro storia, mentre loro si liberavano, e acquistavano la possibilità di tornare a casa se volevano e se potevano, nel senso che io ristabilivo tutti i rapporti con quelli che erano restati, dopo tanti anni, in modo tale che se loro se ne volevano andare se ne andavano e per andare via dovevano naturalmente avere un posto dove andare,delle persone che le accoglievano. Non ho mai mandato via qualcuno mettendolo in mezzo alla strada, che sarebbe stato un delitto uguale a quello che hanno fatto mettendolo dentro. Allora lui, che era molto intelligente tra l’altro, molto sveglio, si
mise in contatto con i parenti che gli restavano. Siccome poteva, era libero, anche con me andò da questi parenti. E poi andò anche da solo, poteva andare quando voleva. In
dialogo con loro, si rese conto che non lo volevano, cioè che lui era rifiutato. Allora dopo una vita intera di rifiuti, nel momento in cui arriva qualcuno che gli dà la possibilità di essere libero e di avere rapporti con altri, si accorge che ancora una volta questo rapporto gli veniva negato. Allora si buttò nel Santerno, che è il fiume che passa da Imola, si seppe che si era buttato nel Santerno e morì. Questo è il discorso del suicidio di una
persona che sa che non ha più nessuna prospettiva, che nessuno lo considera come dovrebbe considerarlo. Quindi è un suicidio per la sua dignità, esattamente uguale a quello di cui parla Dante all’inizio del Purgatorio, cioè quello che riguarda Catone Uticense. Perché Catone Uticense si suicida perché non aveva più possibilità di esprimere la sua personalità, perché sarebbe stato sottoposto al tiranno, oppure sottoposto a uomini che non lo consideravano nulla, e Dante, facendo eccezione su tutte le regole della chiesa cattolica, come fa spesso, lo mette non solo all’inizio del purgatorio ma ne esalta la scelta. Questo è l’aspetto essenziale, il fatto che uccidersi significa dire
che se la mia vita non è più corrispondente alla mia dignità, io preferisco morire. Questo riguarda tanti suicidi.
Per confermare questo discorso c’è la testimonianza di un soldato americano che era stato in Vietnam, mi ricordo di aver letto la sua testimonianza in un libro. Questo soldato,
tornato dal Vietnam, raccontava che nel macello terribile che era il Vietnam, dove si massacrava la popolazione, si ammazzavano donne e bambini, si bombardava dappertutto, ci si uccideva giorno per giorno in continuazione, però quando accadeva che uno dei soldati americani si suicidasse, i comandanti che erano sempre tranquilli anche di fronte al macello e alla distruzione di un intero villaggio, entravano in grande crisi quando sentivano parlare di suicidio. Nel senso che loro che concepivano qualsiasi macello, però
non concepivano che uno decidesse per conto suo di togliersi dal mondo. Questo è l’altro aspetto. Cioè un aspetto è il significato che ha il suicidio per il singolo individuo, l’altro aspetto è il suicidio come minaccia del potere. Ecco queste sono le cose che io vorrei dire all’inizio di questo discorso.
In antico i suicidi non li seppellivano negli stessi cimiteri per i cristiani, per la religione il suicidio era inammissibile. Questo rende ancora maggiore la testimonianza di Dante che se ne infischia, pur essendo cattolico, come in altri momenti se ne infischia completamente, come quando parla con Brunetto Latini, che è stato il suo maestro, che
era un uomo di cultura che si è occupato di Dante nella giovinezza del poeta; lui trova Brunetto Latini e in questo caso, rispettando le regole, lo mette all’inferno tra i sodomiti, questa è la prima parte. Nella seconda parte c’è il fatto che quando lo vede lo tratta con affetto, e non solo con affetto ma gli dice “tu mi insegnasti come l’uomo si eterna”, cioè come l’uomo diventa immortale, tu mi hai insegnato l’essenziale della cultura, per cui il
personaggio di Brunetto Latini diventa un personaggio di grandissimo splendore, anche se si trova nel girone infernale. Perché poi tra l’altro Dante non ha mai considerato migliori quelli che sono in paradiso rispetto a quelli che sono nell’inferno. Delle persone di cui ha stima, che siano da una parte o l’altra, la stima la mantiene lo stesso. Questo nel discorso di Dante che va letto vedendo quello che c’è di originale, oltre a quello che c’è di
formale; come succede a tutti, c’è una parte formale e una parte originale. Questo per dire che il suicidio nel mondo cristiano, ma anche nel mondo musulmano, ma anche nel
mondo della bibbia, cioè nel mondo degli israeliti, non è ammesso perché viene considerato come una violazione della volontà di dio, nel senso che è dio che ha deciso
che sono nato ed è lui che deve decidere che io muoio. Il fatto invece che un essere umano lo decida da sé è una violazione delle grandi religioni, cosa diversa si trova solo in altre tradizioni diverse come nel buddismo, ma questo è un altro discorso. Il riferimento a Dante è importante perché attraversa i secoli, cioè si discute ancora su che cos’è il suicidio quando lui nel ‘200 aveva già detto la cosa chiara, trasgredendo tutta la dottrina e
il potere.
Dopo che è stato considerato un reato, quando arrivano gli psichiatri, come in antico succedeva che considerassero un reato e mettessero l’omosessuale, quando si arriva in
un epoca più moderna l’omosessuale invece che fare un reato va a finire in manicomio.
Si passa sempre da un discorso antico, che è quello direttamente della prigione, a un discorso diciamo meno antico in cui lo psichiatra sostituisce anche il carceriere. La colpa diventa una malattia. Qui si entrerebbe nel discorso che gli psichiatri fanno e che va rifiutato completamente, perché non ha nessun fondamento. Basta pensare che l’omosessualità per anni interi è stata considerata una malattia e alcuni la considerano
ancora malattia. Poi ad un certo punto è successo, alla riunione che fanno gli psichiatri americani per fare quel loro catalogo delle malattie mentali come dicono loro, che un
giorno uno di loro disse, quando si parlava di omosessualità: “…ma come si fa, quando so che molti tra noi psichiatri sono omosessuali? Allora togliamo l’omosessualità dalle malattie!…”. Se si trattasse di malattie non si mettono­ – e – ­si ­tolgono… Non è che si fa un
congresso di medicina in cui si decide che il tumore al polmone non è più una malattia. E’un’idiozia. Soltanto gli psichiatri si inventano delle cose che chiamano malattia e le
possono anche abolire. Questo fa vedere che la psichiatria non ha nessun fondamento scientifico, è una pseudoscienza, si spaccia come medicina ma non è medicina, per il
fatto che la medicina è un’altra cosa, la medicina si occupa di squilibri biologici dell’organismo, che sono reali perché sono testimoniate da esami, sono oggettivi, mentre
dire che un obiettore di coscienza, per esempio, è un malato di mente, è il giudizio moralistico di qualcuno. Come dire che l’omosessuale è un ammalato di mente, come dire che la donna che ha molti uomini è una ninfomane, come la donna che non sopporta più il marito è un isterica. Sono tutte invenzioni della psichiatria, come ha dimostrato
benissimo Thomas Szasz, sono invenzioni punto e basta, non hanno nessun significato di nessun tipo. Il discorso è molto semplice: gli psichiatri cercano di eliminare la persona
che viola quelli che da loro sono ritenuti i costumi: la rinchiudono o la uccidono. Fatto attuale: Francesco Mastrogiovanni, dei nostri giorni, è stato ucciso. Per quelli che sono i criteri moralistici della società in cui vive. Cosa che passa inosservata, perché è ben
mascherata dal fatto che, si dice, tutte le persone, anche ora se si parla di Francesco Mastrogiovanni, non pensano che ogni clinica psichiatrica sia un luogo di uccisione o di
eliminazione, ma pensano che sia stato un momento sbagliato di alcuni che non ce la fanno, non pensano che tutto l’insieme deve essere sottoposto a critica. Per quello io dico sempre che il discorso basagliano del superamento dei manicomi non ha nessun significato. Come il discorso che si potrebbe fare del superamento dei campi di
concentramento. Bisogna abbattere il nazismo, perché se ci sono i nazisti ci sono i campi di concentramento, perché non si eliminano i campi di concentramento lasciando in giro i
nazisti. Certo, i campi di concentramento non ci devono essere, ma non ci deve essere chi mette le persone nei campi di concentramento, e questo vale anche per la psichiatria.
Non è il manicomio il problema. Il manicomio è una conseguenza. Non è il campo di concentramento il problema, ma è la conseguenza di un impostazione… Se io penso che
lo zingaro deve essere tolto dal consenso civile, anche se non lo mando in un campo di concentramento la cosa è simile. Se io penso che l’ebreo non è come gli altri, o lo
zingaro, o il napoletano, o l’africano … perché cambia sempre ma non importa, allora insomma si può mettere al posto dei rifugiati chiunque. Ognuno ci mette gli altri. Però se si continua così, si continua con la violenza, non c’è niente da fare, e si continua anche con i pregiudizi. La psichiatria è violenza. Si comincia a prendere una persona con la forza, e portarla via perché il suo pensiero non ci piace, per cui è violenza fin dal principio, per cui la critica al manicomio, se non si abolisce il diritto dello Stato di prendere una persona e metterla dentro con la forza per il suo pensiero, non si abolisce niente.
Bisogna cambiare la struttura del potere. Siamo in lotta contro il potere, non c’è niente da fare, fintanto che il potere stabilisce che certi vanno eliminati e la gente gli va dietro.


Giorgio Antonucci

Pubblicato il 29 January, 2015
Categoria: Testi

Edelweiss Cotti e Giorgio Antonucci a Cividale del Friuli – Foto



In questa foto si vedono Edelweiss Cotti e Giorgio Antonucci, e altri,  davanti al reparto neurologico di Cividale del Friuli, chiamato – Centro di Relazioni Umane -, nel 1968.


PUBBLICATA SU:  VIE NUOVE, ANNO XXIII, 29 AGOSTO 1968






Interno del reparto chiamato “Centro di relazioni umane”





altre foto del reparto di Cividale: qui


Approfondimenti:
GIUSEPPE GOZZINI – “Esercizi di memoria – il ‘68 visto dal basso- sussidio didattico per chi non c’era

Pubblicato il 16 November, 2011
Categoria: Immagini, Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo