Archive for marzo, 2017

sono nata sotto un sole nero (Giulia) – Giorgio Antonucci – Poesie ( VI parte)






Gli occhi
gli occhi
gli occhi
non li vedono


Gli occhi
gli occhi
gli occhi
non li vedono
non li hanno mai visti


altrimenti non ucciderebbero


La mia disperazione
è cominciata
allora
quando per la prima volta
ho guardato negli occhi


Impossibile
vivere
senza urlare
finchè la gola resiste


Impossibile
vivere
senza
urlare.


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Dopo tre giorni di consegna
perchè non avevo la divisa a posto
ho sfegiato il sergente


ma dico sul serio
avrei voluto ucciderlo
avrei voluto ucciderlo
e l’ucciderei ancora


se potessi
se potessi


Quando mi hanno portato
qui dentro
piangevo di rabbia


Quando mi hanno portato
qui dentro è
piangevo di rabbia


E ancora la rabbia da anni
mi brucia le viscere
e mi consuma il cervello


e ancora
la rabbia
la rabbia
da anni
da anni
mi brucia
le viscere
e mi consuma il cervello


Dopo tre giorni di consegna
perchè non avevo la divisa a posto
ho sfregiato il sergente


E ancora la rabbia da anni
mi brucia le viscere
e mi consuma il cervello.


Dopo tre giorni di consegna
perchè non avevo la divisa a posto
ho tirato un coltello


in direzione del sergente
in direzione del sergente
in direzione del sergente


ma purtroppo
ma purtroppo
ma purtroppo
non l’ho preso
ma purtroppo
non l’ho ammazzato


Dovevo ucciderlo
Dovevo ucciderlo


Dopo tre giorni di consegna
perchè non avevo la divisa a posto
ho tirato il coltello


in direzione del sergente.


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La testa fra i ceppi


Li hanno modellati
per i pazzi


a forma
concava


sul modello del cranio


Certamente non possono
essere precisi


Ce ne vorrebbero
troppi


Ce ne vorrebbero
a molte dimensioni


Bisognerebbe tagliarli
con curvature
diverse


Non so se m’intendi
il nostro
lavoro
è un pò complicato


Però io non c’entro
sono
un semplice
sorvegliante


io faccio il mio mestiere


faccio il mio mestiere
e basta!


Ma anch’io ho una testa
per riflettere!


Anch’io
ho un’esperienza


Sono qui da vent’anni
e so
molte cose


Bisognerebbe tagliarli
con curvature
diverse


Non so se m’intendi
il nostro
lavoro
è un pò complicato


Si tratta
di matti!


La testa
capisci?


La povera
testa
malata!


Mi parlava
con aria competente
con atteggiamento da lunga esperienza
con qualche
sguardo
malizioso
con occhiate
d’intesa


La testa
capisci?


La povera
testa
malata!


Se vieni
ti porto
a vedere


ti porto
a vedere
Vincenza


“la nostra
bimbetta”


La chiamiamo così
in modo affettuoso
perchè ci fa pena


perchè l’abbiamo
accolta
qui
da bambina


aveva
quattro anni


Ebbene è malata
è molto malata
ti porto a vedere
vedrai la sua cella


vedrai che è legata


La testa fra i ceppi
a capo del letto


E poi se la sleghi
(ci abbiamo provato!
ci abbiamo provato!)


ti guarda impaurita
(lo sai non capisce)


e cade per terra


e batte la fronte


e grida


e non parla


Mi ha detto il dottore
(un grande scienziato
un grande scienziato
che sa quasi tutto)


tenetela ferma!


perchè la slegate?


Ha male qui dentro
Ha male alla mente
Ha male al cervello


tenetela ferma
tenetela fissa!


Guardate il suo sguardo


Lo sguardo è smarrito


Ha male qui dentro
Ha male alla mente
Ha male al cervello


tenetela ferma
tenetela fissa!


La testa fra i ceppi.


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A Primo Levi


Come fai a dire – proprio tu che ne sei stato vittima -


Come fai a dire
che sono parole
che sono opere
non più comprensibili?


Tu dici: Auschwitz non è in noi
Io dico: Noi siamo Auschwitz


Anche noi
Anche noi
Siamo diligenti
Siamo tranquilli
Siamo volgari
Siamo piatti
Siamo indifferenti


E non è l’ira
non è la collera
che ha capovolto
il comandamento
- Tu non ucciderai!


E non è l’ira
non è la collera
che ha capovolto
il comandamento
- Tu non ucciderai!


Continuiamo a vivere
Continuiamo a vivere
sugli esclusi


proprio come Stark
proprio come Heidegger
proprio come Faulhaber
proprio come Eichmann


Continuiamo a vivere
continuiamo a vivere
sugli esclusi


E per me
E per te
E per tutti
risuona
ancora


risuona ancora


La tragica denuncia dell’Apocalisse


- Poichè tu non sei
nè caldo
nè freddo
io ti vomiterò -


—————————–


Eppure noi qui dentro
non possiamo far altro che rantolare
mentre voi ci strozzate.

Pubblicato il 15 marzo, 2017
Categoria: Notizie

sono nata sotto un sole nero (Giulia) – Giorgio Antonucci – Poesie ( V parte)



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La vita per cui sei nato

 

Ti spiegherò io

come funziona

la fabbrica


e sicuramente capirai

e capirai senz’altro

che la tua vita è quella


che quella è

la tua vita


la vita per cui sei nato


D’altra parte

non hai altra scelta


d’altra parte
non hai altra scelta


a meno che tu

non voglia

ribellarti


ma non te lo consiglio


a meno che tu

non voglia

ribellarti


ma non te lo consiglio


Potresti essere solo

Poresti essere ridicolo

tutti ci stanno e tu no:


pensa

che risate!


pensa

che vergogna

per te


pensa

che disagio

per noi


e forse

chi sa? chi sa?


forse

ti porterebbero

via


al manicomio


Ti spiegherò io

come funziona

la fabbrica


e sicuramente capirai

e capirai senz’altro

che la tua vita è quella


che quella è

la tua vita


La vita per cui sei nato


D’altra parte

non hai altra scelta


d’altra parte

non hai altra scelta


a meno che tu

non voglia

ribellarti

ma non te lo consiglio


a meno che tu

non voglia

ribellarti


ma non te lo consiglio


perchè sono ancora

tuo amico


e voglio

continuare

a esserlo


nei limiti del possibile.

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Tensione interna nella testa e nelle membra

Ansia

Capogiro

La morte intravista con paura

e vagheggiata con gioia

Violento desiderio di vivere

e profondissimo desiderio di riposo.

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Se esco da questo squallore

da questo squallore senza nome


da questo squallore

da questo squallore


siamo giovani vecchi bambini


tutti senza futuro

tutti ammassati

tutti isolati


tutti senza futuro

tutti senza tempo


tutti senza futuro

tutti senza tempo


tutti vuoti

tutti vuoti


Li hai visti i manichini?


Li hai visti come sono?

Li hai visti come sono?


Specialmente la sera

Specialmente la sera


quando sembrano ancora

più vuoti


quando sembrano ancora

più vuoti


nella luce finta


nei bagliori delle insegne


che s’accendono


che si spengono


che s’accendono


che si spengono


come i ritocchi

di una campana


che t’impedisce

di dormire


come i rintocchi

d’una campana


che t’impedisce

di dormire


Se esco da questo squallore

da questo squallore


Se esco fuori

mi ammazzo


Per tornare

finalmente

nel nulla


Per tornare

finalmente

nel nulla


Voi direte: gesto insano

di un pazzo

fuggito

dal manicomio


Io non so perchè il sole

non scappa


Come fa a sopportarvi?

Come fa a sopportarvi?


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I miei occhi non vedono

Le mie labbra

Le mie labbra

Le mie labbra tremano

e loro colpiscono ferocemente


Se la testa mi duole

Se la testa mi duole

Se la testa mi duole

le mie labbra tremano

e loro colpiscono ferocemente


Se non grido mi picchiano

e se grido

e se grido


Se la gola si stringe

Se la gola si stringe

Se la gola si stringe

Se la gola

Se la gola

Se la gola si stringe

non solo loro che strozzano


Mi strozzava l’angoscia

già da prima


Io capisco

capisco

capisco

capisco

Ma non posso parlare


Io non so che succede


Non ricordo che cosa


Se potessi

Se potessi


Se potessi spaccare

la mia fronte


correrei contro il muro

e sarebbe un sol colpo

nella cella di pietra

dove vivo da anni.

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Non dobbiamo

leggere

la storia

con animo

spassionato


Dobbiamo leggerla

con la disperazione

col furore

con la rivolta


Dobbiamo leggerla

con le passioni

che ci consumano.

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L’ordine è uccidere


uccidere sempre

uccidere in qualunque condizione


uccidere tutti


uccidere gli ebrei

uccidere gli slavi

(ci vorrà molto tempo per sterminarli tutti!)

uccidere i comunisti

uccidere i disertori

uccidere gli incerti

(il dubbio è delitto contro il partito!

il dubbio è una debolezza imperdonabile!)


L’ordine è uccidere


uccidere sempre

uccidere in qualunque condizione


uccidere tutti


E noi uccidiamo

E noi uccidiamo

E noi uccidiamo tutti

E noi uccidiamo in qualunque condizione

e noi uccidiamo


Io ho sparato

ho sparato

ho sparato

ho sparato e continuo a sparare

anche se la testa mi duole

anche se la testa

anche se la testa

anche se la testa mi duole


Se la testa mi duole

22 Ottobre 1941

Dopo la ricognizione delle strade

effettuata personalmente dal comandante

della prima brigata

fanteria SS.

le unità proseguono

la marcia

in direzione Konotop.


Le condizioni delle strade

continuano

continuano

continuano a mantenersi

eccezionalmente cattive


Anche se la testa mi duole.

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Pubblicato il 11 marzo, 2017
Categoria: Notizie

nata sotto un sole nero (Giulia) – Giorgio Antonucci – Poesie (IV parte)






Se tu batti un colpo fuori tempo
(come il timpanista bizzarro) tutti
gli altri ti saltano addosso come
tigri, e tu devi sperare che ti
sbranino nel minor tempo possibile.
Non importa se quel colpo fuori tempo
era proprio quello che ci voleva.


——————————————————



La prima volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in carcere


La seconda volta ho fatto il saluto
e mi sono messo a ridere
e mi hanno sbattuto in manicomio


Ora dopo tre anni di manicomio
continuo
a fare il saluto
e a ridere


Dicono che sono pazzo


Invece i sani di mente
continuano
a fare il saluto
senza ridere.


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Attimo per attimo dubitavo di me stesso
fino a ridurmi al silenzio.


———————————————–


Ero troppo malinconico
Indifferente a tutto


Ma cinque giorni
di cura
mi sono bastati


Ero troppo malinconico
Indifferente a tutto


Ma cinque giorni
di cura
mi sono bastati

Una cella di cemento
un letto puzzolente
una ciotola di legno
un pigiama giallo
un cortile per la passeggiata


Ero troppo malinconico
Indifferente a tutto


Ma cinque giorni
di cura
mi sono bastati


Ero troppo malinconico
Indifferente a tutto


Ma cinque giorni
di cura
mi sono bastati


Ho strozzato il guardiano
Gli ho stretto la gola


Erano anni che non provavo
una gioia così grande


Erano anni che non provavo
una gioia così grande


Ero troppo malinconico
Indifferente a tutto


Ma cinque giorni
di cura
mi sono bastati


Ero troppo malinconico
Indifferente a tutto


Ma cinque giorni
di cura
mi sono bastati.


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Le mie passioni mi hanno fatto vivere e le mie passioni mi hanno ammazzato. J.J. Rousseau


Le continue pericolose incertezze della coscienza tra l’incontro sempre rinnovato coi più difficili problemi della vita pratica e le tentazioni della fuga nell’immaginario fino all’inattività più completa, o le tentazioni della rivolta furibonda fino alla violenza più feroce e incontrollata. Da una parte la soffocazione e l’oppressione sociale sempre più intollerabili dall’altra le grandi complicazioni della vita interiore.


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Un cavallo nel cielo
l’ho veduto sul serio


Ma non c’erano allora
in quel grande momento
e non mi hanno creduto


Ma non c’erano alora
in quel grande momento.


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Incontro al manicomio di Volterra


Avevo otto anni
otto anni
otto anni
quando mi hanno sbattuto
qui dentro


quando mi hanno sbattuto
qui dentro
con la violenza


E ora quanti anni hai?
E ora quanti anni hai?


Minuto per minuto
Ora per ora
Giorno per giorno
Le notti a occhi spalancati
I giorni senza fine


Le notti a occhi spalancati
i giorni senza fine


E’ passato troppo tempo


E ora quanti anni hai?
E ora quanti anni hai?


Le notti a occhi spalancati
I giorni senza fine


Le notti a occhi spalancati
I giorni senza fini


E’ passato troppo tempo


Ma non li hai contati
i tuoi anni?


E perchè avrei dovuti contarli?


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Diverse volte ho sognato una parete
tutta bianca – ma era una vera parete
impenetrabile o era un fascio di luce? -
e davanti ad essa mi trovavo completamente
disorientata e cadevo in una paura tremenda,
che mi abbandonava solo al risveglio.


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Tra la panca
inchiodata


e le mure
umide

mangio
i rifiuti
che mi danno

quando
alla svelta

senza voltarmi
le spalle

mi portano
la ciotola
di legno

Non corro
con la testa
contro il muro

perchè la cella
è troppo corta
per fracassarmi

Non picchio
gli infermieri

perchè sono in due
perchè sono più forti

Non corro
con la testa
contro il muro

Non picchio
gli infermieri

Troppe volte
la testa mi doleva
le forze non mi bastavano
la voce
che non c’era

la voce
che non c’era

la voce
che non usciva
dalla stretta della gola!



mi hanno
maciullato
di botte

mi hanno
maciullato
di botte

la voce
che non usciva
dalla stretta della gola!

Nessuno
mi parla più

tolto mia sorella
che viene durante la notte

Nessuno
mi parla più

tolto mia sorella
che viene durante la notte
e nessuno lo sa.

Nessuno
può togliermi
mia sorella!

Nessuno!

Tra la panca
inchiodata

e le mura
umide

mangio
i rifiuti
che mi danno

quando
alla svelta

senza voltarmi
le spalle

mi portano
la ciotola
di legno.


———————————————————-

Forse avevo paura
già da prima

Forse avevo nemici
già da prima

Forse ero distrutto
già da prima.


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Pubblicato il 9 marzo, 2017
Categoria: Notizie

sono nata sotto un sole nero (Giulia) – Giorgio Antonucci – Poesie ( III parte)






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I guardiani del campo


Io volevo ammazzarmi
e me l’hanno impedito
e me l’hanno impedito


Io volevo ammazzarmi
e me l’hanno impedito
e me l’hanno impedito
Senza noi che fareste?


Io volevo morire
e me l’hanno impedito
Senza noi che fareste?
Che fareste?


Mancherebbe il lavoro
ai guardiani del campo.
Mancherebbe il lavoro
ai guardiani del campo
ai guardiani del campo.
—————————————————


Il sole


diventa rosso


ogni sera


perchè si vergogna
il sole
diventa
rosso
ogni sera
perchè si vergogna


perchè si vergogna
di aver
fatto
il giro


di aver
fatto
il giro
di questa
nostra
terra


di questa
nostra
terra
schiava


di questa
nostra
terra
che muore


Il sole


diventa
rosso


ogni sera


perchè si vergogna


perchè si vergogna
di avere
fatto
il giro
di questa
nostra
terra
di questa
nostra
terra
schiava


di questa
nostra
terra
che muore


Tra le colline
livide di polvere


tra le vallate
aspre di pietre


io ho
lavorato


ho lavorato molto


poi
quando
avevo
lo sguardo
spento


come
un cavallo
stanco


mi hanno
messo da parte
nella paglia


come
un cavallo
stanco


poi
quando
avevo
lo sguardo
spento
come
un cavallo stanco


mi hanno
messo da parte
nella paglia
come
un cavallo
stanco


Il sole


diventa
rosso


ogni sera


perchè si vergogna


il sole
diventa
rosso
ogni sera
perchè si vergogna


perchè si vergogna
di aver
fatto
il giro


di aver
fatto
il giro
di questa
nostra
terra


di questa
nostra
terra
schiava


di questa
nostra
terra
che muore
————————————————————


Non conosco la gioia
da quel giorno


Li ho incontrati
Li ho incontrati per caso?


Mi han detto
ti prendiamo con noi


Mi prendete con voi?
ti prendiamo con noi


Non conosco la gioia
da quel giorno.
—————————————————


Lo so che tutto quello che mi è accaduto
vi è sembrato strano


Ma so anche
che non avete
capito
nulla


Non avete capito nulla e non me ne importa nulla


Vi ho incontrati sulla Neckar e vi ho detto:
non esistono più
i fiumi


Mi avete incontrato sulla Neckar
e volevate sapere
e volevate sapere
e volevate sapere


ma non vi ho risposto
e non vi risponderò


ma non vi ho risposto
e non vi risponderò mai


Mi avete aggredito
e non mi sono difeso


Sapevo anche troppo bene
che sarebbe stato inutile


Mi avete interrogato
e non mi sono difeso


Sapevo anche troppo bene
che sarebbe stato inutile


Mi avete serrato le braccia
e trascinato in Manicomio


e sono venuto senza nemmeno protestare


Non ho protestato
Non ho protestato


Apparentemente
Apparentemente


Mi ero chiuso in me stesso


Mi ero chiuso in me stesso
per sottrarmi
a un’esistenza
divenuta
sempre
più
assurda


Mi avete chiuso in cella
e non mi sono difeso


Sapevo anche troppo bene
che sarebbe stato inutile


Grida pure
vi sarà
qualcuno
che ti risponde?


Grida pure
vi sarà
qualcuno
che ti risponde?


Così diceva
Temanita


Così diceva
Elifaz Temanita
a Giobbe.
——————————————————–


Grande incertezza, inquietudine, senso di
disorientamento.


In sogno corpi che bruciano.
——————————————————-


Vorrei avere la rapidità della luce
per attraversare lo spazio
senza ostacoli


Se la terra avesse la velocità della luce!


Se la luce
Se la luce
Se la luce del sole ci raggiungesse
non saremmo come siamo
sempre disperati
e continuamente feroci


Non saremmo come siamo
sempre feroci
e continuamente disperati


Mi pesano i sassi che ho dentro
mi pesano i sassi che ho dentro


Mi hanno detto – il Sole!
io non conosco il sole
perchè i lupi
la notte
perchè i lupi
la notte
mi spaventano con le loro grida
m’inseguono
mi uccidono
mi divorano


e ridono come nei giorni di festa


Io non capisco
non parlo
non mi muovo
non fuggo


non parlo
non mi muovo
non vedo
aspetto di ritornare
aspetto di ritornare nel sole
per morire
per morire nel fuoco
per morire come sono nato
per morire
per morire come sono nato
per morire nel fuoco bruciando
bruciando
bruciando come i soldati
come i negri
come i soldati
come i negri
come i buddisti
come i bambini


Come i bambini di Londra e di Desdra
come tutti
come tutti nel fuoco
come tutti nelle fiamme di Hiroschima
come tutti nella serenità della morte


Io sono un sasso
sono una torre
sono un uomo di pietra


perchè ho guardato negli occhi
perchè ho guardato negli occhi


perchè ho sputato
perchè ho vomitato
perchè ho battuto la testa nel muro
perchè volevo vivere
e mi sbagliavo
e mi sbagliavo sul serio


e loro lo hanno capito
e mi hanno chiuso qui dentro
e dovrebbero soffocarmi ogni giorno


e dovrebbero soffocarmi
perchè io sono colpevole


colpevole di essere nato
colpevole di vivere
colpevole
colpevole perchè un giorno morirò
e non potrò più gridare
e sarò disperato
senza saperlo.
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Pubblicato il 7 marzo, 2017
Categoria: Notizie

nata sotto un sole nero (Giulia) – Giorgio Antonucci – Poesie (II parte)





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Ma che volete da me?

Io non vi capisco


Io non vi capisco


Voi mi avete insultato
Io mi sono difeso


Allora mi avete serrato le braccia
mi avete serrato i piedi
mi avete inchiodato al letto


Poi il dolore
Il dolore


Il dolore dei colpi sulla testa
Il dolore dei pugni nella pancia
Il dolore dell’impotenza e dell’umiliazione


Il dolore
dell’impotenza
e dell’umiliazione
Più volte
mi avete
soffocato


più volte
mi avete
soffocato


Io non vi capisco
Io non vi capisco


Voi continuate
a insultare
a picchiare
a sputare


Voi continuate
a insultare
a picchiare
a sputare


Ora sono muto
e non so più muovermi
Ora sono muto
e non so più muovermi


Voi quando passate
mi spostate col piede
e mi sputate addosso

Voi quando passate
mi spostate col piede
e mi sputate addosso

Io non vi capisco
Io non vi capisco


Lo so che siete feroci
Lo so che siete feroci


Ma non ho capito perché


Lo so che siete feroci
Lo so che siete feroci


Ma non ho capito perché.

————————————————————


A Ferdinando Faggiani


Ho pensato
Ho pensato


Se ci fossero
Se ci fossero luoghi
Se ci fossero luoghi
dove le persone che vogliono morire
pagano per essere fucilate


Ho spalancato gli occhi
Ho spalancato gli occhi


Avevo questa speranza
Avevo questa speranza


Se ci fossero luoghi
Se ci fossero luoghi
Se ci fossero luoghi
dove le persone
pagano per essere fucilate


non sarei disperato
come sono
non sarei
non sarei
non sarei disperato come sono.

———————————————————–


-Ricordi Barbara
quei giorni
di Montevago

quando eri bella
quando volevi vivere

quando eri libera
quando volevi vivere


quando volevi vivere


Ricordi Barbara
quei giorni
di Montevago?


-La terra è inquieta
Uccidimi ti prego!


La terra è inquieta
la terra è terribile


loro sono finiti
tutti finiti


Uccidimi! Ti prego!


La notte è buia
Il freddo mi fa tremare
e io non posso muovermi


Uccidimi! ti prego!


-Ricordi Barbara
Le sere di Montevago


quando eri bella
quando eri libera
e mi correvi incontro
e mi amavi
con i tuoi occhi di luce?


La luce della luna
La luce della luna


Ricordi Barbara
Come eri viva
Come eri bella?


Ricordi Barbara
le sere di Montevago?


La luce della luna
La luce della luna


-La terra è inquieta
la terra è terribile


tutti che gridavano
sotto le travi
sotto la polvere


Uccidimi! ti prego!


Poi il silenzio


La notte è buia
Il freddo mi fa tremare
E io non posso muovermi


Uccidimi! ti prego!


Poi il silenzio
Poi nessuno.


—————————————————————


Mi rivolgo al sole
come al mio unico amico
per chiedergli di non venire
domattina
a illuminare
me che saltello nel mondo
allegramente
e rido
tra uomini d’acciaio
che tagliano le carni
dei miei fratelli
che per gridare
non hanno più voce.

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A Lionello Mannelli


Mi hanno
mandato
in Russia
a uccidere


uccidere


gelo
del vento


gelo
delle acque
del Don


vetri
rotti
nelle piccole
case
diroccate


vetri
rotti
nelle piccole
case
diroccate


Mi hanno
mandato
in Russia
a uccidere


uccidere


gelo
del vento

gelo
delle acque
del Don

vetri
rotti
nelle piccole
case
diroccate


Mi hanno
mandato
in manicomio
a morire


a morire


gelo
del vento


gelo
delle acque
del Don


vetri
rotti
nelle piccole
case
diroccate


Mi hanno
mandato
in manicomio
a morire


L’agonia di un uomo
non è
nulla


Quello
che conta è il regolamento
- Le regole del campo


tagliatemi a pezzi
ma fatelo
con ordine
con metodo
con precisione


Uccideteli tutti
ma fatelo
con ordine
con metodo
con precisione


L’agonia di un uomo
non è
nulla


quello che conta è il regolamento
- Le regole del campo –


Tagliatemi a pezzi
Uccideteli tutti

Tagliatemi a pezzi
Uccideteli tutti


quello che conta è il regolamento
- Le regole del campo –


Tagliatemi
a pezzi!


Uccideteli
tutti!
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Pubblicato il 6 marzo, 2017
Categoria: Notizie

DOSSIER IMOLA E LEGGE 180


Intervento di Dacia Maraini: https://www.youtube.com/watch?time_continue=335&v=S9HWr7IjKMc

Scritti di
Alberto Bonetti
Giuseppe Favati
Dacia Maraini
Gianni Tadolini

A cura di G. Favati
Idea Book

 

INDICE


Giuseppe Favati, Dossier. 180 e seguenti – Antonucci: una pratica che disturba 5
Alberto Bonetti, Lettera a Giovanni Berlinguer 19
Delibera degli amministratori dell’Ospedale “S. Maria della Scaletta” 27
Gianni Tadolini, Attenti ai passi indietro 35
Gianni Tadolini, Psichiatria: come volevasi dimostrare 41
Dacia Maraini, Altre grida disperate dal manicomio 45
Documento CGIL, CISL,UIL ospedalieri e Amopi 53
Documento degli amministratori 57
Gianni Tadolini, Dei manicommi. Lettera aperta a Mario Tobino 59
Dacia Maraini, Un’orchestra esegue Mozart all’ex ospedale psichiatrico 65
Dacia Maraini, Imola, festa al Padiglione n. 10 73

 

DOSSIER


180 e seguenti

 

Ed è già un anno dalla legge 180 sull’assistenza psichiatrica in Italia, anticipo della riforma e conseguente servizio sanitario nazionale (sic). Anticipo forse stimolato e anzi frettolosamente concesso per paura del referendum abrogativo dei manicomi, ma pur sempre legge che – è stato detto da amici, compagni, generici e primi attori – porta il segno del lavoro di tanti anni, nasce dalla pratica e dalla storia reale degli uomini, storifica lotte e sofferenze. Credo però che nessuno abbia richiamato subito – e oggi a un anno di distanza il riferimento sarà percepibile – il caso costituzione, la legge “suprema” dello stato democratico, che portava – porta – i segni della storia reale, di tanti morti e torture e sangue, parole riecheggianti voci vicine e lontane ( così Piero Calamandrei), e molto prometteva: una costituzione programmatica cui si è opposto una costituzione materiale , il fascio e il fascismo di norme ( e rapporti sociali) tuttora operanti, vigentissime, spolveratissime. Sempre Calamandrei commentava che, nel riflusso del dopoguerra, ci era stata data, appunto con la carta costituzionale, una promessa di mutamento in cambio del mutamento.
Idem con la legge 180. Senza il lavoro di molti uomini e donne, di tanti gruppi rimasti “sconosciuti”, e ai quali non spetta neppure un veloce rimando in nessuna storia, in nessun ripensamento delle esperienze di psichiatria alternativa o non-psichiatriche (anche nel movimento, anche nei vari anti perdura il processo della nominazione, dell’identificazione rassicurante, del protagonismo trasferito e trasferibile in tutti i luoghi deputati all’informazione, video libro di grande editore foglio culturale di sinistra extra), senza quel lavoro la legge 180 non sarebbe mai venuta. Oggi vi è la possibilità di dimensioni diverse, il no al manicomio ha un suo punto di riferimento formale, e da qui può scaturire una maggiore e più dinamica articolazione del nostro fare, da qui può riprendere una carica di esperienze per sfondamenti della realtà segregata e segregante.
La lotta si è fatta più aperta e al tempo stesso più insidiosa. Proprio perché vi è una estensione di scacchiere, uno spostamento di piani, di livelli, un abbassamento e un’alzata di tiro, accompagnati – se mi è consentita questa metafora – da un eccesso di “citazioni”. Intendo dire che il bersaglio istituzionale manicomio sembra affatto scomparso, e che ospedale generale, territorio, ambulatorio, domicilio diventano parole in abbondanza sulla bocca dei potenti, incitano ad asserzioni spericolate, alla “scoperta” di nuovi paradigmi dell’intervento (socio-sanitario) e del comportamento (umano). Questo accumulo di “citazioni” passa ancora sulle teste della gente, stupefatta. Il relatore della 180, l’on. Orsini, afferma, quagliesco, in Tv: “Tutti i malati devono essere curati a casa”. E’ sempre la promessa di mutamento in cambio del mutamento che non si dà e che non si vuole. Infatti l’Orsini difende, offeso, medici e psichiatri allorchè Basaglia brontola, arcigiustamente e fascinosamente, che i medici vogliono conservare il loro potere mentre il corpo è nostro. Se sono mutati o sono divenuti più sofisticati i quadri teorici entro i quali si muove la classe dominante, nell’immagine di mondo trasmessa dall’alto agli strati inferiori nulla è cambiato dalla formalmente sepolta legge 1904, e regolamenti e ritocchi susseguenti. Un assaggio: art. 60 del R.D. 16 agosto 1909, n. 615, ”Regolamento sui manicomi e sugli alienati”: “Nei manicomi debbono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in case private”.
A sua volta Basaglia, alla madre angosciata perché non sa dove battere il capo con il figlio “malato di mente”, nessuno ora le dà una mano ( e chi, e come gliela dava prima?) risponde semplicemente e un po’ misteriosamente per la vastissima platea televisiva: “ ora ha una voce suo figlio, ora lei ha una voce”. Parafrasando e correggendo il manicheismo di Hendy: buono, ma soprattutto meno buono. In alcuni manicomi i “malati” avevano conquistato già una voce, il diritto alle assemblee, a criticare l’istituzione, i medici, gli infermieri, ecc. Nell’ospedale generale no, nell’”ospizio” no, negli ambulatori no. Non si ha diritto mai a una parola. Hanno invece diritto loro, di ignorarti, di usarti, di umiliarti in cento e diecimilauno modi. E non è che questo accada con i vecchi e basta. Il potere medico bada all’età: cambiano solo i tipi di umiliazione del vecchio istituzionalizzato o della giovane donna ricoverata (ad es. certi ginecologi sono tra i maggiori maestri di questo genio criminale, troppo spesso direttamente proporzionale ai loro appelli intenti nella camomilla dello spiritualismo, in difesa usque ad mortem del sacro diritto alla vita).
Lo stesso Basaglia definisce efficacemente l’ospedale generale “un grande manicomio di per sé”. E d’altro canto il cosiddetto territorio è interamente da costruire con i suoi “servizi”, con le sue “unità”, funzioni e plessi di funzioni. Cosicchè tutto resterebbe affidato al fatto che “il sociale – sottolinea Basaglia e non solo lui – entra per la prima volta nell’ospedale generale, e quindi vi entra la contraddizione”. Ma, allo stato, nella dimensione interna e nella dimensione esterna, i figli e le madri possono restare provvisoriamente e paradossalmente con minor voce di prima.
Si tratta di provvisorietà in fondo ineliminabili nelle condizioni date. L’argomento – che sembra tagliare la testa a tutti i tori – “prima le strutture poi la legge” – è sostanzialmente fasullo. Per strappare una legge – e la migliore delle leggi non sfuggirà mai alle ambiguità volute – ci vuole fatica e sangue. Per tradurla nei fatti, ci vuole molta più fatica e sangue. Le “strutture” poi devono essere un risultato in continuo divenire, oppure diventano nuove e più sinistre trappole. Insomma, se per l’aborto in Italia, anziché approvare una pur discutibilissima legge, avessimo atteso la disponibilità delle “strutture” (ossia, in primo luogo, i comodi proprio dei ginecologi suddetti) sarebbe scoccato il duemila.
Allora, finalmente, dovrebbe essere agevole l’accordo su uno dei cuori del problema: posto che la legge 180 è assai meglio ci sia che non ci sia, nessuna illusione sulla persistente segregazione istituzionale e sulle spinte e sui rischi della “dilatazione” psichiatrica. L’ospedale accoglie e cura press’a poco come il manicomio. Certo, se il “malato” rifiuta le cure lo si deve mandare a casa, ma il ricovero obbligato “rimane” una misura di polizia; e se il “malato”, dimesso, continua a disturbare un reato almeno di oltraggio non glielo leva nessun santo; e cos’ via. Sullo sfondo il manicomio giudiziario intoccato e intoccabile anche nominalmente.
Ma la tendenza alla “dilatazione” è irreversibile. Non è questione di prendere atto di una tendenza che lo stesso movimento alternativo ha incoraggiato e doveva incoraggiare, nel senso dell’uscita allo scoperto, esponendosi ai colpi di un uso, e di usi più complessi della catalogazione, della schedatura, della manipolazione, della repressione. Il manicomio, edificio fatiscente ma pur sempre in piedi, rischia di moltiplicarsi negli ospedali e nel territorio, metamorfosandosi. Ciò comporta la necessità – pena la disfatta- di coinvolgere non solo il momento psichiatrico con quello sanitario, ma quelli con tutti gli altri nel contesto sociale. Meglio: di “sciogliere” i primi nei secondi.
E’ quest’ultimo un passo che molti contestatori dei criteri nosografici tradizionali e dei meccanismi della violenza, persone ad elevato grado di qualificazione professionale e di riflessione teorica, stentano a compiere o si rifiutano di compiere. “Forse” – avverte Pirella – “costoro finiscono con il rispondere più ai loro bisogni personali di sopravvivenza culturale, di gruppo, di competizione intellettuale, chiudendosi ad ogni verifica sul reale e producendo nuove ideologie di ricambio” (Il corsivo e mio). E ancora: “… certamente gli scritti di Jervis hanno contribuito a favorire questo ritorno di riflessioni separate dai problemi reali e a produrre esercitazioni su ideologie contrapposte e in concorrenza tra loro (ad es. nel recente Normalità e deviazione di Di Leo – Salvini, editore Mazzotta). Non mi sembra tuttavia che possa essere soltanto il problema di un uomo per quanto intelligente e sofisticato esso sia…”: c’è una propensione abbastanza diffusa a lavorare teoricamente senza confrontarsi con “certe esperienze di lotta”.
Viceversa c’è bisogno di pratiche, e ogni pratica ha un suo costo personale elevato cui l’essere nel mondo da intellettuale tradizionale perennemente si sottrae. Non c’è alcun bisogno di ideologie di ricambio, quali la stessa Antipsichiatria, pur suggestiva e meritoria, d’importazione anglosassone. Pirella dice bene che non interessa una conoscenza psichiatrica ulteriore per confermare il ruolo dello psichiatra, del terapeuta decifratore del senso; “noi non dobbiamo essere esperti della follia…”. I problemi delle persone che chiedono una casa, un lavoro, ecc. “non sono uno spazio per la follia (vedi Amati e altri) ma uno spazio per la vita, il diritto di sopravvivere e comunicare, la libertà di rivendicare e, al limite, di lottare. Noi siamo espropriati della libertà di lottare …” Dove si potrà sospettare qualche fraintendimento: ad esempio, è anche questione di spazio per la “follia”, perché mai no? Certo, senza consentire affatto su Follia=Verità, Cammino verso il Centro della Terra (con un rovesciamento “spiritualistico” somigliante a quello di chi pretende di superare “materialisticamente” gli schemi crociani e post assiomatizzando Poesia=Bellezza, Bellezza=Realtà cioè Lotta di classe). Quel punto però è una discriminante assoluta. Il rifiuto, diciamolo chiaro e tondo, dell’intervento sanitario repressivo a piccola verso grande macchia, dunque della medicina gerarchica e manipolatrice, l’adozione di una pluralità di pratiche non-psichiatriche dentro e fuori l’istituzione.

Antonucci: una pratica che disturba


Fra i più tenaci, estremi, e paganti in proprio, sostenitori di questa modalità di essere e rapportarsi al mondo della segregazione vi è Giorgio Antonucci. Già a Cividale del Friuli, poi a Reggio Emilia, quindi a Imola. Dal reparto in ospedale civile affidato a Edelweiss Cotti nel 1968, trascorsi appena sei mesi fu cacciato, lui e i suoi compagni di lavoro, dalla polizia in pieno assetto operativo. E il reparto chiuso. Da Reggio Emilia, Centro di igiene mentale, fu costretto a andarsene non tanto per intervento determinante del “potere” (anche se collezionò denunce, ma tutte archiviate), quanto di “altro” su cui amici stanno portando in concreto la loro riflessione, una riflessione che mi auguro consentirà chiavi di lettura diverse da quelle di recente offerte per le esperienze reggiane post-68.. All’Ospedale psichiatrico “Osservazione” di Imola dove venne chiamato da Cotti, divenutone direttore, nel 1973, il suo lavoro ha richiesto di nuovo quel costo elevato cui accennavo sopra, e che era ed è inevitabile per chiunque si ponga completamente al di fuori della visualità psichiatrica, vecchia o nuovissima o futuribile, dei meccanismi repressivi-espulsivi come delle teoriche autogratificanti.
La scelta di Imola fu in buona misura obbligata, e quindi non scelta, ma Antonucci, da quel provocatore che è sempre stato, chiese il reparto più duro, quello degli “irrecuperabili”, degli “agitati”. Che era il 14, donne. Successivamente vi si aggiunsero i reparti 10 e 17, donne e uomini. Ricominciò la sua sfida all’ambiente, ai codici diffusi, ecc. e anche a se stesso, non solo nel senso della solita contraddizione vissuta e coscienzializzata (un non-psichiatra in manicomio), ma soprattutto per la resistenza fisica duramente messa alla prova come mai prima. Poiché qui non si scrive una biografia, né si confezionano santini o mezzi busti, né d’altra parte si narrano “miracoli” (è termine che ricorre sulla bocca dei gestori della nostra salute irridenti alla categoria del “socio-politico”), basterà accennare al turno di guardia di un medico il quale aveva eliminato tutti i mezzi di contenzione e i massicci psicofarmaci e si ritrovava, per ventiquattr’ore filate, in conflitto insanabile con la situazione di violenza degli altri reparti dell’O.P. Mentre i colleghi medici, a loro volta, in quei turni di guardia dormivano il sonno del giusto. Quanto al personale di cui c’era bisogno, ci hanno pensato tutti i governi e nella fattispecie Stammati con il suo decreto vietante assunzioni, supponiamo in ragione dell’austerità necessaria alla salvezza del paese e comunque della moralità amministrativa. Ma a onor del vero Stammati non avrebbe impedito di affiancare ad Antonucci un altro aiuto medico.
Disgraziatamente, infatti, la pratica di Antonucci dava risultati eccezionali. Non poche testimonianze informazioni al riguardo si ritroveranno qui di seguito, a cominciare della lunga puntuale lettera di Alberto Bonetti a Giovanni Berlinguer, indispensabile per la comprensione di ciò che è cominciato ad accadere ed è infine precipitato a Imola dopo la legge 180.
“In presenza” dei risultati sono venute le insofferenze e le aggressioni morali contro Antonucci. Quel “dottorino” mostrava, con il contributo determinante degli infermieri e delle infermiere, liberatesi anch’essi da un passato di terrore nei confronti dei “pazzi”, che quei poveracci potevano, ma guarda, ancora parlare, comunicare, camminare, perfino gioire; e via via crescevano le irrisioni di corridoio, le denunce, gli articoli, addirittura i manifesti sui muri della città. Il dottor Antonucci era spesso assente per malattia! Informavano responsabilmente dei sindacalisti, che però non pubblicavano nessun volantino, non affiggevano nessun manifesto per chiarire statisticamente quanti secondi dedicavano gli altri psichiatri all’ospedale e quante ore nei propri studi a contatto ben fruttifero con pazienti privati. Il dottor Antonucci aveva aggredito un medico! Il dottor Antonucci aveva maltrattato una infermiera! Anime pie.
Riassumevano i concetti essenziali i sindacalisti della UIL-Uisao, sciarpa littorio dell’aggressione ad Antonucci: La mafia è forse giunta all’Ospedale “Osservanza”? “…Non ci è possibile tacere ulteriormente di fronte ad episodi che denotano il costante sfacelo in cui il nostro Ospedale è direttamente investito…” e “Il Nuovo Diario”, settimanale cattolico emanazione della Dc di Imola, che coniugava fascismo mafia e compagni. Con gli stessi metodi 50 anni fa si instaurò il fascismo. Anzi codesti compagni (Cotti e Antonucci) sono peggio perché dai fascisti “li distingue solo l’ipocrisia che gli altri – pur fra tante malvagità – non ebbero”. Concludeva a caratteri di scatola il foglio dc: …manca solo la lupara! Che non avrebbero dovuto tardare visto che il potere era ormai nelle mani di “compagni di ferro”, “con licenza di uccidere”
Ma il pianeta terra sarebbe troppo bello se tutto fosse colpa di questa benedetta Dc, e di quei fior di galantuomini che si firmavano Uil. Che facevano nel frattempo gli amministratori locali? Che pensavano e facevano il presidente (socialista) e il consiglio di amministrazione (a maggioranza assoluta di sinistra)? Nel complesso qualcosa di molto simile alla tolleranza meditabonda, anziché all’attiva solidarietà; e in almeno un caso richamavano l’Antonucci in termini disciplinari.
Finale provvisorio. Dopo l’approvazione della legge (ora ex) 180, il consiglio ridistribuiva incarichi e direzione dei padiglioni, con un provvedimento (passato poi all’esame, senza intoppi, del comitato regionale di controllo) che obiettivamente incoraggia i medici ostili durante tutti questi anni alle misure innovative e punisce Antonucci, al quale sottrae la responsabilità dei reparti 10, 14, 17.Significativamente è su “Il Forlivese”, settimanale del PCI del comprensorio di Forlì, che il compagno Gianni Tadolini denuncia il fatto. Senza conseguenze. Alla fine di luglio Dacia Maraini intervista Antonucci per la “La Stampa” e il colpo viene accusato. CGIL, CISL. UIL (ahinoi) ospedalieri e Amopi (nientemeno che l’associazione dei medici di ospedali psichiatrici) richiedono che sia ristabilita la verità contro le calunnie. Il consiglio di amministrazione emana un comunicato parapìm parapàm (più avanti tutti i documenti citati, in versione integrale).
Il problema ha investito ormai la capacità di far politica del PCI forlivese ( e non). Sul versante PSI, in compenso, tutto è silenzio, salvo errori e omissioni; forse si sveglieranno domattina accusando i comunisti di Forlì di essere aggrappati alla ciambella del leninismo.

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Pubblicato il 2 marzo, 2017
Categoria: Libri, Presentazione, Testi, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo