Archivio della Categoria: ‘Testimonianze’

Intervista Giorgio Antonucci – “Radio Logica” Imola

www.giorgioantonucci.org

Intervista a Giorgio Antonucci – 1979

Trasmessa a Imola da: Radio Logica
Dalle 13 alle 13,30
del 2 Agosto 1979

D.: È uscita recentemente una pubblicazione della Idea Books dal titolo Dossier Imola e legge 180 con articoli di Alberto Brunetti, Giuseppe Favati, Dacia Maraini, Gianni Tadolini, documenti della CGIL, CISL, UIL ospedalieri, e degli amministratori dell’Ospedale Psichiatrico “Santa Maria della Scaletta”, meglio noto come “Osservanza” della nostra città.
Questo libro vuole illustrare le prime conseguenze pratiche dell’applicazione della legge 180 sull’assistenza psichiatrica, emanata nel maggio dello scorso anno, e alcune esperienze vissute nei padiglioni difficili dell’Ospedale Psichiatrico “Osservanza”.
Abbiamo con noi in studio un diretto interessato il Dottor Giorgio Antonucci, al quale partendo dal contenuto del libro, vorremmo porre alcune domande.
Innanzitutto chi è, Lei dottor Antonucci, e che tipo di attività ha svolto e svolge all’Osservanza?

R.: Io lavoro all’Osservanza dal 1973. Sono venuto chiamato da Cotti che, in quel tempo, aveva intenzione di cambiare completamente la vita di un’istituzione del tutto chiusa, e siccome avevamo lavorato insieme negli anni precedenti – avevamo fatto un’esperienza abbastanza importante negli anni 68 a Cividale del Friuli – Cotti pensò che io avrei potuto aiutarlo a modificare la realtà dell’Istituto Psichiatrico Osservanza.

D.: Cerchiamo di spiegare in sintesi e in maniera comprensibile ai nostri ascoltatori che cos’è la legge 180, quali limiti Lei ritiene che abbia e come è stata applicata ad Imola finora.

R.: La legge 180 è il risultato di un diverso equilibrio politico, il risultato di una lotta che la sinistra ha tenuto negli ultimi anni in conseguenza dell’attività di singoli operatori avanzati in Italia, per vedere di modificare la realtà tragica delle istituzioni manicomiali.
Naturalmente – questo è mio pensare – essendo un compromesso è una legge che ha degli aspetti estremamente positivi se usate in senso progressista, al contrario può essere usata in modo tale che non cambia assolutamente nulla per quanto riguarda la realtà delle persone che hanno la disgrazia di capitare sotto le mani degli psichiatri.
La legge prevede, come si è detto tante volte, il superamento delle istituzioni psichiatriche, e per questo sono stati fermati i ricoveri nelle vecchie istituzioni; e sono stati sostituiti da ricoveri in reparti di Ospedali Civili, o in reparti, come Villa dei Fiori dell’Osservanza, che è stato, dal punto di vista burocratico, considerato come un reparto dell’Ospedale Civile e dove arrivano i nuovi ricoveri.
Secondo me la legge ha dei limiti grossi, e questi limiti sono il fatto che la legge considera ancora il problema psichiatrico come un problema sanitario mentre, a mio parere, questo problema è esclusivamente un problema di conflitti sociali e di realtà politica, e per essere modificato, oltre che dell’attività di singoli operatori che rifiutano l’ideologia psichiatria e le vecchie idee, da un’evoluzione e un cambiamento della società civile che faccia sì che non si richieda più che vengano messe da parte le persone che non possono essere più utilizzate secondo le leggi della nostra società che sono leggi di sfruttamento e di conseguenza anche leggi di esclusione di una parte delle persone del consorzio civile.

D.: Ecco: cosa intende Lei quando dice che la malattia mentale è un prodotto sociale: magari può farci qualche esempio che Lei ha riscontrato nella sua attività?

R.: Dunque: il fatto è questo: primo, va esaminato il discorso da un punto di vista storico. La psichiatria è nata rigorosamente in corrispondenza del formarsi della moderna civiltà industriale. I primi istituti, che erano considerati ospizi dove si mettevano, sana o malate che fossero, tutte le persone che non rientrano nel processo di produzione, sono nati con il formarsi della civiltà borghese capitalistica. Dal punto di vista storico si possono vedere i primi ospizi che si formano a Firenze o nelle Fiandre, col formarsi della nuova realtà economica-sociale cioè col fermarsi della borghesia.
Cercherò di essere più preciso: via via che col fermarsi della nuova società civile è sempre più necessario avere a disposizione grandi quantità di mano d’opera, che devono essere concentrate in certe zone e perciò dobbiamo emigrare da altre, col grande processo dell’emigrazione, che attraversa tutta la civiltà borghese delle origini fino a ora, una gran parte di queste persone che sono costrette a cambiare cultura, a cambiare modo di vivere, modo di persone e modo di lavorare; da un certo punto di vista non sono utilizzabili perché la mano d’opera viene utilizzata soltanto in parte da quelli che sono costretti a emigrare; da un altro punto di vista perché non riescono a adattarsi perché sono costretti a cambiare, come dicevo, completamente cultura, si formano dei getti che all’inizio, come per esempio nella Francia del cinquecento e del seicento, sono considerati chiaramente come ghetti per i poveri o per le persone inutili o per le persone che non servono; poi piano piano con l’estendersi della civiltà borghese, con l’Illuminismo, e col formarsi delle grandi città industriali moderne, si riforma parallelamente una ideologia psichiatrica; che, prendendo atto dalle persone che sono concentrate in questi ghetti, comincia a considerarle persone diverse dalle altre, diverse dagli altri da un punto di vista chimico, da un punto di vista psicologico e chimico: psicologico perché si dice che hanno delle caratteristiche diverse dalle altre persone; chimico perché si pensa che queste caratteristiche siano legate a una malattia.
D’altro canto nessuno psichiatra è riuscito mai a definire questa malattia in termini scientifici: si è sempre detto che queste persone sono differenti, che probabilmente hanno un difetto al cervello, e che questo difetto li fa ragionare in modo diverso e li fa essere perciò pericolosi alla società.
Nessuno però ha stabilito questo difetto, nessuno ha mai stabilito questa malattia, e quando appunto siamo arrivati noi, negli ultimi anni, per noi intendo dire quelli che hanno contrastato la psichiatria, abbiamo cominciato a renderci conto che queste persone non son diverse dalle altre, se non per condizioni sociali, ed è la condizione sociale e la situazione sociale in cui si trovano che le porta ad essere costrette con la forza ad essere concentrate in questi ghetti che sono i manicomi e le istituzioni psichiatriche.
Cercherò di essere più preciso e mi riferisco a singoli casi.
Ad esempio una donna di cui io mi sono occupato nel reparto, ritenuto dagli psichiatri il più difficile ed il più pericoloso dell’Istituto Osservanza, era ricoverata da ventisei anni, ritenuta diversi dagli altri, perché della sua condizione originale di contadina di famiglia povera, era stata estromessa perché per motivi di costume, o i altri termini si può dire per motivi di morale, o per motivi moralistici, si riteneva che il suo comportamento di donna non corrispondesse alle leggi ai regolamenti e alle usanze della sua comunità. Quando io l’ho incontrata, dopo averla liberata dai suoi mezzi di contenzione, io l’ho trovata legata a un letto, quando io l’ho incontrata mi sono messo a discutere con lei per chiederle come mai lei era stata ricoverata.
Lei mi rispondeva: io sono stata ricoverata perché sono malata.
Io le chiedevo: ma che malattia pensa di avere lei?
E lei mi rispondeva: ma io sono schizofrenica.
Allora io le dissi: ma come fa a dire questo?
E lei mi disse: me l’hanno detto i medici.
Allora io aggiunsi che lei doveva abbandonare quello che le avevano detto i medici e dirmi esattamente quello che pensava di sé stessa.
E lei mi disse – di questo caso ne ho parlato anche nell’intervista con Dacia Maraini – mi disse: io sono stata ricoverata perché malata e sono malata perché, quando sono stata ricoverata, mi piacevano troppo gli uomini.
Questo discorso, letterale, di una persona che io ho dimesso da diversi anni e che, essendoci una serie di circostanze positive cioè qualcuno che la voleva fuori, è potuta ritornare via.
Queste dichiarazioni dimostrano come questa donna fosse convinta di essere inferiore agli altri per un diritto invece che lei aveva e che rivendicava in un ambiente, che non permetteva a questa donna di avere i diritti che gli altri ritengono di avere.
Cioè molte donne, tutte le persone ricoverate, derivano da famiglie disagiate e sono immediatamente ricoverate per motivi di costume.
C’è un conflitto tra i loro diritti individuali e il contesto sociale in cui si trovano, e le convenzioni del contesto sociale in cui si trovano. Non c’è altro: questa donna è potuta ritornare, nonostante i tanti anni di reclusione, nell’ambiente sociale e avere la forza di ricominciare a vivere, nonostante le difficoltà e i pregiudizi a cui è andata incontro, perché ha un cervello e una psicologia come il nostro.
Le considerazioni psichiatriche che queste persone siano diverse, che d’altra parte derivano da una cultura che è la stessa cultura che ha formato il nazismo, Wundt ha scritto una “Storia psicologica dei popoli” che è una stori razzista; Kraepelin, uno dei teorici fondamentali della psichiatria, era un allievo di Wundt – queste teorie derivano dalla stessa cultura che ha formato il fascismo, e sono teorie di discriminazione sociale: si pensa che certi gruppi di persone siano diversi dagli altri e si cerca di eliminarli. Quando si comincia a ristabilire che sono persone come oi si può cominciare a capovolgere il discorso e a cercare di liberarle.

D.: Nel corso del libro Lei è più volte definito un antipsichiatra, che cosa intende dire l’autore e come intende Lei questa definizione?

R.: Io intendo con precisione dire questo: che la mia attività non è assolutamente un’attività che ha nulla a che vedere con la medicina e con quella branca, che si ritiene far parte della medicina, che è la psichiatria. Cioè: io rifiuto completamente tutti i concetti della psichiatria e mi pongo, all’interno dell’istituzione, oppure ho lavorato anche fuori dall’istituzione, come una persona che svolge un’attività scientifica, che parte dal rovesciamento completo delle posizioni tradizionali.
Io non sono neanche d’accordo con molte posizioni, definite antipsichiatriche, che modificano in parte le visioni tradizionali della psichiatria. Io rifiuto completamente ogni contenuto della psichiatria, perché ritengo in senso marxista, proprio riferendomi alle anali di Marx e di Engels, che la psichiatria sia una sovrastruttura ideologica che nasconde una serie di contradizioni sociali.

D.: Come ha lavorato nei padiglioni difficili dell’Osservanza? In pratica che cosa ha fatto?

R.: Ecco, mi spiego.
Quando arrivai nel ’73, chiamato da Cotti, discutendo con lui sui programmi che avremmo dovuto in pratica mettere in atto, io seppi che il Reparto 14 donne dell’Osservanza era considerato dagli psichiatri il reparto delle persone “più pericolose” e “più (sicuramente) irrecuperabili” – le parole che sto usando sono parole della psichiatria -.
Allora io chiesi a Cotti di prendere questo reparto perché io ritenevo che se avessi dimostrato che le persone del reparto 14 – le più pericolose, le più irrecuperabili – erano persone che potevano ricominciare a vivere, tanto più questo discorso avrebbe dovuto esser fatto negli altri reparti. Perché se quelle erano le persone da cui c’era meno d’aspettarsi, quando queste persone fossero uscite e alcune dimesse, bisognava che gli altri si rendessero conto che si doveva cominciare a lavorare diversamente: cosa che del resto non è avvenuta. Perché, nonostante che il Reparto 14, che era chiuso come una sepoltura – chiuso significa che le persone erano legate nei letti, legate mani e piedi, tra l’altro molte completamente nude, del resto non si vede a cosa sarebbero serviti i vestiti per stare legati notte e giorno nei letti; poi le stanze dove erano legate queste persone erano chiuse da una massiccia porta di grosso legno tra l’altro con serratura una centrale una in alto una in basso; queste porte davano in un corridoio che era chiuso con un’altra porta a vetri; questa porta a vetri dava in un ingresso che era chiuso con un’altra porta in legno; le finestre erano con le inferriate; se si usciva da tutte queste barriere si entrava in u cortile chiuso da un alto muro. Credo che fosse praticamente impossibile anche immaginarsi di andar via, comunque bisognerebbe passare sette o otto barriere.
Queste persone sono state liberate prima dai mezzi di contenzione poi sono state aperte le porte, sono stati buttati giù i muri, sono state tolte le inferriate, sono stati tolti gli psicofarmaci o neuroplegici, cioè paralizzanti delle funzioni del sistema nervoso centrale – anche questo è un sistema di contenzione – le persone hanno cominciato a uscire: ora, come ognuno può vedere, sono tutte fuori; alcune, quando voglio, vanno in città; sono tutte vestite con abiti propri, cosa che ho dovuto fare personalmente, e qui si entra in un discorso che si riprenderà, perché l’amministrazione non mi ha dato nessun aiuto; alcune sono state dimesse; comunque son tutte persone con cui ognuno può incontrarsi quando vuole venendo all’Osservanza, mentre prima era praticamente impossibile. Sono passate da uno stadio di segregazione incredibile e direi mistico perché – sì è vero che loro le consideravano pericolose, ma il pericolo doveva essere maggiore di quello dei leoni allo zoo, visto che i leoni non hanno sette o otto barriere e poi non sono legati.
Queste persone non sono affatto pericolose perché quando è stata tolta loro la violenza d’addosso e stato tolto anche loro il motivo di difendersi da questa violenza.
Il problema è questo: la persona che è aggredita si difende e questo è un fatto logico e naturale. Questo difendersi da pare delle persone aggredite dagli psichiatri è chiamata pericolosità sociale.

D.: Quali rapporti ha avuto ed ha con gli altri medici e con gli infermieri?

R.: Dunque. Dagli altri medici all’inizio ho avuto, appunto, incredulità, e su questo li capisco, perché gli altri medici non pensavano che io sarei stato capace di aprire i reparti ritenuti da loro più pericolosi, oppure pensavano che io li avrei aperti ma sarebbero successi dei guai: invece devo dire che non è successo niente. Credo che nei reparti che io ho aperto successivamente il 14, il 10 e il 17, non sono successi incidenti: per me questo è perfettamente logico, ma per loro era impassibile. Cioè loro dicevano: o non riesce ad aprirli, o se li apre gli succederanno tali guai che sarà costretto a richiederli. Invece non è successo niente.
Mi ricordo che uno dei medici miei colleghi, che ora tra l’altro è andato via, mi disse, proprio venendo da me, quando avevo appena cominciato il lavoro: – io sono convinto che tu non ci riesci, però se tu ci riuscirai, te e darò atto -. Ecco io ci sono riuscito ma me ne deve ancora dare atto! Perché non mi ha detto niente. Mi ha detto che è d’accordo col mio impegno di lavoro, ma non mi ha detto se questa nuova realtà dimostra o no che la psichiatra è sbagliata.
Gli altri medici – questo è un punto essenziale del discorso, e questa non è una critica personale a loro, è una critica scientifica di una nuova cultura contro una vecchia cultura – gli altri medici continuano a operare secondo criteri tradizionali, tutti quanti all’Osservanza.
E continuano a essere convinti che questi sono i criteri giusti: per cui siamo dal punto di vista scientifico in conflitto e il confronto tra l’uno e l’altro lavoro è sotto gli occhi di tutti. Questo lo dico perché è importante che si sappia che tutto quello che si fa può essere veduto, almeno quello che faccio io può essere veduto da tutti, vengono persone da tutte le parti d’Italia e anche dall’estero e possono vedere tutto quanto. Mentre non sempre è permesso vedere quello che fanno gli altri.

D.: E con gli infermieri?

R.: Con gli infermieri c’è stato un lavoro molto difficile all’inizio perché gli infermieri sotto una cultura differente, sotto la cultura della segregazione e della psichiatria, avevano paura di portare avanti il lavoro così come io lo concepivo; però via via che si son resi conto della differenza io credo di poter dire che loro si sono trovati bene e hanno capito che il miglioramento di condizione non riguardava soltanto i degenti ma riguardava anche loro, perché effettivamente stare lì a fare la guardia a persone oppresse e perciò perché oppresse pericolose è angoscioso; poi è anche angoscioso avere da dipendere continuamente da una gerarchia minacciosa; mentre i miei infermieri, che giorno per giorno vivono con i degenti e con me, discutono alla pari le questioni che ci riguardano e non hanno più né la paura della gerarchia né la paura dei degenti, perché i degenti sono cambiati diventando veramente, tolti dall’oppressione, persone come noi.

D.: Altri collaboratori che l’aiutano nello svolgimento del suo lavoro?

R.: Io devo dire che sostanzialmente la collaborazione l’ho dovuta agli infermieri, tenendo conto del fatto che ho potuto portare avanti questo lavoro perché Cotti non mi a ostacolato. Perciò questi sono i due punti di collegamento.
Poi ci sono tutti quelli che vengono dall’esterno, e quando è importante, i collaboratori che vengono da fuori: gli artisti che sono venuti a dipingere i muri e a vivere parte del loro tempo insieme ai degenti; altri che sono venuti di fuori a dare il loro contributo; sono stati dati concerti; è stata fatta l’altro anno una mostra di arte contemporanea; e devo dire di pittori e scultori fiorentini contemporanei e di altri pittori, alcuni anche di notevole valore, alcuni anche molto conosciuti, c’era anche un disegno di Carlo Levi: lo dico per dire che nessun amministratore è venuto a vedere, nessuno si è interessato: io posso aver avuto l’interessamento dell’amministrazione raramente, e l’ultima volta l’ho avuto perché un amministratore è venuto da me a chiedermi se ero al corrente di movimento di armi, cioè in pratica sospettandomi di essere in collegamento con le brigate rosse, ma non ha dato neanche un’occhiata al reparto 17 dove le persone, che prima erano chiuse come in una tomba, ora vivono liberamente in attesa di potere essere dimesse, e la dimissione è in rapporto con delle prospettive: per vivere fuori bisogna avere una casa, un lavoro, dei parenti, degli amici, qualcuno. Se no non si può uscire.

D.: I degenti che lavorano all’interno dell’Ospedale in che condizioni operano?

R.: I degenti che lavorano all’interno delle istituzioni in vari lavori – la cucina, il guardaroba, la lavanderia, poi i lavori collegati con la produzione di diversi articoli – non sono considerati secondo i diritti che devono avere tutti i lavoratori: cioè sono considerati senza i loro diritti sindacali.
Quando io tornai da Trieste, dopo aver seguito quello che fu detto e scritto dell’esperienza di Basaglia, cominciai pubblicamente questo problema agli amministratori e ai compagni, e chiesi che fosse provveduto il più presto possibile a restituire anche questi diritti ai degenti. Uno degli scopi della nuova legge è quello di restituire i diritti civili e politici ai ricoverati. I degenti che lavorano e che producono, e che lavorano anche duramente, devono essere trattati come tutti gli altri lavoratori. Tuttora questa questione non è ancora stata risolta.

D.: All’Ospedale Psichiatrico vengono inviati gli ex detenuti del Manicomio Giudiziario. Come sono stati trattati a Imola e come sono trattati di solito?

R.: Generalmente nelle istituzioni psichiatriche quelli che vengono dai manicomi giudiziari, per sospetti che si possono intuire facilmente, vengono controllati, tenuti chiusi, mentre i 6 ex detenuti di manicomio giudiziari che sono venuti all’Osservanza”, sono stati affidati da Cotti al reparto 17, che è uno dei reparti che io sto portando avanti.
Queste persone sono state libere fino dal primo giorno che sono arrivate.
Noi abbiamo discusso con loro i problemi che c’erano da risolvere ancora, abbiamo avuto contatti con la magistratura, e questi 6 ex detenuti dei manicomi giudiziari sono stati dimessi.
In questo momento c’è soltanto un ragazzo di diciotto anni, che, un anno fa circa, era stato destinato al manicomio giudiziario di Aversa. Però per una protesta della popolazione di Faenza e per intervento diretto della Presidenza della Repubblica, questo ragazzo è stato portato via dal manicomio giudiziario di Aversa ed è stato affidato al mio reparto. C’è ancora. Fin dall’inizio io ho provveduto a far sì che questo ragazzo potesse stare il più possibile nel suo ambiente e in pratica ho provveduto a mandarlo a casa. Il magistrato, saputo di questa mia iniziativa, mi ha chiamato, mi ha interrogato, io gli ho spiegato quali erano i motivi di questa mia iniziativa, e allora la magistratura ha concesso a questo ragazzo la semilibertà confermando la linea che avevo seguito. E dirò di più che al processo d’appello è stato deciso di rivedere tutto nell’eventualità di restituire a questo ragazzo la possibilità di vivere tra gli altri: anche perché i reati per cui questo ragazzo era stato estromesso dalla società civile e sbattuto in un manicomio giudiziario, che significava la fine, sono reati molto discutibili e poi di poco rilievo: si tratta appunto di reati che sono stati montati anche perché il giovane, che ha avuto la sfortuna a cinque anni di cadere, di battere la fronte, e di contrarre una sindrome epilettica, quando ha cominciato a avvicinare e frequentare gli altri, avendo diverse e frequenti crisi convulsive, è stato considerato diversamente.
Le cose che lui faceva venivano considerate diversamente perché epilettico il ragazzo. Allora si è formato dintorno a lui un ambiente ostile che ha portato da parte sua anche delle reazioni che poi sono stati questi reati.
Naturalmente andava rotto questo rapporto, e io mi sono preoccupato di romperlo, sia orientando la vita del giovane in modo differente, restituendogli la libertà di cui ha diritto, sia influendo con questo sui giudizi della magistratura, sia operando a Faenza con i genitori, con i vicini, e con quelli che si sono interessati di lui, perché si formasse un ambiente che possa permettergli di ritornare a casa e fare la sua vita come gli altri.

D.: Grazie.


Sbobinatura: Noris Orlandi Antonucci

Pubblicato il 13 settembre, 2021
Categoria: Testi, Testimonianze

Renato Foschi – Conversazione con Giorgio Antonucci





Giorgio Antonucci (1933-2017) intervistato da Renato Foschi per il volume “La libertà sospesa. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio, psicologia psichiatria diritti, Fefè editore, Roma, 2012″.
Antonucci, allievo di Roberto Assagioli, è divenuto uno dei massimi esponenti dell’antipsichiatria italiana. Nel corso dell’intervista toccherà tutti i punti inerenti la storia della propria pratica: rifiuto dei ricoveri coatti, poi trattamenti sanitari obbligatori, liberazione dal pregiudizio della diagnosi, psicofarmaci.


https://www.youtube.com/watch?v=TdFaQ1GW64c&fbclid=IwAR2iGW-c0sUOOPgti0wca6glzMey8jOAHnMnfyeon_w2Q0pF-KMzc3j-lcE&app=desktop

Pubblicato il 13 novembre, 2020
Categoria: Audio, Testimonianze

A Maria Rosaria – Giorgio Antonucci



Giorgio Antonucci



14 settembre 2010 ·

A Maria Rosaria.
Questi interventi volti a evitare gli internamenti psichiatrici sono il livello più alto
della nostra attività.
Evitano gravi sciagure.
Con grande stima da parte di Giorgio Antonucci.


https://www.facebook.com/maria.doronzo.12/posts/10213897019379377?notif_id=1600080082150582&notif_t=feedback_reaction_generic&ref=notif

Pubblicato il 15 settembre, 2020
Categoria: Notizie, Testimonianze

Dacia Maraini – “La grande festa” – racconta l’incontro e il lavoro di Giorgio Antonucci




…Sono corsa all’ospedale psichiatrico e l’ho trovata lì, legata mani e piedi, su un lettuccio di ferro. Tremava, aveva gli occhi spenti e mi guardava senza riconoscermi.
“Che t’hanno fatto?”
Ma non rispondeva.
Sono andata alla direzione. Ho contrattato la sua uscita. Se mi prendevo tutte le responsabilità, si poteva fare. Ho firmato.
“Ma ancora per tre giorni deve rimanere in osservazione”.
Per tre giorni sono andata a trovarla mattina e sera. Riprendeva a mangiare, anche se assomigliava più a uno zombi che a una persona. Doveva nutrirsi con le posate di plastica perché non si fidavano.
“Dobbiamo cautelarci, potrebbe ritentare il suicidio.” Capivo che era il metodo peggiore, ma non potevo mettermi contro l’ospedale intero.

Anni dopo avrei trascorso ore e ore all’ospedale di salute mentale di Imola, dove ero andata per seguire il lavoro di uno psichiatra fiorentino durante una inchiesta sugli ospedali italiani. In quell’occasione ho conosciuto Giorgio Antonucci, un uomo coraggioso che ha slegato i “matti” considerati irrecuperabili e li ha riportati alla vita comunitaria.
Succedeva ai tempi in cui Basaglia, cominciava a preparare la sua proposta di legge, quando ancora i manicomi erano delle pregioni, con sbarre di ferro alle finestre, e chiavistelli a tutte le porte.
Nel manicomio di Imola c’era un reparto di cosiddetti “irrecurapibili” tenuti nudi legati ai letti. Quando un infermiere si avvicinava, loro sputavano, mordevano, a qualsiasi ora se la facevano addosso e per questo stavano incatenati a quei letti con un buco nel materasso e un secchio che raccoglieva le loro feci e l’orina. Rifiutavano di mangiare e per fare loro ingollare un poco di cibo spesso gli infermieri erano costretti ad aprire i denti con un arnese di ferro che li spezzava. Tutti temevano “i pazzi furiosi” e non li lasciavano mai liberi perchè “se li slacci ti sbranano, sono inferociti”.
“Per forza!” diceva Antonucci serafico “sono arrabbiati per il trattamento che subiscono, e hanno tutte le ragioni”.


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Pubblicato il 26 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi, Testimonianze

Piero Colacicchi ricorda l’incontro con Giorgio Antonucci. Conversazione con Piero Colacicchi, di Maria Rosaria D’Oronzo.

 




Opera di Piero Colacicchi : “Mangiavo strisciando nel cortile come una biscia”. Il titolo dell’opera è tratto da una poesia di Giorgio Antonucci
 


Domanda – Mi dicevi che il lavoro di Giorgio Antonucci è stato importante per te perché ti ha portato ad avvicinare la questione psichiatrica in modo del tutto nuovo. E’ vero?



Risposta – Certo. Giorgio l’ho conosciuto al San Salvi, il manicomio di Firenze, dove io ero stato invitato da un’assistente sociale, Vivian Benhaim, che avevo conosciuto in occasione di una mostra che avevo organizzato a Firenze, nel 1964, sul razzismo di cui erano vittime i neri negli Stati Uniti.
Io insieme a degli amici avevamo messo su questa mostra di pittura e di documenti che provenivano direttamente dal sud degli Stati Uniti, dove ancora c’era una segregazione molto forte… Ecco, io qui a Firenze, dove insegnavo italiano in una scuola americana, avevo conosciuto una ragazza che veniva dal Mississippi e ci aveva lavorato come parte di una associazione non governativa antirazzista nata in alcune università. Tre ragazzi che facevano parte della sua organizzazione e che lei conosceva erano stati presi dal Ku Klux Klan e ammazzati. Era la storia su cui è stato fatto il film, “Mississippi burning”. Dopo quell’esperienza lei era venuta a Firenze per studiare e durante le lezioni aveva raccontato questa sua storia. Allora, insieme ad un altro insegnante, decidemmo di fare qualcosa per dare una mano a questa gente che lavorava laggiù in condizioni di enorme pericolo e pensammo di tirar su dei soldi organizzando una mostra vendita di opere d’arte. La mostra avrebbe contenuto anche un’importante parte documentaria con cui volevamo far conoscere in Italia il razzismo esistente in America contro i neri. In Italia, a quell’epoca, quando si parlava di razzismo si intendeva più che altro antisemitismo, mentre il razzismo in termini più generali veniva affrontato da pochi e quello americano in particolare non si conosceva. Ripeto il razzismo come concetto generale e il razzismo nei confronti di neri americani non erano temi di cui si discutesse molto mentre quest’ultimo, secondo noi, era un tema importante sia perché permetteva di allargare la questione fuori dei limiti nazionali sia perché noi, in Italia, avevamo una visione piuttosto idealizzata dell’America per il fatto che gli americani ci avevano liberato.
Domanda – In Italia non c’è la percezione del razzismo neanche oggi però qui parliamo del 1964, un periodo in cui in Italia c’era una forte migrazione dal Sud verso Nord e il razzismo verso i meridionali, sia in Italia che in Svizzera, in Germania e in molte altre zone del nord, già si manifestava.


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Pubblicato il 17 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Testi, Testimonianze

Mara Ceschini, Laura Mileto, Alberto Cavallini – Premiati 2018 “Premio Giorgio Antonucci”









Mara Ceschini:”Arrivare nel reparto Autogestito non è mai stato facile; perchè bisognava entrare, varcare quella soglia, è sempre qualcosa di allarmante, ci porta a stare allerta, anche quando entriamo come visitatori…” Intervento completo nel Video
https://www.youtube.com/watch?v=d9iwPUim4eQ&feature=share


Testimonianza della prof Stefania Guerra Lisi: “La dolcezza che viene sottolineata di Giorgio Antonucci aveva a che fare con un dialogo che abbiamo avuto sul campo, rispetto all’arte di vivere che ritorna nelle stereotipie e nelle situazioni di grande sofferenza…” Intervento completo nel Video

https://www.youtube.com/watch?v=32vVae37W0k&feature=share


Pubblicato il 14 gennaio, 2019
Categoria: Eventi, Testimonianze

Giuseppe Tradii – il pittore dell’Autogestito di Giorgio Antonucci




Giorgio Antonucci

Qui tra noi c’è Giuseppe Tradiì.

Tradiì è un uomo che, per sua sfortuna e per una serie di circostanze negative e in una società come la nostra, doveva vivere fuori e invece è stato incastrato in manicomio. Ora, le persone possono avere o non avere il talento della pittura, indipendentemente dal fatto di essere fuori o dentro del manicomio; c’è chi ha talento per la pittura, chi per la musica; c’è chi ne ha molto ed è grande, chi ne ha poco ed è meno grande.

Però la pittura di Tradiì non c’entra nulla con il Reparto Autogestito dell’ospedale psichiatrico di Imola, dove vive da tanti anni; c’entra soltanto per il fatto che da noi, all’autogestito, ogni persona, fintanto che restava lì perché non aveva sbocchi immediati (è difficile tornar fuori dal manicomio, come tutti sapete), però quelli che stavan lì, anzitutto erano liberi. Per esempio, Tradiì la sera andava a Bologna, al night, quando voleva; oppure andava al mare, oppure al cinema, come gli altri; siamo stati all’estero, ecc. (continua)










Alcune immagini delle opere di Giuseppe Tradii http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2010/07/02/490/

Pubblicato il 2 dicembre, 2018
Categoria: Immagini, Testimonianze, Video

DOSSIER IMOLA E LEGGE 180


Intervento di Dacia Maraini: https://www.youtube.com/watch?time_continue=335&v=S9HWr7IjKMc

Scritti di
Alberto Bonetti
Giuseppe Favati
Dacia Maraini
Gianni Tadolini

A cura di G. Favati
Idea Book

 

INDICE


Giuseppe Favati, Dossier. 180 e seguenti – Antonucci: una pratica che disturba 5
Alberto Bonetti, Lettera a Giovanni Berlinguer 19
Delibera degli amministratori dell’Ospedale “S. Maria della Scaletta” 27
Gianni Tadolini, Attenti ai passi indietro 35
Gianni Tadolini, Psichiatria: come volevasi dimostrare 41
Dacia Maraini, Altre grida disperate dal manicomio 45
Documento CGIL, CISL,UIL ospedalieri e Amopi 53
Documento degli amministratori 57
Gianni Tadolini, Dei manicommi. Lettera aperta a Mario Tobino 59
Dacia Maraini, Un’orchestra esegue Mozart all’ex ospedale psichiatrico 65
Dacia Maraini, Imola, festa al Padiglione n. 10 73

 

DOSSIER


180 e seguenti

 

Ed è già un anno dalla legge 180 sull’assistenza psichiatrica in Italia, anticipo della riforma e conseguente servizio sanitario nazionale (sic). Anticipo forse stimolato e anzi frettolosamente concesso per paura del referendum abrogativo dei manicomi, ma pur sempre legge che – è stato detto da amici, compagni, generici e primi attori – porta il segno del lavoro di tanti anni, nasce dalla pratica e dalla storia reale degli uomini, storifica lotte e sofferenze. Credo però che nessuno abbia richiamato subito – e oggi a un anno di distanza il riferimento sarà percepibile – il caso costituzione, la legge “suprema” dello stato democratico, che portava – porta – i segni della storia reale, di tanti morti e torture e sangue, parole riecheggianti voci vicine e lontane ( così Piero Calamandrei), e molto prometteva: una costituzione programmatica cui si è opposto una costituzione materiale , il fascio e il fascismo di norme ( e rapporti sociali) tuttora operanti, vigentissime, spolveratissime. Sempre Calamandrei commentava che, nel riflusso del dopoguerra, ci era stata data, appunto con la carta costituzionale, una promessa di mutamento in cambio del mutamento.
Idem con la legge 180. Senza il lavoro di molti uomini e donne, di tanti gruppi rimasti “sconosciuti”, e ai quali non spetta neppure un veloce rimando in nessuna storia, in nessun ripensamento delle esperienze di psichiatria alternativa o non-psichiatriche (anche nel movimento, anche nei vari anti perdura il processo della nominazione, dell’identificazione rassicurante, del protagonismo trasferito e trasferibile in tutti i luoghi deputati all’informazione, video libro di grande editore foglio culturale di sinistra extra), senza quel lavoro la legge 180 non sarebbe mai venuta. Oggi vi è la possibilità di dimensioni diverse, il no al manicomio ha un suo punto di riferimento formale, e da qui può scaturire una maggiore e più dinamica articolazione del nostro fare, da qui può riprendere una carica di esperienze per sfondamenti della realtà segregata e segregante.
La lotta si è fatta più aperta e al tempo stesso più insidiosa. Proprio perché vi è una estensione di scacchiere, uno spostamento di piani, di livelli, un abbassamento e un’alzata di tiro, accompagnati – se mi è consentita questa metafora – da un eccesso di “citazioni”. Intendo dire che il bersaglio istituzionale manicomio sembra affatto scomparso, e che ospedale generale, territorio, ambulatorio, domicilio diventano parole in abbondanza sulla bocca dei potenti, incitano ad asserzioni spericolate, alla “scoperta” di nuovi paradigmi dell’intervento (socio-sanitario) e del comportamento (umano). Questo accumulo di “citazioni” passa ancora sulle teste della gente, stupefatta. Il relatore della 180, l’on. Orsini, afferma, quagliesco, in Tv: “Tutti i malati devono essere curati a casa”. E’ sempre la promessa di mutamento in cambio del mutamento che non si dà e che non si vuole. Infatti l’Orsini difende, offeso, medici e psichiatri allorchè Basaglia brontola, arcigiustamente e fascinosamente, che i medici vogliono conservare il loro potere mentre il corpo è nostro. Se sono mutati o sono divenuti più sofisticati i quadri teorici entro i quali si muove la classe dominante, nell’immagine di mondo trasmessa dall’alto agli strati inferiori nulla è cambiato dalla formalmente sepolta legge 1904, e regolamenti e ritocchi susseguenti. Un assaggio: art. 60 del R.D. 16 agosto 1909, n. 615, ”Regolamento sui manicomi e sugli alienati”: “Nei manicomi debbono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in case private”.
A sua volta Basaglia, alla madre angosciata perché non sa dove battere il capo con il figlio “malato di mente”, nessuno ora le dà una mano ( e chi, e come gliela dava prima?) risponde semplicemente e un po’ misteriosamente per la vastissima platea televisiva: “ ora ha una voce suo figlio, ora lei ha una voce”. Parafrasando e correggendo il manicheismo di Hendy: buono, ma soprattutto meno buono. In alcuni manicomi i “malati” avevano conquistato già una voce, il diritto alle assemblee, a criticare l’istituzione, i medici, gli infermieri, ecc. Nell’ospedale generale no, nell’”ospizio” no, negli ambulatori no. Non si ha diritto mai a una parola. Hanno invece diritto loro, di ignorarti, di usarti, di umiliarti in cento e diecimilauno modi. E non è che questo accada con i vecchi e basta. Il potere medico bada all’età: cambiano solo i tipi di umiliazione del vecchio istituzionalizzato o della giovane donna ricoverata (ad es. certi ginecologi sono tra i maggiori maestri di questo genio criminale, troppo spesso direttamente proporzionale ai loro appelli intenti nella camomilla dello spiritualismo, in difesa usque ad mortem del sacro diritto alla vita).
Lo stesso Basaglia definisce efficacemente l’ospedale generale “un grande manicomio di per sé”. E d’altro canto il cosiddetto territorio è interamente da costruire con i suoi “servizi”, con le sue “unità”, funzioni e plessi di funzioni. Cosicchè tutto resterebbe affidato al fatto che “il sociale – sottolinea Basaglia e non solo lui – entra per la prima volta nell’ospedale generale, e quindi vi entra la contraddizione”. Ma, allo stato, nella dimensione interna e nella dimensione esterna, i figli e le madri possono restare provvisoriamente e paradossalmente con minor voce di prima.
Si tratta di provvisorietà in fondo ineliminabili nelle condizioni date. L’argomento – che sembra tagliare la testa a tutti i tori – “prima le strutture poi la legge” – è sostanzialmente fasullo. Per strappare una legge – e la migliore delle leggi non sfuggirà mai alle ambiguità volute – ci vuole fatica e sangue. Per tradurla nei fatti, ci vuole molta più fatica e sangue. Le “strutture” poi devono essere un risultato in continuo divenire, oppure diventano nuove e più sinistre trappole. Insomma, se per l’aborto in Italia, anziché approvare una pur discutibilissima legge, avessimo atteso la disponibilità delle “strutture” (ossia, in primo luogo, i comodi proprio dei ginecologi suddetti) sarebbe scoccato il duemila.
Allora, finalmente, dovrebbe essere agevole l’accordo su uno dei cuori del problema: posto che la legge 180 è assai meglio ci sia che non ci sia, nessuna illusione sulla persistente segregazione istituzionale e sulle spinte e sui rischi della “dilatazione” psichiatrica. L’ospedale accoglie e cura press’a poco come il manicomio. Certo, se il “malato” rifiuta le cure lo si deve mandare a casa, ma il ricovero obbligato “rimane” una misura di polizia; e se il “malato”, dimesso, continua a disturbare un reato almeno di oltraggio non glielo leva nessun santo; e cos’ via. Sullo sfondo il manicomio giudiziario intoccato e intoccabile anche nominalmente.
Ma la tendenza alla “dilatazione” è irreversibile. Non è questione di prendere atto di una tendenza che lo stesso movimento alternativo ha incoraggiato e doveva incoraggiare, nel senso dell’uscita allo scoperto, esponendosi ai colpi di un uso, e di usi più complessi della catalogazione, della schedatura, della manipolazione, della repressione. Il manicomio, edificio fatiscente ma pur sempre in piedi, rischia di moltiplicarsi negli ospedali e nel territorio, metamorfosandosi. Ciò comporta la necessità – pena la disfatta- di coinvolgere non solo il momento psichiatrico con quello sanitario, ma quelli con tutti gli altri nel contesto sociale. Meglio: di “sciogliere” i primi nei secondi.
E’ quest’ultimo un passo che molti contestatori dei criteri nosografici tradizionali e dei meccanismi della violenza, persone ad elevato grado di qualificazione professionale e di riflessione teorica, stentano a compiere o si rifiutano di compiere. “Forse” – avverte Pirella – “costoro finiscono con il rispondere più ai loro bisogni personali di sopravvivenza culturale, di gruppo, di competizione intellettuale, chiudendosi ad ogni verifica sul reale e producendo nuove ideologie di ricambio” (Il corsivo e mio). E ancora: “… certamente gli scritti di Jervis hanno contribuito a favorire questo ritorno di riflessioni separate dai problemi reali e a produrre esercitazioni su ideologie contrapposte e in concorrenza tra loro (ad es. nel recente Normalità e deviazione di Di Leo – Salvini, editore Mazzotta). Non mi sembra tuttavia che possa essere soltanto il problema di un uomo per quanto intelligente e sofisticato esso sia…”: c’è una propensione abbastanza diffusa a lavorare teoricamente senza confrontarsi con “certe esperienze di lotta”.
Viceversa c’è bisogno di pratiche, e ogni pratica ha un suo costo personale elevato cui l’essere nel mondo da intellettuale tradizionale perennemente si sottrae. Non c’è alcun bisogno di ideologie di ricambio, quali la stessa Antipsichiatria, pur suggestiva e meritoria, d’importazione anglosassone. Pirella dice bene che non interessa una conoscenza psichiatrica ulteriore per confermare il ruolo dello psichiatra, del terapeuta decifratore del senso; “noi non dobbiamo essere esperti della follia…”. I problemi delle persone che chiedono una casa, un lavoro, ecc. “non sono uno spazio per la follia (vedi Amati e altri) ma uno spazio per la vita, il diritto di sopravvivere e comunicare, la libertà di rivendicare e, al limite, di lottare. Noi siamo espropriati della libertà di lottare …” Dove si potrà sospettare qualche fraintendimento: ad esempio, è anche questione di spazio per la “follia”, perché mai no? Certo, senza consentire affatto su Follia=Verità, Cammino verso il Centro della Terra (con un rovesciamento “spiritualistico” somigliante a quello di chi pretende di superare “materialisticamente” gli schemi crociani e post assiomatizzando Poesia=Bellezza, Bellezza=Realtà cioè Lotta di classe). Quel punto però è una discriminante assoluta. Il rifiuto, diciamolo chiaro e tondo, dell’intervento sanitario repressivo a piccola verso grande macchia, dunque della medicina gerarchica e manipolatrice, l’adozione di una pluralità di pratiche non-psichiatriche dentro e fuori l’istituzione.

Antonucci: una pratica che disturba


Fra i più tenaci, estremi, e paganti in proprio, sostenitori di questa modalità di essere e rapportarsi al mondo della segregazione vi è Giorgio Antonucci. Già a Cividale del Friuli, poi a Reggio Emilia, quindi a Imola. Dal reparto in ospedale civile affidato a Edelweiss Cotti nel 1968, trascorsi appena sei mesi fu cacciato, lui e i suoi compagni di lavoro, dalla polizia in pieno assetto operativo. E il reparto chiuso. Da Reggio Emilia, Centro di igiene mentale, fu costretto a andarsene non tanto per intervento determinante del “potere” (anche se collezionò denunce, ma tutte archiviate), quanto di “altro” su cui amici stanno portando in concreto la loro riflessione, una riflessione che mi auguro consentirà chiavi di lettura diverse da quelle di recente offerte per le esperienze reggiane post-68.. All’Ospedale psichiatrico “Osservazione” di Imola dove venne chiamato da Cotti, divenutone direttore, nel 1973, il suo lavoro ha richiesto di nuovo quel costo elevato cui accennavo sopra, e che era ed è inevitabile per chiunque si ponga completamente al di fuori della visualità psichiatrica, vecchia o nuovissima o futuribile, dei meccanismi repressivi-espulsivi come delle teoriche autogratificanti.
La scelta di Imola fu in buona misura obbligata, e quindi non scelta, ma Antonucci, da quel provocatore che è sempre stato, chiese il reparto più duro, quello degli “irrecuperabili”, degli “agitati”. Che era il 14, donne. Successivamente vi si aggiunsero i reparti 10 e 17, donne e uomini. Ricominciò la sua sfida all’ambiente, ai codici diffusi, ecc. e anche a se stesso, non solo nel senso della solita contraddizione vissuta e coscienzializzata (un non-psichiatra in manicomio), ma soprattutto per la resistenza fisica duramente messa alla prova come mai prima. Poiché qui non si scrive una biografia, né si confezionano santini o mezzi busti, né d’altra parte si narrano “miracoli” (è termine che ricorre sulla bocca dei gestori della nostra salute irridenti alla categoria del “socio-politico”), basterà accennare al turno di guardia di un medico il quale aveva eliminato tutti i mezzi di contenzione e i massicci psicofarmaci e si ritrovava, per ventiquattr’ore filate, in conflitto insanabile con la situazione di violenza degli altri reparti dell’O.P. Mentre i colleghi medici, a loro volta, in quei turni di guardia dormivano il sonno del giusto. Quanto al personale di cui c’era bisogno, ci hanno pensato tutti i governi e nella fattispecie Stammati con il suo decreto vietante assunzioni, supponiamo in ragione dell’austerità necessaria alla salvezza del paese e comunque della moralità amministrativa. Ma a onor del vero Stammati non avrebbe impedito di affiancare ad Antonucci un altro aiuto medico.
Disgraziatamente, infatti, la pratica di Antonucci dava risultati eccezionali. Non poche testimonianze informazioni al riguardo si ritroveranno qui di seguito, a cominciare della lunga puntuale lettera di Alberto Bonetti a Giovanni Berlinguer, indispensabile per la comprensione di ciò che è cominciato ad accadere ed è infine precipitato a Imola dopo la legge 180.
“In presenza” dei risultati sono venute le insofferenze e le aggressioni morali contro Antonucci. Quel “dottorino” mostrava, con il contributo determinante degli infermieri e delle infermiere, liberatesi anch’essi da un passato di terrore nei confronti dei “pazzi”, che quei poveracci potevano, ma guarda, ancora parlare, comunicare, camminare, perfino gioire; e via via crescevano le irrisioni di corridoio, le denunce, gli articoli, addirittura i manifesti sui muri della città. Il dottor Antonucci era spesso assente per malattia! Informavano responsabilmente dei sindacalisti, che però non pubblicavano nessun volantino, non affiggevano nessun manifesto per chiarire statisticamente quanti secondi dedicavano gli altri psichiatri all’ospedale e quante ore nei propri studi a contatto ben fruttifero con pazienti privati. Il dottor Antonucci aveva aggredito un medico! Il dottor Antonucci aveva maltrattato una infermiera! Anime pie.
Riassumevano i concetti essenziali i sindacalisti della UIL-Uisao, sciarpa littorio dell’aggressione ad Antonucci: La mafia è forse giunta all’Ospedale “Osservanza”? “…Non ci è possibile tacere ulteriormente di fronte ad episodi che denotano il costante sfacelo in cui il nostro Ospedale è direttamente investito…” e “Il Nuovo Diario”, settimanale cattolico emanazione della Dc di Imola, che coniugava fascismo mafia e compagni. Con gli stessi metodi 50 anni fa si instaurò il fascismo. Anzi codesti compagni (Cotti e Antonucci) sono peggio perché dai fascisti “li distingue solo l’ipocrisia che gli altri – pur fra tante malvagità – non ebbero”. Concludeva a caratteri di scatola il foglio dc: …manca solo la lupara! Che non avrebbero dovuto tardare visto che il potere era ormai nelle mani di “compagni di ferro”, “con licenza di uccidere”
Ma il pianeta terra sarebbe troppo bello se tutto fosse colpa di questa benedetta Dc, e di quei fior di galantuomini che si firmavano Uil. Che facevano nel frattempo gli amministratori locali? Che pensavano e facevano il presidente (socialista) e il consiglio di amministrazione (a maggioranza assoluta di sinistra)? Nel complesso qualcosa di molto simile alla tolleranza meditabonda, anziché all’attiva solidarietà; e in almeno un caso richamavano l’Antonucci in termini disciplinari.
Finale provvisorio. Dopo l’approvazione della legge (ora ex) 180, il consiglio ridistribuiva incarichi e direzione dei padiglioni, con un provvedimento (passato poi all’esame, senza intoppi, del comitato regionale di controllo) che obiettivamente incoraggia i medici ostili durante tutti questi anni alle misure innovative e punisce Antonucci, al quale sottrae la responsabilità dei reparti 10, 14, 17.Significativamente è su “Il Forlivese”, settimanale del PCI del comprensorio di Forlì, che il compagno Gianni Tadolini denuncia il fatto. Senza conseguenze. Alla fine di luglio Dacia Maraini intervista Antonucci per la “La Stampa” e il colpo viene accusato. CGIL, CISL. UIL (ahinoi) ospedalieri e Amopi (nientemeno che l’associazione dei medici di ospedali psichiatrici) richiedono che sia ristabilita la verità contro le calunnie. Il consiglio di amministrazione emana un comunicato parapìm parapàm (più avanti tutti i documenti citati, in versione integrale).
Il problema ha investito ormai la capacità di far politica del PCI forlivese ( e non). Sul versante PSI, in compenso, tutto è silenzio, salvo errori e omissioni; forse si sveglieranno domattina accusando i comunisti di Forlì di essere aggrappati alla ciambella del leninismo.

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Pubblicato il 2 marzo, 2017
Categoria: Libri, Presentazione, Testi, Testimonianze

La Sesta Edizione del “Premio Giorgio Antonucci” – I Premiati




La sesta edizione del “Premio Giorgio Antonucci” per la riconoscenza di merito nella difesa dei diritti umani dei cittadini pazienti – loro – malgrado della psichiatria, è stato vinto da Eugenia Omodei Zonini (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2009/04/14/recensione-di-eugenia-omodei-zorini-diario-dal-manicomio-ricordi-e-pensieri-giorgio-antonucci/) e Massimiliano Boschi (http://www.arcoiris.tv/scheda/it/2406/)



La cerimonia sarà a Firenze, in vi San Gallo, il 26 novembre 2016.

Le passate edizioni:


La prima edizione, nel 2008, è stato premiato Piero Colacicchi (https://www.youtube.com/watch?v=Yo4REP7KH50).


La seconda edizione sono stati premiati Massimo Golfieri (https://www.youtube.com/watch?v=yeI19yvXt9Q) e Giovanni Angioli (https://www.youtube.com/watch?v=UZ-yLEAfaog).


La terza edizione sono stati premiati Maria D’Oronzo (https://www.youtube.com/watch?v=-xiwU3Z5NAk), Valentina Giovanardi e Andrea Passigli


Video della cerimonia del “Premio Giorgio Antonucci” 2013



La quarta edizione sono stati premiati Stefania Guerra Lisi Aldo D’Amico (https://www.youtube.com/watch?v=8bD4p8POzsQ), Vito Totire (https://www.youtube.com/watch?v=dqAWeZ_nXOc).


La quinta edizione sono stati premiati Giuseppe Garuti (https://www.youtube.com/watch?v=fuJCUE3L2OU), Maurizio (), Armando Verdiglione (https://www.youtube.com/watch?v=20it0ohR7Sw) Eugen Galasso (https://www.youtube.com/watch?v=vp-9-2cFjwk).

Pubblicato il 3 ottobre, 2016
Categoria: Notizie, Testimonianze

Poteri e limiti del sindacato del giudice del lavoro sulle certificazioni psichiatriche.- Dr. Amato Lucia Maria Catena




“Iudex peritus peritorum”, precisa la Suprema Corte di Cassazione.

“Depressione maggiore “ Psicosi nas” “Disturbo di personalità paranoideo” “Psicosi nas in struttura schizoide con marcata depressione del tono dell’umore.” “Insufficienza mentale medio grave con disturbi del comportamento; ideazione di tipo deliroide ed allucinosi, irrequietezza, aggressività.” La patologia psichiatrica, generalmente concorre con le altre di tipo fisico, ad esempio: “Cardiopatia”. La prestazione economica richiesta, varia dall’assegno mensile di invalidità, alla pensione di inabilità, all’assegno ordinario di invalidità, all’indennità di accompagnamento. Alla prima udienza di comparizione delle parti, il ricorrente e l’I.N.P.S. se non vi sono questioni preliminare da trattare, si procede alla nomina di un CTU. Nel caso de quo, un medico. Il consulente tecnico d’ufficio, in acronimo c.t.u., svolge il ruolo di ausiliario del giudice in un rapporto fiduciario, qualora si renda necessaria una particolare conoscenza tecnica, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo. L’attività del consulente tecnico è disciplinata dagli artt. 61 a 68 del codice di procedura civile (allo stesso modo dall’art. 220 fino a 233 nel codice di procedura penale), dove sono contenute le competenze che l’ausiliario designato dal giudice deve espletare dal conferimento dell’incarico fino all’elaborato peritale. “La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice” (art. 61 c.p.c.), ma il giudice qualora lo ritenga opportuno ha la facoltà di nominare un esperto non incluso nell’Albo del Tribunale, motivandone il ricorso. Il compito ultimo del consulente è rispondere in maniera chiara e pertinente ai quesiti enunciati dal giudice, dando risposta ad ulteriori possibili chiarimenti richiesti dal giudice stesso (art. 62 c.p.c.). Il quesito enunciato dal giudice al momento del mandato e del giuramento consiste in una o più domande espresse solitamente in modo analitico o generico. Dovere dell’esperto è attenersi scrupolosamente ai quesiti, senza esprimere pareri non richiesti o non necessari, con un linguaggio non eccessivamente specialistico che consenta ai soggetti coinvolti (giudice, magistrato e avvocati) un accesso facilitato alla lettura; in ambito civile l’accertamento peritale acquisisce una funzione strumentale ed opzionale, in quanto il giudice può decretare se usufruire o meno del parere dell’esperto per la formulazione del giudizio. In sintesi possiamo considerare le attività che competono al consulente tecnico un confronto interdisciplinare fra diritto e scienze sociali, un’integrazione al compito del giudice, che agisce come peritus peritorum, ovvero, decisore ultimo. Sul punto, la giurisprudenza costante della Suprema Corte di Cassazione precisa che, nel nostro ordinamento vige il principio “judex peritus peritorum”, in virtù del quale è consentito al giudice di merito disattendere le argomentazioni tecniche svolte nella propria relazione dal consulente tecnico d’ufficio, e ciò sia quando le motivazioni stesse siano intimamente contraddittorie, sia quando il giudice sostituisca ad esse altre argomentazioni, tratte dalle proprie personali cognizioni tecniche. In entrambi i casi, l’unico onere incontrato dal giudice è quello di un’adeguata motivazione, esente da vizi logici ed errori di diritto. “(Cass. n. 17757 del 07.08.2014.. Conforme Cass. n. 11440 del 1997.) Il quesito che il presente giudicante si è posta nelle sue funzioni di giudice del lavoro è il seguente: “Su cosa deve basarsi una motivazione che escluda o accolga le argomentazioni di una relazione peritale o di un’altra, per essere fondante o meno del riconoscimento o della negazione di un diritto richiesto? La risposta che è stata fornita è univoca: una motivazione per essere esente da vizi logici o giuridici o da illogiche contraddittorietà deve fondarsi su dati certi, scientifici ed oggettivi il più possibile, che ci vengono consentite dall’attuale stato delle conoscenze scientifiche e prescindere da considerazioni personali ed argomentazioni illogiche ed incongruenti, senza corredo probatorio di alcun genere, e mai fondarsi sui dati incerti ed opinabili. E di conseguenza, su cosa deve fondarsi una consulenza tecnica per essere di sicuro supporto alle argomentazioni di un giudicante? Ovviamente anch’essa su dati certi. Scientifici. Oggettivi. Su esami strumentali che fungono da supporto reale alle conclusioni diagnostiche alle quali il consulente perviene. Una seria consulenza prescinde da opinioni personali o quant’altro che sia illogico ed incongruente e, soprattutto immotivato, ossia sfornito da dati probatori idonei, che, nella scienza medica, sono in primo luogo, sono rappresentati dagli esami diagnostici e clinici e da quant’altro possa essere di apporto come le cartelle cliniche. Solo su elaborati peritali che soddisfano tali requisiti il giudice può fondare le proprie decisioni, non avulse da dati reali. Ogni diritto che si basi sull’accertamento di una patologia di qualsiasi natura, in capo al richiedente, deve essere riconosciuto se provato con dati certi ed oggettivi quanto il più possibile, all’attuale stato delle conoscenze scientifiche. Il giudice ha il potere di sindacare la relazione peritale e constatare se la stessa ha rispettato il mandato che le è stato conferito. A pena di nullità, con conseguente rinnovo delle operazioni peritali e la nomina di altro C.T.U. Operazioni che non può ripetersi all’infinito. La soluzione, congrua, in casi specifici, come il caso de quo, è quella della nomina, di un CTU fuori albo, esperto del settore. Soluzione adottata dal presente giudicante. La sentenza che motiva su dati reali ed oggettivi, è l’unico controllo, che può esercitare la Magistratura in funzione del giudice del lavoro, oltre alla trasmissione degli atti alla procura per competenza se si ravvisano particolari contraddizioni ed incongruenze Soluzione che è stata adottata in dispositivo. Unitamente, ad una verifica puntuale di tutta la documentazione medica ed un controllo rigoroso su quanto prospettato dal consulente; in primo luogo se si è attenuto scrupolosamente al mandato richiesto, che deve essere puntuale e preciso, nella richiesta al C.T.U. di fornire congrua motivazione delle sue affermazioni diagnostiche e di fondare gli stessi su basi certe quanto più possibili ed oggettive. Nel caso della Sentenza de quo, che si allega, il risultato al quale si è pervenuti è stato reso possibile dalla nomina, di un ctu fuori albo, specialista del settore neuropsichiatrico, di notevole preparazione scientifica, il dott. P.C, che si è scrupolosamente attenuto ai quesiti specifici postagli dal presente giudicante, e che ha saputo distinguere le opinioni personali dalle affermazioni professionali e supportare le stesse con prove reali ed oggettive. Come si potrà verificare nella motivazione della suddetta Sentenza. Un lavoro di garanzia in una materia quella psichiatrica, opinabile, che notoriamente, si presta ad abusi e strumentalizzazioni; che, se non attentamente monitorata, ed non ancorata su basi il più possibile reali, come esami strumentali e cartelle cliniche, diventa terreno fertile per autorizzare un’immane spreco di denaro pubblico, truffe all’I.N.P:S., che assumono la parvenza della legalità. Applicare il principio: che se affermiamo che l’osso è rotto, si deve fornire in ogni caso la lastra che lo comprovi, rappresenta il minimo di tutela possibile. L’unico.“Depressione maggiore “ Psicosi nas” “Disturbo di personalità paranoideo” “Psicosi nas in struttura schizoide con marcata depressione del tono dell’umore.” “Insufficienza mentale medio grave con disturbi del comportamento; ideazione di tipo deliroide ed allucinosi, irrequietezza, aggressività.” Diagnosi, che, devono essere supportate da comprovanti cartelle cliniche, ed altro strumento probatorio idoneo, che dia prova certa dell’incidenza funzionale delle stesse sul soggetto che richiede la prestazione economica. Onere della prova che incombe sul ricorrente, ai sensi delle leggi vigenti in materia. (Al settore previdenziale si applica il rito del lavoro del c.p.c.). Che giudice possa sostituire con proprie argomentazioni quelle del perito, è un principio o meglio un’affermazione di potere. L’ultima parola è del giudice. E così deve essere, altrimenti ne viene snaturata la funzione, quella del giudicante. I limiti a tale potere sono una congrua motivazione, in punto di fatto e di diritto. Se immune da vizi logici e giuridici, è incensurabile persino in sede di Cassazione. Un ulteriore limite al potere del giudice, potrebbe essere quello di ancorare la propria motivazione su dati certi, reali ed oggettivi. E nello stesso tempo, un punto di partenza, reale, per un’ altrettanto reale e concreta tutela dei diritti sui soldi pubblici. Se si prescinde, da questi dati obiettivi, si autorizza uno spreco di denaro pubblico di dimensioni abnormi, a danno di tutti i contribuenti e, soprattutto, si sottraggono preziose risorse economiche, ai soggetti deboli che hanno bisogno di tutela, e si concedono diritti a situazioni che non presentano alcun fondamento di realtà, e che sono esse stesse la negazione di ogni diritto Un deterrente minimo essenziale, in un settore quello psichiatrico, dove sono state medicalizzate le questioni esistenziali e deresponsabilizzata la società civile, e dove l’uso strumentale del Tso per fini di controllo sociale, ha assunto dimensioni incontrollabili, nell’attuale legislazione che sfugge totalmente a qualsiasi controllo; in un sistema sanitario il nostro dove è la psichiatria che crea i malati, nella misura in cui non fornisce una base certa reale e scientifica su cosa essa si fondi (che cosa è un “delirio patologico? O, meglio su quali basi possiamo determinarlo, con sufficiente grado di certezza, così da escludere abusi o strumentalizzazioni?); dove le diagnosi c.d cliniche assumono, come nel caso della sentenza de quo, la connotazione di giudizi personali soggettivi dell’operatore senza basi reali ed oggettivi e quantomeno scientifici. Soggettività equivale ad arbitrio, vuoto di tutela e spreco di denaro pubblico che sfugge totalmente al controllo della Magistratura e della legalità.


Sentenza n. R.G. 2142 del 2014, del 02.12.2014.


Dr. Amato Lucia Maria Catena, Avvocato e Magistrato Onorario, in funzione di Giudice del Lavoro, Tribunale di Patti, Sezione Previdenza, Distretto di Corte d’Appello di Messina.

Pubblicato il 16 marzo, 2015
Categoria: Notizie, Testi, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo