La normalizzazione coatta nella cultura – Eugen Galasso
Leggo in Gérard de Nerval (1808-1855) la frase seguente, inserita nel “Voyage en Orient”, racconto “Histoire du calif Hakem” (realmente esistito, 11° secolo, personaggio contraddittorio quanto stimolante, lontanissimo da ogni “islamismo”): “IL rispetto degli Orientali per i folli non arriva a lasciare in libertà coloro che potrebbero essere pericolosi” (cito da Nerval, “La harem”, antologia tratta dal citato”Voyage”, Paris, Gallimard, folio, 2015, p.110). Da chiarire che in Oriente , come anche nelle civiltà antiche, il “folle” (ossia chi sfugge alla maniera consueta di pensare e agire) era considerato = il veggente, chi è in contatto con la divinità, con l’Assoluto, ricevendone comunicazioni comunque importanti, anche se spesso indecifrabili o incomprensibili, almeno di primo acchito, se non si sa “decriptare il messaggio”. Anche il citato califfo arriva in “manicomio”, venendo ritenuto “pericoloso” per una serie di equivoci, anche perché s’era travestito da “altro” dal califfo… Su ciò, sulla presunta “pericolosità” si possono vedere le giuste annotazioni di tutta l’antipsichiatria e della non-psichiatria, ma anche le statistiche ufficiali dimostrano che quasi nessun omicidio o atto violento è imputabile a coloro che la società tuttora si ostina a definire “malati di mente” et similia. Le annotazioni storico-culturali hanno un valore fondamentale dal punto di vista antropologico, dimostrando, tra l’altro, data la relatività delle culture e dei rispettivi “patterns”, ossia modelli di pensiero e comportamento, che il concetto di “follia” corrisponde solo a un modello occidentale-borghese di cultura e di “normalizzazione coatta”, come Foucault, dal canto suo, ha dimostrato inoppugnabilmente. Eugen Galasso
Pubblicato il 12 October, 2015
Categoria: Testi
Articoli giornalistici pro psichiatria – Eugen Galasso
Un disastro, un articolo in quello che è considerato il miglior quotidiano europeo, “EL Paìs”, nell’edizione domenicale del 6 settembre scorso, parla dei pericoli creati (incidenti, ma anche pestaggi e peggio) dai presunti “malati di mete”. Ora, dopo decenni di anti-e non/psichiatria sappiamo che la malattia mentale è un mito (Szasz). Famiglie che si mobilitano e altro. Sembra d’essere nel Medioevo o durante l’Inquisizione: una sciagura, mentre dovremmo essere nell’epoca della Spagna post-movida, post-tutto…diremmo. Il pregiudizio è duro a morire; se ci sono responsabilità penali, esse vanno “sanate”, anche con una punizione dura; ma è ora di finirla con la psichiatrizzazione indebita di tante persone, che crea solo dipendenza da psicofarmaci ma anche dalle figure “di riferimento” (psichiatria, infermieri etc-). Che sia chiaro, una volta per tutte, pena trascinarsi dietro ancora secoli di ciarpame psichiatrico… Eugen Galasso
Pubblicato il 23 September, 2015
Categoria: Testi
Andrea Soldi: un “caso” di trattamento sanitario obbligatorio – Eugen Galasso
Quello che per giornali e mass-media vari è il “caso Soldi”, scoppiato d’estate, che quindi “fa colore”, salvo poi essere derubricato quando ciò conviene…è invece un ulteriore elemento tragico che aggrava la questione (che è ben più di ciò, ovviamente). Quanto preoccupa, chi scrive ma ovviamente non solo, è quanto si propone: A) un TSO più “attento”, con infermieri non “sadici”etc.; B) maggiore vigilanza da parte dello psichiatra etc. Ora, a parte il fatto che lo psichiatra sarebbe in primis medico, tenuto al giuramento d’Ippocrate, al “primum non nocere”, che quindi chiaramente lo stesso sarebbe anche penalmente perseguibile in quanto viaggiava su un’auto diversa da quella che trasportava il povero Soldi, morto come si sa, in circostanze ancora non totalmente chiarite ma neppure oscure (responsabilità ovvie, per medico-psichiatra e infermieri) il problema, a monte, è un altro. L’errore sta, come si suol dire, “nel manico”, ossia nel TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio): se un paziente non può essere obbligato a un trattamento sanitario in campo medico (in ospedale e clinica si può per es. firmare una “liberatoria”per farsi dimettere o per non sottoporsi a un’operazione o a una particolare terapia), a fortiori deve poter valere nel campo della psichiatria, dove tutto è quantomeno “flou”, assolutamente non certo. Non esiste la certezza di una ” malattia”, di una “diagnosi”, al contrario di quanto vorrebbe una psichiatria che si creda/pretenda scienza. Ciò, da Laing, Cooper, Szasz, Antonucci e altri è dimostrato da decenni, anzi ormai praticamente da mezzo secolo (ma attenzione: dubbi anche seri erano già stati avanzati molto prima…), ma la prassi del TSO e della psichiatria non cambia. Stupisce, poi, che a chiedere maggiore presenza dello psichiatra sul luogo del trattamento siano i familiari stessi della vittima e loro amici e conoscenti o comunque persone con problemi analoghi: la “fede” nella psichiatria, evidentemente, alligna ancora, complici ancora una volta mass-media e poteri che la spacciano per “scienza” incontrovertibile quanto “assoluta”.
Eugen Galasso
Pubblicato il 17 August, 2015
Categoria: Testi
“Sanity” di F. Leiber – Eugen Galasso
Tra gli scrittori (e non occorre definirli con un riferimento determinato al genere, ma si parlerebbe, comunque, di “anticipazione”, futurologia, SF, come si voglia) che si sono maggiormente occupati, nel 1900, di “pazzia”, oltre ai casi più noti ed espliciti, c’è certamente Fritz Leiber, di Chicago, vissuto dal 1910 al 1992: ne parla in varie sue opere (racconti e romanzi), ma è nel racconto”Sanity” (1944, “Sanità mentale”nella traduzione italiana) che la trattazione si condensa ed esplicita maggiormente: “Sono certo che capirai. Il problema centrale è quello della sanità mentale. Cos’è la sanità mentale…oggi, o nel Ventesimo secolo, o in qualunque altro periodo storico? L’aderenza a una norma. La conformità alle norme basilari della condotta umana. Nella nostra epoca l’allontanamento dalla norma è diventato la norma. L’incapacità di adattarsi è diventata lo standard. E’chiaro, no?… Per un lungo periodo di anni tu hai voluto a ogni costo aderire a una norma, conformarti a certe convenzioni di base. Non sei mai riuscito a adattarti alla società che avevi attorno. Potevi solo fingere…” (trad.it., in F.Leiber, “Il libro dello spazio”, p.32, Milano, Mondadori, 2015). Come si vede, il discrimine tra “sanità” e “malattia” mentale è solamente nell’adattamento o meno ai canoni di una certa società e cultura, dunque discrezionale dal punto di vista dei poteri dominanti; può essere dato dai “padroni del potere”, anche “mentale” e dunque, fatalmente “dannare” chi non raccoglie certe indicazioni, chi, già precedentemente era/ è inviso/a ai poteri di cui sopra. Considerazioni del tutto in sintonia con le tesi esposte da famosi a-psichiatri e anti-psichiatri come Thomas Szasz e Giorgio Antonucci, tra gli altri.
Eugen Galasso
Pubblicato il 6 July, 2015
Categoria: Testi
Lobotomia, testimonianza di E. Jenny – Eugen Galasso
In un libro di un urologo e politico socialista austriaco, cui, però , inizialmente si era consigliato di specializzarsi in psichiatria (E.Jenny, Bekenntnis zum Fortschritt, Raetia 2007) trovo e traduco la seguente afffermazione: “(era stato assegnato, da allora giovane medico, a Vienna, al reparto detto “craniale” o “cranico”-sic): “Il mio compito consisteva in ciò, di scrivere storie dei malati; nelle operazioni, che allora venivano ancora eseguite in anestesia locale, dovevo osservare , stando sotto il tavolo operatorio, ossia in posizione molto scomodo, le reazioni dei pazienti. Mi meravigliavo, di come si potesse trattare il cervello umano con tanta leggerezza. All’epoca (fine anni Quaranta del 1900, e.g) in reparto i pazienti schizofrenici venivano sottoposti a lobotomia, il che vuol dire a interruzione chirurgica della parte anteriore del cervello, un metodo, questo, che a causa della sua inefficacia e per i suoi effetti collaterali presto non fu più applicato. Il reparto cranico aveva un’alta percentuale di mortalità e io dovevo recarmi costantemente nel reparto di patologia, per le autopsie, sorbendomi le osservazioni, spesso sprezzanti e ironiche, dei colleghi” (op.cit., p. 123)”. Al testo non si può chiedere particolare approfondimento, in quanto si tratta di un libro autobiografico-politico, da parte di un medico poi rivoltosi a tutt’altro settore medico (e chirurgico), ma alcuni elementi sono da notare: A)Il meccanicismo psichiatrico, in auge allora in maniera totale, ora in maniera “dimezzata” (ma oggi con maggiore ipocrisia), non è venuta meno, in Austria (e nella “regione contesa” tra Austria e Italia, Alto Adige/Suedtirol) l’uso dell’elettroshock e in certi casi della lobotomia; B)Significative le notazioni di Jenny sulla sofferenza dei pazienti, di cui i medici si burlano. Vale per la medicina, ma anche per la psichiatria (che non è medicina, come ribadisce sempre il dott.Giorgio Antonucci), dove si aggiungono pregiudizi moralistico-religiosi-sociali tramdanti da secoli, che “laicamente” si traducono nelle famose “barzellette sui matti”.
Eugen Galasso
Pubblicato il 22 May, 2015
Categoria: Testi
Sul lungo articolo di Mathilde Goanec:”Fous à délier” – Eugen Galasso –

La giovane e valida giornalista francese Mathilde Goanec, direttrice, tra l’altro di “Alimentation générale”, ha scritto un lungo articolo su “Fous à délier” (Matti da slegare) (in “Le Monde diplomatique”, janvier-gennaio 20015, p.16-cito dall’edizione francese, non consultando mai quella italiana, diversa almeno in un certo numero di pagine e settori), dove già la citazione del titolo contiene, però, un’inesattezza fattuale: il filmn”Matti da slegare”, citato anche in italiano dell’autrice, è del 1975, è, come giustamente ricorda di Marco Bellocchio, ma anche di Stefano Agosti, Stefano Rulli, Sandro Petraglia. Chi scrive ha dovuto documentarsi in merito, non avendo mai visto il film in questione, avendone solo letto, soprattutto in occasione di passaggi in TV sempre persi, anche perché il film viene proposto quasi sempre di notte, non essendo “commerciale”. Ma veniamo al tema vero, ossia alcune inesattezze più gravi, pur considerando il testo complessivamente valido, non fosse che per il fatto di ridare voce a una problematica dimenticata: A)la Goanec parla di Basaglia definendolo “la figura maggiore (più rilevante) della “psichiatria alternativa europea”. Forse ciò può esser vero se riferito agli effetti (Iegge Basaglia, che peraltro, come ci ricorda sempre Giorgio Antonucci, che c’era, Basaglia non voleva, almeno non in quella forma, non così formulata) non di per sé: come teorico, Basaglia non è superiore a Laing, a Cooper, a Deleuze e Guattari, a Szasz (che però è americano, pur se di origini europee-ebraico-ungheresi), a Antonucci. E’ invece esatto dire, come l’autrice fa, che “marcato da quest’esperienza (la reclusione, alla fine della seconda guerra mondiale, a causa della sua “prossimità” con un gruppo antifascista), non ha cessato di lottare contro la reclusione”, ma anche che “egli rifiuta tuttavia (pur se influenzato dalle teorie di Foucault e Fanon sulla critica alle istituzioni totali e sul colonialismo, e.g.) di iscriversi nel movimento dell’antipsichiatria” (ma qui ricordare Szasz e Antonucci non sarebbe stato opportuno, per non dire di Laing e Cooper, essendo più complesso e contraddittorio il discorso per Deleuze e soprattutto Guattari?). Un’altra affermazione, quasi nell’incipit del testo, è poi ambigua, anche se di per sé esatta: è vero che “l’ospedale psichiatrico italiano era stato per molto tempo una terribile macchina di reclusione…molto lontana dai sistemi francesi o britannici, dove già iniziavano a profilarsi soluzioni alternative alla reclusione”: vero, ma ambiguo, se detto così. Leggi l’articolo completo »
Pubblicato il 6 March, 2015
Categoria: Testi
“A chi lo fanno il TSO” – Eugen Galasso

In una (bella, ben curata, peraltro) antologia di testi del grande poeta e scrittore romantico Gerard de Nerval (1808-1855) trovo tuttora, nella nota biografica, l’indicazione “les crises de folie se font plus fréquentes” (non c’è bisogno di traduzione, direi) e la nota è replicata in tutte le altre edizioni di opere nervaliane che possiedo (sono recenti, ben curate, della “Gallimard”, casa editrice di grande importanza). Sarebbe il motivo (per gli estensori di introduzioni a opere letterarie e altre) che l’avrebbe spinto al suicidio, come Schumann, ma anche altri, romantici e non. Un vero scandalo, per la nostra sensibilità anti, a-psichiatrica, ma proseguono le barzellette (di livello sottozero, ammesso che l’espressione regga…) sui “matti”, la volontà di controllare i/le pazienti psichiatrici/che, che sarebbero potenziali assassini(e)… Una società che impone il massimo del profitto, il “pareggio in bilancio”, lo Stato Forte, il controllo onnipervasivo, ha paura di tutto ciò che sfugge o può sfuggire al suo controllo: chi pensa e si comporta “diversamente”, come ricorda sempre molto opportunamente Giorgio Antonucci, è sempre a rischio di internamento, di reclusione, dove in Italia, nonostante i “passi avanti” (molto relativi e discutibili, certo) della legge 180, erroneamente denominata “legge Basaglia”, rimane la “spada di Damocle” del TSO, che prevede il ricovero coatto in struttura psichiatrica… Di recente, una persona non del tutto disinformata mi chiedeva: “Ma a chi lo fanno il TSO?”sottintendendo “a nessuno, praticamente”, il che non è vero. Ma pregiudizi e disinformazione sono duri ad essere sradicati e su ciò “marcia” e continua a proliferare il potere (strapotere) psichiatrico.
Eugen Galasso
Pubblicato il 20 January, 2015
Categoria: Testi
Il pregiudizio spacciato per verità – Eugen Galasso
Chi scrive, essendo anche “critico letterario”, riceve molte pubblicazioni, anche di poesia e varia umanità. In una di queste, “Il Convivio”, Anno XV, luglio-settembre 2014 n.58, p.95, una notizia dalla Sicilia (Motta Camastra) parla della depressione, con un convegno colà svoltosi, con la citazione testuale seguente, da una relazione della responsabile del centro “Lanterna bianca”, che pare opportuno riportare per esaminarla: “(si deve prendere coscienza di quanto) sia importante prendere coscienza e conoscenza di cosa sia la malattia psichica e delle devastanti conseguenze all’interno della famiglia”. Seguono roboanti descrizioni, riferite al “baratro della totale solitudine interiore” etc. Ma, in questa sequela di pregiudizi spacciate per verità, non si dice che “le devastanti conseguenze all’interno della famiglia” come anche nel singolo derivano solamente dai pre-giudizi invalsi, di origine sempre e unicamente sociale. C’è una falsa “norma” inculcata e tutto ciò che ne sta al di fuori è “anormale”, magari “aberrante”: facile che a tale visione inculcata si adattino le famiglie, microcosmo sociale sempre e comunque tendenzialmente repressivo (“Famiglie, vi odio” diceva non certo sempre a torto Jean-Paul Sartre), se non in casi eccezionali e come tali felici ma anche i singoli “depressi”, costretti ad adattarsi da “congiure” più o meno “soft”.
Eugen Galasso
Pubblicato il 3 January, 2015
Categoria: Testi
“Premio Giorgio Antonucci” in concomitanza spettacolo “Libere donne di Magliano” – Eugen Galasso
Nel giorno in cui Firenze celebrava, inter cetera, il quarto premio Giorgio Antonucci, in un teatro neppure periferico, anzi, quello delle Laudi, proponeva, per la realizzazione della Fondazione Mario Tobino e dell'”Associazione compagnia italiana”, “Le libere donne di Magliano”, dall’omonimo libro biografico e autobiografico (come quasi tutte le opere di Tobino, peraltro) Mario Tobino (1910-1991), psichiatra e direttore di manicomi (sì, così, va bene anche la parola, che egli stesso usava), scrittore e poeta, viareggino, che accettava in pieno, anche in epoca basagliana e di David Cooper e di Roland Laing, di Felix Guattari (con tutte le sue contraddizioni, certo) etc., la psichiatria classica, dai “fondamenti” (si fa per dire, qui Giorgio Antonucci, insieme a Thomas Szasz e pochi altri, ha fornito molto materiale per una seria decostruzione epistemologica) molto contaminati anche in senso organicistico (la psicofisiologia dominante), dove la comorbidità (presenza di altre malattie, meglio di sindromi)gioca un ruolo fondamentale. Mai una parola contro la concezione classica della psichiatria, da parte di uno scrittore-poeta (di indubbio valore, come tale), che non era un teorico né voleva esserlo, ma che, con il ruolo che ricopriva, avrebbe potuto fare molto per “stanare” la psichiatria e i gravissimi danni da essa indotti. Il torto dell’Associazione compagnia italiana? Nessuno, essendo eccelsa la regia di Andrea Buscemi e anche l’interpretazione di Livia Castellana, ma è l’operazione ad essere, a suo modo, “pericolosa” o almeno discutibile: un avallo sostanziale all’ideologia (nel senso marxiano e sociologico – Max Weber, in primis – di “falsa coscienza”) psichiatrica. Poi c’è l’umanità (qualcuno ne dubita, ma non saprei distinguere tra quanto tramandato e tali critiche) di Tobino uomo e medico (purtroppo anche psichiatra…), la sua aspirazione “ad maiora”; all’altezza, in una visione anche “cristiana” delle cose, ma, in qualche modo “il prodotto non cambia”, quello cioè per cui il manicomio, magari con un po’ di umanità in più (le beffe, oltre al danno) è bene che esista.
Eugen Galasso
Pubblicato il 21 December, 2014
Categoria: Testi
Anime Internate: Ospedale psichiatrico giudiziario – VIDEO – Recensione Eugen Galasso
Il video che potete vedere, realizzato quasi “di strafugo”, anche con la collaborazione e consulenza della nostra amica dott.Maria Rosaria D’Oronzo, si riferisce a una di quelle “realtà tabù” di cui “la brava gente” preferisce non parlare: gli OPG (Ospedali psichiatrici giudiziari) che, nonostante gli interventi del senatore Ignazio Marino, dei Radicali, qualche intervento insufficiente, per portata e per senso dello stesso, del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (ex-comunista di stretta osservanza, dove è da dire che nell’ex-URSS le istituzioni totali c’erano, anzi proliferavano), esistono e persistono. Si tratta di realtà (e questa di Reggio Emilia non è certo la peggiore…) in cui la persona, pur se criminale (chi è in “manicomio giudiziario” qualcosa di grave l’ha fatto e chi scrive non ritiene che il reato vada né premiato-ovvio, credo-né “ignorato”, ma punito, ma la punizione può attuarsi in modi diversi, con modalità diverse, anche più “umane”), è rinchiusa, ma anche sottoposta a una sorta di “Big Brother”-con registrazioni, videocamere etc. Secondo le parole e la gestualità (inutile ripetere, credo, che il linguaggio nonverbale è spesso ben più presente e “aggettante” di quello solamente verbale)dei “degenti”-“ospiti”, ma anche di una guardia (vogliamo chiamarlo “sorvegliante”, ma non credo che una parola o l’altra cambi radicalmente il senso della cosa) il “malessere” emerge in modo chiaro. Persino colui che, per stazza fisica, mole, modo di esprimersi, sembra un “boss” (in realtà, invece, sembra non lo sia), è visibilmente in difficoltà, non è capace di negare le proprie defaillances, le proprie “crisi”, che non saranno però, da quanto si evince dal documento, foriere di una “metànoia”, di un cambiamento interiore positivo (presa di coscienza, disposizione etica diversa) ma riprodurranno quasi certamente lo stesso “cliché” tra lampi di “ravvidimento” (?) e atteggiamenti, direi reichianamente “corazzamenti caratteriali “almeno potenzialmente”. Come osserva il citato “guardiano”, persona di notevole intelligenza e rara sensibilità empatica con i”detenuti”, ci sarebbe molto da cambiare (da chiudere gli OPG, in primis), anzi da chiudere gli OPG, sostituendoli con carceri o comunque luoghi di “detenzione” (cfr.quanto ho sostenuto sopra: sono un “riformista”, non un “rivoluzionario”, in questo campo, temendo scatenamenti incontrollati e abusi da parte delle persone) che però rispondano veramente allo spirito di una legge, la “Gozzini”, per l’umanizzazione delle e nelle carceri, che sia reale e non fittizia, non di facciata. In questo senso, contro il pensiero di coloro che chiedono comunque sempre “la mano forte”, si può cambiare tutto, ma abolendo in primis gli OPG, strumenti di derivazione inquisitoriale. Se ora, come dice l’ “amico” sorvegliante, conscio dell’assurdità di certi suoi compiti, qualcuno da “fuori di testa” lo diviene “ancora di più” (uso espressioni che chiaramente non condivido per nulla, ma…per intenderci…), sarebbe da fare in modo che qualcuno dopo “stia un po’ meglio”…, sempre per dire le cose con un linguaggio improprio ma a suo modo parzialmente efficace.
Eugen Galasso


