Eugen – Antonucci &C. – Eugen Galasso

Leggendo i dibattiti nel sito su Antonucci e la negazione della psichiatria, credo che questo debba essere comunque il telos, il fine di ogni lotta veramente “democratica”, ma che almeno, in un’ottica “riformistica” si debbano detronizzare gli psichiatri quali “risolutori-terapeuti” dei “disturbi psichici”, impedendo loro “pratiche” come l’elettroshock, ancora largamente praticato, la lobotomia (in disuso, ma non dappertutto), l’abuso di psicofarmaci, spiegando alle persone che la psichiatria non è un settore scientifico della medicina. Ciò sarebbe già molto, impedendo che la psichiatria sia appunto salutata, se non osannata come capace di “curare”, di “regolarizzare”, di “normalizzare”, dove il concetto di norma, già giustamente inficiato (“norma è una ragazza di New York”(Thomas Szasz). Ben più dannosa del “miracolismo”, la fede nella psichiatria rimane inalterata in vasti strati della popolazione europea, statunitense, di altrove (dei paesi considerati “acculturati”), mentre in Asia e nelle culture “primiitve” australiane e africane, tale credenza vale invece verso “guaritori” e “guru” comunque meno dannosi. Eugen Galasso
Pubblicato il 22 October, 2026
Categoria: Testi
IL DOSSIER “DIRITTO FRAGILE – Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertà, dell’autodeterminazione e dei diritti della persona – Maria D’Oronzo

Nella Giornata mondiale della salute mentale, l’associazione “Diritti alla Follia” presenta il dossier “Il Diritto Fragile”.
Raccoglie testimonianze su TSO, contenzione, farmaci non consensuali, misure di sicurezza e amministrazione di sostegno. Il tema scelto quest’anno dall’OMS, “Esperienze vissute ascoltate”, è lo stesso da cui il dossier parte: cosa succede quando si ascoltano le persone che quelle pratiche le hanno vissute.
Il documento arriva a pochi giorni dalla sentenza 157/2026 della Corte costituzionale, che rende obbligatoria la difesa tecnica nella convalida e nella proroga del TSO. La Corte richiama anche la proposta di legge di iniziativa popolare dell’associazione, che prevedeva già questa garanzia. È una svolta giuridica, e il dossier la accoglie.
In Italia, quando si parla di coercizione psichiatrica, il nome di Giorgio Antonucci torna spesso. Il dossier non lo cita, ma i temi sono quelli che lui ha segnato: la diagnosi che diventa identità (“Non ero più io, ero la mia diagnosi”), il rifiuto delle cure letto come sintomo, il “manicomio chimico” che ricostruisce fuori dalle mura ciò che la legge 180 aveva abbattuto. A Imola, negli anni Settanta, Antonucci slegò le donne del reparto più duro e restituì gli abiti civili, e anche la pensione: gesti concreti, prima che teorici, che rimettevano le persone nella condizione di cittadini. Più tardi, nel Reparto Autogestito, scrisse nelle cartelle cliniche che gli ex degenti erano in buona salute psicofisica.
Molti sostengono che Antonucci sia il passato. Non senza ragioni: è morto nel 2017, la sua critica radicale alla psichiatria in quanto tale non è la linea di chi oggi cerca riforme, e le battaglie si combattono ormai su terreni giuridici come udienze, difensori e garanzie. Il dossier segue proprio questa strada, con riferimenti a Costituzione, CEDU, ONU e CPT, e non chiede di abolire la psichiatria.
Ma le testimonianze raccontano scene che sembrano uscite da quell’epoca: persone legate al letto per giorni, ricoveri “volontari” imposti sotto minaccia di TSO, terapie depot dopo aver detto di no. Chi scrive non parla di storia. Anche l’associazione è nata nel 2018, un anno dopo la morte di Antonucci, e porta avanti il suo lavoro con strumenti diversi.
Forse la domanda non è se Antonucci sia il passato, ma se i problemi che denunciava lo siano. Il dossier suggerisce di no.
Dietro “Il Diritto Fragile” c’è un lavoro che si vede poco: quello di chi ha raccolto le testimonianze. Ascoltare, trascrivere, verificare con le persone che cosa si può raccontare e come, e metterle in ordine senza trasformarle in numeri è un lavoro lento. Il dossier non pretende che ogni storia sia una violazione di legge. Chiede di essere letto come si leggono le voci di chi c’era, e di prenderle sul serio prima di giudicarle. Ma il dossier può servire anche a chi legge, e non solo a chi decide. Chi ha subito un TSO, una contenzione o una misura imposta spesso lo vive da solo, senza parole per raccontarlo e senza sapere a chi rivolgersi. Trovare nelle testimonianze una scena simile alla propria dice una cosa importante: non è successo solo a te. Da lì può nascere qualcosa che somiglia al mutuo aiuto: riconoscersi, scoprire cosa hanno fatto gli altri, a chi si sono rivolti, quali garanzie hanno potuto far valere. Un dossier non è un gruppo, e le storie non sono consulenza legale: ogni situazione ha i suoi tratti e va valutata con un avvocato o con un servizio di tutela. Ma può essere la porta d’ingresso a incontri, sportelli o gruppi di confronto tra pari, che è un modo concreto di mettere in pratica il tema dell’OMS di quest’anno, le esperienze vissute ascoltate. Così le stesse voci lavorano su due piani: portate in alto, dove si decide, e restituite a chi si trova nella stessa situazione.
Il metodo antonucciano partiva dall’ascolto della persona, non dalla diagnosi. Il dossier fa lo stesso con strumenti diversi: raccoglie voci e le porta nei luoghi dove si decide, dai tribunali alla Corte costituzionale. Si può dire che Antonucci appartenga al passato. Ma finché le persone raccontano di essere state legate a un letto, ricoverate sotto minaccia di TSO o ridotte alla propria diagnosi, e finché qualcuno si prende la briga di scriverlo e di farlo leggere, il passato non è ancora passato.
Pubblicato il 10 October, 2026
Categoria: Notizie
T.S.O. con assistenza legale: verso la democratizzazione – Eugen Galasso
Credo che sia un passo significativo, quello ottenuto da “Diritti alla follia“, pur se per nulla “decisivo”: la possibilita’ di essere assistiti da un avvocato (sia pure in genere d’uffico, se consideriamo la situazione finanziaria della maggior parte di coloro che in genere vengono sottoposti al TSO), rappresenta un indubbio passo avanti nella democratizzazione, certo relativa, di un ordinamento di natura antidemocratica quale è e rimane il TSO, sottoposto all’arbitrio di troppe persone, senza mai considerare la volonta’ di chi al suddetto TSO viene sottoposto/a.
In ogni caso, l’assistenza di un “legale” relativizza tale situazione arbitraria, di per sé insita al TSO, quantomeno complicandola, il che, se non e’ “molto”, è pero’ decisamente di più rispetto alla condizione precedente, che era di arbitrio. Eugen Galasso
Comunicato stampa Corte Costituzionale: https://www.cortecostituzionale.it/comunicati-stampa
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Pubblicato il 3 October, 2026
Categoria: Notizie
TSO, la Consulta introduce la difesa tecnica obbligatoria: la sentenza accoglie un punto centrale della proposta di riforma di Diritti alla Follia
Chi viene ricoverato contro la propria volontà con un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) dovrà essere assistito da un avvocato. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 157, depositata oggi.
Quando arriva l’ordinanza del sindaco che dispone il TSO, la persona deve essere avvisata che può scegliere un avvocato di fiducia. Se non lo sceglie, ne riceve uno d’ufficio, nominato dal giudice tutelare, cioè il giudice che controlla il ricovero. L’avvocato può essere presente quando il giudice ascolta la persona e riceve anche la decisione finale. Le stesse regole valgono se il TSO viene prorogato.
La Corte ha spiegato perché l’avvocato deve essere obbligatorio e non solo possibile: per nominarne uno serve lucidità, e servono anche contatti e sostegno familiare e sociale. Chi è in una situazione di vulnerabilità rischierebbe di restare senza difesa proprio nel momento in cui subisce una limitazione della libertà.
La sentenza completa un percorso iniziato nel 2025, quando la Consulta aveva stabilito che la persona deve ricevere il provvedimento ed essere ascoltata dal giudice.
La difesa tecnica obbligatoria è un punto centrale della proposta di legge di iniziativa popolare di Diritti alla Follia, depositata in Cassazione nel novembre 2024. L’associazione lavora sul tema dal 2017 e già nel 2021 aveva elaborato una proposta di riforma degli articoli 33, 34 e 35 della legge 833/1978, quella che regola il TSO.
La sentenza ne dà atto: tra le opinioni scritte ammesse dalla Corte con decreto del 5 maggio 2026 c’è quella dell’associazione Diritti alla Follia, che illustra la proposta. La Corte ne definisce i contenuti in parte analoghi alla questione decisa.
Il Centro di Relazioni Umane sostiene la proposta da tempo, e la sua presidente fa parte del direttivo di Diritti alla Follia.
“Per quasi mezzo secolo migliaia di persone sono state sottoposte a un trattamento coattivo senza un avvocato al loro fianco, senza che fosse loro riconosciuto un diritto che la Costituzione tutela per chiunque. La sentenza di oggi chiude una lacuna storica: ora il lavoro deve continuare, perché a questa garanzia seguano le altre.”
Maria Rosaria D’Oronzo, presidente del Centro di Relazioni Umane
La sentenza cambia la procedura, ma non il TSO nel suo insieme: la Corte stessa ricorda che le scelte più ampie spettano al legislatore. La proposta di Diritti alla Follia va oltre e prevede, tra l’altro:
- il TSO solo in caso di comprovato stato di necessità;
- il controllo del giudice tutelare prima del trattamento, con procedura urgentissima;
- la difesa legale gratuita per tutti;
- il divieto di contenzione;
- la videosorveglianza in ogni reparto psichiatrico.
La raccolta firme
La proposta non ha raggiunto le 50 mila firme necessarie per arrivare in Parlamento e la raccolta è al momento sospesa.
sentenza 157/2026 Corte Costituzionale: https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/10/mpdf-10.pdf
Pubblicato il 2 October, 2026
Categoria: Notizie
