Archive for novembre, 2011

S.P.Q.R. “Sono pazzi questi romantici?” Ovviamente no! – Conferenza-Dibattito


S.P.Q.R. «Sono “pazzi” questi romantici»?
Ovviamente NO!

Un movimento culturale “strano” frainteso, sul quale le accuse di “trasgressione” e “pazzia” sono piovute e tuttore cadono, quasi fossero manganelli per il fraintentidmento.

Un ulteriore contributo per smontare le menzogne della macchina di potere psichiatrico.


Presenta Maria D’Oronzo

relatore Eugen Galasso




Vedi anche
LA MORTE DI SCHUMANN- racconto di Giorgio Antonucci

Pubblicato il 28 novembre, 2011
Categoria: Notizie

Intervista a Giorgio Antonucci – Antipsichiatria – Clarissa Brigidi – IV Parte


La solitudine della persona internata in manicomio è senza paragoni. “Non è solo celle, spioncini e cortili. E nemmeno soltanto psicofarmaci e elettroshock. È’ invece isolamento assoluto di chi, al contrario di tutti gli altri internati di carcere o di lager, è considerato, sia pure arbitrariamente, senza pensiero, o, che è lo stesso, privo di un pensiero razionale o, come si dice, con un pensiero malato”. Giorgio Antonucci

“Fatto sta che all’ospedale di Imola, ci sono dei reparti chiusi dove i ricoverati girano in tondo con tranquilla disperazione e dei reparti aperti (una minoranza) dove uomini e donne che sono stati legati a letti per anni e considerati irrecuperabili ora girano pacifici, liberi di entrare e uscire. Hanno smesso di essere violenti e irresponsabili nel momento in cui si è smesso di trattarli con violenza, come degli irresponsabili”. Dacia Maraini, Paese sera,6/7/1980

C. B.: La popolazione di Imola, invece, come ha reagito?
G. A.: Molti cittadini di Imola non furono d’accordo con quello che stavo facendo nel manicomio della loro città. Via, via, si sono abituati perché videro che, anche se le persone andavano in giro fuori dal manicomio, nelle loro vite non cambiava assolutamente niente. La mia intenzione, però, era anche quella di portare la popolazione esterna all’interno del manicomio. Per questo ho fatto molta fatica, tanto che ho organizzato a volte concerti con pianisti, violoncellisti, violinisti, e chiamai perfino Baccini, un cantante italiano. Volevo attirare le persone di Imola e facevo queste iniziative in reparto per tutta la città. Ma era certamente più facile lasciare uscire le persone fuori dal manicomio che vedere le persone della città venire dentro il reparto. All’autogestito “Lolli”, sempre ad Imola, venne addirittura un corpo di danza del Giappone che stava facendo spettacoli in Europa, ma in Italia fece l’unica data all’autogestito. Io cercavo di stare il più possibile in contatto con artisti per trovare sempre nuove occasioni da portare all’interno del manicomio perché mi interessava che gli internati avessero la vita che avevano tutti gli altri. Per esempio, andare con loro dal Papa significava che le persone rifiutate da tutti venivano ricevute perfino dal Pontefice che non riceve proprio chiunque. Oppure andare al Parlamento Europeo significava esprimere il fatto che gli internati sono cittadini, con i loro diritti civili e politici. Tutti i viaggi che abbiamo fatto sono stati un modo per restituire alla vita civile persone per le quali qualcuno aveva deciso che alla vita civile non avrebbero partecipato mai più.( Foto di Massimo Golfieri dei reparti di Giorgio Antonucci)
C. B.: Lei sostiene che la malattia mentale non esiste in quanto non si tratta di una malattia fisica e perciò distingue le malattie organiche dai problemi psicologici. Vuole aggiungere qualcosa a questo proposito.
G. A.: Potrei dire una cosa molto semplice, di cui parla anche Szasz, e cioè che il concetto medico di malattia ha un contenuto preciso. Per esempio, supponiamo che tu vada da un medico e dica di avere il diabete. Da un altro medico affermerai invece di non avere il diabete. Cosa succede? Vengono fatti degli esami che serviranno a diagnosticare o meno il tuo diabete e cioè attraverso questi esami risulterà, in maniera oggettiva, se tu sarai affetta o meno da questa patologia. Qualunque malattia, che sia del fegato o del cervello, ha dei riferimenti oggettivi. Se un individuo ha il morbo di Alzheimer attraverso l’esame delle cellule cerebrali, si vede che queste stanno degenerando. Una malattia ha un riferimento biologico preciso: nel caso della psichiatria si tratta di interpretazioni di comportamenti. Comportarsi “bene” o “male” non è un problema medico, ma un problema etico: dire che una persona che si comporta bene è sana e che quella che si comporta male è malata non ha senso. Il cervello, essendo un organo, può ammalarsi: è la neurologia a occuparsi di queste patologie e non la psichiatria. Szasz dice che una indagine scientifica o una teoria scientifica non può rivolgersi su entità non materiali come amore o odio, angelo e diavolo, spirito e mente. Questo non significa affermare che queste cose non esistono. Esistono ma non fanno parte del mondo materiale, dello studio dei fatti e quindi della scienza. Eppure eminenti medici, scienziati, pubblicazioni prestigiose, quando si riferiscono al concetto di malattia, di regola ignorano, trascurano, e oscurano il fatto che usiamo il concetto di malattia sia come termine scientifico neutro, senza implicazioni di valore per descrivere e spiegare aspetti del mondo materiale, sia come termine etico, carico di valore, per identificare, scusare, condannare e giustificare aspirazioni, leggi e usanze umane, non materiali. Il fatto che l’omosessuale, il suicida, lo stupratore siano considerati malati non è affatto considerare le cose da un punto di vista scientifico. Non c’è nessun motivo per  considerare sani comportamenti buoni e malati comportamenti cattivi. Qui si entra nel campo dell’etica secondo la quale certe azioni sono accettabili e altre meno: siamo, però, su un altro piano da quello medico. Quando mi occupo di problemi psicologici non uso i termini di malattia e di cura, perché seguo un altro percorso; si ascolta una persona che racconta le vicende della propria vita e chiede un aiuto, un consiglio, o che semplicemente ha bisogno di raccontare tali vicende, perché il fatto stesso di comunicarle è un sollievo, un uscire dalla solitudine.
C. B: Lei ha lavorato tanto con le donne. Mi può dire se effettivamente le donne internate sono le testimoni “privilegiate” di come la psichiatria sia essenzialmente una pratica di conservazione dei costumi etici predominanti?
G. A.: Da un punto di vista storico si può fare riferimento alle vicende narrate da Freud sul suo maestro Charcot, che era il neurologo più famoso dell’epoca e dirigeva la Salpêtrière con cinquemila donne ricoverate. A lezione Charcot mostrava queste donne ai suoi studenti e affermava che erano state internate perché avevano delle lesioni nervose. Però lo stesso Charcot, con i suoi studenti preferiti, tra i quali c’era anche Freud, si incontrava fuori dall’università per continuare a discutere e a dialogare e in uno di questi incontri affermò che, secondo lui, il problema di quelle donne era legato alla questione sessuale. Egli disse che la maggior parte di donne internate erano vittime dei pregiudizi sessuali: Freud in seguito ha fondato la psicanalisi su questo discorso e ad un certo punto, arrivò ad affermare esplicitamente che aveva smesso di fare il neurologo quando si occupava di problemi psicologici, ed aveva incominciato a fare il biografo. Nel 1858, il patologo tedesco Rudolf Virchow pubblicò la sua tesi intorno alla patologia cellulare basata sull’istologia fisiologica e patologica. Da allora, la lesione nel corpo, identificabile oggettivamente con l’osservazione o la misurazione anatomica, fisiologica o di natura fisiochimica, fu la misura scientifica standard. La medicina stabilisce se un individuo abbia o meno una lesione e se questa provoca nell’organismo degli squilibri fisici. La psichiatria, al contrario, non trova delle lesioni in un organismo, ma tratta dei comportamenti non accettati moralmente come se fossero delle patologie. Ma è evidente, per esempio, che l’omosessualità non ha nulla a che vedere con la malattia: è una scelta che fino a non troppo tempo fa (e forse da alcuni ancora oggi) non veniva accettata; era moralmente sbagliato avere gusti sessuali differenti da ciò che stabiliva la norma sociale dominante. Nella società vittoriana, per esempio, faceva comodo scomunicare le donne che provavano piacere perché era la coppia procreatrice a rappresentare il modello dell’unica sessualità possibile. Per concludere, una studiosa di Roma fece tempo fa uno studio che rivelò che le donne sono vittime della psichiatria prevalentemente per problemi sessuali e gli uomini per problemi di lavoro.

I Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2008/08/05/intervista-a-giorgio-antonucci-su-lantipsichiatria-tesi-di-laurea-di-clarissa-brigidi-in-filosofia-della-storia/

II Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iiparte/

III Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iii-parte/

Pubblicato il 28 novembre, 2011
Categoria: Testi

Intervista a Giorgio Antonucci – Antipsichiatria – Clarissa Brigidi – III Parte


La solitudine della persona internata in manicomio è senza paragoni. “Non è solo celle, spioncini e cortili. E nemmeno soltanto psicofarmaci e elettroshock. È’ invece isolamento assoluto di chi, al contrario di tutti gli altri internati di carcere o di lager, è considerato, sia pure arbitrariamente, senza pensiero, o, che è lo stesso, privo di un pensiero razionale o, come si dice, con un pensiero malato”. Giorgio Antonucci

“Fatto sta che all’ospedale di Imola, ci sono dei reparti chiusi dove i ricoverati girano in tondo con tranquilla disperazione e dei reparti aperti (una minoranza) dove uomini e donne che sono stati legati a letti per anni e considerati irrecuperabili ora girano pacifici, liberi di entrare e uscire. Hanno smesso di essere violenti e irresponsabili nel momento in cui si è smesso di trattarli con violenza, come degli irresponsabili”.
Dacia Maraini, Paese sera,6/7/1980

C. B.: So che Dacia Maraini è intervenuta più volte su “La Stampa” per parlare del tuo lavoro di liberazione, assistendo a feste e concerti che avevi organizzato nei reparti. Mi può parlare di quel periodo?
G.A.: Siamo nel 1978, periodo in cui, con la nuova legge, ci doveva essere una ristrutturazione dell’intera istituzione manicomiale. Cotti avrebbe dovuto farmi primario in modo che non dipendessi più da medici che non mi accettavano. Invece questo non successe ed io rischiavo di essere affiancato ad uno di quei medici tradizionali e di dover rincominciare da capo tutto il lavoro che avevo fatto fino a quel momento. Un mio amico, Piero Colacicchi, che era a conoscenza di questa situazione ne parlò con Dacia Maraini che venne a vedere i miei reparti. Prima mi fece un’intervista in cui io descrivevo come erano i miei reparti con le persone libere, che si vestivano a loro piacimento, che assistevano ai concerti, che uscivano per andare all’autodromo, a teatro, al bar confrontandoli con gli altri in cui le persone erano ancora rinchiuse. Dopo questo articolo i sindacati mi accusarono di dire il falso perché, secondo loro, anche le persone degli altri reparti stavano bene ed erano liberi. Allora io mi misi di nuovo in contatto con Dacia Maraini che ritornò a Imola e scrisse un altro articolo in cui riconfermava tutto quello che aveva visto la prima volta. Il giorno in cui lei venne all’Osservanza c’era anche l’orchestra dei giovani dell’Aquila: le ricoverate, vestite di tutto punto, ballavano mentre l’orchestra suonava Mozart; uscivano, entravano, scherzavano. Dacia Maraini volle vedere gli altri reparti. Dovettero aprire le porte con le chiavi; entrarono: c’erano persone tristi, in camice. Così pubblicò altri articoli, raccontando quello che aveva visto con i propri occhi. I sindacati si trovarono completamente spiazzati, perché di lei non potevano certo dire che lo faceva per protagonismo. In seguito, ogni volta che mi accadeva qualcosa di particolare, Dacia Maraini se ne occupò sempre. Per fare una sintesi: siamo partiti dalla camicia di forza e siamo arrivati al Parlamento Europeo, dove le persone ex internate sono state ricevute per discutere dei loro diritti con una commissione del parlamento, in collegamento con Eugenio Melandri, allora parlamentare europeo di rifondazione comunista e con Pannella. Un altro discorso interessante è quello della visita a Giovanni Paolo II. Davanti al manicomio c’è una chiesetta dei francescani e alcune delle donne del reparto 14 o di altri reparti andavano a messa lì oppure a fare una visita in chiesa poiché erano religiose. Una volta trovai il frate francescano che le stava buttando fuori e io gli domandai che cosa stava succedendo: lui mi rispose che non voleva quelle donne in chiesa; io gli ribattei che quelle donne avevano il diritto di andare lì a pregare come tutti gli altri, inoltre di ricordarsi, dal momento che era un francescano, che S. Francesco baciava sulle labbra i lebbrosi. Tornai a casa molto arrabbiato e parlai con mia moglie di questa cosa: lei mi ricordò che avevo aiutato un diplomatico del Vaticano, che sta qui a Firenze, che aveva paura di prendere l’aereo e si era rivolto a me. Allora gli telefonai e gli dissi che avevo intenzione di portare le persone religiose dei miei reparti dal Papa. Egli mi disse che prima di decidere, voleva incontrare queste persone per parlare con loro; così decidemmo di andare a pranzo fuori con le mie ex ricoverate. Egli rimase entusiasta e ne parlò in Vaticano. Così ci decidemmo a partecipare ad un incontro con il Papa, ci sedemmo in prima fila e Giovanni Paolo II parlò volentieri sia con le mie ex ricoverate che con me. Infine facemmo delle fotografie che mandai al frate.
C. B.: Come ha reagito la popolazione internata a questa azione di eliminazione della contenzione e della coercizione?
G. A.: All’inizio non capirono bene cosa stesse succedendo e questo era logico perché io stavo portando avanti un cambiamento mai visto prima, inoltre erano molto spaventate. Vivere in un’istituzione psichiatrica significa avere continuamente paura perché gli psichiatri usano terrorizzare continuamente i propri pazienti. In manicomio le persone che ho visto avevano sempre paura: all’inizio la ebbero anche di me, anche se con il tempo riuscii a conquistare la loro fiducia. Appena cominciai il mio lavoro le internate avevano molta paura ed esitavano spesso a farsi slegare. Spesso alcuni individui del personale mi dicevano che certi ricoverati stavano legati perché lo volevano. Io risposi che ormai potevano “volerlo”, mentre per anni interi la loro volontà non era stata neppure considerata. Trovandosi slegati all’improvviso, avevano paura di fare qualcosa per cui avrebbero potuto essere perseguitati, picchiati e legati di nuovo, quindi preferivano stare legati. Tuttavia la situazione andava affrontata. Per esempio, nel reparto 14 (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/05/15/teresa-b-dentro-fuori-roberta-giacometti/) c’era una donna che non voleva essere slegata, così io non la slegai subito. Ho passato accanto a lei ore e ore. Le dicevo: “Io sono qui perché Lei deve essere liberata. Ci vorrà tempo, dovrà convincersi; Io sono un medico e non un carceriere e non posso ammettere che Lei stia in questa condizione. Però aspetto, perché Lei ha diritto di esprimere quello che sente e le paure che comporta il ritornare ad essere una persona libera”. Via, via, ci siamo messi d’accordo. Lei ha cominciato a camminare nel giardino e le sue condizioni fisiche spaventose sono lentamente guarite quando è passata dalla condizione di donna legata continuamente a quella di una donna libera che può camminare, parlare, vestirsi, uscire, e così via. Il lavoro che io ho fatto contro il manicomio è stato quello di partire dalla “camera di tortura” e di arrivare alla residenza. Questo sempre nel rispetto delle scelte degli internati e delle loro necessità: non ho mai obbligato nessuno ad uscire se non ne aveva voglia o se non se la sentiva. Anche quando si facevano i viaggi, come ho detto prima, in varie città europee come Venezia, Firenze, Milano, Parigi, Vienna, Strasburgo, venivano soltanto quelli che volevano, quelli che l’avevano scelto individualmente. Dall’ambiente in cui non si è nessuno e non si può scegliere niente si è passati all’ambiente in cui si è considerati una persona che può scegliere senza troppe interferenze altrui. Si è trattato di un capovolgimento completo. Le camere delle internate vennero per esempio abbellite a loro piacimento. Alcune persone trovarono invece sistemazioni esterne al manicomio, si trasferirono in appartamenti. Per esempio, c’erano alcune persone che avevano un rapporto affettivo o amoroso tra di loro che, con l’aiuto del Comune, trovarono degli appartamenti e si sistemarono in essi. Altri tornarono dalle famiglie; chi, invece, rimaneva lì non aveva nessuno fuori, ma viveva in manicomio come in una residenza con i propri oggetti, con le proprie abitudini, con il proprio modo di vestire. Ognuno viveva secondo le proprie scelte.

IV Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iv-parte/

I Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2008/08/05/intervista-a-giorgio-antonucci-su-lantipsichiatria-tesi-di-laurea-di-clarissa-brigidi-in-filosofia-della-storia/

II Parte dell’inervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iiparte/

Pubblicato il 28 novembre, 2011
Categoria: Testi

Intervista a Giorgio Antonucci – Antipsichiatria – Clarissa Brigidi – II Parte


“La solitudine della persona internata in manicomio è senza paragoni. Non è solo celle, spioncini e cortili. E nemmeno soltanto psicofarmaci e elettroshock. È’ invece isolamento assoluto di chi, al contrario di tutti gli altri internati di carcere o di lager, è considerato, sia pure arbitrariamente, senza pensiero, o, che è lo stesso, privo di un pensiero razionale o, come si dice, con un pensiero malato”. Giorgio Antonucci

“Fatto sta che all’ospedale di Imola, ci sono dei reparti chiusi dove i ricoverati girano in tondo con tranquilla disperazione e dei reparti aperti (una minoranza) dove uomini e donne che sono stati legati a letti per anni e considerati irrecuperabili ora girano pacifici, liberi di entrare e uscire. Hanno smesso di essere violenti e irresponsabili nel momento in cui si è smesso di trattarli con violenza, come degli irresponsabili”.
Dacia Maraini, Paese sera,6/7/1980

C. B.: Mi può parlare dell’esperienza che ha fatto a Imola soprattutto per quanto riguarda la liberazione degli internati  e la pratica di autogestione all’interno dei reparti psichiatrici?
G. A.: Io sono arrivato a Imola, come ho già detto, su richiesta di Edelweiss Cotti a cui era stata assegnata la direzione dell’ospedale psichiatrico Osservanza di Imola, il quale riceveva tutti i ricoveri della Romagna. Quando Cotti mi chiamò, io andai a visitare il manicomio e tutti i suoi reparti e mi colpì specialmente il reparto detto delle agitate donne, di fronte a quello degli agitati uomini. Cotti era il direttore del manicomio e a livello teorico aveva delle grandi qualità nella critica alla psichiatria visto che aveva letto anche Thomas Szasz, però nella pratica non riusciva sempre a entrare in rapporto con le persone. In quel periodo si ritrovava direttore di un manicomio di milletrecento persone circa, ma nel quale lavoravano quindici medici tutti tradizionalisti. Allora mi chiamò; da una parte, ero appoggiato da Cotti ma, dall’altra parte, mi trovai contro tutti i medici e tutti gli infermieri che sapevano che ero arrivato per cambiare le cose. Io decisi di fare un’azione che poteva sembrare troppo incauta, perché scelsi di lavorare nel reparto che gli altri medici consideravano il più pericoloso, il più difficile, il più pesante: il reparto 14-donne detto delle “agitate”. Questo per dimostrare, una volta che avessi finito di liberare le persone, che se ero riuscito a farlo nel reparto più pericoloso, tanto più si poteva operare allo stesso modo con le altre. Scelsi di partire dal più difficile per ottenere un effetto sul resto dei  medici; così, in riunione, chiesi agli psichiatri di dirmi qual’era per loro il reparto più problematico e tutti mi risposero il 14. É molto difficile da descrivere l’angoscia che provai addentrandomi in questo reparto: si entrava da una porta di ferro, poi, ti ritrovavi in un corridoio con delle porte molto spesse di legno e con lo spioncino e da dentro le stanze si sentivano le urla delle internate che erano tutte legate al letto. Le persone erano quindi chiuse in cella e legate ai letti; ce n’erano anche alcune legate agli alberi, fuori nel cortile. Si sentivano urla dappertutto, le infermiere giravano con grossi mazzi di chiavi perché ovunque c’erano porte e barriere; c’erano addirittura gli allarmi da azionare in caso di pericolo per richiamare rinforzi. Era una situazione da campo di concentramento nel senso più stretto della parola e non so ancora come queste persone abbiano fatto a sopravvivere in quelle condizioni. C’erano quarantaquattro donne legate ai letti, chiuse nelle rispettive  celle e con quattro o più farmaci addosso: tutte erano ridotte male dal punto di vista fisico perché l’immobilità sommata agli psicofarmaci è nociva. Alcune di queste donne avevano addirittura la maschera di plastica o di cuoio:era una cosa orrenda. Dal punto di vista fisico le loro condizioni erano preoccupanti; io, infatti non stavo affrontando un problema soltanto di liberazione dall’internamento psichiatrico, ma anche il problema difficile della difesa della salute perché le donne erano tutte in condizioni drammatiche. Presentavano disturbi cardiaci, crisi epilettiche, muscoli atrofizzati così io ho dovuto fare il medico nel vero senso della parola perché le loro condizioni fisiche erano tragiche. Ci tengo a dire questo perché a volte se ne dimenticano che, accanto alla mia opera di liberazione, io ho fatto veramente il medico come persona che si occupa dei danni e dei disturbi del corpo, delle malattie provocate dall’immobilità e dall’intossicazione. Per cui ho dovuto lavorare tantissimo, non solo per liberarle, ma anche per rimetterle in salute. Se, dopo essere state liberate, sono andate a Vienna, al carnevale di Venezia, al Parlamento Europeo, in udienza da Giovanni Paolo II, è segno che anche dal punto di vista medico ho fatto un buon lavoro perché all’inizio, quando le ho trovate, non erano in grado  neanche di camminare per cento metri: non si reggevano in piedi. Per fare quest’opera di liberazione, ho cominciato a slegarle una per volta e sono stato un mese in reparto, notte e giorno, senza andarmene, con qualche momento di riposo passato sempre in reparto. Dovevo far capire a queste  persone quello che stavo facendo, perché  le internate avevano paura che io le slegassi per poi rilegarle in futuro come erano abituate dagli psichiatri. Io, invece, dovevo dimostrare alle internate che le avrei slegate definitivamente; d’altra parte si trattava di un processo lungo e difficile perché queste donne avevano il terrore di qualsiasi cosa. Mi trovavo in una situazione di grande diffidenza non solo da parte delle internate, ma anche da parte di tutto il personale. Fortunatamente trovai delle infermiere che mi avevano capito e che cominciarono ad aiutarmi; d’altra parte il personale era diviso tra chi mi voleva seguire e chi mi ostacolava. Era un pandemonio insomma. All’inizio del mio lavoro, nel reparto, c’erano le persone ricoverate che dovevano piano, piano, capire quello che stava succedendo, oltre al personale medico che stentava a collaborare. In più gli altri medici, appena mi allontanavo da Imola, scavalcavano il mio lavoro riportando la situazione a come era prima che io arrivassi. Ho sempre cercato di fare direttamente le cose in modo che le infermiere non dicessero che davo ordini difficili e mi prendevo personalmente tutte le responsabilità. Slegavo la persona con le mie mani, stavo lì, attento a eventuali conseguenze pericolose. E a volte lo erano perché una persona che è stata legata per tanto tempo, dopo, come minimo è arrabbiata. Dovevo stare lì anche di notte perché la notte è un periodo critico. Per esempio se una persona passava una notte inquieta e si ricordava che prima la rinchiudevano o la legavano, io stavo accanto a lei tutta la notte. Dopo un mese, quando le ebbi slegate tutte, presi tutti i mezzi di contenzione, li misi in un sacco e lo consegnai a Cotti, il direttore, accompagnato da un biglietto ironico che diceva: «Questi strumenti di tortura devono uscire da un reparto ospedaliero». Perché consegnarli? Perché fino a che si tengono lì, anche se non si usano, hanno ancora una potenzialità terroristica. Io sono stato sempre disponibile a discutere con le infermiere e le aiutavo in tutte le difficoltà in cui si trovavano, ma non ero certamente disponibile a discutere con loro se si dovevano slegare le persone o meno. Come quando decisi che le inferriate andavano tolte  perché questo posto doveva diventare una residenza e non doveva più essere un carcere. Alcune infermiere capirono per fortuna che stava succedendo qualcosa che avrebbe migliorato non soltanto la condizione delle ricoverate, ma anche la loro: avrebbero smesso di fare le carceriere e incominciato a fare un lavoro diverso, di comunicazione umana. Gradualmente le condizioni delle internate migliorarono: iniziarono di nuovo a camminare, a uscire in giardino, a mangiare regolarmente. Prima che arrivassi io, quando non volevano mangiare, le costringevano a farlo con la sonda: era un metodo basato sulla forza. C’era anche un altro metodo allucinante detto “della strozzina”: quando un’infermiera aveva paura che una persona l’aggredisse, un’altra infermiera prendeva la persona in questione alle spalle, le metteva attorno al collo un panno bagnato e lo strizzava finché la persona cadeva in terra. Io tolsi ogni mezzo di coercizione come ogni intervento autoritario. Ho un aneddoto da raccontare per dimostrare questo. Una volta dovevo venire a Firenze e avevo l’intenzione di partire verso le tre del pomeriggio, ma una persona del reparto 14 si mise a sedere nella mia macchina e non se ne voleva andare. Le infermiere dissero che l’avrebbero presa con la forza  per  toglierla dalla macchina. Io mi opposi e partì alla sera tardi quando si alzò: questo per dimostrare che io, degli interventi autoritari, non ne volevo sapere. Piano, piano, era diminuita la violenza; prima il personale picchiava continuamente le persone e naturalmente, nei reparti psichiatrici, anche in quelli dove ho lavorato io, le violenze contro le giovani donne erano una cosa all’ordine del giorno. Dove ci sono le persone che non contano nulla, quelli che sono stati designati dalla società per controllarli, ne abusano in tutti i modi. Cotti, vedendo il risultato della liberazione, mi chiese di prendere un altro reparto. Dopo il reparto 14, passai al 10 donne dove trovai una situazione molto simile e perciò procedetti come per il 14. Poi andai al 17 uomini e anche lì feci lo stesso lavoro. In seguito, la direzione dei due manicomi di Imola diventò unica e io fui chiamato nell’altro manicomio, il Lolli, dove arrivavano le persone da Bologna. Lì un po’ di lavoro era stato fatto da un medico basagliano che mi aveva preceduto e, dal momento che lui aveva stabilito assemblee con gli infermieri, il reparto si chiamava Reparto autogestito. Io cercai anche qui di trasformare il reparto in una residenza, in cui le persone avevano la chiave delle proprie camere e potevano uscire quando lo ritenevano opportuno. Per esempio, uno di loro, il pittore (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2010/07/02/490/), la sera andava a Bologna per divertirsi nei locali notturni. Io gli dicevo soltanto che, se gli succedeva qualcosa, doveva avvisare così potevamo essergli vicino. Vorrei aggiungere una cosa molto importante: io non mi sono mai occupato del pensiero degli internati e cioè non mi interessava se qualcuno pensava delle cose “sbagliate” su di sé. Io non mi sono occupato di modificare il loro pensiero perché questa cosa  è una violenza e non mi sono mai permesso di far cambiare le idee a qualcuno. Io mi sono occupato di rendere loro liberi e quindi anche liberi di pensare ciò che vogliono. Anche ora, quando mi occupo di evitare gli internamenti alle persone, non discuto con loro perché cambino il loro pensiero. Piuttosto ci parlo di problemi pratici relativi anche alla nostra differenza nel modo di affrontarli. Il nocciolo della psichiatria è, invece, modificare il pensiero degli altri con la forza. La libertà di pensiero non significa pensare certe cose e altre no; anche nella storia della filosofia ci troviamo davanti ad un orizzonte di idee differenti una dall’altra e spesso contrastanti. Per me il problema  è cominciato non come psichiatra o antipsichiatra, ma dall’idea semplice che una persona ha diritto di pensare quello che vuole senza che nessuno interferisca. Certamente si può discutere: per esempio, se uno mi dice che si sente Carlo Magno io gli posso controbattere che ho studiato la storia e che Carlo Magno è vissuto in un’altra epoca; allora lui mi potrà ribadire che è una sua reincarnazione e così via. Però, costringere una persona ad aderire a quello che io ritengo vero è una forma di tirannide. Su questo mi trovo d’accordo con Thomas Szasz che mi ha dato anche un premio (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2009/09/06/thomas-szasz-award/) in cui c’è scritto: « I problemi sociali scambiati per problemi psichiatrici offrono illimitate possibilità di tirannide». Nel  premio che mi è stato dato, in particolare, c’è scritto: «Per gli eccezionali contributi alla lotta contro lo stato terapeutico». Che cos’è lo stato terapeutico? È quel tipo di Stato che, attraverso la medicina, vuole controllare il pensiero delle persone.

I Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2008/08/05/intervista-a-giorgio-antonucci-su-lantipsichiatria-tesi-di-laurea-di-clarissa-brigidi-in-filosofia-della-storia/

III Parte dell’intervista http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/28/intervista-a-giorgio-antonucci-antipsichiatria-clarissa-brigidi-iii-parte/

Pubblicato il 28 novembre, 2011
Categoria: Notizie

Giuseppe Uva e Stefano Cucchi: responsabilità legate a vicende psichiatriche – Eugen Galasso


Tornano “sotto i riflettori” i casi di Giuseppe Uva (3 anni e mezzo fa circa) e Stefano Cucchi (poco più di due anni fa) presentano vari elementi di affinità: un passato (ma in parte anche qualche traccia nel presente) di tossicodipendenza, la requisizione da parte dei carabinieri, la morte improvvisa:  fermo restando che la verità giudiziaria è ancora da stabilire, che quindi molte ipotesi rimangono aperte, in particolare sui pestaggi cui le due persone, grosso modo anche della stessa età (poco più che quarant’anni), sarebbe state sottoposte, a parte la droga e uno stile di vita che la società e la cultura dominanti condannano (problema del proibizionismo sul tema droga, eventuali responsabilità delle forze dell’ordine, c’è da dire dei medici e delle loro “colpe”: per Uva c’era stato un TSO e qui c’è da ribadire, con Giorgio Antonucci e non solo, che il TSO è una sottrazione ingiustificata di libertà, una sua violazione, che nulla può sostituire; è vero che il TSO è precedente al pestaggio in caserma (a Varese), mentre il romano Cucchi, che pure in precedenza con i reparti pischiatrici aveva avuto a che fare,  è morto nella clinica (o ospedale, le definizioni valgono e neppure troppo, in alcuni casi) del carcere, dunque, foucaultianamente è stato vittima di entrambi i due poteri, carcerario e ospedaliero. Medici, nel caso di Cucchi, che hanno affermato essere l’uomo “incapace di intendere e volere” e anche qui le considerazioni si sprecherebbero. Quindi, fattualmente:   A) responsabilità, per quanto ci riguarda, a livello di privazione di libertà, legate direttamente o meno (ma praticamente sempre, pur se con modalità diverse) al TSO e alle vicende psichiatriche pregresse; B) storie di vita spezzate dalle violenze dei poteri spesso confliggenti, magari senza saperlo, altre volte alleati; C) chi scrive, pur non esercitando attualmente, è ctp (consulente tecnico di parte): ora che molte cose, nei due casi, non siano state chiarite, è fuori di dubbio, pur se non è possibile da esterni, pur se relativamente informati, dire molto di più.   Casi da ristudiare, ma soprattuto vite spezzate, ingiustamente (ogni vita spezzata lo è, ma quando di mezzo ci sono i poteri, la cosa viene ad essere più grave). Persone, più che casi (altro, appunto, è la valutazione giuridica).   Se ne parlerà ancora, prima, durante e dopo i processi, se ci  saranno nuovi rilievi e nove scoperte, ma… per ora temo di aver detto fin troppo, sperando non si tratti di riflessioni troppo scontate, pur se non posso escludere che invece sia propio così…

Eugen Galasso

Pubblicato il 27 novembre, 2011
Categoria: Notizie

Prospettive diverse per il superamento della questione psichiatrica


Negli ultimi tempi, quando la psichiatrizzazione sembra essere un toccasana secondo molti, si riaffaccia il problema degli approcci non-anti-a- psichiatrici (sono contro inutili nominalismo, nella linea antonucciana), che tendono a distinguersi e a separarsi, anche a seconda di orientamenti politici, ideologici, ma anche personali. Qui l’esempio di due proposte diverse, ma convergenti  verso un unico obiettivo, cioè il superamento delle inutili conflittualità. Diversità, si può dire, ma senza contrapposizioni, appunto.
Del resto, un po’ di storia non fa mai male: nell’anno topico 1968 proprio il compianto dott. Edelweiss Cotti, bolognese e il dott. Giorgio Antonucci, fiorentino, costituivano a Cividale del Friuli il “Centro di relazioni umane”(http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2008/12/21/giuseppe-gozzini-esercizi-di-memoria-il-68-visto-dal-basso-sussidio-didattico-per-chi-non-cera-ed-asterios/), quale luogo simbolico-emblematico del superamento del pregiudizio psichiatrico. Un’esperienza, in gran parte, pre-basagliana, comunque più radicale di quella dell’assolutamente importante medico e teorico veneziano. Con una foto (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/16/edelweiss-cotti-e-giorgio-antonucci-a-cividale-del-friuli-foto/) fortemente esplicativa, come sempre le immagini, che vivificano le parole.


(seguono i testi)

Giuseppe Bucalo:
Oggi 17 novembre 2011 viene presentata pubblicamente un’esperienza antipsichiatrica unica che ci vede attivi da 10 anni in Sicilia e che abbiamo deciso di chiamare “Soccorso Viola”.
Esperienza ultima in ordine di tempo di una serie di speriment/azioni che fa del Comitato Iniziativa Antipsichiatrica non solo l’organizzazione antipsichiatrica più longeva del panorama italiano (la data di nascita si perde nel lontano 1986), ma anche quella che ha saputo coniugare la lotta ad ogni forma di abuso psichiatrico con la ricerca di opportunità concrete per fare a meno della psichiatria.
Dall’autogestione collettiva delle esperienze di crisi sociale a Furci Siculo, con l’azzeramento dei TSO, alla Sindrome Associativa esperienza di autogestione delle esperienze allucinatorie; dalla scoperta dell’ “accettazione delle cure” come strategia legale maestra per sottrarsi ai TSO alla costruzione di una rete di accoglienza antipsichiatrica capace di ospitare, rifocillare e sostenere quanti, nella loro ricerca di autonomia e libertà, tentano di sfuggire dalla psichiatria; dalle battaglie per l’abolizione della non punibilità per vizio di mente e il superamento dell’OPG alla creazione di luogo intermedio per sostenere la fuoriuscita delle persone dal circuito psichiatrico-carcerario.
Il “Soccorso Viola” prende atto di questa realtà antipsichiatrica viva e concreta che si confronta con il quotidiano, tenendo insieme nel “viola” le partiche legali che da sempre hanno contraddistinto l’azione di tutela dei diritti e della libertà degli im-pazienti psichiatrici e nel “soccorso” l’urgenza di dare una mano concreta a quanti per fare a meno della psichiatria rischiano di rimanere privi di qualsiasi rete o appoggio sociale e familiare.
Il grande valore di questa esperienza è che mostra che si può fare a meno della psichiatria. Il grande limite che essa si è limitata a sud, in Sicilia. Non ha trovato negli anni nessuno che accettasse la sfida di andare oltre la mera rivendicazione del diritto alla follia e ne replicasse, magari innovandola e in maniera originale, l’esperienza in altre realtà d’Italia.

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Chi scrive è convinto da sempre della bontà e sincerità dell’attività, importante, di Giuseppe Bucalo, che opera nel settore anti-psichiatrico, non-psichiatrico, a-psichiatrico (niente nominalismi, please!). Idem ritiene che chi opera, a vario titolo, in quest’ambito, debba collaborare con le altre realtà – dividersi non ha senso e porta acqua al mulino della reazione, id est della psichiatria, diffranta in realtà diverse ma (queste sì, sempre e appassionatamente) convergenti…  Ciò che forse vorremmo da parte dell’amico e “compagno”(nell’accezione letterale del lemma, cioè chi mangia il pane insieme, senza bisogno di riferimenti cristici, che a me andrebbero anche bene…) Bucalo sarebbe un minimo di ritrosia in più: rivendicare primogeniture va bene, ma, acconsentendo a riconoscere che il dott.Giorgio Antonucci, in anni pericolosi, affrontava processi e reprimende, negando dall’interno l’istituzione manicomiale, per es… Se c’erano Laing, Cooper, Basaglia (già scomparso, però, nell’86 citato), c’era chi, in loco, non lesinava critiche all’istituzione… 

Eugen Galasso

Pubblicato il 26 novembre, 2011
Categoria: Notizie

Edogawa Ranpo e l’ “incomprensibile” – Eugen Galasso


Nell’ambito di recenti riscoperte di autori ignoti o quasi da noi (intendendo: Europa, “Occidente”, non solo Italia) ottima quella di Edogawa Ranpo, pseudonimo di Taro Hirai, giapponese (1894-1965), autore di “noir” e più ancora di racconti e romanzi fantastici, che ora in italiano esce con “L’inferno degli specchi”, Milano, Mondadori, 2011,  racconti, anzi meglio raccolta di essi, di eccelso valore, ispirati da quello che era il mito di Ranpo, Edgar Allan Poe, cui l’autore si rifà anche per lo pseudonimo (attenzione alla fonematica: si legga lentamente il nome con scansione sillabica e si capirà perché – e certo non c’è bisogno di conoscere la lingua giapponese). Ma c’è un tema in questi racconti, che ci sconcerta e interessa: il protagonista dei racconti si chiede, di fronte al’ “orribile non sublime”, all’incomprensibile, se egli sia pazzo? Concezione atavica, inculcata da molte culture (in accezione antropologica, beninteso, non di “cultura alta”), anche orientali. Ma regolarmente l’autore respinge tale affermazione, la nega. In Poe, alcolizzato e “drogato” d’oppio, invece, la questione non si pone neppure.  Il grande americano, in effetti, si chiede (fa chiedere al protagonista dei racconti) se ciò che vede/esperisce sia un’altra realtà oppure prodotto dei fumi dell’alcol e della droga. Ma la risposta, comunque, è sempre la prima, dato che Poe non era un materialista o un meccanicista.

Eugen Galasso


Poesia di Giorgio Antonucci
Se mi ascolti e mi credi” (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2010/11/27/giorgio-antonucci-poesia-se-mi-ascolti/)

Pubblicato il 24 novembre, 2011
Categoria: Notizie

Edelweiss Cotti e Giorgio Antonucci a Cividale del Friuli – Foto

In questa foto si vedono Edelweiss Cotti e Giorgio Antonucci, e altri,  davanti al reparto neurologico di Cividale del Friuli, chiamato – Centro di Relazioni Umane -, nel 1968.

PUBBLICATA SU:  VIE NUOVE, ANNO XXIII, 29 AGOSTO 1968

Approfondimenti:
GIUSEPPE GOZZINI – “Esercizi di memoria – il ‘68 visto dal basso- sussidio didattico per chi non c’era

Pubblicato il 16 novembre, 2011
Categoria: Immagini, Notizie

VI CONGRESSO ENUSP “Il futuro per gli utenti e sopravvissuti della psichiatria – Tributo a GIORGIO ANTONUCCI



Da: “Report del VI congresso del Network Europeo di (ex) Utenti e Sopravvissuti della Psichiatria (ENUSP)” di Salonicco.
28 Settembre – 1 Ottobre, 2010

Determining our own future: “The way forward ford all European user and survivors of psychiatry”

pag 156:
This piece is in recognition of Giorgio Antonucci’s work, who was the first person in Italy to create a self managed asylum psychiatric ward and freed psychiatric prisoners by giving them back their money, their documents and the keys.

“Il testo è il seguente:
“Questo pezzo è un riconoscimento del lavoro svolto da Giorgio Antonucci, la prima persona in Italia  che ha creato un reparto autogestito dentro un manicomio e che ha liberato i prigionieri psichiatrici, restituendo i loro soldi, i loro documenti e le chiavi”.

Un ringraziamento a Erveda Sansi (http://senzapsichiatria.blogspot.com/)

Pubblicato il 9 novembre, 2011
Categoria: Notizie

La questione psichiatrica e mass-media – Eugen Galasso



“Tuttora la prospettiva non-anti o a-psichiatrica è, diciamo così, poco frequentata. Confesso di non aver seguito la cosa, ma giorni fa, da ammalato, avevo visto forse la conclusione di un servizio TV (RAI 1, mi pare) in cui l’ottica psichiatrica era pienamente accettata, anzi data per assolutamente scontata, come se non solo il tertium della logica classica, ma anche il secundum non daretur, non esistesse alternativa, insomma. Si condannava la “damnatio”, ossia lo stigma verso il paziente psichiatrico, ma nessun dubbio veniva avanzato sulla liceità epistemologica dell’esistenza della malattia mentale stessa. Non ho visto se non tre minuti scarsi del servizio stesso, ma nonostante febbre e malessere, ho sufficiente dimestichezza con la decifrazione dei messaggi dei mass-media, TV compresa, per dire che il servizio nella sua integralità non sollevava dubbi sul fatto e la sua interpretazione, anzi, per meglio dire, per opinione (già platonicamente distinta dalla verità) si dà per acquisito il fatto della malattia mentale, interpretando e sur-interpretando… Tutto questo come se la rete ammiraglia non avesse mai trasmesso sceneggiati o fictions su Basaglia, non avesse mai proposto dibattiti in merito… Come nelle società totalitarie, cioè in quelle dove Stato e Partito assorbono la società, facendosi tutt’uno con essa, si vuole inculcare nelle menti degli (ignari? Speriamo proprio di no) spettatori una verità unica, à la Hitler-Mussolini-Stalin pensiero, dove il modello inarrivabile, dal punto di vista letterario, rimane “1984″ di George Orwell… Non si può sperare che un domani non proprio troppo spostato nel tempo, potenzialmente ad infinitum, ci sia un canale TV pubblico o privato (ma pubblici sono tutti, perché vanno ad extra) che, se proprio vogliamo dire così, “erudisca er pupo” in modo problematico, sollevando il dubbio che la pazzia non esista, magari invitando chi dello smontaggio sistematico del pregiudizio psichiatrico è stato l’alfiere e corifeo, il grande amico Giorgio Antonucci ? Sembra invece, che purtroppo, vada bene il progetto Ulisse del “mitico” (sì, perché Ulisse ha a che fare con il mito fondatore oppure perché il personaggio era stato un esponente del picchettaggio neofascista nell’Anconetano, circa quarant’anni fa) on .Cicciòli- circa due mesi fa un amico di colà m’ha corretto sull’accento, che tendevo ad anticipare ponendolo sulla prima sillaba. La speranza è l’ultima a morire, ma temo che anche a sinistra, ora, magari aggrappandosi alla teoria delle “priorità”, la “questione psichiatrica” venga rinviata sine die o dai marxisti puri e duri, considerata ancora una volta “sovrastrutturale”, il che, in realtà, è una sciocchezza totale, perché, guarda caso a venire penalizzate e costrette al TSO sono sempre persone povere e/o indifese…

Eugen Galasso

Pubblicato il 2 novembre, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo