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Premio Giorgio Antonucci 2018



Un anno fa ci lasciava Giorgio Antonucci, medico, poeta, scrittore, psicanalista, co-fondatore del Telefono Viola, paladino dei diritti umani e strenuo sostenitore di un approccio umano alla sofferenza mentale. Al manicomio di Imola Antonucci mise in pratica le sue idee: si fece assegnare al “reparto dei più pericolosi, i cosiddetti irrecuperabili” e non fece mai ricorso al Trattamento Sanitario Obbligatorio. Abolì tutti i sistemi di contenzione fisica e l’uso di elettroshock e psicofarmaci, favorendo un approccio umano, fatto di rispetto reciproco e comunicazione, e dimostrando al mondo intero la possibilità di affrontare la sofferenza mentale con il dialogo. 
Ogni anno, in collaborazione col CCDU (Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, un ente di denuncia degli abusi nel campo della salute mentale) Antonucci organizzava la consegna di un premio speciale a persone che si fossero particolarmente distinte nella difesa dei pazienti psichiatrici. A un anno dalla sua scomparsa il CCDU, in collaborazione col Centro di Relazioni Umane di Bologna, prosegue questa tradizione per onorare i premiati e mantenere viva la memoria di Antonucci – nelle parole del Dott. Roberto Cestari, Presidente del CCDU, “il faro che illumina il nostro percorso”.


Nel corso della cerimonia di premiazione, che avrà luogo nella sua Firenze il mese prossimo, verrà proiettato “Se mi ascolti e mi credi”, docu-film sul lavoro e le idee di Giorgio Antonucci realizzato da Alberto Cavallini e Laura Mileto, e andato in onda sulle reti RAI. La serata sarà allietata dalla pianista Paola Piasentin, con musiche di Mozart, Haydn, Beethoven e Chopin.


Premio Antonucci –  8 dicembre 2018  - Auditorium al Duomo, via de’ Cerretani 54r – Firenze. Ore 15:30
– ingresso libero.


Dacia Maraini: “In che consiste questo metodo nuovo per quanto riguarda i cosiddetti malati psichici?
Giorgio Antonucci: “Per me significa che i malati mentali non esistono, e la psichiatria va completamente eliminata.” 
da un’intervista del 1978
https://www.ccdu.org/comunicati/premio-giorgio-antonucci-2018

Recuperiamo il testo pubblicato su elsaltodiario.com di Massimo Paolini
https://www.elsaltodiario.com/salud-mental/giorgio-antonucci-una-vida-por-la-liberacion-de-quienes-no-tienen-poder?fbclid=IwAR0iPnoEq-HqdfPVxsXxV6t9ZPNCNgknKY93InrNQy8RwOxUwzQ-kEoN0AA

Pubblicato il: 3 dicembre, 2018
Categoria: Eventi

Conversazione con Giorgio Antonucci a cura di Luca Rosi








L.R. = Nel penultimo numero di “Collettivo R.”, numero 20, 21, noi abbiamo pubblicato una intervista al dottor Giorgio Antonucci, che lavora all’ospedale psichiatrico di Imola. In questa intervista si affermavano alcune cose estremamente importanti per il nostro lavoro e che riguardavano in particolare la infondatezza scientifica della cosiddetta malattia mentale. Inoltre sempre in questo fascicolo abbiamo pubblicato delle poesie di Giorgio Antonucci; poesie bellissime immediate e che potrebbero far pensare, per una abitudine nel lettore a ragionare spesso sulla base dei luoghi comuni, potrebbero far pensare a un abbinamento poesia-follia, follia-arte, genio come prodotto della follia e arte quindi come prodotto di una diversità dell’artista. Non è un caso che questo discorso attraversa la cultura occidentale per lo meno a partire dall’ottocento comunque dal romanticismo in poi questo concetto ha pervaso la critica artistica e letteraria europea e ha finito per debordare dalla critica nell’uomo della strada, è diventato disgraziatamente un patrimonio dell’uomo comune. Ecco proprio per capire cosa c’è dietro questi luoghi comuni perché in realtà poi i luoghi comuni servono anche a formare un abito mentale, un modo di vivere, servono anche a condizionare i rapporti fra le persone, noi ti chiediamo se esistono motivi scientifici, dimostrabili, su i quali si possono basare questo tipo di rapporto per cui spesso si sente dire: quello è un po’ matto, però è un artista. Non so se sono stato chiaro, ma in realtà il problema che ci interessa è questo qui: esiste realmente un rapporto tra la follia, ammesso che la follia esiste su questo ti saremmo grati che tu approfondissi il discorso, e la creatività o ancora di più della creatività e l’arte e se ci sono nella storia dell’arte alcuni esempi dimostrativi di questo rapporto oppure esempi che in fondo questo rapporto non c’entra.


G.A. = Proprio partendo da questo accostamento che tu hai fatto tra quella che viene chiamata follia oppure più precisamente quello che la psichiatria contemporanea usa fin dalla fine dell’altro secolo, comincia a formarsi con la rivoluzione francese, chiama malattia mentale, cioè follia, malattia mentale e capacità creativa in questo momento si mettevano insieme queste tre cose, anzi questi tre nomi, mettendo insieme questi tre nomi si vede come la cultura comune risentendo appunto dell’organizzazione culturale del potere usa le parole senza criticarne i contenuti. Cosa intende la psichiatria per folle o pazzo o malato di mente? Per folle o pazzo o malato di mente la psichiatria intende un uomo che ha un difetto nella testa da cui deriva che è incapace di intendere e di volere cioè prima la psichiatria nega alle sue vittime la capacità di intendere e di volere che significa gli nega quello che i filosofi chiamano la libertà positiva cioè la possibilità di fare un programma, un progetto di realizzarlo in modo autonomo per cui a livello teorico nega la libertà positiva, a livello pratico nega la libertà negativa cioè si intende l’essere senza ostacoli e non essere costretti a fare certe cose, allora in una parola sola la psichiatria è negazione della libertà a tutti gli effetti cioè si dice che ci sono delle persone difettose incapaci di pensare, incapaci di fare dei progetti che debbono essere chiuse dentro e costrette a fare certe cose, le cose che debbono fare i carcerati per ubbidire ai carcerieri. Ora se questo è il concetto della psichiatria, ed è questo, quello che io ho verificato, ho trovato delle persone che non hanno potere. Intendo dire per persone che non hanno potere, persone che spesso non hanno né potere economico né potere culturale per esempio l’analfabeta bracciante oppure la persona che non ha avuto nessuna possibilità di sviluppare gli strumenti culturali così come esistono nella nostra società e che inoltre non ha un potere economico. Appena questa persona entra in dissenso con il costume oppure questa persona per il fatto che non può vivere autonomamente, dà noia viene messa in manicomio cioè viene privata di tutta la libertà, la libertà di pensare, libertà di agire, questa è la realtà della psichiatria nei riguardi di quelli che non hanno potere cioè della psichiatria come strumento di oppressione delle classi subalterne; naturalmente strumento di oppressione tanto più valido quanto minore è il potere cioè il sottoproletario più del proletario, l’impiegato più del dirigente e così via.


L.R. = Quindi scientificamente non è dimostrabile l’esistenza della follia?


G.A.= Questo concetto serve a mettere da parte chi non ha potere. Chi non ha potere è considerato incapace di pensare e incapace di essere libero e viene chiuso dentro. Non mi sembra che ci sia bisogno di commento su questo discorso: chi non ha potere viene considerato non capace di pensare e non capace di agire.


L.R.= Allora credo di capire che chi non ha potere può stare fuori del manicomio soltanto fino a quando aderisce in pieno, cioè dà il suo consenso pieno, totale, incondizionato alle regole della società nella quale vive.

G.A.= Ma io direi di più che può esserci qualcuno che non avendo potere, faccio per dire, non tocca neanche queste regole nel senso appunto attivo, ma si trova in condizioni di essere spiacevole come per esempio il mendicante. Il mendicante può essere tollerato o no, questo dipende dai padroni, da chi ha il potere. Ma dal momento che non è tollerato lo mettono in manicomio e appunto di conseguenza gli mettono questa etichetta, malattia mentale, pazzia. Ora, se si considera che la stessa classe al potere usa questa stessa etichetta ad esempio per Wagner, questa etichetta non è scientifica mi sembra già dimostrato. Wagner è una persona che ha cultura, capacità di lavoro creativo e in questa cultura è potere a tutti gli effetti cioè una persona che ha un grosso potere infatti si costruirà un teatro; però diranno che siccome è una persona diversa da tante altre perché ha una particolare capacità di lavoro sviluppata bene per il suo privilegio, tra l’altro, allora diranno che Wagner, come ha detto Lombroso, è pazzo, che significa malato di mente perché da giovane andava in giro da una città all’altra, andava a Bonn a cercare la casa di Beethowen. Ora, è possibile considerare scientifica una etichetta che si mette appunto al bracciante analfabeta oppure al mendicante che non ha possibilità di difendersi e a Wagner che è diventato parte di questo potere. Come mai l’etichetta è così larga? E’ segno che è un’etichetta di comodo e qual è il comodo? Le persone oppresse per la loro stessa esistenza sono una obiezione alla nostra società, perché chi vede i mendicanti si domanda ma che società è questa? Forse c’è qualcosa che non funziona. Allora mettiamo i mendicanti dentro.
L’artista pur essendo parte del potere, però siccome ha anche la possibilità di dire cose diverse da quelle che sono state dette prima e perciò di esprime cose diverse dall’ordine costituito, e da quell’insieme di costumi che fanno parte di questo ordine, allora il borghese prende le sue precauzioni e dice: “ si è vero che ha scritto la Tetralogia in cui si prefigura un mondo nuovo “L’oro del Reno” però se lo figura perché anche lui non è come gli altri, dunque in certi momenti non intende bene” così ne viene fuori che l’autore della tetralogia che ha questa capacità di organizzazione di un lavoro enorme, anche lui incorre nel dubbio che sia incapace di intendere e di volere, allora si chiude il cerchio. Anche se per Wagner o per il disoccupato non è la stessa cosa però il criterio è lo stesso: tenersi coperti, di tenere le mani avanti nei riguardi di quello che può divergere da un sistema di costumi e da un ordine di comportamenti che è totalitario: cioè o ci si è dentro o si deve essere i sospetto o eliminati. Anche l’artista che è un privilegiato, che fa parte della classe dominante, può sballare. Intanto si comincia col dire che è un po’ matto, se eventualmente facesse cose che turbano l’ordine costituito si può arrivare a metterlo dentro. A Wagner non è successo, Schumann è un grande artista di fronte a cui tutti quelli che seguono l’ordine si inchinano anche se non lo capiscono, ma il giorno che Schumann ha tentato il suicidio l’hanno messo in una casa di cura e c’è morto che significa l’hanno ucciso perché questo personaggio stravagante cioè che non dice le cose che dicono tutti i conformisti, che dice e sente che non si vive bene nella società borghese, che esprime malinconia, disperazione, obiezione,, nel momento che fa qualcosa che non rientra nei costumi viene distrutto ugualmente come viene distrutto il bracciante.


L.R. = Perché mette in dubbio le certezze di questa società.


G.A. = Allora, c’è da una parte, direi, il dissenso di chi è in una condizione che di per se stessa indica che la società non funziona: l’essere disoccupati, l’essere in una strada, il fare la prostituta di fatto è un dissenso. E poi c’è il dissenso intellettuale cioè c’è il privilegiato che non è d’accordo come per es. il dissenso dell’Unione Sovietica. Ma questa etichetta si tiene da una parte e dall’altra, pronta per usarla in senso repressivo quando si viene, per dati di fatto o per opere d’arte o per critiche culturali, si viene a mettere in discussione un ordine che è totalitario. E’ questo che vorrei dire che l’ordine borghese anche quando c’è la democrazia, è totalitario magari in un altro modo cioè è totalitario perché certe cose non si possono fare, certe cose non si possono dire, oltre certi limiti non si può andare. Per questo tipo di totalitarismo al di là delle leggi cioè del sistema giuridico c’è la psichiatria. Ci sono degli spazi in cui non si può reprimere attraverso il sistema giuridico, quando altri sistemi di repressione non funzionano c’è la psichiatria che funziona per tutto, basta che lo si voglia, perché l’etichetta di folle o di malato di mente cioè l’accusare uno di non essere capace di capire o di non capire del tutto o di capire a modo suo, serve sempre per metterlo fuori gioco quando si vuole. Si può non farlo e si dice che l’artista è un po’ matto però è sempre sotto ipoteca nel momento in cui serve si mette da parte. In questo senso intendo totalitarismo cioè un totalitarismo dei costumi: o sei in quei costumi o devi essere eliminato e questo è un discorso preciso e per questo ci sono le etichette psichiatriche.


L.R. = A questo punto forse bisognerebbe fare un passo indietro nella storia dell’umanità. Come mai le società primitive, le società antiche, la società medioevale non aveva, almeno a quanto ci risulta, non aveva l’istituzione psichiatrica cioè non aveva bisogno di ricorrere a questo? Azzardo un’ipotesi: è possibile che evolvendosi, parlo della società occidentale, evolvendosi diventa mercantilistica, quindi attraverso la rivoluzione subisce un fenomeno evolutivo e dal potere dell’aristocrazia terriera passa al potere della borghesia e poi diventa industriale ecc ecc è possibile che perdendo quindi, gli strumenti di repressione violenta e immediata, dico la segregazione a vita nelle carceri medioevali oppure la pena capitale, perdendo questa possibilità di eliminazione del dissenso dei diversi, di tutti, cioè, quegli elementi che potevano metterla in discussione, ha bisogno quindi di scovare un nuovo strumento. E’ possibile capire la nascita dell’istituzione psichiatrica in questo modo? O da parte nostra questa è una forzatura dell’interpretazione della storia?


G.A.= No è un fatto preciso non c’è nessuna forzatura è un fatto di una precisione rigorosa. Per dirlo subito, dico che i campi di concentramento che tutti noi conosciamo molto bene, li hanno inventati gli psichiatri. I campi di concentramento derivano dalla psichiatria, perché? Perché li hanno inventati gli psichiatri.
Veniamo ai fatti: nel passato si trovano altre forme per colpire il divergenza nei costumi e il dissenso di pensiero in definitiva, perché la divergenza nei costumi è un dissenso di pensiero. Si può soltanto accennare al fatto che la donna intelligente che con la sua esperienza concreta trovava delle cure per alcune malattie o aiutava le altre donne nel parto era la strega. E’ la donna intelligente che costruisce una nuova cultura, questo lo dice anche Mchel de Montaigne, e siccome costruisce una nuova cultura diversa da quella in cui si trova ed è donna ed è povera e non ha potere, ma specialmente è donna, è la strega. Ora, gli strumenti ci sono, si può risalire indietro fino ai tempi più antichi e si trovano vari strumenti per colpire il dissenso nei costumi. Cosa c’è di nuovo nella borghesia? Una cosa molto importante, un fatto oggettivo. L’industrializzazione e l’urbanizzazione, c’è lo spostamento di migliaia di centinaia di migliaia e poi milioni di persone. Ora questo continua, ci sono città che passano da tre milioni a dieci milioni a venti milioni di abitanti in poco tempo. Ci sono agglomerati urbani che arrivano a venti, trenta milioni di abitanti. Sulla costa atlantica da New York in poi, tutte le città d’intorno sono agglomerati enormi con la gente che da tutte le parti, per ragioni economiche, si sposta e si accentra nelle grandi città industriali. Lì ci sono le manifatture, lì ci sono le industrie, lì c’è come dire l’accentramento del lavoro e questo spostamento in massa comporta una serie di problemi, comporta un grande numero di persone che si trovano fuori dal processo produttivo, e questi da qualche parte vanno messi, non si possono lasciare in giro. Nel ‘500 questo fatto cominciava in Francia, Parigi stava diventando grande, è una delle prime città che diventa grande, ci sono degli ospizi per poveri che disturbano, ne parla anche Foucault, ospizi per poveri che disturbano. Nel ‘500 non hanno ancora organizzato una teoria di copertura che poi sarà la psichiatria. Ci sono delle persone in giro per Parigi che non si possono lasciare in giro per ragioni ovvie non si possono lasciare in giro, si mettono negli ospizi, si accentrano, ci si tengono con la forza, incatenate, in questi ospizi per poveri ci sono dei medici, saranno i primi psichiatri. La teoria psichiatrica viene fuori da un abbozzo di campo di concentramento. Organizzano una teoria che sarà appunto la teoria fondamentale per formare i campi di concentramento, sarà di suggerimento a Hitler. Dachau-Bikenau nasce in questo modo, nasce perché ci sono dei tedeschi che non sono d’accordo con Hitler. Dachau non è nata né per gli ebrei né per gli zingari né per i polacchi, nel 1933 Dachau è nato per i tedeschi che sono in dissenso. E’ inutile dire che gli psichiatri fanno comodo, cioè è inutile dire che sono il modello pratico e teorico, hanno già organizzato i campi di concentramento e hanno sempre un’idea per dire che è giusto che la gente ci stia dentro. Quindi la psichiatria nasce oggettivamente dalla necessità della borghesia di mettere in qualche luogo le persone che restano fuori dal processo produttivo e poi viene usata via via ogni volta che si ha la volontà di accentrare delle persone per massacrarle, per cui il fatto è storicamente preciso, storicamente indiscutibile. Ci sono pochi fatti che sono così precisi e così poco legati all’interpretazione, ma legati proprio allo svolgimento degli avvenimenti storici.


L.R. = Benissimo. Facendo un passo indietro allora in quello che ci hai detto fino a ora, tu ci hai citato il caso di Wagner. Wagner grande musicista, penso sia difficile metterlo in discussione, può piacere o non può piacere, rispecchia un epoca culturale precisa, storica. Comunque viene etichettato come malato di mente, viene comunque supportato, diciamo tra virgolette, dalla società del suo tempo, però credo che ci siamo nella storia proprio della musica tedesca altri esempi che all’opposto di Wagner non potrebbero essere etichettati come malati mentali che sono altrettanto validi sul piano della creazione musicale, penso per esempio a Bach ecco ci puoi dire qualcosa di Bach, io non conosco bene la sua vita però mi risulta che sia l’esempio opposto di quello di Wagner, ecco qui uno psichiatra come spiegherebbe il genio di Bach in rapporto alla follia e in rapporto al genio di Wagner?


G.A. = Premesso che Bach per quello che si sa, cioè le testimonianze che ci sono sulla sua vita, e su questo sono tutti d’accordo, ha condotto una vita molto regolare, si potrebbe dire conformista. Quando un personaggio sia creativo come lui e conduce una vita regolare, conformista interessa poco cercare di farlo passare per matto, mentre Wagner era sulle barricate nel’48, con gli anarchici era con Bakunin, per cui la differenza c’è, è chiaro che nessuno si può interessare a Bach come pericolo per l’ordine costituito mentre Wagner lo è stato un pericolo in un certo periodo. Nella sua maturità poi si è ben collegato con il potere, però da giovane era un rivoluzionario. Premesso che ci sono degli artisti che fanno delle opere bellissime, ben fatte di grande significato riconosciute da tutti e una vita regolare e degli artisti invece che fanno lo stesso delle opere ben fatte e belle e una vita irregolare oppure da rivoluzionari. Ma questo vale anche per tutti gli altri uomini cioè gli artisti sono come gli altri.


L.R. = Ecco quello che ci interessava, tornando al discorso dei luoghi comuni.


G.A. = Voglio dire che un artista può essere un conformista o no, questo succede, come tutti gli altri uomini, cioè un artista non ha niente di speciale a parte che fa un mestiere diverso dagli altri. E’ questo che va detto, perché allora qui si arriva al discorso altrettanto vago, inventato dalla borghesia in rapporto all’ideologia della discriminazione. Discorso che è privo di contenuto quanto il discorso del pazzo e il discorso del genio, nel senso che è una parola che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Certo, tutti sappiamo che Bach e Wagner hanno fatto delle opere notevoli, nessuno lo mette in discussione, però questo significa che hanno svolto un lavoro in modo ottimo, questo significa che hanno avuto la fortuna di far coincidere certe loro qualità con la pratica della loro vita, il privilegio di essercisi trovati. Però cosa significa genio? E’ una parola priva di contenuto, si può applicare a tutto o a niente. Lombroso, per questo, che applicava le parole a tutto o a niente ha scritto “Genio e pazzia”, tanto sono parole che vanno bene sempre o non vanno bene mai perché poi quando uno si mette a discutere che cos’è un genio ognuno ci mette cosa vuole. Resta a parte, che sia chiaro il fatto che ci sono alcuni che noi conosciamo che hanno fatto cose notevoli, ce ne sono molti che hano fatto cose notevoli che noi non conosciamo, come dice tu l’altra volta. Ci può essere l’artigiano che nel suo lavoro è abile come Bach nella musica, ma siccome il suo tipo di lavoro non è qualificato al livello della gerarchia dei valori della nostra società nello stesso modo della musica, nessuno ne parla nessuno se ne interessa, c’è anche questo problema. Siccome si deve parlare se è scientifici o non scientifici i luoghi comuni di questo tipo, non sono scientifici sono superficiali, sono parole su cui nessuno riflette perché basta rifletterci un po’ perché si distrugge tutto, il dire appunto che Wagner che ha costruito la Tetralogia cioè che ha costruito la poesia, la musica, la sceneggiatura, l’interpretazione del mito, la filosofia, il progetto sociale, era capace di intendere e di volere? Questa è la scienza psichiatrica.
Si potrebbe parlare di Luis Althusser. Sui giornali scrivono, compreso Il Manifesto, per non parlare dell’Unità che parla di crisi di follia, tanto per restare sempre ad un livello di cultura basso, che Althusser , lo riconoscono che è uno dei più grandi pensatori del nostro tempo, uno che ha interpretato Marx nel nostro tempo in uno dei modi migliori, lo dicono loro e poi dicono che ha ucciso la moglie in una crisi di follia cioè in un momento in cui non era capace d’intendere e di volere allora questo qui è come la luce dell’ambulanza che si accende e si spegne. Ma che si scherza? Si deve parlare seriamente o si deve scherzare, se si parla seriamente io mi domando quale sono le tragedie che hanno attraversato la vita di Althusser per cui lui è potuto arrivare a uccidere la moglie? L’Espresso dice che lui avrebbe dichiarato che sono diciotto anni che deve sopportare la depressione, così la depressione diventa la causa della sua sofferenza, invece che l’essere l’effetto cioè per lui sono diciotto anni che deve sopportare per esempio il suicidio di un suo allievo e chi sa quante altre cose; lui era una persona disperata certo nonostante il suo successo per esempio perché facciamo la storia di questo uomo e nella storia di un uomo si può venir fuori anche il fatto che uccide e poi potrebbe averla uccisa magari, io non so nulla, ma mettiamo che l’abbia uccisa che sia una eutanasia perché lei voleva morire per esempio, e lui non lo dica perché non vuole che sia detto. Andiamo a cercare i problemi, io vorrei andare a Parigi a parlare con lui.


L.R = Anche in questo caso, allora, la psichiatria, oltre a commettere i crimini di cui tu hai parlato all’inizio, commette un altro crimine ancora più grosso cioè quello di volere per forza dare un’interpretazione, la sua interpretazione al dramma di ogni uomo.


G.A = Infatti, neanche Althusser che è un privilegiato può permettersi di tentare il suicidio, così quando Althusser ha tentato il suicidio è stato considerato un malato di mente perché il suicidio è un obiezione, un obiezione a tutta una serie di cose è un obiezione a una società, perché ci si uccide all’interno di una società per motivi che sono in rapporto con questa società.Ora è successo una tragedia un delitto della psichiatria è quello di nascondere i motivi reali della tragedia, i motivi reali devono essere conosciuti se io uccido una persona c’è una tragedia dietro che deve venire fuori e poi per concludere voglio dire un’altra cosa importante: siccome si tratta di Althusser si scrive la tragedia di Althusser, l’Unità scriva la crisi di follia di Althusser, altri giornali scriverano in altro modo, ma se invece di essere Althusser, uno degli uomini privilegiati della cultura francese, europea, fosse stato un bracciante, si scriveva il mostro perché ha ucciso la moglie, e questo anche bisogna ricordarsi e anche questo dipende dalla psichiatria e dipende dalla psichiatria come ideologia detto nel senso che diceva Marx, nel senso deteriore che diceva Marx, ideologia al servizio del potere.


L.R. = Mi vengono in mente un altro paio di esempi abbastanza clamorosi per tornare a questo luogo comune della malattia mentale e della creazione artistica. Di questo ci interesserà anche per poter dopo fare un discorso sull’arte con l’A maiuscola, quella in fondo per la quale si batte Collettivo R. cioè una determinazione della creazione con l’A maiuscola della poesia come privilegio ecc ecc mi vengono in mente i nomi di Van Gogh per la pittura e di Dino Campana per la poesia. Come vedi tu il personaggio Van Gogh e tutta la storia che su la malattia mentale di Van Gogh è stata creata, proprio in rapporto al suo fare specifico, al suo fare artigianale che è stata la sua pittura, se potessi abbinarlo a qualche altro grande pittore riconosciuto e stimato valorizzato dalla cultura borghese, faccio un esempio potrebbe essere quello di Picasso.


G.A. = Intanto di Van Gogh va detto subito che era un uomo critico nei riguardi della società del suo tempo, tanto che, mi pare che abbia passato un periodo in cui è andato a vivere insieme ai minatori. Già questo lo metteva in sospetto. Poi credo che Van Gogh dimostri con la sua vita, per quello che ne so, che la pittura è un lavoro perché lui ad un certo punto, siccome non trovava uno sbocco alla sua inquietudine in rapporto a questi problemi sociali ai suoi problemi di uomo nella società, si è messo tardi a lavorare intensamente e si è costruito una tecnica se la è costruita bene, e ha cominciato a fare dei quadri, che tra l’altro non erano neanche apprezzati, se so bene la storia, poi siccome ha continuato ad essere una persona critica nei riguardi della sua società e inquieta per questo è arrivato anche a conflitti grossi con altri, conflitti personali aveva problemi anche nei rapporti con le donne, per cui era inquieto, c’è tutta la problematica della vita sessuale nella nostra società, lui ce l’ha tutta. Un personaggio così è chiaro che tra l’altro siccome non era l’artista affermato, non aveva potere, poteva finire, com’è finito nelle mani degli psichiatri. Picasso è il contrario, Picasso è uno che ha una grande capacità creativa uguale a quella di Van Gogh che invece ha fatto i soldi allora di Picasso nessuno ha mai pensato che lui potesse essere pazzo se non quelli che seguono gli schemi dicono – l’artista è pazzo – perché non c’era motivo anche se Picasso era comunista, anche se ha dato dei contributi in rapporto alla guerra di Spagna però si è mantenuto sempre nell’ambito di una vita produttiva cioè una vita che alla borghesia va benissimo, dava dei buoni prodotti, se li faceva pagare per cui Picasso è vissuto fino alla vecchiaia senza andare incontro a questi problemi, il discorso è lo stesso.


L.R. = Quindi da quello che dici, noi possiamo incominciare ad arrivare ad una conclusione. Quando l’uomo della strada ripete meccanicamente quello slogan – Arte uguale follia – oppure quando vede nella diversità di un’artista i germi, per rimanere nei termini lombrosiani, i germi di una malattia mentale, di una diversità, siamo pienamente primo nell’arbitrio perché non esiste dimostrazione scientifica, secondo siamo in un falso totale.

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Pubblicato il: 5 febbraio, 2018
Categoria: Notizie

DOSSIER IMOLA E LEGGE 180


Intervento di Dacia Maraini: https://www.youtube.com/watch?time_continue=335&v=S9HWr7IjKMc

Scritti di
Alberto Bonetti
Giuseppe Favati
Dacia Maraini
Gianni Tadolini

A cura di G. Favati
Idea Book

 

INDICE


Giuseppe Favati, Dossier. 180 e seguenti – Antonucci: una pratica che disturba 5
Alberto Bonetti, Lettera a Giovanni Berlinguer 19
Delibera degli amministratori dell’Ospedale “S. Maria della Scaletta” 27
Gianni Tadolini, Attenti ai passi indietro 35
Gianni Tadolini, Psichiatria: come volevasi dimostrare 41
Dacia Maraini, Altre grida disperate dal manicomio 45
Documento CGIL, CISL,UIL ospedalieri e Amopi 53
Documento degli amministratori 57
Gianni Tadolini, Dei manicommi. Lettera aperta a Mario Tobino 59
Dacia Maraini, Un’orchestra esegue Mozart all’ex ospedale psichiatrico 65
Dacia Maraini, Imola, festa al Padiglione n. 10 73

 

DOSSIER


180 e seguenti

 

Ed è già un anno dalla legge 180 sull’assistenza psichiatrica in Italia, anticipo della riforma e conseguente servizio sanitario nazionale (sic). Anticipo forse stimolato e anzi frettolosamente concesso per paura del referendum abrogativo dei manicomi, ma pur sempre legge che – è stato detto da amici, compagni, generici e primi attori – porta il segno del lavoro di tanti anni, nasce dalla pratica e dalla storia reale degli uomini, storifica lotte e sofferenze. Credo però che nessuno abbia richiamato subito – e oggi a un anno di distanza il riferimento sarà percepibile – il caso costituzione, la legge “suprema” dello stato democratico, che portava – porta – i segni della storia reale, di tanti morti e torture e sangue, parole riecheggianti voci vicine e lontane ( così Piero Calamandrei), e molto prometteva: una costituzione programmatica cui si è opposto una costituzione materiale , il fascio e il fascismo di norme ( e rapporti sociali) tuttora operanti, vigentissime, spolveratissime. Sempre Calamandrei commentava che, nel riflusso del dopoguerra, ci era stata data, appunto con la carta costituzionale, una promessa di mutamento in cambio del mutamento.
Idem con la legge 180. Senza il lavoro di molti uomini e donne, di tanti gruppi rimasti “sconosciuti”, e ai quali non spetta neppure un veloce rimando in nessuna storia, in nessun ripensamento delle esperienze di psichiatria alternativa o non-psichiatriche (anche nel movimento, anche nei vari anti perdura il processo della nominazione, dell’identificazione rassicurante, del protagonismo trasferito e trasferibile in tutti i luoghi deputati all’informazione, video libro di grande editore foglio culturale di sinistra extra), senza quel lavoro la legge 180 non sarebbe mai venuta. Oggi vi è la possibilità di dimensioni diverse, il no al manicomio ha un suo punto di riferimento formale, e da qui può scaturire una maggiore e più dinamica articolazione del nostro fare, da qui può riprendere una carica di esperienze per sfondamenti della realtà segregata e segregante.
La lotta si è fatta più aperta e al tempo stesso più insidiosa. Proprio perché vi è una estensione di scacchiere, uno spostamento di piani, di livelli, un abbassamento e un’alzata di tiro, accompagnati – se mi è consentita questa metafora – da un eccesso di “citazioni”. Intendo dire che il bersaglio istituzionale manicomio sembra affatto scomparso, e che ospedale generale, territorio, ambulatorio, domicilio diventano parole in abbondanza sulla bocca dei potenti, incitano ad asserzioni spericolate, alla “scoperta” di nuovi paradigmi dell’intervento (socio-sanitario) e del comportamento (umano). Questo accumulo di “citazioni” passa ancora sulle teste della gente, stupefatta. Il relatore della 180, l’on. Orsini, afferma, quagliesco, in Tv: “Tutti i malati devono essere curati a casa”. E’ sempre la promessa di mutamento in cambio del mutamento che non si dà e che non si vuole. Infatti l’Orsini difende, offeso, medici e psichiatri allorchè Basaglia brontola, arcigiustamente e fascinosamente, che i medici vogliono conservare il loro potere mentre il corpo è nostro. Se sono mutati o sono divenuti più sofisticati i quadri teorici entro i quali si muove la classe dominante, nell’immagine di mondo trasmessa dall’alto agli strati inferiori nulla è cambiato dalla formalmente sepolta legge 1904, e regolamenti e ritocchi susseguenti. Un assaggio: art. 60 del R.D. 16 agosto 1909, n. 615, ”Regolamento sui manicomi e sugli alienati”: “Nei manicomi debbono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in case private”.
A sua volta Basaglia, alla madre angosciata perché non sa dove battere il capo con il figlio “malato di mente”, nessuno ora le dà una mano ( e chi, e come gliela dava prima?) risponde semplicemente e un po’ misteriosamente per la vastissima platea televisiva: “ ora ha una voce suo figlio, ora lei ha una voce”. Parafrasando e correggendo il manicheismo di Hendy: buono, ma soprattutto meno buono. In alcuni manicomi i “malati” avevano conquistato già una voce, il diritto alle assemblee, a criticare l’istituzione, i medici, gli infermieri, ecc. Nell’ospedale generale no, nell’”ospizio” no, negli ambulatori no. Non si ha diritto mai a una parola. Hanno invece diritto loro, di ignorarti, di usarti, di umiliarti in cento e diecimilauno modi. E non è che questo accada con i vecchi e basta. Il potere medico bada all’età: cambiano solo i tipi di umiliazione del vecchio istituzionalizzato o della giovane donna ricoverata (ad es. certi ginecologi sono tra i maggiori maestri di questo genio criminale, troppo spesso direttamente proporzionale ai loro appelli intenti nella camomilla dello spiritualismo, in difesa usque ad mortem del sacro diritto alla vita).
Lo stesso Basaglia definisce efficacemente l’ospedale generale “un grande manicomio di per sé”. E d’altro canto il cosiddetto territorio è interamente da costruire con i suoi “servizi”, con le sue “unità”, funzioni e plessi di funzioni. Cosicchè tutto resterebbe affidato al fatto che “il sociale – sottolinea Basaglia e non solo lui – entra per la prima volta nell’ospedale generale, e quindi vi entra la contraddizione”. Ma, allo stato, nella dimensione interna e nella dimensione esterna, i figli e le madri possono restare provvisoriamente e paradossalmente con minor voce di prima.
Si tratta di provvisorietà in fondo ineliminabili nelle condizioni date. L’argomento – che sembra tagliare la testa a tutti i tori – “prima le strutture poi la legge” – è sostanzialmente fasullo. Per strappare una legge – e la migliore delle leggi non sfuggirà mai alle ambiguità volute – ci vuole fatica e sangue. Per tradurla nei fatti, ci vuole molta più fatica e sangue. Le “strutture” poi devono essere un risultato in continuo divenire, oppure diventano nuove e più sinistre trappole. Insomma, se per l’aborto in Italia, anziché approvare una pur discutibilissima legge, avessimo atteso la disponibilità delle “strutture” (ossia, in primo luogo, i comodi proprio dei ginecologi suddetti) sarebbe scoccato il duemila.
Allora, finalmente, dovrebbe essere agevole l’accordo su uno dei cuori del problema: posto che la legge 180 è assai meglio ci sia che non ci sia, nessuna illusione sulla persistente segregazione istituzionale e sulle spinte e sui rischi della “dilatazione” psichiatrica. L’ospedale accoglie e cura press’a poco come il manicomio. Certo, se il “malato” rifiuta le cure lo si deve mandare a casa, ma il ricovero obbligato “rimane” una misura di polizia; e se il “malato”, dimesso, continua a disturbare un reato almeno di oltraggio non glielo leva nessun santo; e cos’ via. Sullo sfondo il manicomio giudiziario intoccato e intoccabile anche nominalmente.
Ma la tendenza alla “dilatazione” è irreversibile. Non è questione di prendere atto di una tendenza che lo stesso movimento alternativo ha incoraggiato e doveva incoraggiare, nel senso dell’uscita allo scoperto, esponendosi ai colpi di un uso, e di usi più complessi della catalogazione, della schedatura, della manipolazione, della repressione. Il manicomio, edificio fatiscente ma pur sempre in piedi, rischia di moltiplicarsi negli ospedali e nel territorio, metamorfosandosi. Ciò comporta la necessità – pena la disfatta- di coinvolgere non solo il momento psichiatrico con quello sanitario, ma quelli con tutti gli altri nel contesto sociale. Meglio: di “sciogliere” i primi nei secondi.
E’ quest’ultimo un passo che molti contestatori dei criteri nosografici tradizionali e dei meccanismi della violenza, persone ad elevato grado di qualificazione professionale e di riflessione teorica, stentano a compiere o si rifiutano di compiere. “Forse” – avverte Pirella – “costoro finiscono con il rispondere più ai loro bisogni personali di sopravvivenza culturale, di gruppo, di competizione intellettuale, chiudendosi ad ogni verifica sul reale e producendo nuove ideologie di ricambio” (Il corsivo e mio). E ancora: “… certamente gli scritti di Jervis hanno contribuito a favorire questo ritorno di riflessioni separate dai problemi reali e a produrre esercitazioni su ideologie contrapposte e in concorrenza tra loro (ad es. nel recente Normalità e deviazione di Di Leo – Salvini, editore Mazzotta). Non mi sembra tuttavia che possa essere soltanto il problema di un uomo per quanto intelligente e sofisticato esso sia…”: c’è una propensione abbastanza diffusa a lavorare teoricamente senza confrontarsi con “certe esperienze di lotta”.
Viceversa c’è bisogno di pratiche, e ogni pratica ha un suo costo personale elevato cui l’essere nel mondo da intellettuale tradizionale perennemente si sottrae. Non c’è alcun bisogno di ideologie di ricambio, quali la stessa Antipsichiatria, pur suggestiva e meritoria, d’importazione anglosassone. Pirella dice bene che non interessa una conoscenza psichiatrica ulteriore per confermare il ruolo dello psichiatra, del terapeuta decifratore del senso; “noi non dobbiamo essere esperti della follia…”. I problemi delle persone che chiedono una casa, un lavoro, ecc. “non sono uno spazio per la follia (vedi Amati e altri) ma uno spazio per la vita, il diritto di sopravvivere e comunicare, la libertà di rivendicare e, al limite, di lottare. Noi siamo espropriati della libertà di lottare …” Dove si potrà sospettare qualche fraintendimento: ad esempio, è anche questione di spazio per la “follia”, perché mai no? Certo, senza consentire affatto su Follia=Verità, Cammino verso il Centro della Terra (con un rovesciamento “spiritualistico” somigliante a quello di chi pretende di superare “materialisticamente” gli schemi crociani e post assiomatizzando Poesia=Bellezza, Bellezza=Realtà cioè Lotta di classe). Quel punto però è una discriminante assoluta. Il rifiuto, diciamolo chiaro e tondo, dell’intervento sanitario repressivo a piccola verso grande macchia, dunque della medicina gerarchica e manipolatrice, l’adozione di una pluralità di pratiche non-psichiatriche dentro e fuori l’istituzione.

Antonucci: una pratica che disturba


Fra i più tenaci, estremi, e paganti in proprio, sostenitori di questa modalità di essere e rapportarsi al mondo della segregazione vi è Giorgio Antonucci. Già a Cividale del Friuli, poi a Reggio Emilia, quindi a Imola. Dal reparto in ospedale civile affidato a Edelweiss Cotti nel 1968, trascorsi appena sei mesi fu cacciato, lui e i suoi compagni di lavoro, dalla polizia in pieno assetto operativo. E il reparto chiuso. Da Reggio Emilia, Centro di igiene mentale, fu costretto a andarsene non tanto per intervento determinante del “potere” (anche se collezionò denunce, ma tutte archiviate), quanto di “altro” su cui amici stanno portando in concreto la loro riflessione, una riflessione che mi auguro consentirà chiavi di lettura diverse da quelle di recente offerte per le esperienze reggiane post-68.. All’Ospedale psichiatrico “Osservazione” di Imola dove venne chiamato da Cotti, divenutone direttore, nel 1973, il suo lavoro ha richiesto di nuovo quel costo elevato cui accennavo sopra, e che era ed è inevitabile per chiunque si ponga completamente al di fuori della visualità psichiatrica, vecchia o nuovissima o futuribile, dei meccanismi repressivi-espulsivi come delle teoriche autogratificanti.
La scelta di Imola fu in buona misura obbligata, e quindi non scelta, ma Antonucci, da quel provocatore che è sempre stato, chiese il reparto più duro, quello degli “irrecuperabili”, degli “agitati”. Che era il 14, donne. Successivamente vi si aggiunsero i reparti 10 e 17, donne e uomini. Ricominciò la sua sfida all’ambiente, ai codici diffusi, ecc. e anche a se stesso, non solo nel senso della solita contraddizione vissuta e coscienzializzata (un non-psichiatra in manicomio), ma soprattutto per la resistenza fisica duramente messa alla prova come mai prima. Poiché qui non si scrive una biografia, né si confezionano santini o mezzi busti, né d’altra parte si narrano “miracoli” (è termine che ricorre sulla bocca dei gestori della nostra salute irridenti alla categoria del “socio-politico”), basterà accennare al turno di guardia di un medico il quale aveva eliminato tutti i mezzi di contenzione e i massicci psicofarmaci e si ritrovava, per ventiquattr’ore filate, in conflitto insanabile con la situazione di violenza degli altri reparti dell’O.P. Mentre i colleghi medici, a loro volta, in quei turni di guardia dormivano il sonno del giusto. Quanto al personale di cui c’era bisogno, ci hanno pensato tutti i governi e nella fattispecie Stammati con il suo decreto vietante assunzioni, supponiamo in ragione dell’austerità necessaria alla salvezza del paese e comunque della moralità amministrativa. Ma a onor del vero Stammati non avrebbe impedito di affiancare ad Antonucci un altro aiuto medico.
Disgraziatamente, infatti, la pratica di Antonucci dava risultati eccezionali. Non poche testimonianze informazioni al riguardo si ritroveranno qui di seguito, a cominciare della lunga puntuale lettera di Alberto Bonetti a Giovanni Berlinguer, indispensabile per la comprensione di ciò che è cominciato ad accadere ed è infine precipitato a Imola dopo la legge 180.
“In presenza” dei risultati sono venute le insofferenze e le aggressioni morali contro Antonucci. Quel “dottorino” mostrava, con il contributo determinante degli infermieri e delle infermiere, liberatesi anch’essi da un passato di terrore nei confronti dei “pazzi”, che quei poveracci potevano, ma guarda, ancora parlare, comunicare, camminare, perfino gioire; e via via crescevano le irrisioni di corridoio, le denunce, gli articoli, addirittura i manifesti sui muri della città. Il dottor Antonucci era spesso assente per malattia! Informavano responsabilmente dei sindacalisti, che però non pubblicavano nessun volantino, non affiggevano nessun manifesto per chiarire statisticamente quanti secondi dedicavano gli altri psichiatri all’ospedale e quante ore nei propri studi a contatto ben fruttifero con pazienti privati. Il dottor Antonucci aveva aggredito un medico! Il dottor Antonucci aveva maltrattato una infermiera! Anime pie.
Riassumevano i concetti essenziali i sindacalisti della UIL-Uisao, sciarpa littorio dell’aggressione ad Antonucci: La mafia è forse giunta all’Ospedale “Osservanza”? “…Non ci è possibile tacere ulteriormente di fronte ad episodi che denotano il costante sfacelo in cui il nostro Ospedale è direttamente investito…” e “Il Nuovo Diario”, settimanale cattolico emanazione della Dc di Imola, che coniugava fascismo mafia e compagni. Con gli stessi metodi 50 anni fa si instaurò il fascismo. Anzi codesti compagni (Cotti e Antonucci) sono peggio perché dai fascisti “li distingue solo l’ipocrisia che gli altri – pur fra tante malvagità – non ebbero”. Concludeva a caratteri di scatola il foglio dc: …manca solo la lupara! Che non avrebbero dovuto tardare visto che il potere era ormai nelle mani di “compagni di ferro”, “con licenza di uccidere”
Ma il pianeta terra sarebbe troppo bello se tutto fosse colpa di questa benedetta Dc, e di quei fior di galantuomini che si firmavano Uil. Che facevano nel frattempo gli amministratori locali? Che pensavano e facevano il presidente (socialista) e il consiglio di amministrazione (a maggioranza assoluta di sinistra)? Nel complesso qualcosa di molto simile alla tolleranza meditabonda, anziché all’attiva solidarietà; e in almeno un caso richamavano l’Antonucci in termini disciplinari.
Finale provvisorio. Dopo l’approvazione della legge (ora ex) 180, il consiglio ridistribuiva incarichi e direzione dei padiglioni, con un provvedimento (passato poi all’esame, senza intoppi, del comitato regionale di controllo) che obiettivamente incoraggia i medici ostili durante tutti questi anni alle misure innovative e punisce Antonucci, al quale sottrae la responsabilità dei reparti 10, 14, 17.Significativamente è su “Il Forlivese”, settimanale del PCI del comprensorio di Forlì, che il compagno Gianni Tadolini denuncia il fatto. Senza conseguenze. Alla fine di luglio Dacia Maraini intervista Antonucci per la “La Stampa” e il colpo viene accusato. CGIL, CISL. UIL (ahinoi) ospedalieri e Amopi (nientemeno che l’associazione dei medici di ospedali psichiatrici) richiedono che sia ristabilita la verità contro le calunnie. Il consiglio di amministrazione emana un comunicato parapìm parapàm (più avanti tutti i documenti citati, in versione integrale).
Il problema ha investito ormai la capacità di far politica del PCI forlivese ( e non). Sul versante PSI, in compenso, tutto è silenzio, salvo errori e omissioni; forse si sveglieranno domattina accusando i comunisti di Forlì di essere aggrappati alla ciambella del leninismo.

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Pubblicato il: 2 marzo, 2017
Categoria: Libri, Presentazione, Testi, Testimonianze

La Sesta Edizione del “Premio Giorgio Antonucci” – I Premiati




La sesta edizione del “Premio Giorgio Antonucci” per la riconoscenza di merito nella difesa dei diritti umani dei cittadini pazienti – loro – malgrado della psichiatria, è stato vinto da Eugenia Omodei Zonini (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2009/04/14/recensione-di-eugenia-omodei-zorini-diario-dal-manicomio-ricordi-e-pensieri-giorgio-antonucci/) e Massimiliano Boschi (http://www.arcoiris.tv/scheda/it/2406/)



La cerimonia sarà a Firenze, in vi San Gallo, il 26 novembre 2016.

Le passate edizioni:


La prima edizione, nel 2008, è stato premiato Piero Colacicchi (https://www.youtube.com/watch?v=Yo4REP7KH50).


La seconda edizione sono stati premiati Massimo Golfieri (https://www.youtube.com/watch?v=yeI19yvXt9Q) e Giovanni Angioli (https://www.youtube.com/watch?v=UZ-yLEAfaog).


La terza edizione sono stati premiati Maria D’Oronzo (https://www.youtube.com/watch?v=-xiwU3Z5NAk), Valentina Giovanardi e Andrea Passigli


Video della cerimonia del “Premio Giorgio Antonucci” 2013



La quarta edizione sono stati premiati Stefania Guerra Lisi Aldo D’Amico (https://www.youtube.com/watch?v=8bD4p8POzsQ), Vito Totire (https://www.youtube.com/watch?v=dqAWeZ_nXOc).


La quinta edizione sono stati premiati Giuseppe Garuti (https://www.youtube.com/watch?v=fuJCUE3L2OU), Maurizio (), Armando Verdiglione (https://www.youtube.com/watch?v=20it0ohR7Sw) Eugen Galasso (https://www.youtube.com/watch?v=vp-9-2cFjwk).

Pubblicato il: 3 ottobre, 2016
Categoria: Notizie, Testimonianze

Il ruolo, misconosciuto, di Antonucci – Conversazione






 

 


Van Gogh


Conversazione con Giorgio Antonucci – parte IV e finale


 


… Sono contenta che ti abbiano conosciuto questi miei amici che arrivano dall’estero. Infatti tu non sei molto conosciuto all’estero, a differenza per esempio di Basaglia, e le tue opere non sono state tradotte in inglese*. Eppure tu, a partire dagli anni ’60, sei un pensatore fuori dalle righe e hai scritto diversi libri, hai partecipato a conferenze, continui ad essere molto attivo con articoli e interventi vari. Hai attuato una rivoluzione in campo psichiatrico, dimostrando che è meglio farne a meno… Perché non sei molto ascoltato?


 


Per quanto riguarda l’essere conosciuti o meno, intanto a me è stato dato un premio a Los Angeles, quindi vuol dire che qualcosa è passato. Potrei dire che Basaglia, non fa paura a nessuno perché Basaglia non ha detto nulla contro la psichiatria. Tutti dicono di essere basagliani, quando mai Basaglia ha criticato la psichiatria? Dov’è scritto? Allora se tu critichi l’istituzione sono tutti d’accordo, tanto la rimettono insieme in un altro modo, quindi sembra di aver risolto il problema, invece fanno solo finta. Se invece tu critichi la psichiatria, tu critichi le basi di questa gente, per cui il mio discorso è rivoluzionario. Delle persone di un gruppo fiorentino di psicologia junghiana, che hanno letto il mio libro e sono venuti a trovarmi, mi dicevano che quando parlano di me, del mio libro Diario dal manicomio, gli psichiatri, gli psicanalisti e gli assistenti sociali vanno fuori di testa. Se parlano di Basaglia non importa nulla.
Quando mai Basaglia ha detto che bisogna abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio? Io non ho solo detto che bisogna abolirlo, ma ho fatto quarant’anni il medico, e non ho fatto una sola volta un Trattamento Sanitario Obbligatorio. L’ho rifiutato tutte le volte che potevo. Stavo per essere messo sotto processo perché respingevo tutti i ricoveri obbligatori. Purtroppo di quelli che conosco sono l’unico che ha rifiutato di prender le persone con la forza. Questo è un altro aspetto.
Allora, il mio pensiero è scomodo, quello di Basaglia no.
Anzi, è la base di tutta la psichiatria. Mi dispiace per lui, io l’ho conosciuto, ma il fatto è che lui non ha detto una parola, ha criticato le istituzioni e non il pensiero su cui si basano. Thomas Szasz ha scritto numerose opere di prim’ordine; in Italia non lo conosce quasi nessuno. Perché mettere in discussione la psichiatria è un discorso grosso, anche a livello politico.
Potrei aggiungere, anche se non sta a me dire perché sono conosciuto o no, che io non ho alle spalle nessuno, nel senso che per esempi Basaglia s’è affermato col Partito Comunista Italiano ( e forse anche per quello certe cose non le ha dette, no? ) ; io sono da solo. Io ho fatto questo lavoro da solo contro tutti, non so come mai ne sono uscito fuori, dato che non sono collegato con nessuna organizzazione. Nel ’92 ho avuto trentamila voti a Bologna come candidato di Rifondazione Comunista, per il Senato. Perché quando io lavoravo, siccome avevo addosso i burocrati del PD, quelli dell’estrema sinistra mi appoggiavano e mi hanno proposto come candidato a Bologna. C’è stato uno di Parma che ha preso un po’ più di voti, se no mi succedeva perfino…

 


… di diventare senatore!?!


 

Ci sono anche quelli che fanno finta di non conoscermi; per esempio tutti i basagliani mi conoscono benissimo. Jervis è morto, però durante tutta la sua vita avrebbe potuto parlare dal suo punto di vista del mio lavoro insieme a lui, ma non ha mai scritto di me in nemmeno un libro. Come se non esistessi. Pirella, che è entrato in rapporto con l’associazione Giù le mani dai bambini, voleva eliminarmi perché avevano eletto me come presidente onorario del comitato scientifico. Cioè, quelli di Basaglia fanno finta che io non esista, perché loro si sono fermati e da quella strada lì non si va da nessuna parte. E’ inutile criticare i manicomi se non si critica l’idea che li ha messi su. E’ inutile criticare i campi di concentramento se non si critica Hitler. Cioè, criticare i manicomi senza criticare la società e l’idea di cui si è servita la società per costruirli, significa fare un lavoro monco, che non serve a niente.


 


…Jervis era quello che non faceva gli elettroshock agli uomini ma solo alle donne…


 


…con lui ho lavorato a Reggio Emilia.


 


Già. Mi avevi raccontato di una suora che era stata sottoposta all’elettroshock, perché non sentiva più la vocazione, appunto da Giovanni Jervis e che tu non eri d’accordo**. Spesso quando dico che si devono eliminare l’elettroshock, il TSO e gli psicofarmaci altrimenti è inutile parlare di de-istituzionalizzazione, le persone non vogliono più ascoltarmi. Se parlo dei casi morti in psichiatria mi dicono: “Tu non devi parlare di queste cose, perché metti in cattiva luce…” Ma allora uno non ne deve parlare?


 


Per quello io sono l’innominato. Comunque io non sono inquadrato da nessuna parte e ho avuto degli appoggi basati sul mio lavoro, non al contrario, e cioè che il mio lavoro si sia affermato per via degli appoggi. E’ venuta a trovarmi Dacia Maraini*** eccetera. Io non sono di nessuna religione, perbacco! Non credo in nessun diavolo e nessun dio. Per quarant’anni di lavoro a rischio mio personale ho respinto i ricoveri. Ho liberato le persone quando stavano per essere rinchiuse, quando arrivavano che ero medico di guardia, io dovevo farle slegare, farle uscire dall’ambulanza, mandare via gli infermieri, mandare via i medici, parlare con la persona, telefonare al medico che l’aveva mandato, telefonare ai parenti. Scombinavo tutto, a mio gravissimo rischio. Infatti ho rischiato di essere condannato dal tribunale di Bologna. Mi è andata bene, ma poteva andare male. Per cui quelli che parlano, che dicono che bisogna abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio, se non ci fossi io non ne potrebbero parlare, perché non ci sarebbe nessuno che l’ha fatto. In quarant’anni non ho fatto nessun TSO e ho evitati tanti.


 


Grandioso! Il tuo destino assomiglia un po’ a quello di Dante. Lui è stato esiliato, proprio fisicamente, e tu in qualche modo sei un po’ esiliato, come Dante…
Un’altra domanda: l’individuo che rifiuta l’aiuto e che perde tutto, il suo appartamento, la sua rete sociale, che è sulla strada e lentamente e certamente collassa… Vedendo questo, cosa si deve fare?



Ho già detto che se io ho un tumore allo stomaco e non mi voglio operare e muoio, bisogna rispettare la mia volontà. Questo vale per tutto. Il fatto di una gamba rotta è un fatto semplice su cui fare una previsione, su un problema della personalità non si possono fare previsioni. Comunque il discorso non è questo. Non c’è qualcuno che deve stabilire un programma su di lei, è la persona che deve scegliere quello che deve fare. Non si può misurare. Si continua a paragonare una frattura, che è un fatto fisico, su cui si possono fare delle previsioni, a un fatto morale che non è misurabile.


 


Ad esempio abbiamo una persona che ha perso il lavoro, ha delle difficoltà sociali, quindi ha bisogno anche di assistenza, ha bisogno di soldi…A una persona in una tale situazione viene fatta la diagnosi psichiatrica; e poi viene aiutata per riprendersi…
No, non viene aiutata. Dovrebbero smettere di fare diagnosi psichiatriche a tutti quanti! Non è che ci sono tanti che stanno male, ci sono tanti che vengono classificati e questo serve solo alle case farmaceutiche per vendere farmaci e sono interessi degli psichiatri in quanto guadagnano. La soluzione è smettere di fare diagnosi psichiatriche. Quelli che giocano d’azzardo sono malati di mente, quelli che divorziano sono malati di mente, quelli che spendono più di quello che dovrebbero sono malati di mente…

Si, immaginiamoci il disoccupato che non guadagna niente…

Allora bisogna smetterla di vedere sotto questa prospettiva e cambiarla, altrimenti non si va da nessuna parte. Poi la persona classificata dagli psichiatri non è aiutata, è messa da parte, anche con la pensione. Quando qualcuno mi diceva di volersi far dare una pensione per motivi psichiatrici, ho sempre consigliato di evitare di prenderla perché si sarebbero rovinati. Cioè, il problema è che la psichiatria non è assistenza, la psichiatria è eliminazione. I problemi psicologici non sono la rottura di una gamba o una malattia, sono un’altra cosa. Allora è la società intera che deve farsi carico dell’infelicità. Si è parlato dei bambini che vanno in guerra? Noi lo siamo, in guerra: si sta bombardando una città con più di un milione di abitanti, si ammazzano uomini, donne e bambini, i giornali non ne parlano nemmeno. Ecco, in una società così, poi se si finisce per trovarsi infelici, c’è mica da meravigliarsi. Ci sono dei problemi grossi. Se continuiamo così la società si trasforma in un ospedale. Non si può pensare a un superamento della psichiatria senza pensare a una trasformazione della società, a come vivono gli uomini. Questa società qui si sta trasformando in un ospedale che serve alle case farmaceutiche che vendono sempre più farmaci; alle fabbriche d’armi che si rinnovano…


 


…agli oligarchi che creano disoccupati!
…il problema della critica alla psichiatria è anche il problema della critica alla società. Senza la prospettiva di una società diversa si resta così.


 


La mia non è una domanda. Ieri siamo partiti da Bruxelles e siamo arrivati a Traona; Erveda ha deciso lì per lì di venire a Firenze…Per noi è stata una sorpresa. Io ad esempio non avevo alcuna idea di quanti chilometri ci fossero da fare! Così ieri siamo partiti, abbiamo fatto quattrocento chilometri, e poi ho pensato che abbiamo fatto quattrocento chilometri per una persona! E, per dirla tutta, valeva la pena. La conclusione è: complimenti!
————————————————————-
*Nel frattempo, però, da parte de “Il Cappellaio Matto” è stato sottotitolato una video-intervista realizzata da Saverio Tommasi: (http://www.youtube.com/watch?v=vOGYblcMFkk). Inoltre è sottotitolato il video-documentario “Gli occhi non li vidono – Premio Giorgio Antonucci” (https://www.youtube.com/watch?v=KFUKWHcUMnc).
**Una domenica – ero di guardia, quindi avrei dovuto svolgere le funzioni dei medici assenti – Jervis mi telefonò dicendomi che dovevo fare l’elettroshock a una paziente. Io risposi che l’elettroshock non lo facevo; egli disse che l’avrebbe eseguito di persona e mi invitò ad andare a vedere; così, perché non pensasse che io non facevo l’elettroshock per l’impressione, anziché per principio, cioè perché l’elettroshock fa male, fui costretto ad andare a vedere. Vidi fare l’elettroshock a una suora di ventotto anni che era stata, dal convento in cui viveva, internata dalle consorelle perché ad un certo punto aveva cominciato a dire che lei non voleva più saperne di essere sposa di Gesù, ma voleva degli sposi sul serio. Jervis allora le faceva l’elettroshock; la situazione si commenta da sola! Io presi i reparti di donne che erano di Jervis e vi trovai che l’elettroshock era molto usato, mentre nei reparti degli uomini era stato eliminato. Questa è una testimonianza di un’altra situazione complicata, contraddittoria. Inoltre i medici sostenevano che le persone dovevano essere liberate dal manicomio, ma non tutte potevano uscire. Le uscite erano consentite solo se controllate, mentre con me non erano più controllate perché ritenevo che ogni persona avesse il diritto di uscire quando voleva e secondo le sue intenzioni. Operai così due cambiamenti: tolsi l’elettroshock e lasciai le persone libere. Inoltre comincia a ridurre gli psicofarmaci, per poterli togliere definitivamente. Per questo motivo ebbi una discussione con Pirella dal momento che, nel reparto donne, c’era una persona anziana che piangeva continuamente ed egli voleva provvedere a questa situazione ricorrendo all’elettroshock. (Intervista a cura di Clarissa Brigidi – fonte: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net, visualizzato il 10/04/2013).

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***Dacia Maraini parla del suo incontro con Giorgio Antonucci e delle visite nei suoi reparti in alcuni articoli de La Stampa e nei libri Dossier Imola e legge 180 (1979) e La Grande Festa (2011).

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Pubblicato il: 12 agosto, 2015
Categoria: Testi

La devianza come malattia – A-rivista anarchica n°398 – Recensione “Fra diagnosi e peccato” di Chiara Gazzola – Estratto

 

 

…”L’autrice di formazione antropologica,dimostra attraverso un approccio storico, sociologico, antrpologico come la diversità sia considerata indice di irrazionalità e insensatezza, una minaccia al corretto funzionamento dell’ordine morale e sociale. Sottolinea il carattere ambiguo, soprattutto nell’ambito della classificazione delle malattie mentali in psichiatria: l’anomalia, come antitesi di normalità, è irretita di attributi morali. L’ambito psichiatrico contribuisce ad alimentare il nostro pregiudizio rispetto a ciò che per noi è alienazione mentale, follia. Per altre culture, invece, rappresenta l’esternazione di uno spirito che porta ad agire al di sopra della volontà delle persone, l’anomalia sociale è interpretata in funzione del bene della collettività e inserita in un contesto di credenze condivise”….


…”Per un approccio alla terapia, la fiducia è indispensabile all’efficacia della cura stessa. Nella voce corale delle testimonianze raccolte, ricorre la richiesta di ascolto, conforto alla sofferenza. Si chiede Gazzola: “Quando la relazione tra individui è disturbata da burocrati, agenti di controllo e giudici o si attua all’interno di progetti nei quali il poter fare si basa su poteri di forza, può avviarsi un rapporto di reciprocità?” Le ingiustizie evitabili generano un dolore spesso impossibile da accettare.”


…”C’è una sottile e discriminatoria linea di confine fra prendersi cura e gestire l’aiuto, come ben dimostra l’analisi su etnopsichiatria e flussi migratori……L’assistenzialismo è il volto buono delle istituziioni totali. L’esclusione viene attuata ogni volta in cui si crea una categoria o una situazione che susciti scandalo, un risentimento sociale al quale si abbina una giustificazione “scientifica”. Le aree di studio dell’etnopsichiatria pongono attenzione ai fattori ambientali e sociologici, ma giustificano una cura farmacologica chiamando ogni conflitto con il nome di una patologia. Pertanto si esclude una soluzione attraverso un approccio culturale e relazional.”


…”Nelle coversazioni riportate a conclusione del saggio – pregevole quella con Giorgio AntonucciMichela Zucca, antropologa, commenta: “La condivisione, la solidarietà, la spinta ideale collettiva aiutano a superare le sofferenze individuali. Se una persona è coinvolta e impegnata in un progetto riuscirà più facilmente a non cadere nel malessere: in questo senso la lotta è terapeutica”.


Giorgio Antonucci, medico, in Diario dal manicomio (qui) scrive: “Non è detto che una persona debba attenersi per forza alla vita empirica invece che essere fantasiosa, specialmente se il sognare a occhi aperti le è utile per vivere, e non è detto che debba rispettare i pregiudizi e le convenzioni della società quando queste le divengono intollerabili.)


L’articolo completo di Chiara Piccinelli, su Arivista anarchica, 398, maggio 2015


Fra diagnosi e peccato. La discriminazione secolare nella psichiatria e nella religione.Chiara Gazzola (qui)

 

Pubblicato il: 25 maggio, 2015
Categoria: Notizie

Psichiatria ieri e oggi – Giorgio Antonucci – ATLANTICA Enciclopedia universale 1991

PSICHIATRIA IERI E OGGI – Giorgio Antonucci

 

Atlantica – Grande Enciclopedia universale – Annuario Enciclopedico 1989 – European Book Milano

 

L’articolo è corredato di immagini fotografiche interne ed esterne dell’Ospedale Psichiatrico “Luigi Lolli” di Imola (Bologna). Foto: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/galleria/

 

 

“Colui che non rispetta la vita non la merita” Leonardo

Chi si pone il problema di capire le teorie e le pratiche della psichiatria, e cerca di studiarne la storia per comprenderne il significato, si trova subito di fronte a una contraddizione.

Da una parte appare costante e sempre rinnovata l’incertezza sulle conoscenze e sulla validità dei principi, dall’altra si rivelano superficiali e frettolosi gli interventi, così pericolosi per la libertà e l’integrità delle persone.

Scrive Thomas S. Szasz nella prefazione alla prima edizione della sua opera: The Myth Mental Illness. Foundation of a Theory of Personal Conduct (New York 1961): «L’insoddisfazione per la base medica e per la cornice concettuale della psichiatria non è di origine recente, e tuttavia ben poco è stato fatto per rendere esplicito il problema e ancor meno per porvi rimedio.

Negli ambienti psichiatrici è considerato pressappoco atto di indelicatezza chiedere: — Che cosa significa malattia mentale? — E negli ambienti dei profani la malattia mentale troppo spesso si ritiene essere tutto ciò che gli psichiatri dicono che sia. — Chi è malato di mente? — pertanto suona: — Chiunque sia rinchiuso in un ospedale psichiatrico o si rechi a consultare uno psichiatra nel suo ambulatorio privato — ».

Non molto meglio vanno le cose nella casa degli psicanalisti, che, a cominciare da Freud per finire a Lacan, si perdono sempre di più in genericità e astrazioni, senza nessun nesso con la vita reale, e non riescono mai a definire alcuna conoscenza che abbia significato.

Già negli anni ‘30 il filosofo e critico della scienza Bertrand Russell esprimeva con penetrante ironia i suoi ragionevoli dubbi sulla distinzione tra

sano e malato in psicologia, e aggiungeva argutamente di non credere che studiosi della psicanalisi avessero riflettuto molto profondamente sulla distinzione tra fantasia e realtà. In pratica — commentava — la fantasia che crede il paziente, la realtà è ciò che crede l’analista.


Ma un brano che può essere considerato un classico della critica intelligente al senso comune che sembra dare per scontata la problematica distinzione tra saggezza e follia lo si trova, sempre per mano di Russell,nell’opera The Scientific Outlook (1931,George Allen & Unwin Ltd, London), in italiano “La visione scientifica nel mondo” (Universale Laterza 1988). Il brano fa parte del capitolo “La tecnica nella psicologia”, e lo riporto qui per intero considerata la sua chiarezza e la sua importanza per il nostro discorso.

«Vi sono, tuttavia, un gran numero di opinioni che sono basate molto chiaramente sui desideri individuali di coloro che le mantengono, e non su di un terreno di respiro universale. Una volta fui visitato da uno che mostrò il desiderio di studiare la mia filosofia, ma confessò che nell’unico libro mio che aveva letto c’era una sola proposizione che gli riusciva di comprendere, e quella era una proposizione che non poteva accettare. Chiesi quale fosse, ed egli rispose: — Giulio Cesare è morto. — Io naturalmente gli chiesi perché non accettava tale proposizione. Si tirò su e rispose piuttosto rigidamente: — Perché Giulio Cesare sono io. — Trovandomi solo con lui nell’appartamento cercai di raggiungere la strada al più presto, poiché mi sembrava improbabile che la sua opinione derivasseda uno studio obbiettivo della realtà. Questo fatto illustra la differenza fra credenze sane e insane. Le credenze sane sono quelle ispirate da desideri che si accordano ai desideri degli altri; le credenze insane sono quelle ispirate da desideri che cozzano con quelli degli altri. A tutti piacerebbe essere

Giulio Cesare, ma sappiamo che se uno è Giulio Cesare, l’altro non può esserlo; perciò chi pensa di essere Giulio Cesare ci dà fastidio, e noi lo diciamo pazzo. A tutti piacerebbe essere immortali, ma l’immortalità di uno non contrasta con l’immortalità dell’altro, perciò chi si crede immortale non è pazzo. Le delusioni sono quelle opinioni che non riescono a compiere le necessarie modificazioni sociali, e lo scopo della psicanalisi è di compiere quelle modificazioni sociali che faranno abbandonare quelle opinioni. Il lettore, spero, avrà compreso che il suddetto ragguaglio è in qualche modo inadeguato. Per quanto si possa cercare, è difficile sfuggire alla concezione metafisica del fatto. Freud stesso, ad esempio quando per la prima volta espose la sua teoria della onnipervasività sessuale, fu considerato con quella specie di orrore che ispira un pazzo pericoloso. Se l’approvazione sociale è la prova della salute mentale, egli era pazzo, benché divenisse sano quando le sue teorie cominciarono ad essere abbastanza accettate da divenire una fonte di guadagno».

Parlando dell’incertezza dei principi su cui si fonda la psichiatria mi pare opportuno riprendere il racconto della singolare vicenda del cittadino francese indicato da Bruno Cassinelli col nome convenzionale di Lafoi, che nel luglio 1914, alle soglie della prima guerra mondiale, si ricoveri volontario nel manicomio di Parigi, per protestare a favore della pace.

Scrive appunto Cassinelli nel primo capitolo dell’opera “Storia della pazzia” (Dall’ Oglio editore, 30 settembre 1964): «Le nazioni entrano in guerra, l’una dopo l’altra, quasi incalzandosi. — E’ infame — pensa Lafoi. Per tre giorni non mangerà: bisognerà pure che almeno un uomo soffra per l’umanità impazzita. La sua follia sogna di ispirarsi a Cristo e all’amore in terra per gli uomini di buona e di non buona volontà, Lafoi è un pazzo che vuole ragionare più di tutti. La follia di questo infelice, che è stato riconosciuto pazzo dai più grandi psichiatri di Francia, può rincrudire o modificare la morfologia dei suoi accessi».

Risulta così che Lafoi, precorrendo moltissimi contestatori della nostra epoca tra cui Gandhi e lo stesso Russell, intensifica la sua azione e accentua le sue provocazioni al potere costituito promotore di delitti man mano che questi delitti divengono più gravi.

«Lentamente — scrive ancora Cassinelli— ma con sicurezza s’avvia all’ultimo padiglione, se vi entra non gli sarà più permesso di uscire dalle mura del manicomio. Lafoi si sacrifica per gli uomini».

Intanto gli psichiatri si domandano stupiti come possa funzionare questa forma di pazzia così pertinente agli avvenimenti.

E’ bene ricordare che ai tempi di Lafoi l’obbiezione di coscienza, che ora in alcuni Stati è riconosciuta come un diritto se adeguatamente motivata in termini religiosi o filosofici, era ritenuta da molti psichiatri un sintomo di schizofrenia.

Però alcuni dei lettori potrebbero domandarsi:— Ma chi era questo Lafoi? — Come il Don Abbondio manzoniano si chiedeva di Carneade.

Allora noi, per toglierli dal dubbio, ci proponiamo di continuare parlando di un personaggio sicuramente più famoso.

Riferisce Vittorio Messori nel suo libro “Ipotesi su Gesù” (Società editrice internazionale-trentaduesima edizione 1986) a pagina 134 nella nota n. 8 che il famoso psicologo Binet, professore di psicologia alla Sorbona, si mise tenacemente a scrivere quattro volumi con oltre duemila pagine «per classificare scientificamente il carattere di Gesù».

Lascio la parola direttamente a Messori: «Gesù che, per il professore francese, fu TEOMANE (maniaco religioso, cioè, per la degenerazione dell’affetto verso i genitori), SITOFOBO (detestava il cibo, come testimoniato dal digiuno di quaranta giorni), DROMOMANE (non poteva star fermo, come si vede dai continui spostamenti), IMPOTENTE (per le esortazioni al celibato), OMOSESSUALE (per la predilezione per Giovanni), INSONNE (per le notti di preghiera)… Il prof. J. Soury replica: — D’accordo che Gesù fosse “l’alienato tipico”. Ciò però non si deve, come pensa il collega Binet, all’alcolismo del padre aggravato dalla tubercolosi, ma alla meningo-encefalite sifilitica. La prova? I primi segni di follia li dà a dodici anni discutendo con i dottori nel tempio —. Altri professori replicano che in realtà il disordine mentale di Gesù è dovuto al trauma neuropsichico sofferto dalla madre durante il concepimento, per il timore di essere ripudiata dal fidanzato Giuseppe: ne è prova l’ altrimenti inspiegabile mutismo davanti a Pilato».

Molto stimolante, ci pare, questa discussione tra specialisti, non tanto sul fatto se Cristo fosse o non fosse pazzo, quanto su una corretta identificazione delle cause.

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Pubblicato il: 22 febbraio, 2015
Categoria: Immagini, Libri

LIBRI



DOSSIER IMOLA E LEGGE 180

Audio: Dacia Maraini “Presentazione – Dossier Imola”, Forlì, 3 novembre ’79.

Scritti di
Alberto Bonetti
Giuseppe Favati
Dacia Maraini
Gianni Tadolini


A cura di G. Favati

Idea Book


INDICE

Giuseppe Favati, Dossier. 180 e seguenti – Antonucci: una pratica che disturba 5
Alberto Bonetti, Lettera a Giovanni Berlinguer 19
Delibera degli amministratori dell’Ospedale “S. Maria della Scaletta” 27
Gianni Tadolini, Attenti ai passi indietro 35
Gianni Tadolini, Psichiatria: come volevasi dimostrare 41
Dacia Maraini, Altre grida disperate dal manicomio 45
Documento CGIL, CISL,UIL ospedalieri e Amopi 53
Documento degli amministratori 57
Gianni Tadolini, Dei manicommi. Lettera aperta a Mario Tobino 59
Dacia Maraini, Un’orchestra esegue Mozart all’ex ospedale psichiatrico 65
Dacia Maraini, Imola, festa al Padiglione n. 10 73


DOSSIER

180 e seguenti


Ed è già un anno dalla legge 180 sull’assistenza psichiatrica in Italia, anticipo della riforma e conseguente servizio sanitario nazionale (sic). Anticipo forse stimolato e anzi frettolosamente concesso per paura del referendum abrogativo dei manicomi, ma pur sempre legge che – è stato detto da amici, compagni, generici e primi attori – porta il segno del lavoro di tanti anni, nasce dalla pratica e dalla storia reale degli uomini, storifica lotte e sofferenze. Credo però che nessuno abbia richiamato subito – e oggi a un anno di distanza il riferimento sarà percepibile – il caso costituzione, la legge “suprema” dello stato democratico, che portava – porta – i segni della storia reale, di tanti morti e torture e sangue, parole riecheggianti voci vicine e lontane ( così Piero Calamandrei), e molto prometteva: una costituzione programmatica cui si è opposto una costituzione materiale , il fascio e il fascismo di norme ( e rapporti sociali) tuttora operanti, vigentissime, spolveratissime. Sempre Calamandrei commentava che, nel riflusso del dopoguerra, ci era stata data, appunto con la carta costituzionale, una promessa di mutamento in cambio del mutamento.
Idem con la legge 180. Senza il lavoro di molti uomini e donne, di tanti gruppi rimasti “sconosciuti”, e ai quali non spetta neppure un veloce rimando in nessuna storia, in nessun ripensamento delle esperienze di psichiatria alternativa o non-psichiatriche (anche nel movimento, anche nei vari anti perdura il processo della nominazione, dell’identificazione rassicurante, del protagonismo trasferito e trasferibile in tutti i luoghi deputati all’informazione, video libro di grande editore foglio culturale di sinistra extra), senza quel lavoro la legge 180 non sarebbe mai venuta. Oggi vi è la possibilità di dimensioni diverse, il no al manicomio ha un suo punto di riferimento formale, e da qui può scaturire una maggiore e più dinamica articolazione del nostro fare, da qui può riprendere una carica di esperienze per sfondamenti della realtà segregata e segregante.
La lotta si è fatta più aperta e al tempo stesso più insidiosa. Proprio perché vi è una estensione di scacchiere, uno spostamento di piani, di livelli, un abbassamento e un’alzata di tiro, accompagnati – se mi è consentita questa metafora – da un eccesso di “citazioni”. Intendo dire che il bersaglio istituzionale manicomio sembra affatto scomparso, e che ospedale generale, territorio, ambulatorio, domicilio diventano parole in abbondanza sulla bocca dei potenti, incitano ad asserzioni spericolate, alla “scoperta” di nuovi paradigmi dell’intervento (socio-sanitario) e del comportamento (umano). Questo accumulo di “citazioni” passa ancora sulle teste della gente, stupefatta. Il relatore della 180, l’on. Orsini, afferma, quagliesco, in Tv: “Tutti i malati devono essere curati a casa”. E’ sempre la promessa di mutamento in cambio del mutamento che non si dà e che non si vuole. Infatti l’Orsini difende, offeso, medici e psichiatri allorchè Basaglia brontola, arcigiustamente e fascinosamente, che i medici vogliono conservare il loro potere mentre il corpo è nostro. Se sono mutati o sono divenuti più sofisticati i quadri teorici entro i quali si muove la classe dominante, nell’immagine di mondo trasmessa dall’alto agli strati inferiori nulla è cambiato dalla formalmente sepolta legge 1904, e regolamenti e ritocchi susseguenti. Un assaggio: art. 60 del R.D. 16 agosto 1909, n. 615, ”Regolamento sui manicomi e sugli alienati”: “Nei manicomi debbono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in case private”.
A sua volta Basaglia, alla madre angosciata perché non sa dove battere il capo con il figlio “malato di mente”, nessuno ora le dà una mano ( e chi, e come gliela dava prima?) risponde semplicemente e un po’ misteriosamente per la vastissima platea televisiva: “ ora ha una voce suo figlio, ora lei ha una voce”. Parafrasando e correggendo il manicheismo di Hendy: buono, ma soprattutto meno buono. In alcuni manicomi i “malati” avevano conquistato già una voce, il diritto alle assemblee, a criticare l’istituzione, i medici, gli infermieri, ecc. Nell’ospedale generale no, nell’”ospizio” no, negli ambulatori no. Non si ha diritto mai a una parola. Hanno invece diritto loro, di ignorarti, di usarti, di umiliarti in cento e diecimilauno modi. E non è che questo accada con i vecchi e basta. Il potere medico bada all’età: cambiano solo i tipi di umiliazione del vecchio istituzionalizzato o della giovane donna ricoverata (ad es. certi ginecologi sono tra i maggiori maestri di questo genio criminale, troppo spesso direttamente proporzionale ai loro appelli intenti nella camomilla dello spiritualismo, in difesa usque ad mortem del sacro diritto alla vita).
Lo stesso Basaglia definisce efficacemente l’ospedale generale “un grande manicomio di per sé”. E d’altro canto il cosiddetto territorio è interamente da costruire con i suoi “servizi”, con le sue “unità”, funzioni e plessi di funzioni. Cosicchè tutto resterebbe affidato al fatto che “il sociale – sottolinea Basaglia e non solo lui – entra per la prima volta nell’ospedale generale, e quindi vi entra la contraddizione”. Ma, allo stato, nella dimensione interna e nella dimensione esterna, i figli e le madri possono restare provvisoriamente e paradossalmente con minor voce di prima.
Si tratta di provvisorietà in fondo ineliminabili nelle condizioni date. L’argomento – che sembra tagliare la testa a tutti i tori – “prima le strutture poi la legge” – è sostanzialmente fasullo. Per strappare una legge – e la migliore delle leggi non sfuggirà mai alle ambiguità volute – ci vuole fatica e sangue. Per tradurla nei fatti, ci vuole molta più fatica e sangue. Le “strutture” poi devono essere un risultato in continuo divenire, oppure diventano nuove e più sinistre trappole. Insomma, se per l’aborto in Italia, anziché approvare una pur discutibilissima legge, avessimo atteso la disponibilità delle “strutture” (ossia, in primo luogo, i comodi proprio dei ginecologi suddetti) sarebbe scoccato il duemila.
Allora, finalmente, dovrebbe essere agevole l’accordo su uno dei cuori del problema: posto che la legge 180 è assai meglio ci sia che non ci sia, nessuna illusione sulla persistente segregazione istituzionale e sulle spinte e sui rischi della “dilatazione” psichiatrica. L’ospedale accoglie e cura press’a poco come il manicomio. Certo, se il “malato” rifiuta le cure lo si deve mandare a casa, ma il ricovero obbligato “rimane” una misura di polizia; e se il “malato”, dimesso, continua a disturbare un reato almeno di oltraggio non glielo leva nessun santo; e cos’ via. Sullo sfondo il manicomio giudiziario intoccato e intoccabile anche nominalmente.
Ma la tendenza alla “dilatazione” è irreversibile. Non è questione di prendere atto di una tendenza che lo stesso movimento alternativo ha incoraggiato e doveva incoraggiare, nel senso dell’uscita allo scoperto, esponendosi ai colpi di un uso, e di usi più complessi della catalogazione, della schedatura, della manipolazione, della repressione. Il manicomio, edificio fatiscente ma pur sempre in piedi, rischia di moltiplicarsi negli ospedali e nel territorio, metamorfosandosi. Ciò comporta la necessità – pena la disfatta- di coinvolgere non solo il momento psichiatrico con quello sanitario, ma quelli con tutti gli altri nel contesto sociale. Meglio: di “sciogliere” i primi nei secondi.
E’ quest’ultimo un passo che molti contestatori dei criteri nosografici tradizionali e dei meccanismi della violenza, persone ad elevato grado di qualificazione professionale e di riflessione teorica, stentano a compiere o si rifiutano di compiere. “Forse” – avverte Pirella – “costoro finiscono con il rispondere più ai loro bisogni personali di sopravvivenza culturale, di gruppo, di competizione intellettuale, chiudendosi ad ogni verifica sul reale e producendo nuove ideologie di ricambio” (Il corsivo e mio). E ancora: “… certamente gli scritti di Jervis hanno contribuito a favorire questo ritorno di riflessioni separate dai problemi reali e a produrre esercitazioni su ideologie contrapposte e in concorrenza tra loro (ad es. nel recente Normalità e deviazione di Di Leo – Salvini, editore Mazzotta). Non mi sembra tuttavia che possa essere soltanto il problema di un uomo per quanto intelligente e sofisticato esso sia…”: c’è una propensione abbastanza diffusa a lavorare teoricamente senza confrontarsi con “certe esperienze di lotta”.
Viceversa c’è bisogno di pratiche, e ogni pratica ha un suo costo personale elevato cui l’essere nel mondo da intellettuale tradizionale perennemente si sottrae. Non c’è alcun bisogno di ideologie di ricambio, quali la stessa Antipsichiatria, pur suggestiva e meritoria, d’importazione anglosassone. Pirella dice bene che non interessa una conoscenza psichiatrica ulteriore per confermare il ruolo dello psichiatra, del terapeuta decifratore del senso; “noi non dobbiamo essere esperti della follia…”. I problemi delle persone che chiedono una casa, un lavoro, ecc. “non sono uno spazio per la follia (vedi Amati e altri) ma uno spazio per la vita, il diritto di sopravvivere e comunicare, la libertà di rivendicare e, al limite, di lottare. Noi siamo espropriati della libertà di lottare …” Dove si potrà sospettare qualche fraintendimento: ad esempio, è anche questione di spazio per la “follia”, perché mai no? Certo, senza consentire affatto su Follia=Verità, Cammino verso il Centro della Terra (con un rovesciamento “spiritualistico” somigliante a quello di chi pretende di superare “materialisticamente” gli schemi crociani e post assiomatizzando Poesia=Bellezza, Bellezza=Realtà cioè Lotta di classe). Quel punto però è una discriminante assoluta. Il rifiuto, diciamolo chiaro e tondo, dell’intervento sanitario repressivo a piccola verso grande macchia, dunque della medicina gerarchica e manipolatrice, l’adozione di una pluralità di pratiche non-psichiatriche dentro e fuori l’istituzione.


Antonucci: una pratica che disturba

Fra i più tenaci, estremi, e paganti in proprio, sostenitori di questa modalità di essere e rapportarsi al mondo della segregazione vi è Giorgio Antonucci. Già a Cividale del Friuli, poi a Reggio Emilia, quindi a Imola. Dal reparto in ospedale civile affidato a Edelweiss Cotti nel 1968, trascorsi appena sei mesi fu cacciato, lui e i suoi compagni di lavoro, dalla polizia in pieno assetto operativo. E il reparto chiuso. Da Reggio Emilia, Centro di igiene mentale, fu costretto a andarsene non tanto per intervento determinante del “potere” (anche se collezionò denunce, ma tutte archiviate), quanto di “altro” su cui amici stanno portando in concreto la loro riflessione, una riflessione che mi auguro consentirà chiavi di lettura diverse da quelle di recente offerte per le esperienze reggiane post-68.. All’Ospedale psichiatrico “Osservazione” di Imola dove venne chiamato da Cotti, divenutone direttore, nel 1973, il suo lavoro ha richiesto di nuovo quel costo elevato cui accennavo sopra, e che era ed è inevitabile per chiunque si ponga completamente al di fuori della visualità psichiatrica, vecchia o nuovissima o futuribile, dei meccanismi repressivi-espulsivi come delle teoriche autogratificanti.
La scelta di Imola fu in buona misura obbligata, e quindi non scelta, ma Antonucci, da quel provocatore che è sempre stato, chiese il reparto più duro, quello degli “irrecuperabili”, degli “agitati”. Che era il 14, donne. Successivamente vi si aggiunsero i reparti 10 e 17, donne e uomini. Ricominciò la sua sfida all’ambiente, ai codici diffusi, ecc. e anche a se stesso, non solo nel senso della solita contraddizione vissuta e coscienzializzata (un non-psichiatra in manicomio), ma soprattutto per la resistenza fisica duramente messa alla prova come mai prima. Poiché qui non si scrive una biografia, né si confezionano santini o mezzi busti, né d’altra parte si narrano “miracoli” (è termine che ricorre sulla bocca dei gestori della nostra salute irridenti alla categoria del “socio-politico”), basterà accennare al turno di guardia di un medico il quale aveva eliminato tutti i mezzi di contenzione e i massicci psicofarmaci e si ritrovava, per ventiquattr’ore filate, in conflitto insanabile con la situazione di violenza degli altri reparti dell’O.P. Mentre i colleghi medici, a loro volta, in quei turni di guardia dormivano il sonno del giusto. Quanto al personale di cui c’era bisogno, ci hanno pensato tutti i governi e nella fattispecie Stammati con il suo decreto vietante assunzioni, supponiamo in ragione dell’austerità necessaria alla salvezza del paese e comunque della moralità amministrativa. Ma a onor del vero Stammati non avrebbe impedito di affiancare ad Antonucci un altro aiuto medico.
Disgraziatamente, infatti, la pratica di Antonucci dava risultati eccezionali. Non poche testimonianze informazioni al riguardo si ritroveranno qui di seguito, a cominciare della lunga puntuale lettera di Alberto Bonetti a Giovanni Berlinguer, indispensabile per la comprensione di ciò che è cominciato ad accadere ed è infine precipitato a Imola dopo la legge 180.
“In presenza” dei risultati sono venute le insofferenze e le aggressioni morali contro Antonucci. Quel “dottorino” mostrava, con il contributo determinante degli infermieri e delle infermiere, liberatesi anch’essi da un passato di terrore nei confronti dei “pazzi”, che quei poveracci potevano, ma guarda, ancora parlare, comunicare, camminare, perfino gioire; e via via crescevano le irrisioni di corridoio, le denunce, gli articoli, addirittura i manifesti sui muri della città. Il dottor Antonucci era spesso assente per malattia! Informavano responsabilmente dei sindacalisti, che però non pubblicavano nessun volantino, non affiggevano nessun manifesto per chiarire statisticamente quanti secondi dedicavano gli altri psichiatri all’ospedale e quante ore nei propri studi a contatto ben fruttifero con pazienti privati. Il dottor Antonucci aveva aggredito un medico! Il dottor Antonucci aveva maltrattato una infermiera! Anime pie.
Riassumevano i concetti essenziali i sindacalisti della UIL-Uisao, sciarpa littorio dell’aggressione ad Antonucci: La mafia è forse giunta all’Ospedale “Osservanza”? “…Non ci è possibile tacere ulteriormente di fronte ad episodi che denotano il costante sfacelo in cui il nostro Ospedale è direttamente investito…” e “Il Nuovo Diario”, settimanale cattolico emanazione della Dc di Imola, che coniugava fascismo mafia e compagni. Con gli stessi metodi 50 anni fa si instaurò il fascismo. Anzi codesti compagni (Cotti e Antonucci) sono peggio perché dai fascisti “li distingue solo l’ipocrisia che gli altri – pur fra tante malvagità – non ebbero”. Concludeva a caratteri di scatola il foglio dc: …manca solo la lupara! Che non avrebbero dovuto tardare visto che il potere era ormai nelle mani di “compagni di ferro”, “con licenza di uccidere”
Ma il pianeta terra sarebbe troppo bello se tutto fosse colpa di questa benedetta Dc, e di quei fior di galantuomini che si firmavano Uil. Che facevano nel frattempo gli amministratori locali? Che pensavano e facevano il presidente (socialista) e il consiglio di amministrazione (a maggioranza assoluta di sinistra)? Nel complesso qualcosa di molto simile alla tolleranza meditabonda, anziché all’attiva solidarietà; e in almeno un caso richamavano l’Antonucci in termini disciplinari.
Finale provvisorio. Dopo l’approvazione della legge (ora ex) 180, il consiglio ridistribuiva incarichi e direzione dei padiglioni, con un provvedimento (passato poi all’esame, senza intoppi, del comitato regionale di controllo) che obiettivamente incoraggia i medici ostili durante tutti questi anni alle misure innovative e punisce Antonucci, al quale sottrae la responsabilità dei reparti 10, 14, 17.Significativamente è su “Il Forlivese”, settimanale del PCI del comprensorio di Forlì, che il compagno Gianni Tadolini denuncia il fatto. Senza conseguenze. Alla fine di luglio Dacia Maraini intervista Antonucci per la “La Stampa” e il colpo viene accusato. CGIL, CISL. UIL (ahinoi) ospedalieri e Amopi (nientemeno che l’associazione dei medici di ospedali psichiatrici) richiedono che sia ristabilita la verità contro le calunnie. Il consiglio di amministrazione emana un comunicato parapìm parapàm (più avanti tutti i documenti citati, in versione integrale).
Il problema ha investito ormai la capacità di far politica del PCI forlivese ( e non). Sul versante PSI, in compenso, tutto è silenzio, salvo errori e omissioni; forse si sveglieranno domattina accusando i comunisti di Forlì di essere aggrappati alla ciambella del leninismo.
Sembrerebbe dunque che lo scandalo della riduzione della sofferenza cosiddetta psichiatrica, ribaltando i soliti e men soliti quadri teorici e clinici, disturbi troppo, sia intollerabili a troppi. Certo pretendere la parola nell’ospedale generale e aggiornare le esperienze di lotta sul territorio è ancora socialmente pericoloso. Ma ci rifiutiamo di abbassare il livello di guardia, e di credere che PCI e PSI (senza escludere affatto le responsabilità di raggruppamenti di sinistra di vario segno) siano eguali a certi loro comportamenti degli ultimi degli ultimi anni, inamovibili nelle loro tattiche settantottesche. La critica alle scelte compiute comincia a “tagliare” quelle organizzazioni e quindi tutti noi. Soffocarla, lasciarla cadere importerebbe la complicità senza più scusa alcuna nella degradazione politica generale.

GIUSEPPE FAVATI.

———————————————————–
1) Ciò non significa che, in fatto, le case di cura abbiano eliminato la violenza visibile e invisibile. Ma interessa qui non lo scarto rispetto alla norma giuridica (nei manicomi i mezzi di coercizione da assolutamente eccezionali hanno continuato ad essere assolutamente quotidiani) bensì l’angolatura ideologica degli addetti alla ripetizione del modello sociale esistente.
2)Intervista ad Agostino Pirella, Dal “no” al manicomio alla lotta sul territorio, “Libri oggi”, ottobre 1978.
3)Su Reggio Emilia cfr Giorgio Antonucci e Piero Colacicchi, Intervento popolare al manicomio di S.Lazzaro, “Il Ponte” novembre 1970; Comitato popolare di Ramiseto, Ancora sulle visite al S.Lazzaro, ivi, maggio-giugno 1971; S.Lazzaro. Documenti sulla repressione, a cura di Piero Colacicchi e Aldo Rosselli, ivi, ottobre 1971.
4)Facente parte dell’Ente ospedaliero “Ospedale S.Maria della Scaletta”, Imola.
5)Anche nel senso della sopravvivenza.
6) Cfr una mia nota, L’antimafia a Imola, “Il Ponte”, marzo 1976.
7) Mentre terminava la preparazione tipografica di questo Dossier, il consiglio ha “perfezionato” la sua opera. I medici con la qualifica di aiuto sono stati nominati aiuto-dirigenti. Con un’unica eccezione: Giorgio Antonucci.




Lettera a Giovanni Berlinguer


Alberto Bonetti


Onorevole
Professor Giovanni Berlinguer
Camera dei Deputati
ROMA

Firenze, 25 giugno 1978
Caro Collega,
Sono fisico presso la Facoltà di Scienze di Firenze: sento la necessità di segnalare un caso che mi sembra rientri assai bene nel quadro degli interessi che hanno ispirato la tua azione nell’ambito più generale delle applicazioni della scienza delle applicazioni della scienza, e in quello più particolare della medicina e della medicina sociale.


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Pubblicato il: 3 febbraio, 2015
Categoria:

Algranati il riformista e Antonucci il rivoluzionario – Giuseppe Gozzini – Storia di un obiettore “Non complice” – 2014

Da: Non complice
Storia di un obiettore
Giuseppe Gozzini
edizioni dell’asino 2014

Algranati il riformista e Antonucci il rivoluzionario
.

 

Bene ha fatto Elèuthera a ristampare il libro di Giorgio Antonucci Il pregiudizio psichiatrico, e a publicare in contemporanea quello di Paolo Algranati, Voci dal silenzio. Rappresentano infatti due esperienze parallele,che invogliano a lettura sinottica per capire che cosa le rende apparentemente cosi vicine e tuttavia non coincidenti. Sono parallele nell’evidenza di un risultato comune lo smantellamento delle strutture manicomiali con apertura dei reparti “chiusi” ma non si incontrano nelle premesse, soprattuto su un punto: il giudizio sulla malattia mentale. In realta Algranati e Antonucci ripropongono i due filoni interpretativi del cambiamento sociale, presenti ­ non a caso ­ anche nell’approccio alla psichiatria: il riformismo e la rivoluzione. Anticipando il contenuto dei due libri, diciamo che Algranati vuole riformare l’istituzione psichiatrica liberandone le vittime per curarle meglio, mentre per Antonucci l’unica alternativa alla psichiatria è la soppressione della psichiatria (anche quella “democratica”).
Paolo Algranati: il riformismo
“A tre anni di distanza dall’approvazione nel 1978 della ’180′, la legge Basaglia, iniziavo a lavorare nel manicomio di Roma con l’incarico di assistente psichiatra. Assegnato al padiglione 22, il più grande dei reparti ‘chiusi’ dell’ospedale, mi accingevo, con l’animo combattivo ed entusiasta del ventiseienne, a verificare, nell’impatto concreto con l’istituzione manicomiale, i miei anni precedenti di formazione teorica”.
Comincia cosi il libro di Algranati, un rapporto dall’interno del manicomio Santa Maria della Pietà, scritto con l’immediatezza di un diario di bordo. Algranati, che si definisce “psichiatra anomalo”, descrive, anno per anno, il lungo cammino dello smantellamento del padiglione 22, definito la “fossa dei serpenti” (1981) al lavoro di riabilitazione in un “zona autogestita” (1983) al passaggio padiglione 8, completamente aperto (1987), che prefigura il concetto di Comunita terapeutica come “un continuo training tra gli operatori e poi tra questi e i pazienti, e infine tra tutti noi e il mondo esterno”.
Ecco alcune tappe di questo cammino: l’incontro con la caposala “una suora bassa e corpulenta, vestita di bianco” che gli apre il cancello di ferro e lo immette nelle corsie del padiglione 22 come nei gironi dell’inferno dantesco (i dannati sono i pazienti con le loro storie di segregazione); lo scontro immediato con la suora sulla cosiddetta “ergo­terapia”: un sistema di lavoro per cui sessanta pazienti, con ruoli e mansioni tutt’altro che trasparenti “tenevano in piedi o comunque contribuivano in maniera decisiva al funzionamento della struttura che li segregava”; la conoscenza, uno per uno, di tutti i 114 pazienti, 70% dei quali ­attraverso un sistema di sfruttamento capillare, basato su ricatti, favori, intimidazioni ­ era adibito “senza nessun compenso ai lavori piu umili, di pertinenza, teoricamente, di infermieri e ausiliari di pulizia”; la messa in discussione dei mezzi di contenzione (camicie di forza, sbarre alle finestre, porte chiuse a chiave) e dell’abuso degli psicofarmaci; l’analisi del comportamento degli infermieri in base alla loro appartenenza alle tre categorie dei “sottomessi”, dei “ribelli” e dei “neutrali ricattati” (senza contare “i cani sciolti”); l’inizio della collaborazione con alcuni infermieri che porta alla prima timida uscita dalle mura del manicomio (un soggiorno di quindici giorni per dodici pazienti in una località di montagna del Lazio); la formazione di una “zona autogestita”, due corsie, con quattordici pazienti e sei infermieri (la cronaca di questa “zona liberata” ricostruita in “un poderoso quaderno utilizzato indifferentemente dai pazienti e dagli operatori”, di cui sono publicati ampi stralci); la guerra aperta con la suora caposala fino al suo trasferimento nel 1984 a un altro reparto (“finiva al 22 l’epoca arcaica del potere religioso sulla pazzia”).
Il racconto fin troppo minuzioso, scritto con amore e un grado di partecipazione e di simpatia umana eccezionali, interrotto dalle bellissime (e illuminanti) “storie di vita” degli internati, ha il merito di portare il lettore dentro la realtà manicomiale. Paolo Algranati, con l’attenzione costante ai concreti problemi di gestione, dimostra di avere la stoffa del riformatore e registra con la pignoleria del cronista tutti i cambiamenti: l’apertura del manicomio ai parenti dei ricoverati “reclusi”; l’importanza del lavoro in una coperativa; la logistica dei reparti dopo i vari traslochi; le sorti dei pazienti dimessi con tutti i problemi di inserimento sociale al di fuori del manicomio; la vita quotidiana nel padiglione 8 aperto senza “nessuna sbarra, nessun cancello, nessuna chiave”; l’iniziativa di un laboratorio di pittura.
Tutto preso dalla passione anti­istituzionale, dal fervore organizzativo per rendere più umana e vivibile la condizione dei segregati nel manicomio, Algranati vede (e denuncia, nel lavoro con gli operatori) gli effetti
devastanti degli “stereotipi universali” sulla pazzia (pericolosità, incomprensibilità, inguaribilità); dall’altro non rinuncia all’approccio clinico, al giudizio psichiatrico e alle classificazioni diagnostiche dei comportamenti (psicosi maniaco­depressiva, eccitazione sub maniacale….) e al recupero terapeutico con interventi psicofarmacologici. In fondo ripropone, in modo meno schematico e più contraddittorio, il vecchio errore di ritenere che i ricoverati siano diversi non perchè segregati ma perchè “malati”, non perchè privati della libertà personale ma perchè hanno nel cervello qualcosa che non va. Il discorso “basato sull’impalpabilità del confine normali-­folli e sul profondo radicamento dei pregiudizzi sulla follia “è ritenuto” indispensabile per prendere le distanze dalla propria ‘follia’ personale e per controllare con continuità consapevolezza la proprio paura di impazzire”, che percorre come un leit­motiv tutto il libro (pagg.14, 43­,44,156/­57, 162/­63). Rimane cioè a livello strumentale. E annota come una vittoria il fatto che “i pazienti miglioravano in modo evidente senza che, al di là di crisi evolutive, impazzissero gli operatori” (sic).
Algranati è sicuramente uno “psichiatra anomalo” nel senso che non fa ricorso soltanto al criterio patologico (diagnosi/terapia) per giudicare uomini e comportamenti (di questi tempi è già molto!) e arriva a porsi (e a porre alla sua èquipe) le domande giuste: “L’intervento migliore per la pazzia è forse quello di lasciarla vivere? Di osservarla da lontano con discreta protezione, senza interferire pesantemente in un suo qualche sviluppo ‘fisiologico’? E ancora: come definire la normalità? Possiede nuclei pazzi, psicotici? Non è forse ora che la psichiatria punti maggiormente la sua attenzione sulla normalià piuttosto che sulla pazzia? Infine, come definire la ‘sanità’?” Ma queste domande rimangono senza risposta.
Giorgio Antonucci: la rivoluzione
Il libro di Antonucci parte proprio dalla risposta a queste domande, cioè dalla critica alla psichiatria come scienza. La sua esperienza professionale a Cividale del Friuli (1968), a Gorizia (1969), a Reggio Emilia (1970/­72) e dal 1973 a Imola per più di vent’anni (ora è in pensione), è una lunga battaglia all’interno dei reparti manicomiali per la liberazione delle vittime del pregiudizio psichiatrico. Solo in parte il libro riflette il significato fulminante della “lunga marcia” di Antonucci attraverso le istituzioni manicomiali, un esperienza che non ha uguali al mondo (fra gli “addetti ai lavori” l’unico che la pensa come lui è il professore americano Thomas Szasz, che ha scritto la prefazione del libro).
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Pubblicato il: 31 luglio, 2014
Categoria: Libri, Testimonianze

“Premio Giorgio Antonucci” di Eugen Galasso

Il dottor Giorgio Antonucci, notoriamente, non ha bisogno di presentazione. In varie pubblicazioni, anche poetiche (la più recente “Diario dal Manicomio”, Milano, Spirali), sospese tra poesia, diario e riflessione, ha negato il concetto di “malattia mentale”. Lo ha fatto, però, sempre, tenendo presente la “prassi clinica”: da giovanissimo medico fiorentino, dapprima, frequentando un personaggio come Roberto Assagioli, il fondatore della psicosintesi, colui che Freud aveva indicato a Jung quale il  tramite-diffusore della psicoanalisi in Italia. In seguito, operando a Cividale del Friuli, a Gorizia con Franco Basaglia, all’”Osservanza” di Reggio Emilia con Edelweiss Cotti, a Imola, Antonucci ha veramente aperto i “reparti psichiatrici”, andando molto al di là della proposta basagliana, fondando un pensiero (in sintonia pur se non uguale a quello di Thomas Szasz, antipsichiatra statunitense, di origini ebraico-ungheresi, autore di “La malattia mentale”, tra l’altro) che si basa sulla totale negazione del concetto di “malattia mentale” e sulla considerazione dell’ascientificità della psichiatria, che non rientra(rientrerebbe, per riferirsi alla soggettività del pensiero di Antonucci) in nessun ambito medico, in quanto non esiste alcuna possibilità di rilevare scientificamente i processi della mente, che non è tout court identificabile con il cervello, per non dire del fatto che la mente non è senz’altro uguale alla psiche (di “anima”, in altra accezione, si parla solo nella psicologia del profondo junghiana) e del fatto che anche dire “mente”, “psiche” etc. rischia di non descrivere quanto è intimamente dinamico e soggettivo, sfuggendo dunque all’osservazione altrui. Naturalmente, le tesi antonucciane, sostenute dal CCDU (Comitato dei Cittadini per i diritti umani) sconcertano chi non è capace di mettere in discussione le idee ricevute, i pregiudizi generalmente accettati e introiettati, la convinzione banale per cui “I matti esistono” etc. IL Premio Antonucci è un premio che ogni anno premia chi opera nel settore, dando rilievo a chi opera nel campo, difendendo, appunto, i cittadini in difficoltà, con accuse (il pregiudizio psichiatrico si basa sempre sull’idea di colpa) di diverso tipo, che però, sostanzialmente si rifanno sempre al fatto che i presunti “malati psichici” pensano e agiscono diversamente dalla banale e acquisita normalità.  Un pensiero (ma anche un’azione) di tipo decisamente libertario, che incrina le sicurezze dell’”uomo della strada” come  quelle (in primis, ma non solo, economiche) dei superpoteri psichiatrici e farmaceutici. Si riporta qui un testo di presentazione relativo al Premio Antonucci di quest’anno: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2013/11/22/premio-giorgio-antonucci-firenze-30-nov-2013/

Eugen Galasso

Pubblicato il: 23 novembre, 2013
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo