Risultato della Ricerca

ANNUNCIO della Sesta Edizione del “Premio Giorgio Antonucci” – I Premiati




La sesta edizione del “Premio Giorgio Antonucci” per la riconoscenza di merito nella difesa dei diritti umani dei cittadini pazienti – loro – malgrado della psichiatria, è stato vinto da Eugenia Omodei Zonini (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2009/04/14/recensione-di-eugenia-omodei-zorini-diario-dal-manicomio-ricordi-e-pensieri-giorgio-antonucci/) e Massimiliano Boschi (http://www.arcoiris.tv/scheda/it/2406/)



La cerimonia sarà a Firenze, in vi San Gallo, il 26 novembre 2016.

Le passate edizioni:


La prima edizione, nel 2008, è stato premiato Piero Colacicchi (https://www.youtube.com/watch?v=Yo4REP7KH50).


La seconda edizione sono stati premiati Massimo Golfieri (https://www.youtube.com/watch?v=yeI19yvXt9Q) e Giovanni Angioli (https://www.youtube.com/watch?v=UZ-yLEAfaog).


La terza edizione sono stati premiati Maria D’Oronzo (https://www.youtube.com/watch?v=-xiwU3Z5NAk), Valentina Giovanardi (https://www.youtube.com/watch?v=ScYJqYE1DIc) e Andrea Passigli (https://www.youtube.com/watch?v=09f5gUhqve4).


La quarta edizione sono stati premiati Stefania Guerra Lisi (https://www.youtube.com/results?search_query=stefania+guerra+lisi) Aldo D’Amico (https://www.youtube.com/watch?v=8bD4p8POzsQ), Vito Totire (https://www.youtube.com/watch?v=dqAWeZ_nXOc).


La quinta edizione sono stati premiati Giuseppe Garuti (https://www.youtube.com/watch?v=fuJCUE3L2OU), Maurizio (https://www.youtube.com/user/gerardomusca/videos), Armando Verdiglione (https://www.youtube.com/watch?v=20it0ohR7Sw) Eugen Galasso (https://www.youtube.com/watch?v=vp-9-2cFjwk).

Pubblicato il: 3 ottobre, 2016
Categoria: Notizie

Il ruolo, misconosciuto, di Antonucci





Van Gogh

Conversazione con Giorgio Antonucci – parte IV e finale


… Sono contenta che ti abbiano conosciuto questi miei amici che arrivano dall’estero. Infatti tu non sei molto conosciuto all’estero, a differenza per esempio di Basaglia, e le tue opere non sono state tradotte in inglese*. Eppure tu, a partire dagli anni ’60, sei un pensatore fuori dalle righe e hai scritto diversi libri, hai partecipato a conferenze, continui ad essere molto attivo con articoli e interventi vari. Hai attuato una rivoluzione in campo psichiatrico, dimostrando che è meglio farne a meno… Perché non sei molto ascoltato?

Per quanto riguarda l’essere conosciuti o meno, intanto a me è stato dato un premio a Los Angeles, quindi vuol dire che qualcosa è passato. Potrei dire che Basaglia, non fa paura a nessuno perché Basaglia non ha detto nulla contro la psichiatria. Tutti dicono di essere basagliani, quando mai Basaglia ha criticato la psichiatria? Dov’è scritto? Allora se tu critichi l’istituzione sono tutti d’accordo, tanto la rimettono insieme in un altro modo, quindi sembra di aver risolto il problema, invece fanno solo finta. Se invece tu critichi la psichiatria, tu critichi le basi di questa gente, per cui il mio discorso è rivoluzionario. Delle persone di un gruppo fiorentino di psicologia junghiana, che hanno letto il mio libro e sono venuti a trovarmi, mi dicevano che quando parlano di me, del mio libro Diario dal manicomio, gli psichiatri, gli psicanalisti e gli assistenti sociali vanno fuori di testa. Se parlano di Basaglia non importa nulla.
Quando mai Basaglia ha detto che bisogna abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio? Io non ho solo detto che bisogna abolirlo, ma ho fatto quarant’anni il medico, e non ho fatto una sola volta un Trattamento Sanitario Obbligatorio. L’ho rifiutato tutte le volte che potevo. Stavo per essere messo sotto processo perché respingevo tutti i ricoveri obbligatori. Purtroppo di quelli che conosco sono l’unico che ha rifiutato di prender le persone con la forza. Questo è un altro aspetto.
Allora, il mio pensiero è scomodo, quello di Basaglia no.
Anzi, è la base di tutta la psichiatria. Mi dispiace per lui, io l’ho conosciuto, ma il fatto è che lui non ha detto una parola, ha criticato le istituzioni e non il pensiero su cui si basano. Thomas Szasz ha scritto numerose opere di prim’ordine; in Italia non lo conosce quasi nessuno. Perché mettere in discussione la psichiatria è un discorso grosso, anche a livello politico.
Potrei aggiungere, anche se non sta a me dire perché sono conosciuto o no, che io non ho alle spalle nessuno, nel senso che per esempi Basaglia s’è affermato col Partito Comunista Italiano ( e forse anche per quello certe cose non le ha dette, no? ) ; io sono da solo. Io ho fatto questo lavoro da solo contro tutti, non so come mai ne sono uscito fuori, dato che non sono collegato con nessuna organizzazione. Nel ’92 ho avuto trentamila voti a Bologna come candidato di Rifondazione Comunista, per il Senato. Perché quando io lavoravo, siccome avevo addosso i burocrati del PD, quelli dell’estrema sinistra mi appoggiavano e mi hanno proposto come candidato a Bologna. C’è stato uno di Parma che ha preso un po’ più di voti, se no mi succedeva perfino…

… di diventare senatore!?!

Ci sono anche quelli che fanno finta di non conoscermi; per esempio tutti i basagliani mi conoscono benissimo. Jervis è morto, però durante tutta la sua vita avrebbe potuto parlare dal suo punto di vista del mio lavoro insieme a lui, ma non ha mai scritto di me in nemmeno un libro. Come se non esistessi. Pirella, che è entrato in rapporto con l’associazione Giù le mani dai bambini, voleva eliminarmi perché avevano eletto me come presidente onorario del comitato scientifico. Cioè, quelli di Basaglia fanno finta che io non esista, perché loro si sono fermati e da quella strada lì non si va da nessuna parte. E’ inutile criticare i manicomi se non si critica l’idea che li ha messi su. E’ inutile criticare i campi di concentramento se non si critica Hitler. Cioè, criticare i manicomi senza criticare la società e l’idea di cui si è servita la società per costruirli, significa fare un lavoro monco, che non serve a niente.

…Jervis era quello che non faceva gli elettroshock agli uomini ma solo alle donne…

…con lui ho lavorato a Reggio Emilia.

Già. Mi avevi raccontato di una suora che era stata sottoposta all’elettroshock, perché non sentiva più la vocazione, appunto da Giovanni Jervis e che tu non eri d’accordo**. Spesso quando dico che si devono eliminare l’elettroshock, il TSO e gli psicofarmaci altrimenti è inutile parlare di de-istituzionalizzazione, le persone non vogliono più ascoltarmi. Se parlo dei casi morti in psichiatria mi dicono: “Tu non devi parlare di queste cose, perché metti in cattiva luce…” Ma allora uno non ne deve parlare?

Per quello io sono l’innominato. Comunque io non sono inquadrato da nessuna parte e ho avuto degli appoggi basati sul mio lavoro, non al contrario, e cioè che il mio lavoro si sia affermato per via degli appoggi. E’ venuta a trovarmi Dacia Maraini*** eccetera. Io non sono di nessuna religione, perbacco! Non credo in nessun diavolo e nessun dio. Per quarant’anni di lavoro a rischio mio personale ho respinto i ricoveri. Ho liberato le persone quando stavano per essere rinchiuse, quando arrivavano che ero medico di guardia, io dovevo farle slegare, farle uscire dall’ambulanza, mandare via gli infermieri, mandare via i medici, parlare con la persona, telefonare al medico che l’aveva mandato, telefonare ai parenti. Scombinavo tutto, a mio gravissimo rischio. Infatti ho rischiato di essere condannato dal tribunale di Bologna. Mi è andata bene, ma poteva andare male. Per cui quelli che parlano, che dicono che bisogna abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio, se non ci fossi io non ne potrebbero parlare, perché non ci sarebbe nessuno che l’ha fatto. In quarant’anni non ho fatto nessun TSO e ho evitati tanti.
Grandioso! Il tuo destino assomiglia un po’ a quello di Dante. Lui è stato esiliato, proprio fisicamente, e tu in qualche modo sei un po’ esiliato, come Dante…
Un’altra domanda: l’individuo che rifiuta l’aiuto e che perde tutto, il suo appartamento, la sua rete sociale, che è sulla strada e lentamente e certamente collassa… Vedendo questo, cosa si deve fare?

Ho già detto che se io ho un tumore allo stomaco e non mi voglio operare e muoio, bisogna rispettare la mia volontà. Questo vale per tutto. Il fatto di una gamba rotta è un fatto semplice su cui fare una previsione, su un problema della personalità non si possono fare previsioni. Comunque il discorso non è questo. Non c’è qualcuno che deve stabilire un programma su di lei, è la persona che deve scegliere quello che deve fare. Non si può misurare. Si continua a paragonare una frattura, che è un fatto fisico, su cui si possono fare delle previsioni, a un fatto morale che non è misurabile.

Ad esempio abbiamo una persona che ha perso il lavoro, ha delle difficoltà sociali, quindi ha bisogno anche di assistenza, ha bisogno di soldi…A una persona in una tale situazione viene fatta la diagnosi psichiatrica; e poi viene aiutata per riprendersi…
No, non viene aiutata. Dovrebbero smettere di fare diagnosi psichiatriche a tutti quanti! Non è che ci sono tanti che stanno male, ci sono tanti che vengono classificati e questo serve solo alle case farmaceutiche per vendere farmaci e sono interessi degli psichiatri in quanto guadagnano. La soluzione è smettere di fare diagnosi psichiatriche. Quelli che giocano d’azzardo sono malati di mente, quelli che divorziano sono malati di mente, quelli che spendono più di quello che dovrebbero sono malati di mente…

Si, immaginiamoci il disoccupato che non guadagna niente…

Allora bisogna smetterla di vedere sotto questa prospettiva e cambiarla, altrimenti non si va da nessuna parte. Poi la persona classificata dagli psichiatri non è aiutata, è messa da parte, anche con la pensione. Quando qualcuno mi diceva di volersi far dare una pensione per motivi psichiatrici, ho sempre consigliato di evitare di prenderla perché si sarebbero rovinati. Cioè, il problema è che la psichiatria non è assistenza, la psichiatria è eliminazione. I problemi psicologici non sono la rottura di una gamba o una malattia, sono un’altra cosa. Allora è la società intera che deve farsi carico dell’infelicità. Si è parlato dei bambini che vanno in guerra? Noi lo siamo, in guerra: si sta bombardando una città con più di un milione di abitanti, si ammazzano uomini, donne e bambini, i giornali non ne parlano nemmeno. Ecco, in una società così, poi se si finisce per trovarsi infelici, c’è mica da meravigliarsi. Ci sono dei problemi grossi. Se continuiamo così la società si trasforma in un ospedale. Non si può pensare a un superamento della psichiatria senza pensare a una trasformazione della società, a come vivono gli uomini. Questa società qui si sta trasformando in un ospedale che serve alle case farmaceutiche che vendono sempre più farmaci; alle fabbriche d’armi che si rinnovano…

…agli oligarchi che creano disoccupati!
…il problema della critica alla psichiatria è anche il problema della critica alla società. Senza la prospettiva di una società diversa si resta così.


La mia non è una domanda. Ieri siamo partiti da Bruxelles e siamo arrivati a Traona; Erveda ha deciso lì per lì di venire a Firenze…Per noi è stata una sorpresa. Io ad esempio non avevo alcuna idea di quanti chilometri ci fossero da fare! Così ieri siamo partiti, abbiamo fatto quattrocento chilometri, e poi ho pensato che abbiamo fatto quattrocento chilometri per una persona! E, per dirla tutta, valeva la pena. La conclusione è: complimenti!
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*Nel frattempo, però, da parte de “Il Cappellaio Matto” è stato sottotitolato una video-intervista realizzata da Saverio Tommasi: (http://www.youtube.com/watch?v=vOGYblcMFkk). Inoltre è sottotitolato il video-documentario “Gli occhi non li vidono – Premio Giorgio Antonucci” (https://www.youtube.com/watch?v=KFUKWHcUMnc).
**Una domenica – ero di guardia, quindi avrei dovuto svolgere le funzioni dei medici assenti – Jervis mi telefonò dicendomi che dovevo fare l’elettroshock a una paziente. Io risposi che l’elettroshock non lo facevo; egli disse che l’avrebbe eseguito di persona e mi invitò ad andare a vedere; così, perché non pensasse che io non facevo l’elettroshock per l’impressione, anziché per principio, cioè perché l’elettroshock fa male, fui costretto ad andare a vedere. Vidi fare l’elettroshock a una suora di ventotto anni che era stata, dal convento in cui viveva, internata dalle consorelle perché ad un certo punto aveva cominciato a dire che lei non voleva più saperne di essere sposa di Gesù, ma voleva degli sposi sul serio. Jervis allora le faceva l’elettroshock; la situazione si commenta da sola! Io presi i reparti di donne che erano di Jervis e vi trovai che l’elettroshock era molto usato, mentre nei reparti degli uomini era stato eliminato. Questa è una testimonianza di un’altra situazione complicata, contraddittoria. Inoltre i medici sostenevano che le persone dovevano essere liberate dal manicomio, ma non tutte potevano uscire. Le uscite erano consentite solo se controllate, mentre con me non erano più controllate perché ritenevo che ogni persona avesse il diritto di uscire quando voleva e secondo le sue intenzioni. Operai così due cambiamenti: tolsi l’elettroshock e lasciai le persone libere. Inoltre comincia a ridurre gli psicofarmaci, per poterli togliere definitivamente. Per questo motivo ebbi una discussione con Pirella dal momento che, nel reparto donne, c’era una persona anziana che piangeva continuamente ed egli voleva provvedere a questa situazione ricorrendo all’elettroshock. (Intervista a cura di Clarissa Brigidi – fonte: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net, visualizzato il 10/04/2013).
***Dacia Maraini parla del suo incontro con Giorgio Antonucci e delle visite nei suoi reparti in alcuni articoli de La Stampa e nei libri Dossier Imola e legge 180 (1979) e La Grande Festa (2011).

Pubblicato il: 12 agosto, 2015
Categoria: Testi

La devianza come malattia – A-rivista anarchica n°398 – Recensione “Fra diagnosi e peccato” di Chiara Gazzola – Estratto

 

 

…”L’autrice di formazione antropologica,dimostra attraverso un approccio storico, sociologico, antrpologico come la diversità sia considerata indice di irrazionalità e insensatezza, una minaccia al corretto funzionamento dell’ordine morale e sociale. Sottolinea il carattere ambiguo, soprattutto nell’ambito della classificazione delle malattie mentali in psichiatria: l’anomalia, come antitesi di normalità, è irretita di attributi morali. L’ambito psichiatrico contribuisce ad alimentare il nostro pregiudizio rispetto a ciò che per noi è alienazione mentale, follia. Per altre culture, invece, rappresenta l’esternazione di uno spirito che porta ad agire al di sopra della volontà delle persone, l’anomalia sociale è interpretata in funzione del bene della collettività e inserita in un contesto di credenze condivise”….


…”Per un approccio alla terapia, la fiducia è indispensabile all’efficacia della cura stessa. Nella voce corale delle testimonianze raccolte, ricorre la richiesta di ascolto, conforto alla sofferenza. Si chiede Gazzola: “Quando la relazione tra individui è disturbata da burocrati, agenti di controllo e giudici o si attua all’interno di progetti nei quali il poter fare si basa su poteri di forza, può avviarsi un rapporto di reciprocità?” Le ingiustizie evitabili generano un dolore spesso impossibile da accettare.”


…”C’è una sottile e discriminatoria linea di confine fra prendersi cura e gestire l’aiuto, come ben dimostra l’analisi su etnopsichiatria e flussi migratori……L’assistenzialismo è il volto buono delle istituziioni totali. L’esclusione viene attuata ogni volta in cui si crea una categoria o una situazione che susciti scandalo, un risentimento sociale al quale si abbina una giustificazione “scientifica”. Le aree di studio dell’etnopsichiatria pongono attenzione ai fattori ambientali e sociologici, ma giustificano una cura farmacologica chiamando ogni conflitto con il nome di una patologia. Pertanto si esclude una soluzione attraverso un approccio culturale e relazional.”


…”Nelle coversazioni riportate a conclusione del saggio – pregevole quella con Giorgio AntonucciMichela Zucca, antropologa, commenta: “La condivisione, la solidarietà, la spinta ideale collettiva aiutano a superare le sofferenze individuali. Se una persona è coinvolta e impegnata in un progetto riuscirà più facilmente a non cadere nel malessere: in questo senso la lotta è terapeutica”.


Giorgio Antonucci, medico, in Diario dal manicomio (qui) scrive: “Non è detto che una persona debba attenersi per forza alla vita empirica invece che essere fantasiosa, specialmente se il sognare a occhi aperti le è utile per vivere, e non è detto che debba rispettare i pregiudizi e le convenzioni della società quando queste le divengono intollerabili.)


L’articolo completo di Chiara Piccinelli, su Arivista anarchica, 398, maggio 2015


Fra diagnosi e peccato. La discriminazione secolare nella psichiatria e nella religione.Chiara Gazzola (qui)

 

Pubblicato il: 25 maggio, 2015
Categoria: Notizie

Psichiatria ieri e oggi – Giorgio Antonucci – ATLANTICA Enciclopedia universale 1991

PSICHIATRIA IERI E OGGI – Giorgio Antonucci

 

Atlantica – Grande Enciclopedia universale – Annuario Enciclopedico 1989 – European Book Milano

 

L’articolo è corredato di immagini fotografiche interne ed esterne dell’Ospedale Psichiatrico “Luigi Lolli” di Imola (Bologna). Foto: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/galleria/

 

 

“Colui che non rispetta la vita non la merita” Leonardo

Chi si pone il problema di capire le teorie e le pratiche della psichiatria, e cerca di studiarne la storia per comprenderne il significato, si trova subito di fronte a una contraddizione.

Da una parte appare costante e sempre rinnovata l’incertezza sulle conoscenze e sulla validità dei principi, dall’altra si rivelano superficiali e frettolosi gli interventi, così pericolosi per la libertà e l’integrità delle persone.

Scrive Thomas S. Szasz nella prefazione alla prima edizione della sua opera: The Myth Mental Illness. Foundation of a Theory of Personal Conduct (New York 1961): «L’insoddisfazione per la base medica e per la cornice concettuale della psichiatria non è di origine recente, e tuttavia ben poco è stato fatto per rendere esplicito il problema e ancor meno per porvi rimedio.

Negli ambienti psichiatrici è considerato pressappoco atto di indelicatezza chiedere: — Che cosa significa malattia mentale? — E negli ambienti dei profani la malattia mentale troppo spesso si ritiene essere tutto ciò che gli psichiatri dicono che sia. — Chi è malato di mente? — pertanto suona: — Chiunque sia rinchiuso in un ospedale psichiatrico o si rechi a consultare uno psichiatra nel suo ambulatorio privato — ».

Non molto meglio vanno le cose nella casa degli psicanalisti, che, a cominciare da Freud per finire a Lacan, si perdono sempre di più in genericità e astrazioni, senza nessun nesso con la vita reale, e non riescono mai a definire alcuna conoscenza che abbia significato.

Già negli anni ‘30 il filosofo e critico della scienza Bertrand Russell esprimeva con penetrante ironia i suoi ragionevoli dubbi sulla distinzione tra

sano e malato in psicologia, e aggiungeva argutamente di non credere che studiosi della psicanalisi avessero riflettuto molto profondamente sulla distinzione tra fantasia e realtà. In pratica — commentava — la fantasia che crede il paziente, la realtà è ciò che crede l’analista.


Ma un brano che può essere considerato un classico della critica intelligente al senso comune che sembra dare per scontata la problematica distinzione tra saggezza e follia lo si trova, sempre per mano di Russell,nell’opera The Scientific Outlook (1931,George Allen & Unwin Ltd, London), in italiano “La visione scientifica nel mondo” (Universale Laterza 1988). Il brano fa parte del capitolo “La tecnica nella psicologia”, e lo riporto qui per intero considerata la sua chiarezza e la sua importanza per il nostro discorso.

«Vi sono, tuttavia, un gran numero di opinioni che sono basate molto chiaramente sui desideri individuali di coloro che le mantengono, e non su di un terreno di respiro universale. Una volta fui visitato da uno che mostrò il desiderio di studiare la mia filosofia, ma confessò che nell’unico libro mio che aveva letto c’era una sola proposizione che gli riusciva di comprendere, e quella era una proposizione che non poteva accettare. Chiesi quale fosse, ed egli rispose: — Giulio Cesare è morto. — Io naturalmente gli chiesi perché non accettava tale proposizione. Si tirò su e rispose piuttosto rigidamente: — Perché Giulio Cesare sono io. — Trovandomi solo con lui nell’appartamento cercai di raggiungere la strada al più presto, poiché mi sembrava improbabile che la sua opinione derivasseda uno studio obbiettivo della realtà. Questo fatto illustra la differenza fra credenze sane e insane. Le credenze sane sono quelle ispirate da desideri che si accordano ai desideri degli altri; le credenze insane sono quelle ispirate da desideri che cozzano con quelli degli altri. A tutti piacerebbe essere

Giulio Cesare, ma sappiamo che se uno è Giulio Cesare, l’altro non può esserlo; perciò chi pensa di essere Giulio Cesare ci dà fastidio, e noi lo diciamo pazzo. A tutti piacerebbe essere immortali, ma l’immortalità di uno non contrasta con l’immortalità dell’altro, perciò chi si crede immortale non è pazzo. Le delusioni sono quelle opinioni che non riescono a compiere le necessarie modificazioni sociali, e lo scopo della psicanalisi è di compiere quelle modificazioni sociali che faranno abbandonare quelle opinioni. Il lettore, spero, avrà compreso che il suddetto ragguaglio è in qualche modo inadeguato. Per quanto si possa cercare, è difficile sfuggire alla concezione metafisica del fatto. Freud stesso, ad esempio quando per la prima volta espose la sua teoria della onnipervasività sessuale, fu considerato con quella specie di orrore che ispira un pazzo pericoloso. Se l’approvazione sociale è la prova della salute mentale, egli era pazzo, benché divenisse sano quando le sue teorie cominciarono ad essere abbastanza accettate da divenire una fonte di guadagno».

Parlando dell’incertezza dei principi su cui si fonda la psichiatria mi pare opportuno riprendere il racconto della singolare vicenda del cittadino francese indicato da Bruno Cassinelli col nome convenzionale di Lafoi, che nel luglio 1914, alle soglie della prima guerra mondiale, si ricoveri volontario nel manicomio di Parigi, per protestare a favore della pace.

Scrive appunto Cassinelli nel primo capitolo dell’opera “Storia della pazzia” (Dall’ Oglio editore, 30 settembre 1964): «Le nazioni entrano in guerra, l’una dopo l’altra, quasi incalzandosi. — E’ infame — pensa Lafoi. Per tre giorni non mangerà: bisognerà pure che almeno un uomo soffra per l’umanità impazzita. La sua follia sogna di ispirarsi a Cristo e all’amore in terra per gli uomini di buona e di non buona volontà, Lafoi è un pazzo che vuole ragionare più di tutti. La follia di questo infelice, che è stato riconosciuto pazzo dai più grandi psichiatri di Francia, può rincrudire o modificare la morfologia dei suoi accessi».

Risulta così che Lafoi, precorrendo moltissimi contestatori della nostra epoca tra cui Gandhi e lo stesso Russell, intensifica la sua azione e accentua le sue provocazioni al potere costituito promotore di delitti man mano che questi delitti divengono più gravi.

«Lentamente — scrive ancora Cassinelli— ma con sicurezza s’avvia all’ultimo padiglione, se vi entra non gli sarà più permesso di uscire dalle mura del manicomio. Lafoi si sacrifica per gli uomini».

Intanto gli psichiatri si domandano stupiti come possa funzionare questa forma di pazzia così pertinente agli avvenimenti.

E’ bene ricordare che ai tempi di Lafoi l’obbiezione di coscienza, che ora in alcuni Stati è riconosciuta come un diritto se adeguatamente motivata in termini religiosi o filosofici, era ritenuta da molti psichiatri un sintomo di schizofrenia.

Però alcuni dei lettori potrebbero domandarsi:— Ma chi era questo Lafoi? — Come il Don Abbondio manzoniano si chiedeva di Carneade.

Allora noi, per toglierli dal dubbio, ci proponiamo di continuare parlando di un personaggio sicuramente più famoso.

Riferisce Vittorio Messori nel suo libro “Ipotesi su Gesù” (Società editrice internazionale-trentaduesima edizione 1986) a pagina 134 nella nota n. 8 che il famoso psicologo Binet, professore di psicologia alla Sorbona, si mise tenacemente a scrivere quattro volumi con oltre duemila pagine «per classificare scientificamente il carattere di Gesù».

Lascio la parola direttamente a Messori: «Gesù che, per il professore francese, fu TEOMANE (maniaco religioso, cioè, per la degenerazione dell’affetto verso i genitori), SITOFOBO (detestava il cibo, come testimoniato dal digiuno di quaranta giorni), DROMOMANE (non poteva star fermo, come si vede dai continui spostamenti), IMPOTENTE (per le esortazioni al celibato), OMOSESSUALE (per la predilezione per Giovanni), INSONNE (per le notti di preghiera)… Il prof. J. Soury replica: — D’accordo che Gesù fosse “l’alienato tipico”. Ciò però non si deve, come pensa il collega Binet, all’alcolismo del padre aggravato dalla tubercolosi, ma alla meningo-encefalite sifilitica. La prova? I primi segni di follia li dà a dodici anni discutendo con i dottori nel tempio —. Altri professori replicano che in realtà il disordine mentale di Gesù è dovuto al trauma neuropsichico sofferto dalla madre durante il concepimento, per il timore di essere ripudiata dal fidanzato Giuseppe: ne è prova l’ altrimenti inspiegabile mutismo davanti a Pilato».

Molto stimolante, ci pare, questa discussione tra specialisti, non tanto sul fatto se Cristo fosse o non fosse pazzo, quanto su una corretta identificazione delle cause.

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Pubblicato il: 22 febbraio, 2015
Categoria: Immagini, Libri

LIBRI



DOSSIER IMOLA E LEGGE 180

Scritti di
Alberto Bonetti
Giuseppe Favati
Dacia Maraini
Gianni Tadolini


A cura di G. Favati

Idea Book


INDICE

Giuseppe Favati, Dossier. 180 e seguenti – Antonucci: una pratica che disturba 5
Alberto Bonetti, Lettera a Giovanni Berlinguer 19
Delibera degli amministratori dell’Ospedale “S. Maria della Scaletta” 27
Gianni Tadolini, Attenti ai passi indietro 35
Gianni Tadolini, Psichiatria: come volevasi dimostrare 41
Dacia Maraini, Altre grida disperate dal manicomio 45
Documento CGIL, CISL,UIL ospedalieri e Amopi 53
Documento degli amministratori 57
Gianni Tadolini, Dei manicommi. Lettera aperta a Mario Tobino 59
Dacia Maraini, Un’orchestra esegue Mozart all’ex ospedale psichiatrico 65
Dacia Maraini, Imola, festa al Padiglione n. 10 73


DOSSIER

180 e seguenti


Ed è già un anno dalla legge 180 sull’assistenza psichiatrica in Italia, anticipo della riforma e conseguente servizio sanitario nazionale (sic). Anticipo forse stimolato e anzi frettolosamente concesso per paura del referendum abrogativo dei manicomi, ma pur sempre legge che – è stato detto da amici, compagni, generici e primi attori – porta il segno del lavoro di tanti anni, nasce dalla pratica e dalla storia reale degli uomini, storifica lotte e sofferenze. Credo però che nessuno abbia richiamato subito – e oggi a un anno di distanza il riferimento sarà percepibile – il caso costituzione, la legge “suprema” dello stato democratico, che portava – porta – i segni della storia reale, di tanti morti e torture e sangue, parole riecheggianti voci vicine e lontane ( così Piero Calamandrei), e molto prometteva: una costituzione programmatica cui si è opposto una costituzione materiale , il fascio e il fascismo di norme ( e rapporti sociali) tuttora operanti, vigentissime, spolveratissime. Sempre Calamandrei commentava che, nel riflusso del dopoguerra, ci era stata data, appunto con la carta costituzionale, una promessa di mutamento in cambio del mutamento.
Idem con la legge 180. Senza il lavoro di molti uomini e donne, di tanti gruppi rimasti “sconosciuti”, e ai quali non spetta neppure un veloce rimando in nessuna storia, in nessun ripensamento delle esperienze di psichiatria alternativa o non-psichiatriche (anche nel movimento, anche nei vari anti perdura il processo della nominazione, dell’identificazione rassicurante, del protagonismo trasferito e trasferibile in tutti i luoghi deputati all’informazione, video libro di grande editore foglio culturale di sinistra extra), senza quel lavoro la legge 180 non sarebbe mai venuta. Oggi vi è la possibilità di dimensioni diverse, il no al manicomio ha un suo punto di riferimento formale, e da qui può scaturire una maggiore e più dinamica articolazione del nostro fare, da qui può riprendere una carica di esperienze per sfondamenti della realtà segregata e segregante.
La lotta si è fatta più aperta e al tempo stesso più insidiosa. Proprio perché vi è una estensione di scacchiere, uno spostamento di piani, di livelli, un abbassamento e un’alzata di tiro, accompagnati – se mi è consentita questa metafora – da un eccesso di “citazioni”. Intendo dire che il bersaglio istituzionale manicomio sembra affatto scomparso, e che ospedale generale, territorio, ambulatorio, domicilio diventano parole in abbondanza sulla bocca dei potenti, incitano ad asserzioni spericolate, alla “scoperta” di nuovi paradigmi dell’intervento (socio-sanitario) e del comportamento (umano). Questo accumulo di “citazioni” passa ancora sulle teste della gente, stupefatta. Il relatore della 180, l’on. Orsini, afferma, quagliesco, in Tv: “Tutti i malati devono essere curati a casa”. E’ sempre la promessa di mutamento in cambio del mutamento che non si dà e che non si vuole. Infatti l’Orsini difende, offeso, medici e psichiatri allorchè Basaglia brontola, arcigiustamente e fascinosamente, che i medici vogliono conservare il loro potere mentre il corpo è nostro. Se sono mutati o sono divenuti più sofisticati i quadri teorici entro i quali si muove la classe dominante, nell’immagine di mondo trasmessa dall’alto agli strati inferiori nulla è cambiato dalla formalmente sepolta legge 1904, e regolamenti e ritocchi susseguenti. Un assaggio: art. 60 del R.D. 16 agosto 1909, n. 615, ”Regolamento sui manicomi e sugli alienati”: “Nei manicomi debbono essere usati se non con l’autorizzazione scritta del direttore o di un medico dell’Istituto. (…) L’uso dei mezzi di coercizione è vietato nella cura in case private”.
A sua volta Basaglia, alla madre angosciata perché non sa dove battere il capo con il figlio “malato di mente”, nessuno ora le dà una mano ( e chi, e come gliela dava prima?) risponde semplicemente e un po’ misteriosamente per la vastissima platea televisiva: “ ora ha una voce suo figlio, ora lei ha una voce”. Parafrasando e correggendo il manicheismo di Hendy: buono, ma soprattutto meno buono. In alcuni manicomi i “malati” avevano conquistato già una voce, il diritto alle assemblee, a criticare l’istituzione, i medici, gli infermieri, ecc. Nell’ospedale generale no, nell’”ospizio” no, negli ambulatori no. Non si ha diritto mai a una parola. Hanno invece diritto loro, di ignorarti, di usarti, di umiliarti in cento e diecimilauno modi. E non è che questo accada con i vecchi e basta. Il potere medico bada all’età: cambiano solo i tipi di umiliazione del vecchio istituzionalizzato o della giovane donna ricoverata (ad es. certi ginecologi sono tra i maggiori maestri di questo genio criminale, troppo spesso direttamente proporzionale ai loro appelli intenti nella camomilla dello spiritualismo, in difesa usque ad mortem del sacro diritto alla vita).
Lo stesso Basaglia definisce efficacemente l’ospedale generale “un grande manicomio di per sé”. E d’altro canto il cosiddetto territorio è interamente da costruire con i suoi “servizi”, con le sue “unità”, funzioni e plessi di funzioni. Cosicchè tutto resterebbe affidato al fatto che “il sociale – sottolinea Basaglia e non solo lui – entra per la prima volta nell’ospedale generale, e quindi vi entra la contraddizione”. Ma, allo stato, nella dimensione interna e nella dimensione esterna, i figli e le madri possono restare provvisoriamente e paradossalmente con minor voce di prima.
Si tratta di provvisorietà in fondo ineliminabili nelle condizioni date. L’argomento – che sembra tagliare la testa a tutti i tori – “prima le strutture poi la legge” – è sostanzialmente fasullo. Per strappare una legge – e la migliore delle leggi non sfuggirà mai alle ambiguità volute – ci vuole fatica e sangue. Per tradurla nei fatti, ci vuole molta più fatica e sangue. Le “strutture” poi devono essere un risultato in continuo divenire, oppure diventano nuove e più sinistre trappole. Insomma, se per l’aborto in Italia, anziché approvare una pur discutibilissima legge, avessimo atteso la disponibilità delle “strutture” (ossia, in primo luogo, i comodi proprio dei ginecologi suddetti) sarebbe scoccato il duemila.
Allora, finalmente, dovrebbe essere agevole l’accordo su uno dei cuori del problema: posto che la legge 180 è assai meglio ci sia che non ci sia, nessuna illusione sulla persistente segregazione istituzionale e sulle spinte e sui rischi della “dilatazione” psichiatrica. L’ospedale accoglie e cura press’a poco come il manicomio. Certo, se il “malato” rifiuta le cure lo si deve mandare a casa, ma il ricovero obbligato “rimane” una misura di polizia; e se il “malato”, dimesso, continua a disturbare un reato almeno di oltraggio non glielo leva nessun santo; e cos’ via. Sullo sfondo il manicomio giudiziario intoccato e intoccabile anche nominalmente.
Ma la tendenza alla “dilatazione” è irreversibile. Non è questione di prendere atto di una tendenza che lo stesso movimento alternativo ha incoraggiato e doveva incoraggiare, nel senso dell’uscita allo scoperto, esponendosi ai colpi di un uso, e di usi più complessi della catalogazione, della schedatura, della manipolazione, della repressione. Il manicomio, edificio fatiscente ma pur sempre in piedi, rischia di moltiplicarsi negli ospedali e nel territorio, metamorfosandosi. Ciò comporta la necessità – pena la disfatta- di coinvolgere non solo il momento psichiatrico con quello sanitario, ma quelli con tutti gli altri nel contesto sociale. Meglio: di “sciogliere” i primi nei secondi.
E’ quest’ultimo un passo che molti contestatori dei criteri nosografici tradizionali e dei meccanismi della violenza, persone ad elevato grado di qualificazione professionale e di riflessione teorica, stentano a compiere o si rifiutano di compiere. “Forse” – avverte Pirella – “costoro finiscono con il rispondere più ai loro bisogni personali di sopravvivenza culturale, di gruppo, di competizione intellettuale, chiudendosi ad ogni verifica sul reale e producendo nuove ideologie di ricambio” (Il corsivo e mio). E ancora: “… certamente gli scritti di Jervis hanno contribuito a favorire questo ritorno di riflessioni separate dai problemi reali e a produrre esercitazioni su ideologie contrapposte e in concorrenza tra loro (ad es. nel recente Normalità e deviazione di Di Leo – Salvini, editore Mazzotta). Non mi sembra tuttavia che possa essere soltanto il problema di un uomo per quanto intelligente e sofisticato esso sia…”: c’è una propensione abbastanza diffusa a lavorare teoricamente senza confrontarsi con “certe esperienze di lotta”.
Viceversa c’è bisogno di pratiche, e ogni pratica ha un suo costo personale elevato cui l’essere nel mondo da intellettuale tradizionale perennemente si sottrae. Non c’è alcun bisogno di ideologie di ricambio, quali la stessa Antipsichiatria, pur suggestiva e meritoria, d’importazione anglosassone. Pirella dice bene che non interessa una conoscenza psichiatrica ulteriore per confermare il ruolo dello psichiatra, del terapeuta decifratore del senso; “noi non dobbiamo essere esperti della follia…”. I problemi delle persone che chiedono una casa, un lavoro, ecc. “non sono uno spazio per la follia (vedi Amati e altri) ma uno spazio per la vita, il diritto di sopravvivere e comunicare, la libertà di rivendicare e, al limite, di lottare. Noi siamo espropriati della libertà di lottare …” Dove si potrà sospettare qualche fraintendimento: ad esempio, è anche questione di spazio per la “follia”, perché mai no? Certo, senza consentire affatto su Follia=Verità, Cammino verso il Centro della Terra (con un rovesciamento “spiritualistico” somigliante a quello di chi pretende di superare “materialisticamente” gli schemi crociani e post assiomatizzando Poesia=Bellezza, Bellezza=Realtà cioè Lotta di classe). Quel punto però è una discriminante assoluta. Il rifiuto, diciamolo chiaro e tondo, dell’intervento sanitario repressivo a piccola verso grande macchia, dunque della medicina gerarchica e manipolatrice, l’adozione di una pluralità di pratiche non-psichiatriche dentro e fuori l’istituzione.


Antonucci: una pratica che disturba

Fra i più tenaci, estremi, e paganti in proprio, sostenitori di questa modalità di essere e rapportarsi al mondo della segregazione vi è Giorgio Antonucci. Già a Cividale del Friuli, poi a Reggio Emilia, quindi a Imola. Dal reparto in ospedale civile affidato a Edelweiss Cotti nel 1968, trascorsi appena sei mesi fu cacciato, lui e i suoi compagni di lavoro, dalla polizia in pieno assetto operativo. E il reparto chiuso. Da Reggio Emilia, Centro di igiene mentale, fu costretto a andarsene non tanto per intervento determinante del “potere” (anche se collezionò denunce, ma tutte archiviate), quanto di “altro” su cui amici stanno portando in concreto la loro riflessione, una riflessione che mi auguro consentirà chiavi di lettura diverse da quelle di recente offerte per le esperienze reggiane post-68.. All’Ospedale psichiatrico “Osservazione” di Imola dove venne chiamato da Cotti, divenutone direttore, nel 1973, il suo lavoro ha richiesto di nuovo quel costo elevato cui accennavo sopra, e che era ed è inevitabile per chiunque si ponga completamente al di fuori della visualità psichiatrica, vecchia o nuovissima o futuribile, dei meccanismi repressivi-espulsivi come delle teoriche autogratificanti.
La scelta di Imola fu in buona misura obbligata, e quindi non scelta, ma Antonucci, da quel provocatore che è sempre stato, chiese il reparto più duro, quello degli “irrecuperabili”, degli “agitati”. Che era il 14, donne. Successivamente vi si aggiunsero i reparti 10 e 17, donne e uomini. Ricominciò la sua sfida all’ambiente, ai codici diffusi, ecc. e anche a se stesso, non solo nel senso della solita contraddizione vissuta e coscienzializzata (un non-psichiatra in manicomio), ma soprattutto per la resistenza fisica duramente messa alla prova come mai prima. Poiché qui non si scrive una biografia, né si confezionano santini o mezzi busti, né d’altra parte si narrano “miracoli” (è termine che ricorre sulla bocca dei gestori della nostra salute irridenti alla categoria del “socio-politico”), basterà accennare al turno di guardia di un medico il quale aveva eliminato tutti i mezzi di contenzione e i massicci psicofarmaci e si ritrovava, per ventiquattr’ore filate, in conflitto insanabile con la situazione di violenza degli altri reparti dell’O.P. Mentre i colleghi medici, a loro volta, in quei turni di guardia dormivano il sonno del giusto. Quanto al personale di cui c’era bisogno, ci hanno pensato tutti i governi e nella fattispecie Stammati con il suo decreto vietante assunzioni, supponiamo in ragione dell’austerità necessaria alla salvezza del paese e comunque della moralità amministrativa. Ma a onor del vero Stammati non avrebbe impedito di affiancare ad Antonucci un altro aiuto medico.
Disgraziatamente, infatti, la pratica di Antonucci dava risultati eccezionali. Non poche testimonianze informazioni al riguardo si ritroveranno qui di seguito, a cominciare della lunga puntuale lettera di Alberto Bonetti a Giovanni Berlinguer, indispensabile per la comprensione di ciò che è cominciato ad accadere ed è infine precipitato a Imola dopo la legge 180.
“In presenza” dei risultati sono venute le insofferenze e le aggressioni morali contro Antonucci. Quel “dottorino” mostrava, con il contributo determinante degli infermieri e delle infermiere, liberatesi anch’essi da un passato di terrore nei confronti dei “pazzi”, che quei poveracci potevano, ma guarda, ancora parlare, comunicare, camminare, perfino gioire; e via via crescevano le irrisioni di corridoio, le denunce, gli articoli, addirittura i manifesti sui muri della città. Il dottor Antonucci era spesso assente per malattia! Informavano responsabilmente dei sindacalisti, che però non pubblicavano nessun volantino, non affiggevano nessun manifesto per chiarire statisticamente quanti secondi dedicavano gli altri psichiatri all’ospedale e quante ore nei propri studi a contatto ben fruttifero con pazienti privati. Il dottor Antonucci aveva aggredito un medico! Il dottor Antonucci aveva maltrattato una infermiera! Anime pie.
Riassumevano i concetti essenziali i sindacalisti della UIL-Uisao, sciarpa littorio dell’aggressione ad Antonucci: La mafia è forse giunta all’Ospedale “Osservanza”? “…Non ci è possibile tacere ulteriormente di fronte ad episodi che denotano il costante sfacelo in cui il nostro Ospedale è direttamente investito…” e “Il Nuovo Diario”, settimanale cattolico emanazione della Dc di Imola, che coniugava fascismo mafia e compagni. Con gli stessi metodi 50 anni fa si instaurò il fascismo. Anzi codesti compagni (Cotti e Antonucci) sono peggio perché dai fascisti “li distingue solo l’ipocrisia che gli altri – pur fra tante malvagità – non ebbero”. Concludeva a caratteri di scatola il foglio dc: …manca solo la lupara! Che non avrebbero dovuto tardare visto che il potere era ormai nelle mani di “compagni di ferro”, “con licenza di uccidere”
Ma il pianeta terra sarebbe troppo bello se tutto fosse colpa di questa benedetta Dc, e di quei fior di galantuomini che si firmavano Uil. Che facevano nel frattempo gli amministratori locali? Che pensavano e facevano il presidente (socialista) e il consiglio di amministrazione (a maggioranza assoluta di sinistra)? Nel complesso qualcosa di molto simile alla tolleranza meditabonda, anziché all’attiva solidarietà; e in almeno un caso richamavano l’Antonucci in termini disciplinari.
Finale provvisorio. Dopo l’approvazione della legge (ora ex) 180, il consiglio ridistribuiva incarichi e direzione dei padiglioni, con un provvedimento (passato poi all’esame, senza intoppi, del comitato regionale di controllo) che obiettivamente incoraggia i medici ostili durante tutti questi anni alle misure innovative e punisce Antonucci, al quale sottrae la responsabilità dei reparti 10, 14, 17.Significativamente è su “Il Forlivese”, settimanale del PCI del comprensorio di Forlì, che il compagno Gianni Tadolini denuncia il fatto. Senza conseguenze. Alla fine di luglio Dacia Maraini intervista Antonucci per la “La Stampa” e il colpo viene accusato. CGIL, CISL. UIL (ahinoi) ospedalieri e Amopi (nientemeno che l’associazione dei medici di ospedali psichiatrici) richiedono che sia ristabilita la verità contro le calunnie. Il consiglio di amministrazione emana un comunicato parapìm parapàm (più avanti tutti i documenti citati, in versione integrale).
Il problema ha investito ormai la capacità di far politica del PCI forlivese ( e non). Sul versante PSI, in compenso, tutto è silenzio, salvo errori e omissioni; forse si sveglieranno domattina accusando i comunisti di Forlì di essere aggrappati alla ciambella del leninismo.
Sembrerebbe dunque che lo scandalo della riduzione della sofferenza cosiddetta psichiatrica, ribaltando i soliti e men soliti quadri teorici e clinici, disturbi troppo, sia intollerabili a troppi. Certo pretendere la parola nell’ospedale generale e aggiornare le esperienze di lotta sul territorio è ancora socialmente pericoloso. Ma ci rifiutiamo di abbassare il livello di guardia, e di credere che PCI e PSI (senza escludere affatto le responsabilità di raggruppamenti di sinistra di vario segno) siano eguali a certi loro comportamenti degli ultimi degli ultimi anni, inamovibili nelle loro tattiche settantottesche. La critica alle scelte compiute comincia a “tagliare” quelle organizzazioni e quindi tutti noi. Soffocarla, lasciarla cadere importerebbe la complicità senza più scusa alcuna nella degradazione politica generale.

GIUSEPPE FAVATI.

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1) Ciò non significa che, in fatto, le case di cura abbiano eliminato la violenza visibile e invisibile. Ma interessa qui non lo scarto rispetto alla norma giuridica (nei manicomi i mezzi di coercizione da assolutamente eccezionali hanno continuato ad essere assolutamente quotidiani) bensì l’angolatura ideologica degli addetti alla ripetizione del modello sociale esistente.
2)Intervista ad Agostino Pirella, Dal “no” al manicomio alla lotta sul territorio, “Libri oggi”, ottobre 1978.
3)Su Reggio Emilia cfr Giorgio Antonucci e Piero Colacicchi, Intervento popolare al manicomio di S.Lazzaro, “Il Ponte” novembre 1970; Comitato popolare di Ramiseto, Ancora sulle visite al S.Lazzaro, ivi, maggio-giugno 1971; S.Lazzaro. Documenti sulla repressione, a cura di Piero Colacicchi e Aldo Rosselli, ivi, ottobre 1971.
4)Facente parte dell’Ente ospedaliero “Ospedale S.Maria della Scaletta”, Imola.
5)Anche nel senso della sopravvivenza.
6) Cfr una mia nota, L’antimafia a Imola, “Il Ponte”, marzo 1976.
7) Mentre terminava la preparazione tipografica di questo Dossier, il consiglio ha “perfezionato” la sua opera. I medici con la qualifica di aiuto sono stati nominati aiuto-dirigenti. Con un’unica eccezione: Giorgio Antonucci.


Lettera a Giovanni Berlinguer


Alberto Bonetti


Onorevole
Professor Giovanni Berlinguer
Camera dei Deputati
ROMA

Firenze, 25 giugno 1978
Caro Collega,
Sono fisico presso la Facoltà di Scienze di Firenze: sento la necessità di segnalare un caso che mi sembra rientri assai bene nel quadro degli interessi che hanno ispirato la tua azione nell’ambito più generale delle applicazioni della scienza delle applicazioni della scienza, e in quello più particolare della medicina e della medicina sociale.
Circostanze personali mi hanno dato l’occasione di conoscere il dottor Giorgio Antonucci, e di seguire il lavoro dal 1967. Psichiatra che ha dedicato la sua azione quotidiana al rinnovamento delle idee e dei metodi in un campo così controverso e così pieno di sofferenza, non solo mi ha dato il suo aiuto nel caso che mi toccava direttamente, ma soprattutto mi ha introdotto alla conoscenza di situazioni e condizioni individuali e sociali che, come la maggior parte della gente, ignoravo sia nella loro sostanza, sia nel tipo di problemi che ponevano e pongono.
La situazione specifica che mi pare importante e urgente portare a tua conoscenza per un eventuale intervento presso la regione emiliana è la seguente.
Antonucci è da 5 anni aiuto (da 3 aiuto di ruolo) presso l’ospedale psichiatrico dell’Osservanza di Imola: è stato ivi chiamato da Edelweiss Cotti, con cui aveva lavorato nel passato (medico volontario nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Cividale, primo e unico reparto di questo tipo in Italia nel 1968, chiuso vergognosamente dopo pochi mesi con un’operazione di polizia).
Cotti, nonostante la grossa responsabilità chi gli ha posto la gestione di un O.P. tradizionale, dotato di personale medico e paramedico di formazione e abitudini tradizionali, ha intrapreso comunque un’azione diretta a modificare le strutture e il modo di operare dell’istituzione, ben prima che fosse iniziata una qualunque azione a livello legislativo. E’ a questo scopo che offrì ad Antonucci di unirsi a lui a Imola all’Osservanza, affidandogli dapprima un reparto (il 14), e, successivamente altri due (il 10 e il 17), a cui di recente ha fatto affluire anche un gruppo di dimessi dai manicomi giudiziari. Essendo egli stesso interamente preso dalle sue responsabilità di direttore, Cotti ha trovato in Antonucci un collaboratore preparato e convinto, che ha trasformato totalmente la situazione dei 3 reparti, come ben sa chi ha visitato l’Osservanza negli ultimi anni. Non solo, d’accordo con Cotti, ha in breve tempo dimesso pazienti con anni, anche decine di anni, di ricovero, creando innanzi tutto le condizioni del reinserimento nel loro ambiente; ma ha preso fin dall’inizio il provvedimento fondamentale, trasformando tutti i suoi degenti da coatti a volontari, facendo cioè riacquistare loro i diritti civili, ciò che dal 1969 era possibile fare perfino nell’ambito della vecchia legge, solo che lo si volesse fare. E’ sottinteso che sono stati aboliti tutti i sistemi di contenzione fisica, a cominciare da inferriate e chiavi, che è stato drasticamente ridimensionato il tipo e l’uso degli psicofarmaci, che è stata organizzata la libera uscita dei degenti, che sono state promosse attività creative e culturali: tutto questo reso possibile dal lavoro di preparazione e allenamento del personale infermieristico, che in tutti i reparti di Antonucci ha seguito con grande impegno le sue direttive.
Inutile dire che tutte queste iniziative e realizzazioni si sono scontrate con l’ambiguità e l’ostilità di tutti gli altri colleghi dell’Istituto, senza eccezione, con polemiche giornalistiche vergognose e azioni giudiziarie, e purtroppo anche con una grossa incomprensione da parte degli organi amministrativi.
Si spiega così il fatto che in 5 anni Cotti non è riuscito a mettere un’altra persona a livello di medico accanto ad Antonucci, che ha potuto contare unicamente sull’aiuto dei suoi infermieri, e ha dovuto difendersi continuamente dagli attacchi diretti e indiretti dei colleghi.
Arriva finalmente la nuova legge, che rappresenta sicuramente un mutamento sostanziale nel modo di concepire e applicare i concetti e le tecniche psichiatriche. Ma paradossalmente, è proprio l’applicazione della legge che sta portando a vanificare i risultati di anni di lavoro e, in buona sostanza, ad impedire ad Antonucci di continuare la sua attività.
Riassumo i fatti:
1) Coll’entrata in vigore della nuova legge (fine maggio), il Consiglio di Amministrazione dell’Osservanza ha proceduto alle nomine dei primari e degli aiuti dirigenti preposti ai dodici reparti + il reparto di osservazione (Villa dei Fiori).
L’organico attuale, evidentemente insufficiente, è il seguente:
1 direttore (Cotti)
5 primari (Pattuelli, Buti, Leoni, Cicognani, Cornacchia)
6 aiuti (tra cui Micco e Antonucci)
I 12 reparti contengono circa 700 degenti (dei circa 1300 presenti all’inizio della gestione Cotti); di essi 147, compresi 6 provenienti da manicomi criminali, sono presenti nei 3 reparti affidati da Cotti ad Antonucci. La situazione è aggravata dal fatto che, di fronte al disposto della legge che stabilisce il limite di 125 degenti per primariato (o dirigenza), il direttore diventa un direttore sanitario, e perciò non può più avere funzioni di primario presso i reparti.
2) Il Consiglio di Amministrazione provvede a riassegnare i reparti fra i primari e gli aiuti presenti, e in particolare incarica come dirigente l’aiuto dott. Micco (reparto osservazione Villa dei Fiori). Il lavoro viene completato nella seduta del 14 giugno scorso, assegnando al primario dott. Cicognani i 3 reparti di Cotti, da questi affidati ad Antonucci. Data la differenza di orientamento politico, culturale e terapeutico, questo significa, dopo 5 anni, la sconfessione del lavoro di Antonucci (e, implicitamente, di Cotti) e la pratica impossibilità di continuarlo, e perciò il ritorno di circa 150 degenti alle condizioni tradizionali di un ospedale psichiatrico.
3) Cotti ha immediatamente preparato una dettagliata lettera-esposto, che mette in evidenza le ragioni giuridiche e tecniche contro la decisione del Consiglio di Amministrazione, che non ha nominato Antonucci aiuto-dirigente e non gli ha conservato l’affidamento dei 3 reparti di cui si era occupato a pieno tempo e con piena responsabilità per 5 anni. La lettera deve passare davanti al Comitato di Controllo, che, a partire dal 14.6, ha 25 giorni per fare obiezione, senza di che allo scadere dei 25 giorni la delibera diventa operante. Ignoro gli orientamenti della C. di Controllo, la cui funzione in questo momento è particolarmente delicata, perché è l’organo che può stravolgere completamente lo spirito della legge.
4) Ho parlato di orientamento “politico”; è infatti ormai chiaro a tutti che il problema della psichiatria investe profondamente le strutture economico-sociali e le condizioni culturali e ambientali, e qualunque tipo di riforma o di controriforma è legato al modello di società e alle decisioni di tipo politico che ad esso si riferiscono.
E’ stupefacente perciò che un’amministrazione a maggioranza di sinistra (3 socialisti, fra cui il presidente Morozzi; 3 comunisti; 1 repubblicano; 2 democristiani) in una regione con una lunga tradizione di governo di sinistra mostri una così totale mancanza di comprensione del lavoro svolto da Antonucci (e perciò anche da Cotti), cioè da due suoi uomini (sono anche entrambi iscritti al partito comunista, se non bastasse il tipo e il metodo del lavoro svolto), e promuova ad aiuto dirigente il dott. Micco, e comunque accetti, e perciò incoraggi il gruppo di primari che, simpatie politiche a parte (tutte di destra), hanno dimostrato chiaramente in questi anni di non sapere o volere seguire i nuovi orientamenti, quelli che ora costituiscono lo spirito della legge.
5) Mi sembra solo giusto cercare di impedire che l’applicazione della nuova legge sia fatta in modo tale che per ragioni puramente formali si arrivi ad annullare il lavoro svolto contro le obbrobriose vecchie leggi, e contro una non meno obbrobriosa e vecchia < cultura>. Accettare decisioni come quella presa a Imola significa accettare che 150 persone che avevano ritrovato una qualche dignità di vita e si preparavano in gran parte al reinserimento, ricadano nello stato degli anni scorsi, vanificando la riacquisizione per legge dei loro diritti civili e politici. Accettare simili decisioni significa accettare che un gruppo di 60 infermieri venga sconfessato e umiliato, e ricondotto alla mansione di carcerieri, dalla quale si erano liberati con coraggio e con impegno.
Accettare simili decisioni significa infine colpire ingiustamente una persona, che da anni cerca di realizzare nella pratica di tutti i giorni quelli che ora sono diventati gli orientamenti ufficiali addirittura a livello di legge. O anche in questo caso dobbiamo dire che tutto deve cambiare perché nulla cambi?
6) Mi sembra infine giusto ricordare che prima di andare a Imola Antonucci aveva operato per alcuni anni a Reggio Emilia dove, nell’ambito dell’attività dei Centri di Igiene Mentale, si era occupato dei problemi del territorio, come ora si dice, studiando e operando presso le comunità montane da una parte, e presso le comunità di fabbrica dall’altra, dove ha stimolato la formazione di gruppi di operatori di alta qualità (cito il nome dell’infermiere Ivano Prandi); dove si è scontrato con le consuete grosse ostilità provenienti dai gruppi politici conservatori; e dove è stato difeso in varie occasioni dal sindacato comunista, attualmente senatore, Bonazzi.
Mi accorgo di aver scritto un documento lungo, ma mi è sembrato necessario fornire abbastanza dettagli da permettere, se lo ritieni conveniente un intervento che mi sembra pienamente giustificato: come ho ricordato al punto 3, la Commissione di Controllo può far riprendere in esame la decisione presa il 14.6, purché si esprima in tale senso entro il 5 luglio.
Sono a disposizione per chiarimenti e informazioni, il mio telefono è (055) 4378540 di giorno (Cattedra di Fisica dello Spazio) e (055)282845 di sera a casa.
Ringrazio vivamente per l’attenzione e saluto cordialmente.

Alberto Bonetti



Delibera degli amministratori



Oggi, giorno di giovedì 8 del mese di giugno dell’anno 1978, in Imola nella sede dell’Ente Ospedaliero “Ospedale S. Maria della Scaletta”, in seguito ad invito diretto a ciascuno dei componenti il Consiglio di Amministrazione si sono personalmente convocati i Signori:
Morozzi Celso —— Presidente
Masi Osvaldo —— Consigliere Anziano
Gaiani Giulio —— Consigliere
Manueli Elmo —— Consigliere
Scompacini prof. Ezio —— Consigliere
Tassinari geom. Silvano —— Consigliere
Valvassori p. a. Giorgio —— Consigliere
Zani dr. Illio ——Consigliere
Assente giustificato:
Villani dr. Luigi ——Consigliere

Riconosciuto che i presenti sono in numero legale per potere validamente deliberare, il Presidente
Signor Celso Morozzi
Assistito dal sottoscritto Direttore Segretario Generale dichiara aperta la seduta per trattazione dei seguenti argomenti. E’ presente il Direttore Sanitario dell’Ospedale Civile Prof. Riccardo Lucini per gli oggetti n.1 e n.2.
Omissis
n.182 OGGETTO II
INDIVIDUAZIONE DEI REPARTI DELL’OSPEDALE PSICHIATRICO DA ATTRIBUIRE ALLA DIREZIONE DEI MEDICI PRIMARI DELL’ISTITUTO PER EFFETTO DELL’ART. 9 DELLA LEGGE 13.5.1978, N.180.
IL CONSIGLIO
—— considerato che l’art. 8 della Legge 13.5.1978, n. 180, sancisce a carico dei primari ospedalieri delle divisioni psichiatriche specifici adempimenti sia in ordine ai degenti già ricoverati al momento dell’entrata in vigore della legge predetta per i quali ritengono necessario il proseguimento del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera, sia in caso di dimissioni dei ricoverati, che di cessazione delle condizioni che richiedono l’obbligo del trattamento sanitario;
—— preso atto che presso i dipendenti Istituti Psichiatrici i vari reparti di degenza non sono tutti affidati alla responsabilità di Primari e che, pertanto, occorre provvedere in merito alla precisa attribuzione di tale responsabilità quale decisione preordinata all’esecuzione dei sopraccennati adempimenti, da espletarsi entro il 16.8.1978 con comminatoria di sanzioni penali, nonché per un definitivo assetto organizzativo conforme alla disposizione di cui all’art. 9 della Legge n. 180 prima richiamata;
—— tenuto presente che il dipendente Ospedale Psichiatrico è costituito attualmente da n. 13 padiglioni funzionanti che accolgono complessivamente circa n. 710 degenti, oltre all’Istituto Neuropsicodiagnostico “Villa dei Fiori” che ricovera attualmente circa n. 90 degenti;
—— constatato altresì che i medici con funzioni di Primario addetti all’Ospedale Psichiatrico risultano attualmente in numero di cinque (di cui quattro di ruolo ed uno incaricato) oltre a tre sanitari titolari di posti di Aiuto;
—— visto il riferimento – in atti al prot. N. 5085 – col quale il Direttore degli Istituti Psichiatrici, su conforme parere del Consiglio Sanitario, propone che la responsabilità della Direzione dei padiglioni psichiatrici sia affidata ai Primari e all’Aiuto sotto indicati, secondo i raggruppamenti di cui appresso:
Omissis
<< Dr. Patuelli, reparti 4 e 5;
Dr. Cicognani, Villa dei Fiori e 11;
Dr. Prof. Leoni, 7-8 e repartino dei tubercolosi;
Dr. Cornacchia, 15-12 e repartino epatitici;
Dr. Buti, 6-13-19;
Dr. Antonucci, 10-14-17.
Per il Dott. Antonucci aiuto se l’Amministrazione ritiene che come aiuto non possa tenere i reparti provveda a nominarlo aiuto dirigente: operazione giustificata dalla particolarità dei suddetti reparti >>;
—— preso atto che i padiglioni 10, 14, e 17 (per complessivi 138 posti) che secondo la precedente proposta del Consiglio Sanitario dovrebbero essere assegnati al Dott. Antonucci, costituiscono una Divisione di psichiatria che deve essere affidata alla responsabilità di un Primario a norma dell’art. 9 della L. 13.5.1978, n. 180 e del combinato disposto degli artt. 1 e 2 – I comma – della L. 18.3.1968, n. 431;
—— ritenuto inopportuno, nell’attuale fase di ridimensionamento degli Ospedali Psichiatrici, procedere alla copertura di un posto di Primario oltre le cinque unità in servizio con tale qualifica;
—— preso atto altresì dell’incompletezza delle predette proposte del Consiglio Sanitario in quanto non prevedono la sostituzione, in caso di assenza o di impedimento delle cinque unità mediche con funzioni di Primario, da parte delle tre unità mediche con qualifica di Aiuto in forza presso gli Istituti Psichiatrici;
—— ritenuto che, anche per quanto concerne l’Istituto “Villa dei Fiori”, è da prevedere, alla stregua di una Divisione Psichiatrica, l’affidamento della relativa responsabilità ad un Primario dell’Ospedale Psichiatrico, nella specie indicato nella persona del Medico Primario Dott. Cicognani, salvo il proseguimento dell’assolvimento da parte di tale Istituto delle funzioni di assistenza di ricoverati volontari acuti e di filtro rispetto all’Ospedale Psichiatrico con una prospettiva di contrazione della relativa attività correlativamente al potenziamento dei servizi psichiatrici extra ospedalieri nel territorio della regione, in coordinamento con le iniziative delle competenti Province di Ravenna e di Forlì;
—— ritenuto, altresì, con l’occasione, di prendere atto ad ogni conseguente affetto di legge e di regolamento, che a decorrere dall’entrata in vigore della precitata legge n. 180/1978, il Direttore dell’Ospedale Psichiatrico assume le funzioni proprio del Direttore Sanitario (funzioni igenico-organizzative) ex artt. 4 e 5 del D.P.R. 27.3.1969, n. 128;
—— preso atto altresì che per l’attuazione immediata della L. n. 180/1978 l’Amministrazione ha già emanato disposizioni per le vie brevi fin dal primo giorno di entrata in vigore della legge stessa;
—— sentito il Direttore degli Istituti Psichiatrici, il quale per i motivi evidenziati nel parere del Consiglio Sanitario è contrario alla ripartizione proposta dal Presidente;
—— raccolto il parere favorevole del Direttore- Segretario Generale;
—— previa ampia ed approfondita discussione;
—– a voti unanimi, espressi nelle forme di legge;
DELIBERA:
I. di assegnare, per i motivi contenuti nelle premesse, alla direzione ed alla responsabilità dei Primari di cui appresso i sotto indicati padiglioni dell’Ospedale Psichiatrico, nonché l’Istituto Neuropsicodiagnostico “Villa dei Fiori” e con la previsione della sostituzione all’occorrenza da parte dei seguenti Aiuti, con l’intesa che, nei casi di assenze impreviste contemporanee, il Direttore Sanitario degli Istituti Psichiatrici dovrà assumere a norma dell’art. 5 del D.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, tutti i provvedimenti necessari per assicurare comunque le esigenze di servizio:
Primario
Padiglioni assegnati
Aiuto incaricato della sostituzione in caso di assenza o impedimento.

Dr Paolo Buti 6, 13 e 19 Dr. Giampaolo Finzi Vita
Primario di ruolo

Dr Eros Cicognani 10, 14, 17 e Villa dei Fiori Dr. Giorgio Antonucci
Primario di ruolo

Prof. Giorgio Leoni 7, 8 e Sez. T.b.c. Dr. Vincenzo Alvisi
Primario di ruolo

Dr. Alvaro Patuelli 4 e 5 Dr. Vicenzo Alvisi
Prmario di ruolo

Dottor Valentino Isolamento Dr. Giampaolo Finzi Vita
Cornacchia, 11, 12, 15 e Sez.
Primario incaric. Isolamento

II. di prendere atto, ad ogni conseguente effetto di legge e di regolamento, che, in base all’art. 9 della Legge 13.5.1978, n. 180, a decorrere dal 17 maggio 1978, il Direttore dell’ospedale psichiatrico ha assunto le attribuzioni proprio del Direttore Sanitario (funzioni igenico-organizzative) secondo il combinato disposto degli artt. 4 e 5 del D.P.R. 27.3.1969, n. 128;
III. il presente provvedimento ha effetto immediato, salvo gli effetti decorrenti dalla data di entrata in vigore della L. n. 180/1978 più volte citata, secondo le precisazioni contenute nelle premesse.
Omissis
Letto il presente verbale approvato e sottoscritto.
F.to Celso Morozzi
>> Osvaldo Masi
>> Giulio Gaiani
>> Elmo Manueli
>> Ezio Scomparcini
>> Silvano Tassinari
>> Giorgio Valvassorri
>> Illio Zani
IL DIRETTORE SEGRETARIO GENERALE
F. to dr. Mario Vagnozzi


Attenti ai passi indietro

Gianni Tadolini

La legge del 13 maggio 1978 n. 180, che stabilisce la nuova regolamentazione per il trattamento sanitario di persone con problemi psichiatrici, ha trovato le strutture socio-sanitarie, territoriali ed ospedaliere, fortemente impreparate a riceverla.
Questa normativa, a nostro avviso vale nel suo complesso in quanto prevede nettamente il superamento dell’istituzione psichiatrica manicomiale, è stata calata in quella situazione di grande arretratezza culturale e strumentale che, a livello giuridico, si esprimeva nella vecchia legge del 14 febbraio 1904 n. 36.
Con l’abrogazione di quest’ultima, anche nella nostra provincia, il problema dell’assistenza psichiatrica si è manifestato in tutta la sua intensità. Intanto, in base all’art. 6 della nuova legge, il numero dei posti-letto utilizzabili presso l’Istituto Neuropsicodiagnostico “Villa dei Fiori” (adiacente all’Ospedale Psichiatrico “Santa Maria della Scaletta”) di Imola, è notevolmente diminuito. “Villa dei Fiori” è una delle poche unità di ricovero esistenti in Romagna e dovrebbe coprire le esigenze delle province di Forlì e Ravenna; esigenze che, d’altro canto, sono di gran lunga superiori alle possibilità dell’Istituto stesso. Questa drastica riduzione dei posti-letto e dei tempi di degenza, se da un lato deve essere valutata in senso positivo, in quanto propone decisamente l’assistenza sanitaria territoriale e non istituzionale, viene ad evidenziare, dall’altro, la precarietà organizzativa delle strutture territoriali (C.I.M.) che non riescono a fronteggiare adeguatamente le richieste dell’utenza.
A questo punto solo una decisa volontà politica di creare un serio piano di intervento nel settore può impedire il caos in una situazione già esplosiva. Ben sappiamo che la risoluzione di questi problemi non dipende soltanto dalla decisione delle amministrazioni locali, ma piuttosto da una complessa elaborazione programmatica a livello nazionale. Ricordiamo ad esempio che il “Decreto Stammati”, tutt’ora vigente, vietando l’assunzione di un nuovo personale, costringe i consorzi alla precarietà numerica degli operatori.
Pur tuttavia una gestione qualitativamente diversa dell’assistenza, implicita nella legge del 13 maggio, può aprire notevoli prospettive; e significa gestione di base, non verticistica e settorializzata. La legge, sempre all’art. 6, impone che i servizi territoriali siano con quelli ospedalieri.

Nella nostra situazione ciò significa che a livello operativo occorre una stretta interrelazione tra l’ospedale di Imola, il C.I.M., e il Consorzio e gli assessorati competenti di Forlì.
Molti, compreso lo stesso direttore dell’Ospedale Psichiatrico prof. Edelweiss Cotti, lamentano la debolezza del rapporto tra gli amministratori dei territori e gli organi direttivi dell’ospedale di Imola. Vogliamo ricordare che se il piano di attuazione della nuova legge psichiatrica viene lasciato in mano a persone il cui modo di pensare e di essere si può definire solo se si considera questo termine in senso molto approssimativo, rischiamo che la situazione dell’Ospedale Psichiatrico di Imola retroceda di dieci anni. Sappiamo ad esempio che all’interno dell’ospedale sono assai pochi i medici che operano con criteri diversi da quelli della psichiatria tradizionale. Un ottimo lavoro è stato fatto nei reparti 14-10-17, dove ogni sistema coercitivo è stato soppresso, e un certo cambiamento positivo si è realizzato anche in qualche altro reparto, ma purtroppo, in molte realtà, esistono ancora i mezzi di contenzione, dosi altissime di psicofarmaci, tendenze fortemente autoritarie e repressive. Dato che le future attribuzioni in materia sanitaria del personale medico saranno stabilite secondo le norme del Decreto Presidenziale del 27 marzo 1969 n. 128 come previsto dall’art. 9 della nuova legge psichiatrica, vi sarà una ristrutturazione delle cariche. Ad esempio, la possibilità che assieme al dott. Antonucci (medico aiuto dei reparti prima citati) venga posto un primario con idee ben diverse dalle sue, è tutt’altro che remota.
Antonucci, dopo anni di durissimo lavoro in senso anti-psichiatrico, rischia di vedersi tornare in reparto le fasce di contenzione, le sbarre alle finestre, le porte chiuse a chiave ed una valanga di psicofarmaci. Al momento attuale sembra che l’amministrazione dell’ospedale di Imola non voglia considerare questo aspetto del problema.
Appare dunque assolutamente necessaria la presa in esame della situazione da parte delle varie componenti politiche del territorio. Rivolgiamo pertanto l’invito agli amministratori, agli operatori sociali ed ai compagni, a farsi promotori di iniziative atte ad impedire lo snaturamento dello spirito della legge del 13 maggio 1978. Non dobbiamo dimenticare che nel manicomio di Imola sono ancora più di 400 nostri concittadini.
GIANNI TADOLINI
(Il Forlivese, 1° luglio 1978)


Psichiatria: come volevasi dimostrare

Gianni Tadolini


Egr. Signor Direttore,
in un mio articolo, apparso sul numero del 1° luglio 1978, invitavo i compagni ad una riflessione su alcuni gravi problemi manifestatasi con l’entrata in vigore della nuova legge psichiatrica del 13 maggio 1978 n. 180. In particolare sottolineavo il pericolo di una situazione involutiva nell’Ospedale Psichiatrico “Santa Maria della Scaletta” di Imola, che ospita i ricoverati della nostra provincia, quindi la necessità di iniziative atte ad impedire lo snaturamento della nuova legge. Invio la presente perché credo doveroso informare i lettori che i gravi episodi, ipotizzati come possibili nel mio precedente articolo, si sono puntualmente verificati in questi giorni. Infatti è stata decisa la nomina del Dott. Cicognani come primario dei reparti “10, 14, 17″ che fino ad oggi erano gestiti dal Dott. Giorgio Antonucci.
Nonostante la stima ed il rispetto che ho per il Dottor Cicognani, ritengo che tale provvedimento possa danneggiare notevolmente il durissimo lavoro anti-psichiatrico portato avanti per anni dal Dott. Antonucci, per le profonde diversità ideologiche e metodologiche dei due medici. I reparti “10, 14, 17″ che Antonucci ha impostato in maniera radicalmente diversa dai restanti padiglioni dell’Ospedale, rappresentano, nella storia della psichiatria italiana, un valido e coraggioso esempio di de-psichiatrizzazione e di valutazione realmente alternativa della cosiddetta “malattia mentale”. Il Dott. Cicognani, pur essendo indubbiamente un medico valido ed onesto, è uno psichiatra tradizionale, e assai difficilmente potrà condividere l’impostazione fino ad ora seguita. Il pericolo di veder stroncata un’esperienza di alto valore politico e scientifico come quella condotta dal Dott. Antonucci ha indotto i compagni Alberto Bonetti, docente di “Fisica dello Spazio” all’Università di Firenze, Giovanni Berlinguer, deputato al Parlamento, ed il Senatore Bonazzi del gruppo senatoriale del PCI, ad interessarsi della vicenda, fino ad ora, senza esito positivo.

GIANNI TADOLINI
(Il Forlivese, 29 luglio 1978)




ALTRE GRIDA DISPERATE DAL MANICOMIO


DACIA MARAINI

Gli istituti psichiatrici chiusi sono dei luoghi di tortura, delle sepolture….
Giorgio Antonucci non ha niente del medico tradizionale, indaffarato, autoritario, privo di abbandoni che siamo abituati a conoscere. La sua faccia triste esprime una dolcezza morbida, acuta, quasi dolorosa. I suoi occhi sono pieni di una timida assorta attenzione.

-Ma la nuova legge, la riforma ha cambiato qualcosa?-, gli chiedo.
Certo, ha cambiato in meglio…Ma i medici sono sempre gli stessi di prima e hanno un’idea punitiva e inquisitiva della psichiatria.
-Quindi è un po’ come l’aborto: fatta la legge non si riesce ad applicarla per l’ostruzionismo di chi tiene il potere negli ospedali-.
E’ così infatti… Nel mio caso quei sepolti vivi che dopo cinque anni di lavoro durissimo avevo riportato alla vita, rischiano di tornare in stato di prigionia.
-Puoi raccontare cosa è successo?-.
L’ospedale in cui lavoro, l’Istituto psichiatrico di Imola, sta cambiando struttura in seguito alla riforma. E il lavoro che abbiamo fatto coi degenti rischia di saltare per aria per l’ostilità dei nuovi dirigenti.
-Ma prima chi ti appoggiava?-.
Io sono stato chiamato a Imola da Cotti (direttore dell’Istituto) che voleva cambiare le strutture tradizionali. Ma presto ci trovammo tutti contro, medici e personale.
-Cosa facevi di così scandaloso?-.
Per prima cosa chiesi di lavorare nel reparto dei più pericolosi, i cosiddetti “irrecuperabili”.
-Irrecuperabili cioè non guaribili, è questo che vuol dire?-.
Per i medici tradizionali queste persone hanno un difetto nel cervello, quello che viene chiamato malattia mentale, un difetto che non gli permette di avere una vita sociale accettabile. Secondo la legge, che ora è stata abolita, erano segregati perché pericolosi a se stessi e agli altri, propensi a creare scandalo pubblico.
-Malattia mentale quindi qualcosa di fisiologico, di interno?-.
Sì, più o meno un guasto al cervello, derivante da una debolezza congenita. Secondo me invece i degenti non hanno assolutamente niente di diverso dagli altri, solo che si sono trovati in situazioni sociali difficili, di svantaggio nei riguardi del potere.
-Quindi per te la cosiddetta malattia mentale è esclusivamente un prodotto sociale?-.
E’ nel ’68 che si è cominciato a discutere pubblicamente sull’esistenza o meno della malattia mentale. Io ho lavorato con Basaglia nel ’69. Lui la malattia mentale la vede come una cosa dinamica che investe le persone meno resistenti. Per me la psichiatria è un’ideologia che nasconde i problemi reali delle persone ricoverate. Freud stesso diceva che occupandosi dei conflitti nevrotici aveva smesso di fare il medico e si era messo a fare il biografo.
-E cosa pensi di quei conflitti arcaici che si pensa superino i problemi sociali e mettano radici nel profondo dell’inconscio?-.
Non si possono applicare le categorie di Freud ai braccianti calabresi perché Freud analizza i borghesi dell’Ottocento.
-Quindi non credi all’universalità del complesso di Edipo, per esempio?-.
No, decisamente… Il complesso di Edipo nasce in un certo tipo di famiglia, in una data situazione, in una data cultura.
-E quali sono i tuoi metodi di lavoro a cui i medici sono così ostili?-.
Ti faccio un esempio: quando arrivai a Reggio Emilia incontrai una donna, Santina, di 40 anni, che lavorava nelle montagne reggiane, era moglie di un muratore, aveva tre figli, era stata ricoverata molte volte. Per i medici aveva qualcosa di guasto da curare. Le facevano l’elettroshock. Io andai a parlare con la famiglia, con lei, col marito. Venne fuori una storia drammatica; Santina era figlia di contadini, giovanissima aveva fatto la domestica a Genova subendo una serie di esperienze traumatiche. Poi era tornata al paese, si era sposata. Ma ogni volta che aspettava un figlio stava male e il marito l’accompagnava all’ospedale. Qui la riempivano di psicofarmaci e le applicavano gli elettrodi. Per la famiglia quel suo uscire e entrare dall’ospedale era normale.
-E’ guarita poi Santina?-.
Sì… Intanto ho eliminato gli psicofarmaci e l’elettroshock, poi ho parlato col marito, col sindaco del paese, coi vicini. Col marito ho avuto una discussione dura, una lite. Ma dopo le cose sono cambiate. Santina non è più stata ricoverata e quando è rimasta di nuovo incinta non è stata più male.
-Quindi analisi della situazione reale in cui vive la persona che sta male più che del suo inconscio-.
L’atteggiamento del medico è importantissimo. Non si può avere rapporti di fiducia con persone che non consideri uguali a te. I medici trattano i ricoverati come degli inferiori e loro rispondono con la violenza o l’apatia.
-Mi dicevi che hai lavorato soprattutto in reparti di donne…-.
Le donne spesso sono dentro per ragioni di costume, per aver trasgredito la morale comune. A Imola ho liberato una donna che era stata internata perché ragazza madre. Da 26 anni stava legata al letto. Le ho chiesto perché l’avevano chiusa. E lei mi ha detto: “Perché sono schizofrenica”. Ho insistito chiedendole perché secondo lei era stata chiusa. E alla fine mi ha detto: “Perché mi piacciono gli uomini”. Testuale. Dopo un anno di lavoro l’ho dimessa. Il problema spesso è di trovare qualcuno che le accolga. Lei per fortuna aveva un fratello che l’amava e l’ha accolta in casa”.
-Da un libro che è uscito nelle Edizioni delle donne infatti risulta che la maggior parte delle donne vengono internate per trasgressioni ai doveri sessuali o casalinghi, cioè per rifiuto del ruolo tradizionale-.
Quando io entrai nel reparto delle irrecuperabili i medici mi ridevano dietro. C’erano donne legate da dieci, venti anni, che non erano più capaci di parlare, di camminare, di mangiare. Io le slegai. Tutti si aspettavano la catastrofe. Fra l’altro c’era stato il precedente di un medico che aveva dato l’ordine di slegarle e poi se n’era andato. Le donne abituate alla costrizione, con tutta l’angoscia che avevano dentro, appena slegate hanno cominciato a picchiarsi. E subito naturalmente le avevano rilegate.
-E tu come hai fatto?-
Io le ho slegate, ma non tutte insieme, due per volta e poi stando presente, parlando con loro, con le infermiere. Poi feci aprire le porte, levare le inferriate. Il reparto era chiuso come una fortezza. Infine fra lo scandalo dell’istituto, le feci uscire nel arco. Il lavoro più duro era, giorno per giorno, ridare fiducia in sé, la capacità di essere indipendenti.
-E ci sei riuscito?-.
Dopo tanti anni di letto, legate mani e piedi da cinture di pelle, la camicia di forza e qualche volta, come ho visto addosso a una contadina che aveva l’abitudine di sputare, una specie di museruola di plastica che le chiudeva la bocca, si faceva tutto addosso, non volevano vestirsi, non camminavano. Non riuscivano neanche a mangiare – molte avevano i denti davanti spezzati sia per gli elettroshock che per l’uso dello scalpello quando si rifiutavano di aprire la bocca – avevano i muscoli atrofizzati. Era come fare rivivere dei morti.
-E il personale come reagiva?-.
Le infermiere prima avevano paura: paura delle malate – abituate ad essere legate come cani quando venivano slegate in effetti mordevano – paura dei medici che le consideravano delle serve e anche le usavano come terreno di caccia. Da principio quindi hanno fatto difficoltà ma poi credo che sia stato un sollievo anche per loro.
-E quanti reparti hai aperto con questo sistema?-.
Dopo il 14, il più difficile, ho aperto il 10 e poi il 17 maschile, anche quello considerato irrecuperabile. Nel frattempo è cambiato qualcosa, altri reparti provavano ad aprirsi, anche se a metà.
-E ora?-.
Ora con la riforma, Cotti non è più direttore dell’Istituto psichiatrico, le sezioni dipendono dal primario. E questo primario non crede assolutamente ai metodi che uso io. Lui è per i vecchi sistemi dell’elettroshock, della camicia di forza, degli psicofarmaci i 147 degenti che ora stanno slegati rischiano di tornare in cattività.
-Cosa si può fare per evitarlo?-.
Parlare, fare sapere alla gente come stanno le cose. Quando io ho detto alla madre di quella donna che stava legata da 20 anni che sua figlia non avrebbe mai dovuto essere legata, si è messa a piangere: “A me nessuno ha mai detto una cosa simile”. La gente non sa, si affida ai medici e non immaginava che la maggior parte dei casi sono dovuti a conflitti facilmente risolvibili. I medici, anziché guarirli, li puniscono, li legano, li rendono inoffensivi….
-Fanno i poliziotti insomma anziché i guaritori-.
Legare una donna per venti anni a un letto vuol dire ucciderla….
-Quindi queste donne dimostrano una grande forza non facendosi distruggere del tutto…-.
Infatti… Se le avessi viste quando sono uscite nel parco la prima volta… Rovinate come sono, coi denti rotti, i muscoli atrofizzati, la lingua inarticolata… Erano felici ed esprimevano questa felicità con grande vitalità. Tornare a legarle sarebbe un crimine.

Credo che non ci sia bisogno di commenti a questo dialogo con Antonucci. Io stessa l’anno scorso qui a Roma ho seguito un esperimento di un gruppo di ragazzi che hanno “liberato” degli handicappati. Costoro prima (chiusi e rimpinzati di pillole) non parlavano, non mangiavano da soli, e non potevano uscire. Dopo un anno di lavoro in comune giravano il quartiere da soli, andavano a lavorare, discutevano, partecipavano, decidevano come gestire i soldi, ecc… E non si tratta di beneficenza ma di una migliore convivenza di tutti. Rinchiudere e legare chi appare diverso è come chiudere e legare una parte di noi, forse la migliore, certamente la più carica di originalità e di sensibilità.
DACIA MARAINI
(La Stampa, 26 luglio 1978)


DOCUMENTO CGIL, CISL, UIL OSPEDALIERI E AMOPI
DOCUMENTO DEGLI AMMINISTRATORI



Le scriventi OO.SS. unitamente all’AMOPI sono venute solo ora a conoscenza di una intervista rilasciata dal Dr. ANTONUCCI al quotidiano “LA STAMPA” di Torino il 26.7.78.
Tale intervista contiene insinuazioni offensive nei riguardi del personale di assistenza e dei Medici, e falsa quella che è la realtà dell’Ospedale Psichiatrico “Osservanza”.
L’Osservanza è un Ospedale quasi completamente aperto già prima della Legge 180, per cui l’intervista rilasciata ha travisato completamente la realtà agli occhi dei lettori.
A parte alcune affermazioni dalle quali traspaiono malafede e dubbio gusto, le OO.SS. firmatarie condannano il metodo scandalistico scelto dal Medico summenzionato per denunciare una falsa situazione del nostro Ospedale Psichiatrico.
Le scriventi OO.SS. chiedono alla Direzione dell’Ospedale ed alla Amministrazione dell’Ente Ospedaliero di rilasciare un comunicato circa le dichiarazioni rilasciate dal Dr. ANTONUCCI al quotidiano torinese.
Infine invitano a Imola l’inviato che la <> riterrà opportuno affinché, attraverso l’esperienza diretta, possa rendersi conto della realtà e quindi chiarire all’opinione pubblica la reale situazione del problema psichiatrico e assistenziale del nostro Ospedale che è stata alterata ad arte.
Imola, 27 settembre 1978


CGIL-CISL-UIL ospedalieri e AMOPI

Al Sig. Dott. EROS CICOGNANI – Sede
e p.c.
Al Sig. Dott. GIORGIO ANTONUCCI- Sede

Il Consiglio di Amministrazione nella seduta del 28 settembre u.s. ha preso in esame l’intervista del Dott. Giorgio Antonucci, apparso su la <> di Torino del 26.7.1978, contenente giudizi pesantemente negativi nei confronti degli istituti psichiatrici amministrati da questo Ente, nonché insinuazioni offensive non rispondenti a verità nei confronti dei medici e del personale di assistenza dei predetti istituti.
Contestualmente il Consiglio ha preso in esame la successiva lettera aperta in data 4 settembre 1978 della S.V. che, si dà atto, con obbiettività di giudizio e tolleranza, verso un interlocutore che con la citata intervista ha dimostrato una notevole scorrettezza, ristabilisce la verità dei fatti e dei meriti nell’attività svolta in favore dei degenti.
Il Consiglio ritiene che atteggiamenti superficiali, improntati ad esibizionismo personale e presunzione non possono certamente in alcun modo sminuire i meriti che Ella ha acquisito nel processo di liberalizzazione e di umanizzazione dei predetti istituti.
Tale processo, lungi dall’essere una acquisizione recente, è iniziato da circa un decennio con il concorso della stragrande maggioranza degli operatori medici e non medici, in corrispondenza all’elevarsi del tenore civile della società italiana.
I metodi scandalistici che ipotizzano una situazione non rispondente a verità all’unico scopo di una sopravvalutazione di meriti personali, vanno giudicati negativamente non solo sul piano dei rapporti interpersonali, ma soprattutto in rapporto al fine, da tutti condiviso, di un superamento definitivo dell’istituto manicomiale.
Il Consiglio difatti ritiene che tali meriti vadano principalmente attribuiti a coloro che, con lavoro paziente e costante, hanno ottenuto la collaborazione dei colleghi e della cittadinanza per l’estensione in modo duraturo del processo di liberalizzazione e di umanizzazione a tutti i reparti fino a diventare patrimonio stabilire dell’istituzione, anziché di singoli operatori.
Distinti saluti.
IL DIRETTORE SEGRETARIO GENERALE (dr. Mario Vagnozzi)
Il PRESIDENTE (Celso Morozzi)
Imola, 4 ottobre 1978


Dei manicomi. Lettera aperta a Mario Tobino
GIANNI TADOLINI

Caro Tobino,
il tuo articolo “Vedo il ghigno della follia” apparso sul “Resto del Carlino” di domenica 7 maggio, mi ha indotto a scrivere questa lettera aperta, perché ritengo doveroso fornire al lettore alcune valutazioni critiche e qualche spunto di riflessione.
Tu affronti il problema della follia nel tuo stile consueto. Per te la follia è sempre qualcosa di misterioso ed arcano che ad un dato momento si scatena: è, tutto sommato, una malattia. Da queste premesse, logicamente, passi a difendere i manicomi, gli psicofarmaci, il sistema, e così ti accusano di essere strumento del potere dominante.
Caro Tobino, credo che non basti andare a < > con i ricoverati per sentirsi giustificati; per essere contro quel potere che, direttamente o indirettamente, è responsabile dell’emarginazione di tanti individui. Però vedo in te un sentimento di grande umanità, che apprezzo moltissimo, e non voglio entrare nei soliti (anche se sacrosanti) discorsi politico-sociali che negli ultimi quindici anni hanno sorretto i temi antipsichiatrici. Desidero solamente raccontarti la mia piccola esperienza che comunque mi ha condotto a conclusioni diverse dalle tue. Ho lavorato nell’istituzione psichiatrica nell’era della psicofarmacologia. Non ho conosciuto i manicomi di una volta (non “psicofarmacologizzati”), se non dai racconti dei colleghi più anziani. Nonostante gli psicofarmaci ho udito “quei gemiti, urla, imprecazioni, implorazioni” di cui tu parli, ma che spesso, troppo spesso, non mi sono sembrati il frutto del delirio, ma la risposta, impotente e disperata, ad una situazione umana ed ambientale inaccettabile.
E veniamo pure al “delirio” a questo linguaggio che tu senti tremendo e misterioso, ma che si fa così chiaro e logico quando riesci a cogliere la struttura interna che lo muove; struttura fatta di emarginazione e sfruttamento sociale e culturale, di drammi familiari ed affettivi. Te la prendi con Basaglia quando dice che i <>. Come mai sul frontespizio del 90% delle cartelle cliniche che mi sono passate davanti si legge:
“condizione sociale: povero
cultura: analfabeta
professione: bracciante, disoccupato, casalinga”?
Se impariamo a cogliere il messaggio del delirio ed i suoi simboli ritroveremo una storia drammatica, tutt’altro che misteriosa ed oscura.
E gli psicofarmaci? Tu scrivi: “(…) poi nel 1952 arrivarono gli psicofarmaci che riescono a velare, a intorpidire, a rendere apparentemente molli molti segni della pazzia. Ecco allora per me il vero interrogativo: se non si scoprivano gli psicofarmaci si sarebbero potuti liberalizzare i manicomi?”. Permettimi di rispondere in modo paradossale (ma non troppo): i manicomi hanno potuto seguire un processo di reale liberalizzazione solo dove l’invasione farmacologica è stata di molto ridimensionata. E qui mi vengono alla mente decine di persone inebetite dagli psicofarmaci; ridotte a livello quasi vegetativo da dosi massacranti di cloropromazina e di aloperidolo. Voglio raccontarti una storia; la storia di un reparto dove “vivono” queste persone.


Storia del Reparto 14
Dell’Istituto psichiatrico
“Osservanza” di Imola



Era il “reparto agitate”, considerato il più pericoloso dell’ospedale. Le pazienti stavano quasi sempre legate. Unico diversivo delle giornate: lì elettroshock. L’ambiente era tetro, con robuste sbarre alle finestre e tutto circondato da mura. Nessuna poteva uscire, ma gli psicofarmaci entravano a valanghe. Quando una infermiera veniva inviata al “14″ le si raccomandava di fare attenzione: era un ambiente pericoloso, vi erano persone violente. Era insomma un reparto di manicomio, credo non molto diverso da quelli del tuo ospedale di Lucca qualche anno fa.
Poi le cose cambiarono; venne un direttore nuovo, ed il padiglione fu affidato ad uno di quei medici con cui non sei d’accordo: un “antipsichiatra”: il dottor Giorgio Antonucci. Il lavoro fu difficilissimo. “Il dottore è un po’ matto” – si diceva. I mezzi di contenzione uscirono dal reparto assieme agli psicofarmaci. Il medico stava vicino alle pazienti molte, molte ore al giorno; parlava con esse, penetrava nei deliri e nelle angosce; comunicava, essere umano vicino ad esseri umani. Quei volti muti o urlanti, segnati dalla disperazione, iniziarono a raccontare una storia: la storia della loro emarginazione, della loro condanna; la storia di una sofferenza enorme. Il prezzo e la fatica di quel lavoro è conosciuta solo dal medico che l’ha compiuto. Comunque oggi il “14″ è un reparto aperto, nessun mezzo coercitivo è usato, neppure la “contenzione psicofarmacologica” tanto a te cara. Le pazienti, sebbene ormai distrutte dagli elettroshock e dai neurolettici, hanno riappreso a comunicare, passeggiano liberamente nel parco, partecipano alla gestione del reparto.
Teresa, ad esempio, per vent’anni ha vissuto chiusa in un camerino, legata al letto mani e piedi, con una mascherina di cuoi sulla bocca, fino ad intorpidirsi in posizione fetale. Oggi cammina, esce nel parco, parla, si veste, si pettina. Alcune donne sono state addirittura dimesse e reinserite socialmente. Sembra paradossale, ma il “14″ è oggi il reparto forse più tranquillo dell’ospedale.
Mi dispiace, caro Tobino, forse sei rimasto indietro, perché ti sei fossilizzato sul sintomo. Sei rimasto ancora prima di Freud: sì, perché già Freud ci insegnava che il sintomo è solo l’epigono di una storia, e solamente dalla conoscenza di questa nasce quel sapere che decifra il delirio e che può spaccare e distruggere il sintomo stesso.
Cordialmente,
GIANNI TADOLINI
Centro di psicoterapia, Forlì

(Il Ponte, settembre 1978)


UN’ORCHESTRA ESEGUE MOZART ALL’EX OSPEDALE PSICHIATRICO
DACIA MARAINI


Imola – E’ un sabato freddo. La neve spalata ai bordi della strada si scioglie lentamente colando acqua nera. A Imola ci sono tre gradi sotto zero. Le gomme della macchina scivolano sopra uno strato di brina ghiacciata. Chiedo dell’ospedale della Scaletta. Mi indicano un alto muro dietro al quale si alzano dei blocchi gialli. Chiedo del padiglione 10. E’ laggiù, mi dicono. Imbocco un vialetto corto e largo fiancheggiato da grossi ippocastani e posteggio accanto ad un autobus celeste.
Una volta aperta la porta del reparto mi trovo in una sala lunga e stretta affollata di gente. In fondo sotto un affresco di mari ondosi su cui navigano barche dalle vele rosse, ci sono i ragazzi dell’Aquila venuti qui per suonare. Fra l’orchestra e la porta tante sedie con tanti ricoverati, donne e uomini. La festa l’hanno organizzata loro, con l’aiuto del dottor Antonucci e degli infermieri.
Una donna vestita di giallo e di lilla mi abbraccia e mi bacia sulle due guance. Un’altra donna magra, senza denti, i capelli scarmigliati, gli occhi splendenti, un sorriso mesto, si siede accanto a me e mi spiega, con gesti e parole scombinate ma piene di entusiasmo, cosa ha sognato la notte scorsa. La musica di Mozart con la sua armonia esplosiva dilata gli spazi, entra in queste facce contratte segnate dalle torture trasformando la bruttezza, si fa liquido delicato piacere.
I ragazzi dell’orchestra con le loro barbe, i loro blue jeans, i loro capelli lunghi suonano, impetuosamente brandendo i corni, i violoncelli, gli oboi. Alcuni dei degenti si mettono a ballare. Alcuni ascoltano a bocca aperta, facendosi cullare dalla meraviglia di quelle note. Una donna mi invita a ballare. E’ bassa, robusta, ha i capelli neri ispidi che le circondano la faccia dai tratti marcati. Le mancano i denti davanti, come a tante altre; ha gli occhi brillanti, un’espressione di testarda ilarità che la rendono infantile nonostante i suoi anni.
Balliamo come due orsi, in un abbraccio goffo e pesante. Più tardi saprò che questa donna è stata legata per anni, e che quando il reparto era chiuso non riusciva a parlare, a mangiare da sola, sputava addosso a chiunque le si avvicinasse, rifiutava i vestiti e le scarpe. Ora balla, parla, cammina come una persona qualsiasi.
Nessuno aveva pensato in tanti anni che proprio nel suo sputare stava il segno della sua integrità: anziché diventare un vegetale come volevano i medici, si accaniva a protestare, nel solo modo che le era ormai possibile, contro la prigionia. Sottoposta agli elettroshock (ne ha fatti più di 50), piena di psicofarmaci, legata mani e piedi col bavaglio sulla bocca, era oggettivamente una . Ora è tornata a essere una persona intelligente.
Passa una infermiera con un vassoio pieno di paste. Gli occhi dei ricoverati si fissano avidi su quei pasticcini. Come per tutti i reclusi il cibo è diventato sacro: nel cibo si cerca affetto, soddisfazione sessuale, magia. Il cibo, soprattutto i dolci, ricordano al recluso che il suo corpo esiste anche per provare dei piaceri, che la sua pancia non è solo un sacco in cui si cacciano le minestre e le medicine per mantenersi in vita, ma è anche un posto dove lasciare scivolare qualcosa di assolutamente inutile, forse anche dannoso, ma quanto capriccioso, tenero e amabile!
Un ricoverato che stava per uscire torna indietro, posa religiosamente la giacca su una sedia e aspetta con pazienza che il vassoio arrivi da lui. Una donna si asciuga la bocca con cura meticolosa, posa il bicchiere di carta pieno di aranciata sotto la sedia, si sporge in avanti, pronta a ricevere la sua parte.

Piero Colacicchi, uno degli artisti che collaborano col dottor Antonucci, mi chiede se voglio fare un giro per gli altri padiglioni. Dico di sì. Usciamo nel freddo di un crepuscolo celeste e argento. Camminiamo in mezzo agli ippocastani, ai tigli, alle acacie profumate fra i fabbricati tutti uguali dell’ex ospedale psichiatrico. Molte finestre sono illuminate. Dietro le finestre si intravedono delle facce bianche, attonite.
Bussiamo a una porta. Ci viene ad aprire una infermiera con un grosso mazzo di chiavi. Nella sala ci sono una quarantina di donne chiuse dentro grembiuli grigi tutti uguali. Ci assale un tanfo di disinfettante, misto a cibo ordinario e sudore che dà il capogiro. Tre infermiere robuste, pratiche, piene di buon senso e di allegria ci mostrano il dormitorio con i letti perfettamente puliti, allineati uno accanto all’altro, il refettorio con le tavole coperte da tovaglie di plastica a quadri. Qui dormono, qui mangiano, qui si riposano. Tre grandi sale in cui convivono quarantacinque donne di tutte le età. I gabinetti sono 4, i bagni due, i lavandini 6. La porta di ingresso è chiusa a chiave. Le finestre sono sbarrate.
La differenza coi reparti aperti si sente subito. Lì i ricoverati si sentono padroni di sé, qui sono proprietari di coloro che li controllano, li puniscono. Lì sono vestiti di tutti i colori con roba che hanno scelto loro; qui portano divise che mortificano i loro corpi e li rendono tutti uguali. Lì sono ascoltati come persone che hanno avuto delle difficoltà con l’ambiente in cui vivevano ma non per questo hanno perso la capacità di capire e sentire: qui sono trattati con la bonomia paternalistica di chi decide per loro, agisce per loro, pensa per loro.
Le infermiere non possono non fare ciò che i medici dicono loro di fare. La loro personalità viene fuori clandestinamente nei rapporti a tu per tu con le degenti, e sono rapporti fatti di crudeltà e di dolcezza come tutti i rapporti non liberi. Esse si fanno volentieri mamme, a volte tenerissime e cordiali, a volte violente e sadiche. Non possono, perché non gli è permesso e nessuno gliel’ha insegnato, avere un rapporto da pari a pari.
In un altro padiglione chiuso di soli uomini noto che il movimento avviene tutto per linee orizzontali. Mentre le donne girano in cerchio gli uomini vanno su e giù tracciando delle parallele sul pavimento logoro. Un ragazzo mi mostra una scatola di cartone in cui tiene chiuso il suo segreto. Vuole che tocchi la scatola ma non devo aprirla. Ha le orecchie come due riccioli di carne. E’ sordo e muto. E guarda con due occhi dolorosi e lontani. Un altro si presenta, compito, saluta, si ravviva i capelli, dice alcune frasi cerimoniose, risaluta, si allontana. Hanno qualcosa di spettrale, di spento che, ora capisco, è dovuto soprattutto agli psicofarmaci.
Dal padiglione maschile chiuso passiamo a quello aperto. L’atmosfera è subito diversa: confusione, vocio, disordine, colori. Ci viene incontro un uomo mezzo nudo che si muove a quattro zampe. Il peso del corpo gravita tutto sulle due grosse mani callose. Le spalle sono da lottatore; le gambe, atrofizzate, molli e rattrappite, se ne stanno ciondoloni senza forza. Quest’uomo è stato chiuso e legato da quando aveva otto anni. Oggi ne ha quaranta e solo da poco è libero di muoversi come vuole. Si guarda intorno torvo e risoluto; il candore gli illumina le guance. Nello sguardo c’è il ricordo truce di chi è stato costretto a farsi scimmia per sopravvivere.
DACIA MARAINI

(<>, 29 dicembre 1978)



Imola, festa al Padiglione n. 10

DACIA MARAINI



Imola – Torniamo alla festa nel padiglione aperto delle donne. Ora molti dei ricoverati chiacchierano con quelli dell’orchestra facendo ressa attorno agli strumenti, toccandoli, provandoli. La maggior parte delle seggiole sono vuote. Il pavimento è cosparso di bicchieri di carta. C’è un’atmosfera di eccitazione languida di fine festa, un calore diffuso che appanna i vetri e lustra le guance dei ricoverati.
Prima di andare via, ormai è l’ora di cena, visitiamo il dormitorio dove alcune donne sono rimaste a letto perché malate. Ci accolgono con battute scherzose, salvo una che soffre di acuti dolori alla pancia e mugola piano rannicchiata nel suo cantuccio. Le pareti sono coperte di stampe colorate, disegni, fiori, stelle. Una ragazza in vestaglia va e viene portando dei dolci.
Mentre i ragazzi del Gruppo da camera dell’Aquila rinfoderano i loro strumenti e i pittori che collaborano alle iniziative culturali (fra cui Luca Bramanti che ha dipinto molti degli affreschi qui) si preparano a tornare a casa, faccio qualche domanda ad Antonucci. Per prima cosa gli chiedo perché, visto il buon risultato che lui ha ottenuto, non si fa la stessa cosa negli altri padiglioni.
Prima di tutto perché è molto faticoso – risponde Antonucci con la sua voce quieta, dolce – mi ci sono voluti cinque anni di lavoro durissimo per ridare fiducia a queste donne; cinque anni di conversazioni, di presenza anche notturna, di rapporto a tu per tu. Però non si tratta di una tecnica, ma di un diverso modo di concepire i rapporti umani.
– In che consiste questo metodo nuovo per quanto riguarda i cosiddetti malati psichici?
Per me significa che i malati mentali non esistono e la psichiatria va completamente eliminata. I medici dovrebbero essere presenti solo per curare le malattie del corpo. Storicamente da noi la psichiatria è nata nel momento in cui la società si organizzava in modo sempre più rigido, e aveva bisogno di grandi spostamenti di mano d’opera. Durante queste deportazioni fatte in condizioni difficili, ostili, molte persone rimanevano disturbate, confuse, non producevano più bene e quindi c’era l’esigenza di metterle da parte. Rosa Luxemburg dice: “Con l’accumulazione del capitale e lo spostamento delle persone si allargano i ghetti del proletariato”. Nel ‘600 in Francia quando si forma la monarchia assoluta (lo Stato), i manicomi venivano chiamati “luoghi di ospizio per persone povere che disturbano la comunità”. La psichiatria è venuta dopo come copertura ideologica. Nel trattato di psichiatria di Bleuler che è l’inventore del termine schizofrenia è detto che schizofrenici sono coloro che soffrono di depressioni, che si immobilizzano o girano intorno ossessivamente per il cortile. Ma che altro potevano fare così reclusi? Infine Bleuler conclude, senza volere, comicamente: “Sono così strani che alle volte assomigliano a noi”.
-Insomma tu dici che la malattia mentale non esiste ma esistono dei conflitti sociali di fronte a cui alcune persone più fragili o più oppresse soccombono.
Sono i medici spesso che fanno il malato. Ti faccio un esempio che mi è capitato recentemente a Firenze. Un bambino mancino viene sgridato dalla maestra perché “diverso” dagli altri. Il maestro di musica fa notare che l’allievo non batte bene il tempo. Il bambino comincia a sentirsi inferiore agli altri, si rifiuta di andare a scuola. La madre ne parla con la maestra che le dice: “Suo figlio è anormale, lo faccia vedere da un medico” e la manda al Centro di igiene mentale. Lì uno psichiatra le dice che il figlio ha dei disturbi di “lateralità”, che va curato. Per caso a questo punto vengono da me. Dico alla madre che il bambino è sanissimo e ha il diritto di scrivere con la mano che vuole. Così lei va dalla maestra e finalmente difende i diritti del bambino.
-Era un bambino ricco o povero?
Il fatto è proprio questo: il bambino era di una famiglia che non conta e gli insegnanti avevano un atteggiamento di discriminazione sociale. Ti faccio un altro esempio: una donna sposata con un operaio, ha due bambini, fa la casalinga, non si intende bene col marito; comincia a soffrire di insonnia, di angosce, di paure. Sta male, dimagrisce, è nervosa. Il medico le consiglia di andare al Centro di igiene mentale. Lei si rifiuta di prendere gli psicofarmaci che le propongono; e allora la mandano all’ospedale civile dove gli psicofarmaci è costretta a prenderli per forza. Il trattamento sanitario è una violenza, non serve a niente.
-Alla Scaletta si fanno ancora gli elettroshock?
Non più. Da quando Cotti è entrato come direttore sono stati eliminati l’elettroshock e altre forme più vistose di tortura.
-E gli psicofarmaci e il letto di contenzione?
Gli psicofarmaci sono ancora usati largamente. In quanto al letto di contenzione, se il ricoverato non disturba viene lasciato a se stesso, ma se disturba lo si lega. Nei miei reparti (sono tre) ho abolito da tempo sia gli psicofarmaci che la contenzione. Da me se due litigano, li si lascia litigare. Da dieci anni che lavoro non ho mai fatto un ricovero obbligato, per me il ricovero obbligato è una deportazione.
-E la nuova legge in che modo ha cambiato le cose qui dentro?
Di fronte alla legge ora si verificano tre situazioni diverse: la prima riguarda quelli che già sono dentro le istituzioni psichiatriche, i lungodegenti; verso costoro la legge permette l’uso di vecchi metodi repressivi (quasi ovunque si usano elettroshock, corsetti, detenzione e psicofarmaci); la seconda riguarda le persone al centro di conflitti nel territorio, per le quali la legge ammette l’uso degli psicofarmaci per renderle innocue (vedi le ragazze che vengono rimpinzate di tranquillanti perché non escano la sera o perché non si droghino, o non pratichino il sesso); la terza riguarda le persone che non si riescono a controllare con psicofarmaci e per cui la legge prevede che vengano mandate all’ospedale civile dove saranno sottoposte al trattamento sanitario obbligatorio. In tutti i casi la linea del metodo psichiatrico è di tenere le persone sottomesse, sotto controllo.
-Qual è secondo te l’alternativa?
L’alternativa sta nell’identificare i diritti individuali delle persone nella situazione sociale e storica in cui vivono e nell’ottenere il consenso e la partecipazione attiva della comunità attraverso i comitati di quartiere, i consigli di fabbrica, le scuole.
-Insomma sei d’accordo con Pirella quando dice “bisogna adottare iniziative precise per la formazione professionale dei ricoverati, occorre garantire loro il diritto di avere una casa”?
Certo sono d’accordo. Però mi sembra che il discorso di Pirella non è del tutto chiaro. Mi sembra di capire che lui comunque vuole mantenere un certo tipo di assistenza psichiatrica. Mentre io sono per abolirla del tutto.
DACIA MARAINI

(La Stampa, 30 dicembre 1978)

Pubblicato il: 3 febbraio, 2015
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Algranati il riformista e Antonucci il rivoluzionario – Giuseppe Gozzini – Storia di un obiettore “Non complice” – 2014

Da: Non complice
Storia di un obiettore
Giuseppe Gozzini
edizioni dell’asino 2014

Algranati il riformista e Antonucci il rivoluzionario
.

 

Bene ha fatto Elèuthera a ristampare il libro di Giorgio Antonucci Il pregiudizio psichiatrico, e a publicare in contemporanea quello di Paolo Algranati, Voci dal silenzio. Rappresentano infatti due esperienze parallele,che invogliano a lettura sinottica per capire che cosa le rende apparentemente cosi vicine e tuttavia non coincidenti. Sono parallele nell’evidenza di un risultato comune lo smantellamento delle strutture manicomiali con apertura dei reparti “chiusi” ma non si incontrano nelle premesse, soprattuto su un punto: il giudizio sulla malattia mentale. In realta Algranati e Antonucci ripropongono i due filoni interpretativi del cambiamento sociale, presenti ­ non a caso ­ anche nell’approccio alla psichiatria: il riformismo e la rivoluzione. Anticipando il contenuto dei due libri, diciamo che Algranati vuole riformare l’istituzione psichiatrica liberandone le vittime per curarle meglio, mentre per Antonucci l’unica alternativa alla psichiatria è la soppressione della psichiatria (anche quella “democratica”).
Paolo Algranati: il riformismo
“A tre anni di distanza dall’approvazione nel 1978 della ’180′, la legge Basaglia, iniziavo a lavorare nel manicomio di Roma con l’incarico di assistente psichiatra. Assegnato al padiglione 22, il più grande dei reparti ‘chiusi’ dell’ospedale, mi accingevo, con l’animo combattivo ed entusiasta del ventiseienne, a verificare, nell’impatto concreto con l’istituzione manicomiale, i miei anni precedenti di formazione teorica”.
Comincia cosi il libro di Algranati, un rapporto dall’interno del manicomio Santa Maria della Pietà, scritto con l’immediatezza di un diario di bordo. Algranati, che si definisce “psichiatra anomalo”, descrive, anno per anno, il lungo cammino dello smantellamento del padiglione 22, definito la “fossa dei serpenti” (1981) al lavoro di riabilitazione in un “zona autogestita” (1983) al passaggio padiglione 8, completamente aperto (1987), che prefigura il concetto di Comunita terapeutica come “un continuo training tra gli operatori e poi tra questi e i pazienti, e infine tra tutti noi e il mondo esterno”.
Ecco alcune tappe di questo cammino: l’incontro con la caposala “una suora bassa e corpulenta, vestita di bianco” che gli apre il cancello di ferro e lo immette nelle corsie del padiglione 22 come nei gironi dell’inferno dantesco (i dannati sono i pazienti con le loro storie di segregazione); lo scontro immediato con la suora sulla cosiddetta “ergo­terapia”: un sistema di lavoro per cui sessanta pazienti, con ruoli e mansioni tutt’altro che trasparenti “tenevano in piedi o comunque contribuivano in maniera decisiva al funzionamento della struttura che li segregava”; la conoscenza, uno per uno, di tutti i 114 pazienti, 70% dei quali ­attraverso un sistema di sfruttamento capillare, basato su ricatti, favori, intimidazioni ­ era adibito “senza nessun compenso ai lavori piu umili, di pertinenza, teoricamente, di infermieri e ausiliari di pulizia”; la messa in discussione dei mezzi di contenzione (camicie di forza, sbarre alle finestre, porte chiuse a chiave) e dell’abuso degli psicofarmaci; l’analisi del comportamento degli infermieri in base alla loro appartenenza alle tre categorie dei “sottomessi”, dei “ribelli” e dei “neutrali ricattati” (senza contare “i cani sciolti”); l’inizio della collaborazione con alcuni infermieri che porta alla prima timida uscita dalle mura del manicomio (un soggiorno di quindici giorni per dodici pazienti in una località di montagna del Lazio); la formazione di una “zona autogestita”, due corsie, con quattordici pazienti e sei infermieri (la cronaca di questa “zona liberata” ricostruita in “un poderoso quaderno utilizzato indifferentemente dai pazienti e dagli operatori”, di cui sono publicati ampi stralci); la guerra aperta con la suora caposala fino al suo trasferimento nel 1984 a un altro reparto (“finiva al 22 l’epoca arcaica del potere religioso sulla pazzia”).
Il racconto fin troppo minuzioso, scritto con amore e un grado di partecipazione e di simpatia umana eccezionali, interrotto dalle bellissime (e illuminanti) “storie di vita” degli internati, ha il merito di portare il lettore dentro la realtà manicomiale. Paolo Algranati, con l’attenzione costante ai concreti problemi di gestione, dimostra di avere la stoffa del riformatore e registra con la pignoleria del cronista tutti i cambiamenti: l’apertura del manicomio ai parenti dei ricoverati “reclusi”; l’importanza del lavoro in una coperativa; la logistica dei reparti dopo i vari traslochi; le sorti dei pazienti dimessi con tutti i problemi di inserimento sociale al di fuori del manicomio; la vita quotidiana nel padiglione 8 aperto senza “nessuna sbarra, nessun cancello, nessuna chiave”; l’iniziativa di un laboratorio di pittura.
Tutto preso dalla passione anti­istituzionale, dal fervore organizzativo per rendere più umana e vivibile la condizione dei segregati nel manicomio, Algranati vede (e denuncia, nel lavoro con gli operatori) gli effetti
devastanti degli “stereotipi universali” sulla pazzia (pericolosità, incomprensibilità, inguaribilità); dall’altro non rinuncia all’approccio clinico, al giudizio psichiatrico e alle classificazioni diagnostiche dei comportamenti (psicosi maniaco­depressiva, eccitazione sub maniacale….) e al recupero terapeutico con interventi psicofarmacologici. In fondo ripropone, in modo meno schematico e più contraddittorio, il vecchio errore di ritenere che i ricoverati siano diversi non perchè segregati ma perchè “malati”, non perchè privati della libertà personale ma perchè hanno nel cervello qualcosa che non va. Il discorso “basato sull’impalpabilità del confine normali-­folli e sul profondo radicamento dei pregiudizzi sulla follia “è ritenuto” indispensabile per prendere le distanze dalla propria ‘follia’ personale e per controllare con continuità consapevolezza la proprio paura di impazzire”, che percorre come un leit­motiv tutto il libro (pagg.14, 43­,44,156/­57, 162/­63). Rimane cioè a livello strumentale. E annota come una vittoria il fatto che “i pazienti miglioravano in modo evidente senza che, al di là di crisi evolutive, impazzissero gli operatori” (sic).
Algranati è sicuramente uno “psichiatra anomalo” nel senso che non fa ricorso soltanto al criterio patologico (diagnosi/terapia) per giudicare uomini e comportamenti (di questi tempi è già molto!) e arriva a porsi (e a porre alla sua èquipe) le domande giuste: “L’intervento migliore per la pazzia è forse quello di lasciarla vivere? Di osservarla da lontano con discreta protezione, senza interferire pesantemente in un suo qualche sviluppo ‘fisiologico’? E ancora: come definire la normalità? Possiede nuclei pazzi, psicotici? Non è forse ora che la psichiatria punti maggiormente la sua attenzione sulla normalià piuttosto che sulla pazzia? Infine, come definire la ‘sanità’?” Ma queste domande rimangono senza risposta.
Giorgio Antonucci: la rivoluzione
Il libro di Antonucci parte proprio dalla risposta a queste domande, cioè dalla critica alla psichiatria come scienza. La sua esperienza professionale a Cividale del Friuli (1968), a Gorizia (1969), a Reggio Emilia (1970/­72) e dal 1973 a Imola per più di vent’anni (ora è in pensione), è una lunga battaglia all’interno dei reparti manicomiali per la liberazione delle vittime del pregiudizio psichiatrico. Solo in parte il libro riflette il significato fulminante della “lunga marcia” di Antonucci attraverso le istituzioni manicomiali, un esperienza che non ha uguali al mondo (fra gli “addetti ai lavori” l’unico che la pensa come lui è il professore americano Thomas Szasz, che ha scritto la prefazione del libro).
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Pubblicato il: 31 luglio, 2014
Categoria: Libri, Testimonianze

“Premio Giorgio Antonucci” di Eugen Galasso

Il dottor Giorgio Antonucci, notoriamente, non ha bisogno di presentazione. In varie pubblicazioni, anche poetiche (la più recente “Diario dal Manicomio”, Milano, Spirali), sospese tra poesia, diario e riflessione, ha negato il concetto di “malattia mentale”. Lo ha fatto, però, sempre, tenendo presente la “prassi clinica”: da giovanissimo medico fiorentino, dapprima, frequentando un personaggio come Roberto Assagioli, il fondatore della psicosintesi, colui che Freud aveva indicato a Jung quale il  tramite-diffusore della psicoanalisi in Italia. In seguito, operando a Cividale del Friuli, a Gorizia con Franco Basaglia, all’”Osservanza” di Reggio Emilia con Edelweiss Cotti, a Imola, Antonucci ha veramente aperto i “reparti psichiatrici”, andando molto al di là della proposta basagliana, fondando un pensiero (in sintonia pur se non uguale a quello di Thomas Szasz, antipsichiatra statunitense, di origini ebraico-ungheresi, autore di “La malattia mentale”, tra l’altro) che si basa sulla totale negazione del concetto di “malattia mentale” e sulla considerazione dell’ascientificità della psichiatria, che non rientra(rientrerebbe, per riferirsi alla soggettività del pensiero di Antonucci) in nessun ambito medico, in quanto non esiste alcuna possibilità di rilevare scientificamente i processi della mente, che non è tout court identificabile con il cervello, per non dire del fatto che la mente non è senz’altro uguale alla psiche (di “anima”, in altra accezione, si parla solo nella psicologia del profondo junghiana) e del fatto che anche dire “mente”, “psiche” etc. rischia di non descrivere quanto è intimamente dinamico e soggettivo, sfuggendo dunque all’osservazione altrui. Naturalmente, le tesi antonucciane, sostenute dal CCDU (Comitato dei Cittadini per i diritti umani) sconcertano chi non è capace di mettere in discussione le idee ricevute, i pregiudizi generalmente accettati e introiettati, la convinzione banale per cui “I matti esistono” etc. IL Premio Antonucci è un premio che ogni anno premia chi opera nel settore, dando rilievo a chi opera nel campo, difendendo, appunto, i cittadini in difficoltà, con accuse (il pregiudizio psichiatrico si basa sempre sull’idea di colpa) di diverso tipo, che però, sostanzialmente si rifanno sempre al fatto che i presunti “malati psichici” pensano e agiscono diversamente dalla banale e acquisita normalità.  Un pensiero (ma anche un’azione) di tipo decisamente libertario, che incrina le sicurezze dell’”uomo della strada” come  quelle (in primis, ma non solo, economiche) dei superpoteri psichiatrici e farmaceutici. Si riporta qui un testo di presentazione relativo al Premio Antonucci di quest’anno: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2013/11/22/premio-giorgio-antonucci-firenze-30-nov-2013/

Eugen Galasso

Pubblicato il: 23 novembre, 2013
Categoria: Notizie

Creatività nell’opera di Giorgio Antonucci – Eugen Galasso

Per creatività  intendiamo, in sintesi, il non seguire il “semplice” percorso logico deduttivo A-B-C etc. (ossia A implica B, B C etc.), ma collegare elementi apparentemente slegati (come A e D, per ex., F e N etc.); per dire le cose più compiutamente:  1)”La capacità di osservare, sentire, ascoltare”;  2)”la capacità di pensare rapidamente e liberamente” (ossia il non lasciarsi condizionare e imbrigliare da schemi pre-fissati, da idee ricevute);  ) “la capacità di adattarsi velocemente a nuove situazioni e di mutare il proprio pensiero”(1);   4)Seguire vie nuove e non facilmente individuabili, comunque insperate-inaspettate. L’elemento “sorpresa” e novità è quello che fa parlare di “pensiero divergente” e non “convergente”;  5)La vera creatività consiste non solo nel trovare risposte nuove a domande classiche o comunque già poste, quanto invece nel formulare nuove domande;  6)Questo lo fa molto bene Giorgio Antonucci, quando, “sparigliando i giochi”, chiama non scienziati o medici (la medicina è al massimo scienza derivata, senza biologia, informatica etc. non  avrebbe conosciuto i progressi attuali) ma artisti e facendo interagire i presunti “malati” con la presunta “normalità”, con gite, visite a città e mostre d’arte etc.; 7)La creatività, che  negli States più che in Inghilterra (Guilford, Torrance) era concetto noto in psicologia,  ma non aveva cambiato nulla nella psichiatria (Szasz è altra cosa, ha derivazioni culturali diverse, dove anche le esperienze di Laing e Cooper non si rifanno alle teorie sulla creatività);  8)La creatività non è solo -come erroneamente si crede, tuttora- appannaggio dell’arte (in riferimento, ovvio, ad ogni forma d’arte, dalla pittura alla scultura all’architettura, alla musica,  al teatro, alla danza, al cinema, alla computer-grafica, alle “arti miste”, anche in riferimento alla provenienza “artigianale” di molte forme d’arte,  ma è tipica anche delle scienze, anche qui intese nella loro complessità e pluralità, come dimostrano alcune testimonianze: A)Ippocrate, quale medico-filosofo-”artista” (la medicina come arte, ma ciò vale, variamente, per tutta l’arte e il pensiero greci);  B)Copernico, Galileo, Keplero, cultori di astronomia, fisica, matematica, letteratura e arti varie, che consideravano le loro opere in questi secondi ambiti non meno importanti di quelle prettamente “scientifiche”. Idem vale per Isaac Newton, forse più impegnato quale esegeta biblico che come scienziato, se guardiamo al tempo dedicato agli studi biblici rispetto a quelli astronomici; anche in Newton l’aspetto “intuitivo” è fondamentale (caduta della famosa mela, sua incidenza nel darsi conto della legge della gravitazione universale);  C)Albert Einstein, a proposito della teoria della relatività, parla esplicitamente della sua “intuizione”, in un primo momento, solo successivamente “avallata” dalla dimostrazione logico-matematica.  Complessivamente, conviene ripensare tutta la tradizionale dicotomia tra le “two cultures” (due culture), come già teorizzato da Charles Snow(2), con modalità anche un po’ polemologiche e “d’assalto” (3), anche sulla base della messa in discussione dei paradigmi di presunta “verità logica assoluta”, operata da autori quali I.Prigogine, R.Thom, I. Stengers, F.Varela e H.Maturana, tra gli altri.
Giorgio Antonucci, senza teorizzare esplicitamente sulla creatività, la applica in pieno sia nella sua lunga attività di operatore, “scoperchiando sepolcri imbiancati”, sia poi nella teoria, che non è mai grigio teorizzare (Goethe), dove non a caso fa “funzionare” in pieno la poesia insieme alla teoria. Potremmo dire che Antonucci procede induttivamente (dall’esperienza alle teorie generali) più che deduttivamente (dalle teorie applicandole nella prassi…), dove naturalmente la riflessione teorica interviene giù subito nell’”esperienza clinica”, ma Antonucci la stende -scrive successivamente. Gran parte della sua opera è scritta in forma poetica, dimostrando con maggiore efficacia nella prassi poietico-poetica come esprimere i concetti poeticamente possa essere spesso più efficace di una mera “argomentazione logica” sempre che, appunto, si voglia insistere sulla permanenza “eternizzante” di tale dicotomia. Per rimanere in tema, vorrei accennare ai continui -e sempre proficui excursus teorici in “Diario dal manicomio”, come, beninteso, in tutte le opere teoriche di Giorgio Antonucci,  dove, poi, però, le parti narrative (penso agli intermezzi su Dino Campana, straordinario “chimico-poeta”) e le parti strettamente poetiche e di prosa poetica (quasi “pascaliane”, dove parlo, beninteso, dello stile) completano sempre il ragionamento.   Ecco come il “nietzschiano” (anche qui per lo stile, ma se “le style c’est l’homme”, per citare Buffon, altro scienziato-scrittore) Antonucci ci dà una eccelsa prova di “nuova scrittura”, dove narrazione e poesia non sono al “servizio” (sarebbe improprio riduzionismo) ma si fondono pienamente con la teoria, teoria che demolisce quella “pseudoscienza” (spiace dover ricorrere a un lemma crociano, ma tant’è…) che si auto-proclama “medicina dell’anima” (alla lettera psichiatria vuol dire ciò).
(1)Le parti qui riportate tra virgolette (escluse le parentesi) sono tratte da A.Sbisà, La creatività, Firenze, Le Monnier, 1976.
(2)Ch.Snow, “Le due culture”, Venezia, Marsilio, 2005.
(3) tra le tante prese di posizione sul “riduzionismo” di Snow, da parte di scienziati come di letterati e filosofi, cfr. (per l’ambito italiano ma non solo), inter ceteros G.Preti, Retorica e Logica, Torino, Einaudi (prima edizione 1968, poi numerose ripubblicazioni).
4)G. Antonucci, Diario dal manicomio, Milano, Spirali, 2006.
Eugen Galasso  

Pubblicato il: 27 ottobre, 2013
Categoria: Testi

DIARIO DAL MANICOMIO – Ricordi e pensieri – “Nella notte di guardia che restò con me, Luca Bramanti seguì con attenzione tutti gli avvenimenti e si interessò ai miei interventi.” – Giorgio Antonucci –


Nella notte di guardia che restò con me, Luca Bramanti seguì con attenzione tutti gli avvenimenti e si interessò ai miei interventi.
Mi seguiva in silenzio nei passaggi veloci da una parte all’altra dell’istituto dopo ogni chiamata, e andavamo in automobile o a piedi secondo le distanze o l’urgenza.
Fui chiamato quasi nello stesso tempo per due uomini in pericolo di vita per crisi acute da infarto, e una terza volta per un uomo in gravi condizioni per emorragia cerebrale.
Dovevo provvedere alle cure immediate e all’eventuale ricovero nel vicino ospedale civile, però i reparti non erano attrezzati per il pronto soccorso e il personale non era preparato e spesso non era nemmeno capace.
Chiedevo le medicine indispensabili per ogni occasione e necessità e gli infermieri e le infermiere trafficavano negli armadietti e nei carrelli senza riuscire a trovarle.
Spesso telefonavano in altre sezioni per trovare altri infermieri più capaci e attrezzati.
Per fortuna avevo con me un pronto soccorso che mi ero procurato apposta per ogni possibile evento.
Solo gli psicofarmaci si trovavano dappertutto in abbondanza.
Durante gli interventi mi venivano annunciati per telefono nuovi internamenti in arrivo.
Dovevo riflettere sul modo di revocarli e intanto dovevo preparare gli argomenti per convincere il giorno dopo il direttore.
Come ho già detto, solo dopo la nuova legge del maggio 1978 avrei potuto annullare i ricoveri coatti per conto mio come medico di guardia senza bisogno di ricorrere ad alcuna autorizzazione gerarchica.
All’arrivo dell’ambulanza dovevo discutere con la persona interessata e con la polizia e a volte predisporre la permanenza provvisoria fino al giorno successivo.
Alcuni infermieri insistevano senza risultato perché io controfirmassi alcuni provvedimenti di contenzione fisica che i medici del giorno avevano lasciato in sospeso per l’attività notturna del medico di guardia.
All’inizio gli infermieri non riuscivano a capire come era possibile che io fossi contrario in ogni caso a qualunque tipo di contenzione e a qualsiasi intervento di limitazione delle libertà.
Altri volevano che io sottoponessi i pazienti a iniezioni endovenose di psicofarmaci segnate in cartella dagli altri medici. Spiegavo al personale che le iniezioni endovenose di psicofarmaci erano dannose e a volte potevano mettere il paziente in pericolo di vita.
Perfino Cotti, che si dichiarava contrario agli psicofarmaci, mi aveva invitato a fare le iniezioni se erano prescritte dagli altri.
Il giorno dopo dovevo discutere con gli altri medici che mi accusavano di sabotare le loro terapie.
Io non avevo nessuna intenzione di danneggiare i ricoverati per compiacere i colleghi o per seguire le regole dell’istituzione. Cotti si preoccupava di mediare con gli altri medici che volevano che io mi adattassi, ma in quella situazione le mediazioni non servivano a nulla se non a favorire la quiete. Però aveva anche intrighi e interessi in comune con gli amministratori dell’ospedale e con i politici dei partiti, che erano contrari a qualsiasi cambiamento e a tutte le novità, come succede nelle burocrazie di potere.
Lo stesso era accaduto negli anni precedenti, quando lavoravo a Reggio Emilia, e Giovanni Jervis mi aveva detto che secondo lui era inutile che io evitassi i ricoveri in manicomio delle persone dei centri della montagna che dipendevano da me, quando poi succedeva che gli altri medici, quando io ero assente, prendevano decisioni differenti. Ricordo che una volta a Castelnuovo nei Monti passai la notte con un uomo ubriaco, per evitargli il ricovero che era stato deciso e prescritto.
Ho sempre lavorato con rivoluzionari molto rispettosi delle autorità.
A Reggio Emilia, per la mia chiara indipendenza e per il mio rapporto diretto con la popolazione, prima di essere licenziato e allontanato, fui accusato di essere uno spontaneista, seguace di Rosa Luxemburg.
All’alba di quella lunga notte ebbi una discussione molto difficile con una persona del reparto quattordici che, influenzata dai discorsi del personale e dalle pressioni dei medici, pretendeva di essere di nuovo legata nel letto per sentirsi tranquilla e per riuscire a addormentarsi.
Dopo quella esperienza notturna così avventurosa, Luca Bramanti non venne più a Imola per diversi mesi, e il suo lavoro rimase incompiuto per moltissimo tempo.
Poi mi ha raccontato che si era spaventato assai.
Io stesso ho sempre vissuto le notti di guardia all’istituto con forti preoccupazioni e con molta fatica.
In quelle notti si concentravano tutte le contraddizioni.”

tratto da : “Diario dal manicomio – Ricordi e pensieri”, Giorgio Antonucci, ed. Spirali. pag. 64/67

Pubblicato il: 29 novembre, 2012
Categoria: Notizie

Giorgio Antonucci – Eugen Galasso


Nel complesso della sua opera, di pensiero e azione (dove entrambi i livelli sono stati sempre strettamente interrelati, implicantisi a vicenda), di clinica e di riflessione, Giorgio Antonucci, come si può vedere nel suo ormai cospicuo macrotesto, bypassa completamente l’ascientificità della psichiatria, non a caso chiudendo i reparti, con le loro coazioni, con le repressioni indotte (tramite “terapia” elettroconvulsiva, shock insulinico, psicofarmaci etc.), arrivando a negare, ben più “radicalmente” (nell’accezione letterale dell’avverbio) di Basaglia e Laing le istituzioni e le teorie e le pratiche mortali che hanno creato a detrimento di chi non rientra in quella convenzione imposta che si chiama “norma”, di chi non vi rientra né con il pensiero né con il comportamento, di cui la parola, nella nostra cultura logocentrica, è elemento essenziale.  Della sua importante opera scritta, dicevo, di cui il recente “Diario dal Manicomio” è punto (per ora) culminante: opera veramente “sinfonica” (non è casuale l’interesse quasi primario, comunque dominante, del dott.Antonucci per la musica, segnatamente sinfonica) dove, oltre l’apparenza, poesia, prosa narrativa, riflessioni, documenti di vita, non sono che tasselli di un mosaico che si distende, appunto, in una meravigliosa crezione sinfonica. Il terenziano “Nihil humani a me alienum puto” (nulla di umano mi è estraneo) è assunto naturaliter da Antonucci, che considera la persona (o individuo, non si vuol fare qui del nominalismo ideologico) pienamente, quale rispetto per chiunque, comunque si ponga e qualunque cosa pensi, comunque agisca etc.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 24 dicembre, 2011
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo