Prospettive diverse per il superamento della questione psichiatrica


Negli ultimi tempi, quando la psichiatrizzazione sembra essere un toccasana secondo molti, si riaffaccia il problema degli approcci non-anti-a- psichiatrici (sono contro inutili nominalismo, nella linea antonucciana), che tendono a distinguersi e a separarsi, anche a seconda di orientamenti politici, ideologici, ma anche personali. Qui l’esempio di due proposte diverse, ma convergenti  verso un unico obiettivo, cioè il superamento delle inutili conflittualità. Diversità, si può dire, ma senza contrapposizioni, appunto.
Del resto, un po’ di storia non fa mai male: nell’anno topico 1968 proprio il compianto dott. Edelweiss Cotti, bolognese e il dott. Giorgio Antonucci, fiorentino, costituivano a Cividale del Friuli il “Centro di relazioni umane”(http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2008/12/21/giuseppe-gozzini-esercizi-di-memoria-il-68-visto-dal-basso-sussidio-didattico-per-chi-non-cera-ed-asterios/), quale luogo simbolico-emblematico del superamento del pregiudizio psichiatrico. Un’esperienza, in gran parte, pre-basagliana, comunque più radicale di quella dell’assolutamente importante medico e teorico veneziano. Con una foto (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2011/11/16/edelweiss-cotti-e-giorgio-antonucci-a-cividale-del-friuli-foto/) fortemente esplicativa, come sempre le immagini, che vivificano le parole.


(seguono i testi)

Giuseppe Bucalo:
Oggi 17 novembre 2011 viene presentata pubblicamente un’esperienza antipsichiatrica unica che ci vede attivi da 10 anni in Sicilia e che abbiamo deciso di chiamare “Soccorso Viola”.
Esperienza ultima in ordine di tempo di una serie di speriment/azioni che fa del Comitato Iniziativa Antipsichiatrica non solo l’organizzazione antipsichiatrica più longeva del panorama italiano (la data di nascita si perde nel lontano 1986), ma anche quella che ha saputo coniugare la lotta ad ogni forma di abuso psichiatrico con la ricerca di opportunità concrete per fare a meno della psichiatria.
Dall’autogestione collettiva delle esperienze di crisi sociale a Furci Siculo, con l’azzeramento dei TSO, alla Sindrome Associativa esperienza di autogestione delle esperienze allucinatorie; dalla scoperta dell’ “accettazione delle cure” come strategia legale maestra per sottrarsi ai TSO alla costruzione di una rete di accoglienza antipsichiatrica capace di ospitare, rifocillare e sostenere quanti, nella loro ricerca di autonomia e libertà, tentano di sfuggire dalla psichiatria; dalle battaglie per l’abolizione della non punibilità per vizio di mente e il superamento dell’OPG alla creazione di luogo intermedio per sostenere la fuoriuscita delle persone dal circuito psichiatrico-carcerario.
Il “Soccorso Viola” prende atto di questa realtà antipsichiatrica viva e concreta che si confronta con il quotidiano, tenendo insieme nel “viola” le partiche legali che da sempre hanno contraddistinto l’azione di tutela dei diritti e della libertà degli im-pazienti psichiatrici e nel “soccorso” l’urgenza di dare una mano concreta a quanti per fare a meno della psichiatria rischiano di rimanere privi di qualsiasi rete o appoggio sociale e familiare.
Il grande valore di questa esperienza è che mostra che si può fare a meno della psichiatria. Il grande limite che essa si è limitata a sud, in Sicilia. Non ha trovato negli anni nessuno che accettasse la sfida di andare oltre la mera rivendicazione del diritto alla follia e ne replicasse, magari innovandola e in maniera originale, l’esperienza in altre realtà d’Italia.

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Chi scrive è convinto da sempre della bontà e sincerità dell’attività, importante, di Giuseppe Bucalo, che opera nel settore anti-psichiatrico, non-psichiatrico, a-psichiatrico (niente nominalismi, please!). Idem ritiene che chi opera, a vario titolo, in quest’ambito, debba collaborare con le altre realtà – dividersi non ha senso e porta acqua al mulino della reazione, id est della psichiatria, diffranta in realtà diverse ma (queste sì, sempre e appassionatamente) convergenti…  Ciò che forse vorremmo da parte dell’amico e “compagno”(nell’accezione letterale del lemma, cioè chi mangia il pane insieme, senza bisogno di riferimenti cristici, che a me andrebbero anche bene…) Bucalo sarebbe un minimo di ritrosia in più: rivendicare primogeniture va bene, ma, acconsentendo a riconoscere che il dott.Giorgio Antonucci, in anni pericolosi, affrontava processi e reprimende, negando dall’interno l’istituzione manicomiale, per es… Se c’erano Laing, Cooper, Basaglia (già scomparso, però, nell’86 citato), c’era chi, in loco, non lesinava critiche all’istituzione… 

Eugen Galasso

Pubblicato il 26 November, 2011
Categoria: Notizie

Edogawa Ranpo e l’ “incomprensibile” – Eugen Galasso


Nell’ambito di recenti riscoperte di autori ignoti o quasi da noi (intendendo: Europa, “Occidente”, non solo Italia) ottima quella di Edogawa Ranpo, pseudonimo di Taro Hirai, giapponese (1894-1965), autore di “noir” e più ancora di racconti e romanzi fantastici, che ora in italiano esce con “L’inferno degli specchi”, Milano, Mondadori, 2011,  racconti, anzi meglio raccolta di essi, di eccelso valore, ispirati da quello che era il mito di Ranpo, Edgar Allan Poe, cui l’autore si rifà anche per lo pseudonimo (attenzione alla fonematica: si legga lentamente il nome con scansione sillabica e si capirà perché – e certo non c’è bisogno di conoscere la lingua giapponese). Ma c’è un tema in questi racconti, che ci sconcerta e interessa: il protagonista dei racconti si chiede, di fronte al’ “orribile non sublime”, all’incomprensibile, se egli sia pazzo? Concezione atavica, inculcata da molte culture (in accezione antropologica, beninteso, non di “cultura alta”), anche orientali. Ma regolarmente l’autore respinge tale affermazione, la nega. In Poe, alcolizzato e “drogato” d’oppio, invece, la questione non si pone neppure.  Il grande americano, in effetti, si chiede (fa chiedere al protagonista dei racconti) se ciò che vede/esperisce sia un’altra realtà oppure prodotto dei fumi dell’alcol e della droga. Ma la risposta, comunque, è sempre la prima, dato che Poe non era un materialista o un meccanicista.

Eugen Galasso


Poesia di Giorgio Antonucci
Se mi ascolti e mi credi” (http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2010/11/27/giorgio-antonucci-poesia-se-mi-ascolti/)

Pubblicato il 24 November, 2011
Categoria: Notizie

Edelweiss Cotti e Giorgio Antonucci a Cividale del Friuli – Foto



In questa foto si vedono Edelweiss Cotti e Giorgio Antonucci, e altri,  davanti al reparto neurologico di Cividale del Friuli, chiamato – Centro di Relazioni Umane -, nel 1968.


PUBBLICATA SU:  VIE NUOVE, ANNO XXIII, 29 AGOSTO 1968






Interno del reparto chiamato “Centro di relazioni umane”





altre foto del reparto di Cividale: qui


Approfondimenti:
GIUSEPPE GOZZINI – “Esercizi di memoria – il ‘68 visto dal basso- sussidio didattico per chi non c’era

Pubblicato il 16 November, 2011
Categoria: Immagini, Notizie

VI CONGRESSO ENUSP “Il futuro per gli utenti e sopravvissuti della psichiatria – Tributo a GIORGIO ANTONUCCI



Da: “Report del VI congresso del Network Europeo di (ex) Utenti e Sopravvissuti della Psichiatria (ENUSP)” di Salonicco.
28 Settembre – 1 Ottobre, 2010

Determining our own future: “The way forward ford all European user and survivors of psychiatry”

pag 156:
This piece is in recognition of Giorgio Antonucci’s work, who was the first person in Italy to create a self managed asylum psychiatric ward and freed psychiatric prisoners by giving them back their money, their documents and the keys.

“Il testo è il seguente:
“Questo pezzo è un riconoscimento del lavoro svolto da Giorgio Antonucci, la prima persona in Italia  che ha creato un reparto autogestito dentro un manicomio e che ha liberato i prigionieri psichiatrici, restituendo i loro soldi, i loro documenti e le chiavi”.

Un ringraziamento a Erveda Sansi (http://senzapsichiatria.blogspot.com/)

Pubblicato il 9 November, 2011
Categoria: Notizie

La questione psichiatrica e mass-media – Eugen Galasso



“Tuttora la prospettiva non-anti o a-psichiatrica è, diciamo così, poco frequentata. Confesso di non aver seguito la cosa, ma giorni fa, da ammalato, avevo visto forse la conclusione di un servizio TV (RAI 1, mi pare) in cui l’ottica psichiatrica era pienamente accettata, anzi data per assolutamente scontata, come se non solo il tertium della logica classica, ma anche il secundum non daretur, non esistesse alternativa, insomma. Si condannava la “damnatio”, ossia lo stigma verso il paziente psichiatrico, ma nessun dubbio veniva avanzato sulla liceità epistemologica dell’esistenza della malattia mentale stessa. Non ho visto se non tre minuti scarsi del servizio stesso, ma nonostante febbre e malessere, ho sufficiente dimestichezza con la decifrazione dei messaggi dei mass-media, TV compresa, per dire che il servizio nella sua integralità non sollevava dubbi sul fatto e la sua interpretazione, anzi, per meglio dire, per opinione (già platonicamente distinta dalla verità) si dà per acquisito il fatto della malattia mentale, interpretando e sur-interpretando… Tutto questo come se la rete ammiraglia non avesse mai trasmesso sceneggiati o fictions su Basaglia, non avesse mai proposto dibattiti in merito… Come nelle società totalitarie, cioè in quelle dove Stato e Partito assorbono la società, facendosi tutt’uno con essa, si vuole inculcare nelle menti degli (ignari? Speriamo proprio di no) spettatori una verità unica, à la Hitler-Mussolini-Stalin pensiero, dove il modello inarrivabile, dal punto di vista letterario, rimane “1984” di George Orwell… Non si può sperare che un domani non proprio troppo spostato nel tempo, potenzialmente ad infinitum, ci sia un canale TV pubblico o privato (ma pubblici sono tutti, perché vanno ad extra) che, se proprio vogliamo dire così, “erudisca er pupo” in modo problematico, sollevando il dubbio che la pazzia non esista, magari invitando chi dello smontaggio sistematico del pregiudizio psichiatrico è stato l’alfiere e corifeo, il grande amico Giorgio Antonucci ? Sembra invece, che purtroppo, vada bene il progetto Ulisse del “mitico” (sì, perché Ulisse ha a che fare con il mito fondatore oppure perché il personaggio era stato un esponente del picchettaggio neofascista nell’Anconetano, circa quarant’anni fa) on .Cicciòli- circa due mesi fa un amico di colà m’ha corretto sull’accento, che tendevo ad anticipare ponendolo sulla prima sillaba. La speranza è l’ultima a morire, ma temo che anche a sinistra, ora, magari aggrappandosi alla teoria delle “priorità”, la “questione psichiatrica” venga rinviata sine die o dai marxisti puri e duri, considerata ancora una volta “sovrastrutturale”, il che, in realtà, è una sciocchezza totale, perché, guarda caso a venire penalizzate e costrette al TSO sono sempre persone povere e/o indifese…

Eugen Galasso

Pubblicato il 2 November, 2011
Categoria: Testi

Rosy Bindi favorevole all’elettroshock – Eugen Galasso



Candidata del centro-sinistra (no, scusate, senza  trattino: centrosinistra) pare possa essere Rosy Bindi.   A parte altri tipi di critica (è ipercattolica quanto irrispettosa della dialettica tra le diverse anime del cattolicesimo: un lustro fa circa “distrusse” in TV Rocco Buttiglione, il filosofo ciellino, meglio  credette d’averlo fatto), veniamo al non-politico, che in realtà è più “politico”di tante dichiarazioni fatte e proclamate: la Bindi è favorevole all’elettroshock, come sostenne in un pubblico dibattito con Giorgio Antonucci; la Bindi, sia detto per inciso, che si occupa di politica, diritto, non di medicina… In tempi di controriforma psichiatrica (con tanto di pazienti psichiatrici al guinzaglio-cfr. un articolo relativo alla psichiatria in…Olanda, paese considerato all’avanguardia in tutto, ad iniziare dalla droga “libera” quanto alla cannabis, ossia alle “droghe leggere”) si vuole far votare la Bindi? Speriamo proprio di no: forse la notte (o un periodo di tempo più lungo) porterà consiglio. O invece “coniglio”, come si suol dire con acre humor?

Eugen Galasso

17 febbraio 2011

Pubblicato il 1 November, 2011
Categoria: Testi

Guy de Maupassant “pazzo” – Eugen Galasso



La vita di Guy de Maupassant (1850-1893) si può considerare terribile: cresciuto tra un padre violento e scioccamente libertino (libertinismo non dichiarato, ma imposto alle donne, in particolare alla moglie come regola di vita maschile intangibile) e una madre vittima, un fratello vittima della psichiatria meccanicistica del tempo, lo scrittore descrive le condizioni liminali dell’esistenza (paura estrema, che poi certa psichiatria e psicologia chiameranno fobia,  terrore, angoscia, la deprivazione di ogni pulsione vitale) in alcuni racconti che per comodità chiamiamo “fantastici”, “de l’étrange”, “grotteschi”, senza che alcuna di queste approssimazioni raggiunga in qualche modo l’obiettivo. Nulla a che vedere con Hoffmann, Poe, Stevenson (solo alcuni nomi di autori grosso modo coevi) , dove l'”Altro” è dichiarato come tale:  se in Stevenson  “The strange case of the dr.Jekyll and Mr. Hyde” lo “sdoppiamento di personalità” e comunque attribuito alla ricerca, al filtro-intruglio dello scienziato, quindi causato dall’esterno, dalla “droga”, comunque da un tramite, se in “WIlliam Wilson” di Poe e in Hoffmann vale l’elemento ancora metafisico del “doppio”, del “Doppelgaenger” (in parte, volendo, il duende spagnolo), in Maupassant è interna, la scossa, anzi meglio il dissidio tra l’io-l’altro. A parte il più famoso “L’Horlà”, conviene esaminare “La nuit”(1)(1)cito dalla raccolta “Apparition”, Paris, Gallimard, 2009, pp.89-97, in cui il protagonista-io narrante che dichiara programmaticamente all’inizio “J’aime la nuit avec passion”, ma anche “Le jour me fatigue et m’ennuie”(2)(2) op.cit, p.89 (“Il giorno m’affatica e annoia”), si trova ad attraversare Parigi (?) di notte, dove però la notte sarà più che altro simbolica… Lungi dallo happy end, “La nuit” propone uno scenario terribile, da deprivazione sensoriale atroce, “spaventoso”, con l’assenza di luce, il freddo (il lemma”froid”è ripetuto molte volte, insistentemente), per cui alla fine l’io narrante dice:”Et je sentais bien que je n’aurais plus jamais la force de remonter… et que j’allais mourir là… moi aussi, de faim- de fatigue-et de froid”(3)(3)op.cit., p.97.(“E sentivo chiaramente che non avrei mai più avuto la forza di risalire.. e che sarei morto là…anch’io, di fame, stanchezza, e freddo”). Con il consueto stile, contratto, paratattico, improntato alla brevitas, in una parola modernissimo, Maupassant ci descrive l’emozione più atavica, cioè la paura, portata all’estremo (“fobia”, l’ho detto e lo ripeto, è lemma che serve agli psichiatri per “sorvegliare e punire” o, se volete, per aiutare a farlo), in una condizione liminale, da “altro stato” (uso l’espressione con prudenza, anche perché quando essa viene usata molto frequentemente – Musil – siamo già negli anni Trenta del 1900, quindi comunque parecchio dopo Maupassant e in una “temperie culturale” del tutto diversa, indicando altro, oltre a tutto) quello che danno le febbri e (o) l’eccesso di alcol o, in determinate condizioni, le droghe…   Ho scelto di analizzare questo racconto, perché trascurato dalle analisi più diffuse. Certo, anche “L’endormeuse” (l’addormentatrice”), dà ragione dell’interesse e del “senso” di questo intervento:  in questo  racconto, del 1889, quindi di due anni dopo quello prima analizzato, Maupassant immagine un’organizzazione, segreta ma “ufficiale”, dove si aiutano gli aspiranti suicidi a compiere il loro proposito, se ciò viene richiesto seriamente, con convinzione. Che ciò sia attribuito a una sorta di cauchemar-nightmare-Incubo, non toglie la “gravità” del tema e del suo svolgimento. Una prospettiva che anticipa prese di posizione ulteriori, da quelle di Jean Amery, scrittore tedesco del Novecento, che parlerà di “Freitod”, “libera morte”, come anche le importanti riflessioni di Giorgio Antonucci sul suicidio, ma l’orizzonte storico-critico di Maupassant è rivolto ai romantici, spesso tentati dal suicidio e autori di tentativi di suicidio (Schumann, in particolare) o direttamente suicidi (Nerval). L’atteggiamento di Maupassant è oltremodo rispettoso verso la “tentazione suicidiaria” romantica, pur se l’orizzonte di pensiero e azione romantica è lontanissimo dal suo. Non contemplo qui le riflessioni di Emile Durkheimn (“Essai sur le suicide”), perché lontanissime da quelle maupassantiane ab imo.   Anche il problematismo che è in un racconto come “Magnétisme” (1882) è degno di nota: ovvio che Maupassant si riferisca alle teorie psichiatriche dell’epoca (Charcot, in primis, su cui si forma Freud), ma non le assolutizza mai. Come quando commemora il mistico-rivoluzionario italiano (il “profeta dell’Amiata”) David Lazzaretti, morto ucciso sul Monte Labaro nel 1878, Maupassant non ricorre alle argomentazioni “castranti” cui invece ricorse nello studio dello stesso Lazzaretti,  Cesare Lombroso, che non sapeva far a meno di applicare rigidamente le sue categorie tassonomiche.

Eugen Galasso

Pubblicato il 30 October, 2011
Categoria: Testi

“DISAGI MENTALI IN SCENA DA COSTANZO”- Pazienti ed ex pazienti, con Giorgio Antonucci, a “Costanzo show”


20 luglio 1996 —   pagina 34   sezione: SPETTACOLI E TV

ROMA – Giovedì sera la puntata del Maurizio Costanzo show è stata davvero speciale. Su Canale 5, dalle 23 in poi (per più di due ore) sul palcoscenico del Teatro Parioli non c’ erano i soliti ospiti, ma solo degenti ed ex degenti di ospedali psichiatrici (sei in tutto), accompagnati dal professor Giorgio Antonucci, direttore del reparto autogestito dell’ Istituto ‘ Lolli’ di Imola. E’ la prima volta che questo accade in un talk show. Un fatto che farà sicuramente discutere, ma di cui Maurizio Costanzo va particolarmente fiero. Costanzo, ci spiega come è nata questa puntata? Per parlare di ‘ disagi mentali’ era proprio necessaria questa provocazione? “Io sono sempre stato contro l’ etichetta della diversità. Mettere i normali da una parte, gli anormali dall’ altra. Perciò, due mesi fa, parlando con il professor Antonucci, primario dell’ ospedale di Imola, ho cominciato a pensare ad una puntata da dedicare a chi ha o ha avuto dei ‘ disagi mentali’ : offrendo l’ intero palcoscenico a loro disposizione. Ma lo sapete che, per legge, il 31 dicembre di quest’ anno in 33 mila dovrebbero lasciare gli ospedali psichiatrici italiani? Bene, io allora ho voluto fare un tentativo: quello di dimostrare che non esiste la diversità, o almeno che è molto difficile stabilire quali sono i limiti”. I telespettatori avranno capito il suo messaggio? Come ha reagito il pubblico del teatro Parioli? “E’ andata benissimo: ci hanno seguito 1 milione e 400 mila telespettatori di media. Abbiamo avuto il 22 per cento di share. Ma anche il 15 per cento sarebbe stato un buon risultato. Io conosco il pubblico del Parioli: vi posso garantire che erano rapiti. Alcuni di loro, che ho sentito dopo la registrazione, mi hanno detto di aver trovato la trasmissione molto interessante. Sono contento, con questa puntata ho coronato un sogno, è l’ appagamento di un desiderio: bisogna creare la cultura della non diversità”. Tutto è filato liscio. Ma con questi ospiti, se ci fossero stati dei problemi, l’ avrebbero accusata di fare una speculazione televisiva… “Sì, sapevo di giocare una carta molto delicata. Ma con il mio show corro dei rischi tutte le sere, e non mi interessa più quello che dicono certi critici. Nessuna scaletta per questi ospiti: assieme al professor Antonucci, e agli psichiatri Rosaria Iacoponelli ed Ettore Pasculli, abbiamo cercato solo di farli sentire a loro agio. Ho fatto apposta a non mettere altri ospiti nella puntata: avrei detestato qualsiasi parola di ‘ comprensione’ nei confronti di chi vive il disagio mentale. Un momento difficile? Quello dei due fidanzati, Mariella e Giorgio: lei ha espresso il desiderio di lasciarlo, lui soffriva, io ho lasciato che finisse di parlare mentre mi allontanavo”. Questa puntata è un preludio al tanto annunciato ‘ nuovo corso’ del Maurizio Costanzo show del prossimo autunno? “E’ un test molto importante”, dice Costanzo, mentre Alberto Silvestri, autore dello show, ci legge soddisfatto il testo di un fax di approvazione. A Costanzo lo ha inviato Anna, da Pistoia, e dice: “Una settimana fa le ho scritto perché mi aveva offeso la presenza di Sabani nel suo show. Avevo detto che avrebbe perduto una fedele telespettatrice. Ma oggi le chiedo scusa, e mi complimento per la straordinaria puntata”. – di LEANDRO PALESTINI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/07/20/disagi-mentali-in-scena-da-costanzo.html

Pubblicato il 28 October, 2011
Categoria: Notizie

Su Enzo Mazzi – teologia della liberazione – Eugen Galasso


Enzo Mazzi, uomo, “cristiano ribelle”, il parroco “altro” (da non confondere con il quasi omonimo Antonio, onnipresente in TV, dicono), che nel quartiere più povero ed emarginato di Firenze, l'”Isolotto”, di emigrati dal Sud Italia un tempo, oggi, però, da ogni parte del mondo(“extra-comunitari”, con tutte le zeppe razziste che i pregiudizi portano con sé), aveva saputo creare una comunità viva, fuori dai “sacri tempi” e “sacri luoghi” (cito da Walther Kern, teologo cattolico neppure “radicale”) e dai sacri recinti, portando una visione a-clericale nel cristianesimo. Da quando il cardinale Florit lo sospese a divinis (su ciò cfr. anche in Pio Baldelli, “Informazione controinformazione”, Milano, Mazzotta, 1976) si dedicò con intelligenza anche alla teoria, dedicando due preziosi volumi a Giordano Bruno e a Gerolamo Savonarola (entrambi Roma, Manifesto Libri), intervenendo con intelligenza su tante questioni spinose del nostro tempo, dalle questioni di bioetica e biopolitica a quelle del carattere storicamente condizionato dei Vangeli. Vero grande Fiorentino (partecipe totale alla vita della città) non sempre ricambiato, ci ricordava sempre che la città internazionale che vive di turismo ha in sé dolore, miseria, sofferenza, lo voglio però ricordare, per il sito del “Centro”, soprattutto come vero partecipante “empatico”, qualcosa che molti noi, che svolgono professioni d’aiuto, dovremmo imparare sempre (parlo per me, che spesso forse empatico non lo sono abbastanza, ma “freddo”, come una volta m’ha detto una coreografa messicana, ma in contesto extra-lavorativo). Un’empatia, la sua, cioè la capacità di entrare veramente in contatto con l’altro, senza interferire, senza arrivare a piangere con lui/lei.  Nel 1988 l’avevo conosciuto e frequentato, con grande profitto, devo dire, non parlo quindi “per sentito dire” o per mero studio e “sapienza appresa”. Una politicità la sua, come quella di tutta la teologia della liberazione, mai assemblata a un partito o irreggimentato nello stesso.  Oggi, sulle sue orme, don Santoro e speriamo che… la posizione del cardinale Piovanelli, rispetto a quella del Florit di cui narrano cronache e storie (si veda anche nel citato libro di BaldellI) sembra relativamente aperta, ma “mai fidarsi di un prete” come, credo nel 1968, disse a Giorgio Antonucci in Sicilia, quando erano entrambi impegnati nel volontariato dopo un terremoto. Enzo aveva involontariamente schiacciato gli occhiali di Giorgio, come il nostro carissimo mi raccontava. Ma ora vorrei che proseguisse il mio caro amico…

Eugen Galasso

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Giorgio Antonucci

Castelvetrano di Sicilia nel Gennaio del 1968.

Una giovane madre, con il bambino appena nato, voleva sapere se era meglio dormire in casa con il pericolo del crollo per terremoto o fuori della casa con il pericolo del freddo.
In tali circostanze ho conosciuto Don Enzo Mazzi che veniva col “Servizio Civile di Firenze” con me e
con altri volontari tra cui Alberto L’Abate pacifista.

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Giorgio ricorda, con esattezza, l’evento e la circostanza, dove ricorda anche Alberto L’Abate, sensibile nonviolento e teorico della nonviolenza, dove la nonviolenza è anche pratica importante di accettazione dell’altro, non giudicandolo, non”dannandolo”, anche quando qualcosa di lei/lui può disturbarci, molestarci, risultarci poco piacevole.  Ciò che anch’io, modestamente, come reflector, cerco di fare o almeno ci provo.  
Eugen Galasso

Pubblicato il 25 October, 2011
Categoria: Testi

Riflessioni sulla manifestazione degli “Indignati”, Roma 15-10-2011



Ascanio Celestini sulla manifestazione e sui Black Bloc?

http://www.youtube.com/watch?v=1cjrnuz4FAE&feature=player_embedded

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http://www.go-bari.it/notizie/cronaca/4481-ecco-come-e-andata-a-piazza-san-giovanni.html

domenica, 16 ottobre 2011 ore 13:44

Ecco come è andata a Piazza San Giovanni

La testimonianza di Leo Palmisano, sociologo e scrittore barese

Per me e per tanti come me, Piazza San Giovanni rappresenterà molto di più di Genova. Noi non eravamo lì per incendiare Suv e Bmw, né per lanciare bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine, ma per dire chiaro e tondo che non ce la facciamo più. Per questo la nostra indignazione è salita quando la Polizia e la Guardia di Finanza, con tre camionette e due idranti, hanno cominciato a bersagliarci e ad aizzarci con stupidi caroselli e pericolose serpentine, accelerando la corsa tra la gente costringendoci ad arretrare e ad avanzare, ma soprattutto a difenderci da quell’umiliante gioco da piccoli criminali di borgata che loro, e non noi, hanno inscenato all’ingresso della piazza.
Cinque cariche iniziate in via Cavour hanno spezzato un corteo di almeno duecentomila Indignati lasciando fuori della piazza i tre quarti del pacifico serpentone. Evidentemente si era pianificato in alto lo sgombero di un luogo che avremmo riempito più di qualunque altra manifestazione recente della sinistra italiana. Noi eravamo davvero tanti a screditare il moribondo Berlusconi e questo il mondo non doveva saperlo. Allora ecco che arrivano alla carica le camionette, con ridicoli girotondi e gli idranti che bersagliano chiunque, perfino la spianata, il prato della basilica, noncuranti di chi – come un uomo in carrozzella – era lì per aderire all’indignazione che coinvolge l’intero mondo occidentale.
Siamo stati costretti a bendarci, a coprirci come guerriglieri perché i loro lacrimogeni, lanciati a grappolo o ad altezza d’uomo – chi scrive porta i segni di un colpo all’addome ricevuto per aver schermato un diversamente abile – ci hanno impedito di respirare, di parlarci, di dirci quanto fosse folle e diabolico quello che loro ci stavano facendo. Per cinque volte nel fango, per cinque volte poi abbiamo ripreso la piazza. Abbiamo applaudito a noi stessi, e non a loro, perché nessuna organizzazione sindacale e nessun partito è venuto in nostro soccorso.
Abbiamo applaudito perché era evidente l’intenzione delle forze dell’ordine di cercare il ferito, se non il morto, per screditare centinaia di migliaia di brave persone che erano lì indignate dalla destra e dalla sinistra, da tutte quelle organizzazioni di parolai e buffoncelli. Ci si guardava stupiti, ieri pomeriggio, la basilica alle spalle, perché stretti in un imbuto dal quale non saremmo usciti se non salvati in extremis dall’apertura della cancellata della pontificia università lateranense. I giornali non riportano la solidarietà di preti, monache, frati che ci hanno versato acqua sugli occhi, ci hanno dato limoni per aspergerci i bulbi arrossati dai lacrimogeni e dalle lacrime della rabbia. Ricorderò per sempre la voce rassicurante di una monaca che mi ha detto con accento straniero ‘è tutto finito’. E invece non era finito niente, perché Maroni è riuscito a svuotare la piazza dove erano ancora asserragliati molti, troppi indignati.

Come giustificare un assalto a ventimila giovani manifestanti senza bandiera di partito o di sindacato? Tutti black blok? A differenza di Genova, ieri in piazza c’eravamo soltanto noi che non abbiamo più certezze: giovani giornalisti, ricercatori, laureati, diplomati, insegnanti, operai, studenti, disoccupati, pacifisti. Intellettuali e braccia forti. Cervelli e cuori che non cercano mai la morte ma sempre la vita. Il futuro del paese, il bel paese era lì sotto la grandine dei lacrimogeni di Berlusconi, rispondendo con una gragnola di sassi e bottiglie perché almeno la vita, quella, non ce la siamo fatta sgomberare.

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Preciso che, quanto alla questione di Roma (15.10.2011), con l’irruzione dei black bloc, sono comunque contrario all’uso della violenza, che, sic stantibus rebus, è sempre un regalo ai poteri costituiti, che se ne servono per ritorcere contro i governati quanto questi avrebbero fatto.   Il terrorismo di stato, ci insegna Laurent Dispot, è forte e attivo sempre, non aspetta altro che queste “provocazioni”. Sono tuttavia, ancora una volta,  d’accordo con Giorgio Antonucci, quando dice: “I conformisti chiamano violenza ogni protesta e non dicono nulla contro i bombardamenti”. Scontri di piazza, anche violenti, rivolte etc., nascono comunque da indignazione (al di là della sigla “indignados” o altro), mentre dei black-bloc, dei quali  non sappiamo neppure chi siano: “sia persone di estrema sinistra, sia di estrema destra, sia provocatori da curva sud degli stadi”, spiegava un esperto giorni fa, poco dopo gli scontri-ora, anche a destra ci sono teste pensanti, dei provocatori da stadio è lecito diffidare, ma forse anche in loro c’è qualche scontento, però, che magari si focalizza, a mio parere scioccamente (ma è un parere, non un giudizio a priori) sul calcio, quando invece potrebbe concentrarsi su altro, su cose più importanti o considerate tali, anche da chi scrive.  Più realisticamente, c’è una situazione di povertà, di esclusione sociale, di miseria, che crea disagio o sofferenza, che talora portano (e qui ribadisco un giudizio negativo) ad atti violenti, che però sono molto meno “violenti” di quanto non lo siano le guerre, come ancora una volta rileva Giorgio Antonucci. In definitiva, una vetrina (pur se ribadisco che sono favorevole alla punizione di chi compie atti simili) si ripara, magari (anzi no, quasi sempre) il negoziante è assicurato, in caso  di sua distruzione, di danno, di effrazione e quant’altro, la vita umana, in specie se sacrificata scioccamente per obbedire a Nazione, Patria, Stato o come accidenti si chiami.  Il simbolo religioso, poi: una madonnina molto “kitsch”, senza neppure raggiungere il livello paradossale del kitsch conclamato, quello teorizzato da Gillo Dorfles, per es., per non dire del fatto che è tale solo per qualcuno (ci sono cattolici oltremodo scettici rispetto alla mariologia, per es.).

Eugen Galasso

Pubblicato il 25 October, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo